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Alberto Savinio

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Il Re è Fuso / Velli macchiati, villi titillati. Il refuso e i suoi sensi

«[Anziché Machiavelli] La mia macchina da scrivere aveva scritto Pacchiavelli, e l'inaspettato accadimento della romanesca voce “pacchia”, così eloquente ed espressiva nel cognome del Segretario fiorentino, non me la sento di considerarlo fortuito. Il machiavellismo è la teoria del comodismo messa in buon toscano».  Fra macchia, pacchia e macchina, Alberto Savinio non solo teneva conto delle produzioni involontarie della sua dattilografia, non solo si proponeva di interessarne la psicoanalisi ma ne traeva anche alcune conseguenze logiche. Le trattava cioè come dati, premesse di ragionamento fra le altre. I loro lettori sanno che qui e là le opere di Savinio offrono sempre spunti del genere, per esempio nel saggio sulla Città del Sole di Tommaso Campanella dove l'autore menziona un «deificio» e decide che il neologismo è assai più adeguato del termine corretto che aveva in animo di scrivere (ovviamente, «edificio»). È probabile che Savinio non conoscesse la leggenda medioevale del diavolo Titivillus, altrimenti forse ne avrebbe messo il nome in congetturale relazione etimologica con quello dell'autore di Belfagor arcidiavolo: velli e villi dall'uno macchiati, dall'altro...

EpiStoa / Riprendere il filo eretico del pensiero

Nel suo ultimo pamphlet dal titolo Alessandro, redatto negli anni ottanta del I sec., l’irriverente Luciano di Samosata se la prende con quelli che fanno comunella e «vanno intorno strologando, trappolando, e tondendo i grassi» – nella succosa traduzione ottocentesca di Luigi Settembrini, ‘lucianizzata’ nel ’44 da Alberto Savinio e rimessa ora in circolazione da Adelphi (Luciano, Una storia vera e altre opere scelte da Alberto Savinio, Milano, Adelphi, 2018).    Alessandro ha compreso «che la vita degli uomini è tiranneggiata da due grandi cose, dalla speranza e dal timore, e chi opportunamente può usare di una di queste, tosto diventa ricco.» Si compra quindi per pochi spiccioli un colubro di quelli davvero enormi, ma innocui e mansueti. Serpentoni grandissimi che i bambini calpestano e, come i bambini, per gioco, sanno succhiare il latte dalle poppe delle donne. Ed eccolo lì, Alessandro, a organizzare un’epifania del dio medico Esculapio. Novello sacerdote del dio guaritore che si sostanzia nel serpente Glicone, Alessandro gli procura un tempio, un oracolo, e via, a fornire «a quei poveretti» del popolo, a prezzo di «mattoni d’oro», la conoscenza dell’incerto avvenire...

I colori di Alberto Savinio / La metafisica del colore

Cento anni fa usciva presso Vallecchi, per le Edizioni della Libreria della Voce, Hermaphrodito, libro di esordio di Alberto Savinio, pseudonimo di Andrea De Chirico, fratello del forse più famoso Giorgio. È un libro sperimentale, colto, con accenti futuristi ed espressionisti, ironico, satirico e sarcastico, ibrido nello stile, sostanzialmente unico e isolato nel clima culturale italiano di quegli anni, legato piuttosto alle esperienze artistiche di Monaco e Parigi a cui i due fratelli avevano partecipato negli anni precedenti la guerra. Si può certo definirlo un libro "metafisico" nel senso che Savinio darà a questo termine nei suoi scritti di poetica: non ricerca di un aldilà delle cose, di un mondo dietro il mondo, ma penetrazione nella loro essenza, capacità di coglierle con uno sguardo inedito. «Parole variopinte», ha scritto Ardengo Soffici per descriverne la scrittura; «parole usate come suoni-colori» ha ribadito Alfredo Giuliani nell'introduzione alla ristampa per Adelphi del 1995. Sappiamo che Savinio era stato musicista e lo sarà di nuovo, che aveva iniziato a dipingere e che diventerà pittore; non dovrebbe dunque sembrare strana la capacità di rendere pittorica e...

