Categorie

Elenco articoli con tag:

Franco Arminio

(25 risultati)

Non è solo poetica / Cercando un’economia per gli Appennini

L’Italia profonda è espressione con cui significhiamo i sentimenti, i comportamenti, gli umori, “la pancia” degli Italiani che la modernità non riesce a comprendere; persone e genti che pur vivendo il presente ne sono in fondo solo sfiorate rimanendo attaccate alle inerzie, ai valori, alle abitudini, ai pensieri, alle tradizioni di un passato indefinito che però tutto trattiene. Poi, la stessa espressione è anche sinonimo di aree interne, identità geografica vaga quanto evidente, almeno quando comprende luoghi lontani dalle coste, dalle grandi città, facilmente coincidenti con le provincie più sperdute o con ogni vallata di montagna che sia rimasta lontana dal turismo di massa.  In pratica gli Appennini ci sono dentro tutti.   L’Italia profonda è appunto il titolo di un piccolo libro appena edito da Gog, giovane casa editrice romana. È un breve dialogo intervista con Franco Arminio e Giovanni Lindo Ferretti che rispondono su cosa negli Appennini sia la vita in montagna, su cosa resti, sui simboli, sui luoghi, sul lavoro dell’uomo, sul tempo visto da là e da lassù, sulla parola e la poesia intorno ai luoghi e alle persone... Sguardi, quelli di Arminio e Ferretti, diversi...

Matera e la Basilicata / Lo sguardo del confinato Carlo Levi

(…) Aliano è un posto dove, appunto, «Cristo non è arrivato», e non a caso sono confinati in nove. Eppure, dopo lo shock iniziale, pian piano l’atteggiamento di Carlo Levi cambia: i volti dagli occhi neri, le donne velate, i bambini sempre per strada, il senso del dovere e del sacrificio dei contadini, la solidarietà che regola la vita delle famiglie (e con la quale viene accolto), il paesaggio unico che lo incanta anche dalla sua casa («Sulla mia terrazza il cielo era immenso, pieno di nubi mutevoli: mi pareva di essere sul tetto del mondo, o sulla tolda di una nave, ancorata su un mare pietrificato») lo conquistano, in un crescendo irreversibile. Le ragioni dei contadini, piegati dalla fatica e dalla miseria, diventano le sue ragioni. Le credenze popolari – streghe, lupi mannari e monachicchi, cioè i dispettosi spiriti dei bambini morti prima che venissero battezzati – non solo non gli appaiono respingenti, ma anzi lo incuriosiscono e affascinano. Al contempo si struttura e cresce una forte consapevolezza sociopolitica: da un lato si sente vicino a chi lavora duramente e onestamente, dall’altro denuncia «i Luigini» (dal nome del podestà del paese), coloro che godono di rendite...

Solitudine oggi / L’ala del clochard

Nel grande circo del cinismo sociale anche quest’anno abbiamo assistito al numero del “barbone morto di freddo”, come sempre ben eseguito: tutti a constatare che i barboni esistono, e che tuttavia nessuno sa trovare il modo di superare la loro misera sorte, inchieste e speciali, contriti dibattiti (molto efficace il reportage di “Internazionale”, qui). Ma lui, il barbone, è ancora lì sulla strada, anche dopo la discussione, dopo la trasmissione “partecipata” e l’emozione narrata dallo scrittore. Tranquilli, l’inverno prossimo ce ne saranno altri a morire di freddo, e ci sarà altro rammarico e altra costernazione. Loro, i barboni, saranno comunque lì a presidiare il mondo con il loro grido assoluto di estraneità.   Quegli uomini del nulla che si instaurano come degli ingombri nella nostra vita di tutti i giorni vengono recepiti per lo più come degli esseri “venuti male”, uomini sì, ma non del tutto, e pertanto le loro vite pregresse non sono nemmeno degne di considerazione: in fondo tanti uomini dopo una separazione hanno saputo ritrovare l’equilibrio e la voglia di andare avanti, molti espulsi dal lavoro si sono umilmente rassegnati a cercarne un altro, per mantenere i figli...

