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Bernard Stiegler

(6 risultati)

Negantropocene / Il virus è il messaggio della società automatica

La potenza comunicativa di questo virus, di certo il più mediatico della storia, va ben oltre la sua capacità di tenere in ostaggio le routine produttive dei media. Esso modifica progressivamente la percezione dello spazio-tempo, creando un effetto di sospensione in cui tutto può accadere e difatti tutto accade. Un processo in cui persino le categorie fondamentali di spazio/tempo si modificano all'avanzare dell'infezione. Da ciò deriva l’oscillazione inaudita dell’essere dinnanzi alla sua avanzata, quell’apriamo tutto o chiudiamo tutto che ha caratterizzato il punto di vista della politica e del cittadino comune, alle prese con un insostenibile e continuo riadattamento cognitivo. Questa capacità del virus di plasmare e riplasmare l'intera sostanza del sociale, lo avvicina a ciò che M. McLuhan considerava come un mezzo puro. In quel caso era la velocità della luce elettrica, che rappresenta un medium senza messaggio, informazione allo stato puro, in questo caso anche il virus si presenta come un mezzo senza messaggio.   Del resto il virus produce una percezione quasi relativistica del tempo, cosicché ciò che vediamo oggi – come gli effetti del lockdown...

Rocco Ronchi e Bernard Stiegler / Governare l’ingovernabile

Come si governa la complessità? La domanda suona ineludibile in un tempo in cui l’arte del governo appare sempre più catturata da un vortice di forze ingovernabili, in balia di spinte contrapposte e di rovesci repentini. Anche la semplice attività di mappare un territorio, preliminare ad ogni decisione di intervento, per identificarne i nodi sociali, economici e culturali, rilevarne le tendenze, le pieghe, i punti di forza e di debolezza, sembra oggi una sfida impossibile: ogni punto individuato sulla mappa si mostra infatti immediatamente connesso a migliaia di altri punti secondo interazioni imprevedibili che evolvono più velocemente di qualsiasi mappatura. Forse è sempre stato così, sin dai tempi dell’originaria urbanizzazione, delle prime città-stato e degli imperi mesopotamici, non a caso connotati dagli storici con l’epiteto di “società complesse”. Ma nell’attuale epoca di crisi della politica e del simbolico, affievolitosi quel velo di fiducia nella legge umana e nella sua capacità di controllo, l’ingovernabilità si rende visibile in tutta la sua abissale potenza.   Con questo tema si confrontano Rocco Ronchi e Bernard Stiegler nel libro L’ingovernabile (Il melangolo,...

È l'origine della nostra fine? / Curiosità. In nome di Pandora

“La curiosità esiste per ragioni proprie” [Albert Einstein]     Si dice curiosità e viene in mente l’occhio. “Concupiscientia oculorum”, concupiscenza degli occhi, la chiamava Agostino d’Ippona, e metteva in guardia dalla tentazione di voler contare le stelle o i granelli di sabbia in quanto, secondo il suo parere, quella curiosità non solo era vana ma costituiva un ostacolo sul cammino della devozione. Anche Bernardo di Chiaravalle nel dodicesimo secolo colloca la curiosità tra l’accidia e l’orgoglio: “Ci sono coloro che vogliono sapere al solo fine di sapere, e questa è turpe curiosità”, scriveva, come riporta N. Kenny in The Uses of Curiosity in Early Modern France and Germany, Oxford Unieversity Press, Oxford 2004. Eppure fin da Eva e Pandora il mito non concede attenuanti: siamo esseri curiosi per natura e per cultura. Due donne, certo, e l’attribuzione corrente che la curiosità sia femmina, come si dice. In un ampio contesto sociale e culturale italiano, delle donne curiose si dice che sono “braghere”, con un evidente riferimento alla loro propensione, ritenuta disdicevole, di cercare, secondo la vulgata maschilista, ovviamente nelle braghe maschili. In altri...

Un’apocalisse integrata / Psicopolitica di Byung-Chul Han

«La libertà sarà stata un episodio» (p. 9). Con questa sentenza lapidaria si apre l’ultimo libro tradotto in italiano del filosofo coreano di lingua tedesca Byung-Chul Han, Psicopolitica.  Il libro di Han, poco più di 100 pagine, diviso minuziosamente in 13 sottoparagrafi, si pone come una disamina del tema della psicopolitica, che ad avviso dell’autore sarebbe l’impensato delle politiche che – dall’inizio dell’età moderna, secondo il dettato di Foucault – nel mondo contemporaneo fanno dei corpi degli uomini il loro oggetto principale, e che sono state chiamate dagli interpreti “biopolitiche”. Per prima cosa Han sottolinea come, nel regime neoliberale, si sia attuato un superamento del paradigma individuato da Marx, secondo cui – riducendo – ci sarebbe una classe di sfruttatori e una di sfruttati: per Han nel neoliberismo «ciascuno è un lavoratore che sfrutta se stesso per la propria impresa» (p. 14): non averlo capito sarebbe il grande errore di teorici come Toni Negri, che sarebbero, secondo Han, rimasti attaccati a un paradigma descrittivo delle modalità di produzione vecchio e non più al passo coi tempi: «Le attuali forme di produzione non sono determinate dalla “...

Sloterdijk, Macho, Byung-Chul Han

La filosofia è morta, viva le scienze della cultura!   Un rapido sguardo ai nomi delle cattedre, ai programmi delle lezioni, alle monografie pubblicate dai docenti afferenti ai dipartimenti di filosofia delle università tedesche è sufficiente a rendere evidente quello che ai più potrà sembrare a prima vista un dato stupefacente: la filosofia intesa come teoria e produzione di teoria sulla realtà, e analisi critica della stessa, in Germania, nei dipartimenti di filosofia, è scomparsa.   Resta al suo posto la storia della filosofia (una filosofia trattata come bene museale, come un oggetto in sé conchiuso, immutato e immutabile, e per questo oggettivamente analizzabile), dunque – nel migliore dei casi – l’analisi storica di un oggetto concettuale cristallizzato in uno spazio e tempo altri, del tutto separati dal presente e dalla sua interpretazione. Accanto ad essa la filosofia analitica, di matrice anglo-sassone. Ma della filosofia come interpretazione critica dell’esistente, analisi e produzione di immagini del mondo, non resta praticamente (fatte salve le dovute, rare ma presenti,...

L'impertinenza democratica

Nel luglio del 2013 due amici e colleghi si sono incontrati in un convegno; uno era Derrick de Kerckhove, noto teorico canadese dei media e l’altro Luca de Biase, elegante osservatore della società digitale. Al secondo le tesi del primo sono interessate, così ha pubblicato un post sul suo blog dal titolo Ipertinenza di Derrick de Kerckhove. Conosco questo termine coniato da Derrick, in quanto fa parte delle mie lezioni, ne riconosco il valore euristico, riconoscendo negli studenti le connessioni che attiva.   L’Ipertinenza è un gioco di parole creato da Derrick de Kerckhove che richiama l’impertinenza. Impertinente deriva dalla voce dotta del latino tardo (sec. IV) impertiněnte(m), ʻche non (in-) è pertinente’, participio  presente del latino pertinēre, che essendo composto da pĕr e tenēre vuol dire ’estendersi fino a, applicarsi a, riguardare, concernere’. Colui che è impertinente quindi è colui che non riguardando, è fuori luogo, è colui che fa ciò che è fuori proposito, e la cosa, o il concetto impertinente è la cosa o il concetto che sono fuori proposito...