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Alain Resnais

(7 risultati)

Una dichiarazione d'amore / Visages, Villages, Agnès Varda & JR

Una premessa è necessaria: adoro in modo smisurato e incondizionato Agnès Varda. Tutto quello che scriverò sarà qualcosa di molto vicino a una dichiarazione d'amore. Agnès Varda non ha bisogno di presentazioni: ha scritto, diretto e accompagnato – a partire dal 1954, con la sua prima personale nel cortile di casa – la storia dell'arte e del cinema francese d'avant-garde, della cinécriture, insieme a Chris Marker e Alain Resnais: la macchina da presa si fa strumento di scrittura e traccia una cartografia sentimentale. Sguardi che sono 'un passo a lato' dalla Nouvelle Vague di François Truffaut, Éric Rohmer e Claude Chabrol, ispirati e sostenuti da André Bazin. Tutto, con Agnès, prende una piega intima, anche e soprattutto i suoi documentari; e non sembra avere intenzione di interrompere il suo lungo racconto proprio ora: a quasi novant'anni, il suo spirito è giovane più che mai – ha il profumo intenso dei gelsomini nelle notti di maggio e una freschezza che ricorda la brezza atlantica dell'isola di Noirmoutier, dove si era trasferita con l'amore di una vita, il regista Jacques Demy, l'indimenticato regista di Les parapluies de Cherbourg (1964) e Les demoiselles de Rochefort (1967...

La vibrazione nascosta nel paesaggio / Giacimenti della memoria di guerra

Tra i non pochi equivoci del postmodernismo, uno dei più influenti è stato l’interpretazione del cosiddetto spatial turn quale sostituzione della geografia alla storia. Se le «grandi narrazioni» della modernità avevano peccato di fede eccessiva in uno storicismo progressivo e teleologico, il tempo a seguire sarebbe connotato da un cambiamento di paradigma in grado di rappresentare i fenomeni culturali su un piano non più inclinato in una determinata direzione, bensì disteso in uno spazio a due dimensioni, senza vettori privilegiati. Era questa che si chiamava, appunto, la fine della storia. E invece se c’è una cosa che in questi ultimi decenni ci ha insegnato la migliore geografia culturale (penso a un geografo come Franco Farinelli, a uno storico come Karl Schlögel o a un comparatista come Michael Jakob), è che intendere i fenomeni sotto la specie della loro localizzazione nello spazio comporta né più né meno che un modo nuovo di percepirne la storicità. La superficie di un piano è quella che vediamo, certo, ma essa sottende stratificazioni e dislivelli che di quel piano – il nostro presente – sono la genealogia e l’archeologia. La nostra storia, appunto.     Lo...

Imm'

Imm’ è una collana che intende occuparsi di cultura dell’immagine perché si basa sull’assunto di partenza che l’immagine non è solo un oggetto di studio, ma influisce sugli strumenti e i modi con cui si fa cultura. Quando Lazslo Moholy-Nagy lanciò, ormai novant’anni fa, il famoso monito secondo cui l’analfabeta di domani – per noi dunque di oggi – non sarà chi non sa leggere la scrittura ma chi non sa decifrare le immagini, profetizzava la società dell’immagine, come oggi la chiamiamo abitualmente, ma anche la necessità di un’altra “lettura”. Da qualche parte la chiamano “svolta iconica”, da altre parti “cultura visuale”, secondo approcci e intenti diversi. Per noi è un modo di guardare, di vedere e di pensare.   L’immagine è infatti un fenomeno complesso, viene trattata come un documento, come se questo fosse un fatto scontato, ma al tempo stesso l’immagine non rappresenta, non sta al posto di altro, non testimonia, ma indica, lascia intravedere, deforma, porta al limite, introduce pensiero, svela lo...