Solo quello che c'è / Gli spaesati di Angelo Ferracuti

Tra il turismo sismico e la cura di un paesaggio devastato da un terremoto con pochi precedenti, la differenza sta tutta nella pasta dello sguardo. È la differenza che corre tra l’occhio dopato delle telecamere, puntato morbosamente sulle rovine delle case e della gente, e l’occhio umano che continua a guardare quello che resta quando si spengono le luci. Gli spaesati, il libro scritto da Angelo Ferracuti con le fotografie di Giovanni Marrozzini (Ediesse, pp. 182, € 16), è il racconto per parole e immagini di un viaggio nelle zone colpite dai terremoti del 24 agosto, del 30 ottobre 2016 e del 18 gennaio 2017. Marche, Abruzzo, Umbria e Lazio.    Se c’è una denuncia, contenuta in questo libro toccante e grondante grazia e onestà intellettuale, è alla cecità. C’è un’Italia, fatta di paesi, di artigiani, allevatori e agricoltori, di cui nessuno si ricorda e che però ancora rappresenta il cuore vivo dell’Italia. Ciò che non fa tendenza, in un paese ammalato di trendismo, non esiste: “Di certi posti e di certa umanità ti accorgi solo quando vanno in pezzi. L’Italia sconosciuta fa notizia solo quando muore e può mettere in moto la macchina della solidarietà”. Ma invece di...

Da domani in libreria / Cedi la strada agli alberi

La poesia è un mucchietto di neve In un mondo col sale in mano.   La poesia è amputazione. Scrivere è annusare la rosa che non c’è.     Il naufragio della letteratura   Una volta c’era la letteratura e poi c’erano gli scrittori. Immaginate un mare con i pesci dentro. Adesso ci sono solo i pesci, tanti, di tutte le taglie, ma il mare è come se fosse sparito. È successo in poco tempo, e non ce l’ha comunicato un esperto. Ce ne siamo accorti incontrando un poeta da vicino, parlando con un narratore al telefono. Abbiamo sentito che qualcosa non c’era più. Ognuno ha i suoi libri, le sue parole, sono sparite le strade che mettevano in comunicazione uno scrittore con l’altro, tra chi muore e chi vive non c’è alcuna differenza, non c’è differenza tra chi lotta e chi è vile. Oggi tra gli scrittori regna una pacata indifferenza e lo spazio vuoto che c’è tra quelli che scrivono accresce lo spazio tra chi scrive e chi legge. La letteratura è una barca che ha fatto naufragio e ognuno coi suoi libri lancia segnali di avvistamento che nessuno raccoglie perché ognuno è impegnato a farsi avvistare. Le voci non si sommano e non spiccano. La letteratura fa pensare a un’arancia...

In vita e in morte di un paese / Patrie e luoghi di origine

Gli Appennini come una spina dorsale nel nostro paese: mi veniva in mente quest'immagine mentre leggevo il bell'articolo Congedo dal paese e dalla vita di Franco Arminio, qui su queste pagine. La spina dorsale d'Italia e di una larga parte del Mediterraneo secondo la lezione di Fernand Braudel. Dai contrafforti dell'Appennino Ligure al massiccio dell'Aspromonte a dividere l'Italia in due, una tirrenica, l'altra padana e adriatica. Ma una spina dorsale negli anni cinquanta e sessanta spolpata della sua carne. In circa quindici-vent'anni una generazione che lascia i paesi giù a popolare le città trionfanti sulla montagna improvvisamente vuota di genti, di voci, di greggi. Giusto così, quella montagna era ferma agli anni della società preindustriale... lo strappo tardivo del boom economico è stato per questo drammatico e lacerante, ricongiungimento con una modernità che nel nostro paese aveva troppo tardato.   La montagna spopolata e le genti a rotta di collo verso lavori e impieghi sotto padrone che garantivano tre, quattro volte il reddito "da uomini liberi" da sempre strappato a terre in salita. Come resistere?  Sarebbe stata una mutazione economica, ecologica,...