Conversazione con Giuliano Gori / Collezione: creatività contemporanea

Con le sue fondamenta risalenti all’anno 1000 ca., Villa Celle, costruita nella piccola frazione pistoiese di Santomato con funzione di fortificazione (da qui il nome “celle”) in quanto situata tra le città mercantili di Firenze, Prato, Pistoia e gli Appennini, divenne ben presto la residenza dapprima della famiglia Pazzaglia poi di quella Fabroni che la utilizzò come tenuta di caccia e di villeggiatura. Solo alla fine del Seicento il Cardinale Carlo Agostino Fabroni le conferì l’aspetto attuale sistemando anche gli spazi agrari circostanti, i quali, un secolo e mezzo dopo, grazie al lungimirante intervento dell’architetto Giovanni Gambini furono invece trasformati in un parco all’inglese ampio 30 ettari, circondato da terreni agricoli dove produrre vino e olio. In seguito Villa Celle subì vari passaggi di proprietà: dai Fabroni andò ai Gatteschi, dai Matteini ai Cappellini e ai Guidi per poi essere acquistata dal pittore Elia Volpi che nel 1929 la vendette a Tammaro de Marinis.    Nonostante la sua storia secolare, l’âge d’or di Villa Celle doveva ancora arrivare. E arrivò solo quando, nel 1970, fu acquistata dall’imprenditore tessile pratese Giuliano Gori con l’...

Grande è il disordine sotto il cielo

È uscito in questi giorni presso le Edizioni dell’asino, Soli e civili di Matteo Marchesini, una serie di ritratti d’intellettuali, scrittori e poeti spesso dimenticati, ma che hanno fatto la storia della cultura italiana, da Alberto Savinio a Piergiorgio Bellocchio, da Franco Fortini a Luciano Bianciardi. Pubblichiamo di seguito la prefazione al volume di Goffredo Fofi.   Goffredo Fofi, Grazia Cherchi, Piergiorgio Bellocchio.   Grande è il disordine sotto il cielo, la situazione è confusa e la crisi avanza, e non riguarda soltanto l’economia; è forse, prima di tutto, una crisi di modelli, di idee, di morali. Di “cultura”, in senso antropologico e in senso cognitivo. In un paese che non ha vissuto l’esperienza della Riforma e che non ha fatto la Rivoluzione borghese, che ha alle spalle una tradizione municipale piuttosto che statale, che va dalle Alpi al mar d’Africa e che si apre verso Oriente quanto verso Occidente, ma che ha subito nel Novecento l’impatto micidiale dell’american way of life, le tradizioni sono deboli e le leggi incerte – tante e contraddittorie....

Alberto Savinio / Immortalità degli italiani

Dalla ricca e colpevolmente negletta produzione del Savinio saggista, ecco un passo da un breve e strepitoso scritto sul carattere degli italiani, che scantona dalle ovvietà e dai luoghi comuni per consegnarci al nostro destino di immortali e incombustibili come tegamini di coccio refrattario.   Anche mortalmente colpito, l’Italiano non muore. Non riuscirebbe a morire anche se lo volesse. L’Italiano è nella medesima condizione in cui era il centauro Chirone, e che a costui era tanto venuta a fastidio: è immortale. Per poter morire, anche l'Italiano, come Chirone, dovrebbe chiedere licenza. Ma oggi a chi si chiede licenza di morire? Del resto nulla dimostra che l'italiano abbia desiderio di morire. E se l'italiano, diversamente da Chirone, non sente desiderio di morire, è perché non sente noia della sua immortalità, è perché di questa sua immortalità egli non è cosciente. Non l’avverte, come non avverte il fluire del sangue nelle vene. Perché l'immortalità degli italiani non è acquisita ma connaturata: è un'immortalità fin...

Appunti sull’umanizzazione della monnezza futura

È sabato 25 giugno e stiamo scendendo verso piazza Carlo III. Sono le nove di mattina, e io e Francesco ci aspettiamo di vedere il disastro ecologico annunciato da tutti i media con le stesse parole e le stesse immagini fino a stamattina: una città sepolta nei rifiuti. Tutta questa zona, dalla Doganella in giù e fin dentro la città vecchia, è sempre quella più colpita dalla spazzatura, forse perché i politici sanno bene che qui non siamo a Mergellina, dove le troupe televisive sostano a prendere l’aperitivo al Gambrinus e vanno a mangiare i vermicelli a vongole nei ristoranti del Borgo Marinaro: e quindi è l’ultima parte di città che i politici decidono di far ripulire e, in realtà, pulita non lo è mai del tutto.   Guardiamo, giriamo, percorriamo corso Garibaldi, svoltiamo per porta Capuana, saliamo per Vico lungo a Carbonara, nel cuore del cuore della città plebea, ma invano. Il disastro che siamo venuti a vedere e a interpretare non c’è. A quel che sembra, e secondo il responso dei nostri occhi, la raccolta straordinaria ventiquattr’ore su ventiquattro...