Essere Dirk Bogarde

Diventò famoso nel 1950, come il bastardo che, all’uscita di un cinema, aveva sparato al tenente Dixon, il bravo poliziotto di quartiere che tentava di redimere più che reprimere i giovani delinquenti. Il film s’intitolava I giovani uccidono (The Blue Lamp), ebbe un successo enorme ed era diretto da Basil Dearden, un regista che se ne intendeva di “problemi sociali” (tra il secondo dopoguerra e i primi anni Sessanta affrontò più volte il tema del disadattamento giovanile, come quelli della discriminazione razziale, della questione irlandese, del fondamentalismo religioso, dell’omosessualità).   Il bravo “bobby” George Dixon era interpretato da Jack Warner: ucciso a metà film, sarebbe stato presto resuscitato come protagonista di una fortunatissima serie televisiva, Dixon of Dock Green, 432 episodi da 30 e 50 minuti prodotti dalla BBC e andati in onda dal 1955 al 1976 (nelle ultime serie, quando Jack Warner aveva più di ottant’anni ed era poco credibile in servizio attivo, Dixon fu mandato in pensione e utilizzato come collaboratore dell’Intelligence della Polizia). Il...

Alain Resnais mise en abîme

I film di Alain Resnais erano, anzi sono, oggetti stranianti, costruzioni inconciliabili con tutto ciò che stava loro attorno. In un modo o nell’altro, non si sapeva mai come prenderli. Le storie erano labirinti mentali, gli uomini e le donne coinvolti animali in trappola, i loro pensieri ossessioni.   Lo spazio era scenografia, il tempo ricordo, o immaginazione, l’azione, spesso, farsa; c’erano l’aura inesplicabile e riconoscibile del sogno, la geometria di un teorema, le infinite possibilità del reale. C’erano la razionalità e la follia, il tutto e il suo contrario, smoking e no smoking, dal titolo di un suo famoso dittico, un film che nasceva dalla negazione del precedente.   L’immagine che ritorna (viene da Providence, uno dei suoi capolavori) è quella di una città deserta che la macchina da presa attraversa come in un incubo, spaventata, muta e vorace: cerca una storia, un racconto, e lo trova grazie ai deliri di un romanziere ubriaco e morente. L’effetto è quello di un universo inespugnabile eppure familiare, una costruzione sontuosa sul punto di crollare. E in questa incertezza...

Lidia Ravera. Piangi pure

È un diario senza data d’inizio quello che si apre con una dichiarazione anagrafica della protagonista: un lungo diario al termine del quale si apre un romanzo che si pone come parziale riscrittura del diario stesso. Ed è proprio nello slittamento della voce narrante che vede la protagonista in prima persona nel diario e in terza nella forma romanzo l’aspetto più interessante della narrazione di Lidia Ravera. Lo stile è quello dell’autobiografia, una sorta di ragazza del secolo scorso solo apparentemente rassegnata e ben decisa ad inseguire, foss’anche per l’ultima volta, la passione e tutte le sue complicazioni.   Storia di una donna, storia di una famiglia, storia intima e politica, e più di tutto ancora storia di un amore in tarda età. In Piangi pure (Bompiani) Lidia Ravera sembra voler contenere tutti gli aspetti tipici del romanzo borghese, interpretati però con il punto di vista di una donna anziana che ha vissuto con consapevolezza e pienezza la propria femminilità e che si ritrova, in quella che dovrebbe essere l’ultima fase della propria esistenza, a poter risolvere i nodi e...

Progetto Grafene

Giorni fa, una trasmissione radiofonica mi ha chiesto di commentare un’immagine inedita. La curiosa fotografia a colori rappresentava, a dire il vero in maniera un po’ kitsch, un blocco di carbone grigio-ferro posato sopra i petali rosa di ciliegio. Che cosa ci fa un blocco di carbone grigio-ferro posato sopra i petali rosa di ciliegio? mi sono domandato ingenuamente.   Ho subito pensato a un fotomontaggio, ma la didascalia, insieme a qualche nota di contorno, ha chiarito subito ogni cosa. Si trattava di un pezzo di grafene, il più leggero materiale solido esistente, appena sviluppato in un laboratorio cinese, un materiale, appunto, così lieve da poter essere posto su un fiore senza neanche incurvarlo. Una materia grezza, rugosa, nera, immobile sui petali, senza neanche piegare lo stelo.     Le spiegazioni lo definiscono come il materiale che potrebbe cambiare il nostro futuro. A riprova di ciò, e nella speranza di riposizionare il vecchio continente al vertice della ricerca e dell'industria hi-tech, la Commissione Europea ha deciso di stanziare un miliardo di euro in dieci anni per finanziare la ricerca su questo sottilissimo foglio di grafite. Un rozzo masso...