Lo spirito di Paraloup

Nel luglio del 2011 qualche centinaia di persone risaliva il sentiero verso Paraloup, nelle Alpi di Cuneo, per assistere a una tre giorni che aveva per tema il "ritorno ai luoghi abbandonati". Il posto era quanto mai pertinente: lì Nuto Revelli raggiunse un gruppo di compagni che avevano costituito la prima banda di partigiani nell’inverno 1943-44. Per onorare la memoria di Nuto, che ha raccontato in opere ormai classiche un trapasso di civiltà e la fine di un mondo, gli eredi decisero di destinare le migliori energie della costituenda Fondazione per far rivivere Paraloup, oggi un progetto pilota che ha recuperato le antiche baite, offre un servizio di pernottamento e di ristoro e ha avviato attività economiche che consentano di dare una prospettiva di lungo periodo al progetto.   Paraloup   In quei giorni dell'estate del 2011, salirono in montagna persone diversissime come il regista Franco Piavoli, Vito Teti, massimo studioso di questi temi, il 'paesologo' Franco Arminio, il cantastorie di Matera Roberto Linzalone, insieme ad agronomi dell'Università di Torino, gruppi di aquilani che combattevano contro la...

Il paese che non c'è

È un gesto d’azzardo il nostro incontro del 5 aprile alla Fondazione Pini, che riunisce intorno a un tema oggi cruciale – Patrimonio, Paesaggio, Ambiente – specialisti e studiosi di discipline diverse in un aperto confronto con associazioni e amministratori. Azzardo: intanto perché la battaglia preliminare è quella di dar conto, a chi opera nei diversi ambiti, del senso dirompente che proprio questo “nesso ritrovato” fra Ambiente, Patrimonio storico artistico e Paesaggio, ha sul piano culturale e politico in generale.   E poi perché, in questa ri-connessione, c'è un rovesciamento di 360° del discorso tradizionale sulla Tutela in genere (come spiegherà Bruno Zanardi, autore del recente Patrimonio artistico senza tra i principali artefici di questa giornata).   Infine perché, in questo ridisegno di ciò che è fruibile come bene di tutti e in quanto tale soggetto a tutela (il Patrimonio nel suo contesto con il Paesaggio e l’Ambiente), c'è  tutto il potenziale di una battaglia più estesa per la cittadinanza e per i diritti ad essa collegati....

Campioni. Giustificazione non petita

Accusatio manifesta. Facile, facilissimo il ruolo dell’accusatore: di fronte a una nuova rubrica di poesia in Rete. Col fiorire della bloggherìa indiscriminata, da un decennio a questa parte, per non parlare dell’universale “statistica” (da status) più di recente incoraggiata e prescritta dai social network (nei romanzi distopici del Novecento ci si ingegnava a fanta-tecnologicamente immaginare con quali modalità le Società di Controllo del futuro sarebbero riuscite a Sorvegliare e Punire i loro sudditi: ora che il paradiso collettivista lo abbiamo finalmente conseguito, sappiamo che l’uovo di Colombo consisteva nel fare in modo che i sudditi stessi, compiaciuti, si esibissero da sé allo sguardo del Panottico), il Narciso di massa ha realizzato, alla lettera più avvilente, un altro pronostico che pareva allora paradossale e, a posteriori, s’è rivelato semplicemente profetico: quello di un’antologia di ormai quasi quarant’anni fa, Il pubblico della poesia, che con sarcasmo registrava come il pubblico dei poeti tendesse ormai a coincidere con lo stuolo dei poeti medesimi (o aspiranti...

Il topo sognatore

Si legge raccontandoselo a voce bassa, Il topo sognatore e altri animali di paese. Si legge muovendo la testa per rincorrere le parole e sfiorando con le dita quei graffi, che sono il disegno e che sono il corpo, come a voler sentire il pelo o la superficie rugosa della proboscide o la trasparenza delle ali. Gli animali occupano lo spazio, senza alcun rispetto della scala. Lo occupano con lentezza: la farfalla che ama stare dove non c’è niente da fare, magari in una chiesa che l’uomo non abita più e un fiore è finalmente cresciuto là dove c’era l’altare; la formica che non ha troppa voglia di uscire di casa per mettersi in fila per un chicco di grano, alla faccia di La Fontaine e della sua morale efficientista; il ragno che si fa sottile per mancanza di mosche, dimagrisce tanto da sembrare un filo della sua tela, e non sa, o finge di non sapere, che la mosca c’è, sopravvissuta alle trappole umane, una mosca pigra anche lei, che aspetta che qualcuno la prenda nel pugno, apra la finestra e la faccia volare.  Il gatto del falegname forse no: lui, innamorato della casa della maestra Antonietta, è rapido e già di là, nella pagina successiva. Ci lascia con quella...

Franco Arminio. Geografia commossa dell'Italia interna

Per Franco Arminio, il fondatore della paesologia, il paesaggio non esiste. Non è mai, cioè, un’immagine, uno spazio di contemplazione, o, per quanto l’attenzione alle sue peculiarità sia un requisito importante, qualcosa da descrivere, ma un ambiente di esperienza, che per essere tale passa per l’emozione. È il luogo del fare. Ma siccome per lui nessun fare prescinde da un investimento passionale, diventa immediatamente un luogo appassionato. Il luogo delle passioni. Se non si danno queste condizioni, è la l’accidia, quando non la catatonia. Anche se esse prendono il sopravvento e invadono la scena, peraltro. Come sa chiunque abbia qualche grano di ipocondria in sé.     Molte cose che lo scrittore irpino non si stanca di dire e di declinare sembrano risapute, riconducibili a questo o quell’aspetto della tradizione: cambia solo il nome, il linguaggio che le dice. Ma poiché molti di questi nomi e delle loro combinazioni sono nuovi, lo è anche la realtà che ci mostrano e rappresentano: perché come si sa la parola nuova dice o inventa qualcosa che prima non c...

Il luogo e il sacro

Com’è che un luogo diventa sacro? Anche se non formulata così, è questa la domanda che percorre Il luogo e il sacro. Contributi all'indagine sul linguaggio simbolico dei luoghi, a cura di Domenico Luciani (Edizioni della Fondazione Benetton Studi Ricerche con Canova). Si tratta di tredici interventi presentati a una giornata di studi di alcuni anni fa da studiosi di diversa formazione e ambito, con l’aggiunta di uno scrittore ben noto a Doppiozero, il paesologo Franco Arminio.   Per definire i contorni del luogo sacro occorre chiedersi, prima di tutto, che cosa sia un “luogo”. Una categoria con cui abbiamo familiarizzato negli ultimi anni –  quella di “non-luogo” – aiuta a circoscrivere meglio e per via oppositiva questo concetto, ovvio solo in apparenza. Alphonse Dupront, in uno dei saggi del volume, osserva che un elemento decisivo è proprio il legame luogo-nome: “Il nome stabilisce tra spazio, terra e uomo, una gerarchia e un legame”; la “realtà viva del luogo sta nel suo carattere sociale, nel suo essere opera evidente di creazione collettiva”. Il non-...

Spaesati traghettatori tra rovine e futuro

Un atlante delle rovine, soprattutto se dedicato a un Paese come l’Italia, è creatura troppo variegata e stratificata, mutevole e ingannevole, perché possa accasarsi dentro le pagine di un solo libro, pur intenso e attentamente costruito quale Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro (pp. 250, € 18), che Antonella Tarpino ha appena pubblicato da Einaudi. Già c’è qualcosa di paradossale e contraddittorio, di speranzoso e scorato al tempo stesso (che sia “il pessimismo dell’intelligenza e l’ottimismo etc etc…”?) nel progetto di dar vita a una costruzione, seppur fragile come un libro, attingendo a rovine.   Rovine, non macerie, come già nelle pagine iniziali precisa l’autrice: poiché “la maceria… è traccia inerte del passato, sequenza muta di un tempo che non parla più”, mentre la rovina è il suo contrario: “irriducibile alla storia, o almeno alla cronologia (in quanto… incrocio di passati multipli, tutti inesorabilmente “in rovina”) essa dà tuttavia ancora segni di vita”....

Andrea Cortellessa. Narratori degli Anni Zero

A dispetto di ciò che si potrebbe pensare di un’antologia, il poderoso volume Narratori degli Anni Zero (numero triplo della rivista L’illuminista, Ponte Sisto, pp. 704, € 30), curato da Andrea Cortellessa, non è solo una fotografia dello stato attuale del genere romanzo in Italia. È qualcosa di diverso: un flusso ininterrotto di testi e riflessioni critiche, dalla cui prossimità scaturisce l’impressione di un moto perpetuo.   Il saggio introduttivo è il vero motore dell’antologia. I modelli da cui Andrea Cortellessa trae ispirazione e da “mis-interpretare”, come direbbe Harold Bloom, sono due: il volume curato da Angelo Guglielmi nel 1981 dal titolo programmatico: Il piacere della letteratura. Prosa italiana dagli anni 70 a oggi e quello posteriore di Antonio Franchini e Ferruccio Parazzoli del 1991, Antologia dei nuovi narratori.   I “narratori degli anni zero” (Pincio, Nori, Cornia, Pascale, Permunian, Lagioia, Raimo, Pica Ciamarra, Pugno, Arminio, Morelli, Trevi, Falco, Samonà, Baroncelli, Vorpsi, Ricci, Rastello, Saviano, Jones, Bajani, Pecoraro, Vasta, Pedull...

Abbecedario provvisorio di paesologia

Aquilonia, Andretta, Bisaccia, Cairano, Conza, Calitri, Lacedonia, Morra, Teora, Rocca, Guardia, Sant’Andrea, Monteverde, Trevico e altri paesi ancora.   È in Irpinia d’oriente, già terra dell’osso, che la paesologia e il suo fondatore, Franco Arminio, sono nati. E se osso deve essere, la paesologia è una scapola del paesaggio che si lascia corteggiare dalla poesia e dalla geografia. Una scienza malferma, ma in grado di scardinare pregiudizi anche solo invitando ad accarezzare i cardi nei cimiteri, vive dell’infiammazione emotiva che una residenza anche provvisoria in un paese provoca, a volte bastano solo alcuni minuti. La folla che si accalca intorno al discorso la tiene lontana, è la percezione solitaria il suo baricentro.     Alberi Quelli solitari, che non sono cresciuti con l’ansia di primeggiare. Potete girargli intorno ma non vi daranno mai le spalle.   Anziani Storie e rughe stese al sole come lenzuola.   Bar Non quello all’ultima moda, ma quello con l’insegna dei gelati arrugginita; quello dove dietro al bancone c’è un barista che ha l...

Tre domande a Franco Arminio

Giunge oggi alla quarta e ultima tappa Italia piccola, il ciclo di incontri sulla realtà italiana organizzato dalla Libreria Utopia di Milano in collaborazione con doppiozero.   Abbiamo voluto raccontare luoghi e situazioni degli italiani di ieri e di oggi: l’Italia minore, quella che non ha spazio sui media se non quando accadono catastrofi naturali o tragedie, e gli italiani, diventati un popolo attraverso le vicende unitarie, le migrazioni, le trasformazioni del boom.   Oggi alle 18.30 Marco Belpoliti incontra Franco Arminio, uno degli scrittori più originali della nostra letteratura, per una conversazione sullo stato del Sud, sulla paesologia, la scienza che ha inventato per conoscere la vita dei paesi, e sul suo ultimo libro, Terracarne (Mondadori).   Noi abbiamo rivolto all’autore queste tre domande.     Che cosa è la ‘paesologia’? Va ancora bene definirti paesologo o la categoria, peraltro da te inventata, ti sta stretta?   In estrema sintesi potrei dire che la paesologia è scrivere col corpo dei luoghi in cui si vive o dei luoghi che si attraversano. Una forma di...

Ritratto di Franco Arminio

È difficile fare un ritratto di Franco Arminio. Servirebbe che stesse fermo almeno un attimo, che si limitasse a fare una cosa, o due, non di più. Ma per fermarlo bisognerebbe legarlo. Anche a scattargli un’istantanea verrebbe solo una scia: di un atto o di un gesto, più che un’incerta silhouette della figura; la traccia di una sfaccettatura più che di una faccia. Ma proprio questo potrebbe essere un tratto che lo caratterizza. Invece della descrizione di come è, a definirlo meglio è allora l’insieme di ciò che fa, con i suoi effetti: cosa che negli ultimi decenni agli scrittori capita sempre meno, e con sempre minore incisività. Normale, con i mutamenti della società e delle forme di comunicazione, spiegano gli esegeti più autorevoli. Ciò non toglie che a molti, incluso il sottoscritto, questo non piaccia. Senza nostalgia; per l’oggi e per il domani. Armino, mi pare, è uno che la pensa così: e si comporta di conseguenza.   Comportarsi con coerenza, qui, significa agire nei campi di competenza in modo che l’effetto dell’azione non si fermi ad...

La repubblica degli scrittori

Fra i festival che punteggiano quello che dovrebbe essere l’inizio rinvigorente dell’autunno – ed è invece, quest’anno, strascico estenuato dell’estate – Pordenonelegge si conferma il più stimolante perché il più multiprospettico. Non per interdisciplinarità – ché anzi, rispetto a manifestazioni più giovani e fighette, qui resta la scrittura il focus dell’attenzione – ma nel senso che il fenomeno letterario lo affronta a più livelli e da molteplici punti di vista.     Conversando un paio di anni fa con Carla Bernini e Luca Nicolini – ideatori della manifestazione-pilota e rivale, il Festival di Mantova – si conveniva che queste realtà spettacolari (e talora sin troppo spettacolarizzate) hanno un pregio fondamentale: quello di affiancare alle lit-star globalizzate (da Pordenone sono passati Cunningham e Lansdale, Baricco e la Mazzantini – ma anche Bella Achmadulina e Michel Butor, Naipaul e Yehoshua, Judith Butler, Jean-Luc Nancy e Carlo Ginzburg, Rorty e Agamben, Sloterdijk e Žižek …) le proposte più ricercate e...

Il sabato del villaggio / Rientro tra le parole

Dopo un’estate trascorsa a Camminare (magari alla maniera di Richard Aschcroft come ci fa notare Silvia Mazzucchelli), Doppiozero riparte da Mantova, in occasione del Festivaletteratura, con Sciarà. Un gioco sulle parole dei dialetti, quelle intraducibili e dai significati multipli, a cui sono chiamati a partecipare tutti i lettori.  Sono oltre 350 le parole segnalate su cui oggi alle 17.00 presso il Chiostro del Museo Diocesano di Mantova si terrà l’incontro Pubblica lettura degli Sciarà con Stefano Bartezzaghi, Marco Belpoliti e Raffaella De Santis.     E di viaggio nel tempo e nella storia d’Italia racconta Piazza Garibaldi di Davide Ferrario che accolto a Venezia da ampi consensi e da oltre sei minuti di applausi tenta di ricucire i frammenti di un’idenità sparsa nel tempo e nei luoghi. Giorgio Mastrorocco, autore con Ferrario del film, ci racconta l’avventura di un viaggio in un paese, l’Italia, dall’orizzonte incerto. «Costruire una narrazione frammentaria è forse l’unico modo, per l’autore, di poter parlare della propria vita» ci spiega Anna Stefi...

Senza trauma

“Qualche volta, bisogna riconoscere, il saggio vale più del libro che l’ha provocato”, diceva Luigi Malerba negli anni ottanta, infastidito dal proliferare di una “critica letteraria del tutto fantastica, anche inventiva, ma che considera i libri come puro pretesto per i suoi esercizi di scrittura”. Viene da pensare, leggendo il saggio di Daniele Giglioli Senza trauma (Quodlibet, 2011), che la critica esercitata nel libro sia priva di oggetto, o di un oggetto degno di un qualche interesse e considerazione critica, e che il critico, alla fine, sia il vero (s)oggetto di quelle “scritture dell’estremo” cui il sottotitolo rinvia.   La tesi del libro è duplice, o meglio, una è tesi vera e propria, l’altra è un suo corollario, o legittimazione. Innanzitutto, la constatazione che esista una generazione non più emergente ma oramai compiutamente emersa di scrittori, a far data dagli anni novanta (e dunque di scrittori nati tra gli anni cinquanta e i settanta, grosso modo), storicamente smarcata dai grandi traumi degli scrittori delle generazioni precedenti, confrontatisi forzatamente con l...

Noi e il male

A rileggere oggi le cronache letterarie degli anni Novanta si resta basiti di fronte a categorie che – pure – tennero banco per anni. Per esempio ai “cattivi”, che sarebbero stati i “Cannibali”, venivano allora contrapposti scrittori “buoni” – fra i quali Giulio Mozzi. Coi suoi primi due libri, Questo è il giardino del ’93 e La felicità terrena del ’96, Mozzi s’era rivelato, oltre che un virtuoso della forma racconto, una sorta di palombaro morale: sprofondato in ambiguità e conflitti di tenore filosofico (o teologico), da far tremare i polsi. Così buonista che nel ’98 il suo terzo libro, Il male naturale uscito da Mondadori, poté essere accusato in Parlamento, dal leghista Oreste Rossi, di inneggiare alla pedofilia. Ma il “nero” di questo libro (che sparì di libreria ed è ora riproposto dalla nuova sigla Laurana, con postfazione di Demetrio Paolin e la cronistoria delle sue vicende narrata dallo stesso autore, pp. 216, € 15,50) – insistito, ossessivo, non solo stilisticamente inquietante – non era che il rovescio esplicito...

La stazione di Topolò

Sabato si è aperto presso la Stazione di Topolò – Postaja Topolove, il Festival di Topolò, il più piccolo e inconsueto festival culturale italiano, che prosegue sino al 17 luglio, Moreno Miorelli, uno degli organizzatori ci ha mandato questa presentazione che volentieri pubblichiamo.     Molti si chiedono se esista o meno la Stazione di Topolò / Postaja Topolove, capolinea circondato da boschi fittissimi e dal confine con la Slovenia, in provincia di Udine. Malgrado evidenti lacerti fotografici circa la sua inaugurazione e un incontestabile orario della tratta Cividale-Topolò, impreziosita da ben dodici fermate intermedie, ancora c’è chi ne contesta la realtà.    Quest’anno, quando i vagoni, tra il 2 e il 17 luglio, riprenderanno a sferragliare apparirà addirittura un angelo, l’Angelo delle storie dimenticate, donato da Guido Scarabottolo e posto sul sentiero che collega Topolò/Topolove, estremo lembo orientale dell’ex Ovest, con Livek, in Slovenia, estremo lembo occidentale dell’ex Est. Può provocare sconcerto il recarsi in un luogo con...

Lerici / Paesi e città

Una volta a Lerici c’era il mare. Giuro, ne ho le prove, come dice Arminio. Il mare e altro, ma adesso occupiamoci solo del mare. Come faccio a dirlo? Beh, quando qualche volta ritorno là e, come mia abitudine, mi frugo nel naso (Federico!!! Almeno fallo che io non ti veda! La Signora, la pianista) mi sembra di sentire sempre quel misto inconfondibile di puzzo d’alga e carcassa di granchio in decomposizione. E le mie narici dilatate e sgombre riaprono, come Sesamo, il mondo perduto dei Ravatti ( lericino, in italiano ‘ciarpame’, ‘res nullius’ in latino), roba che noi bambini trovavamo poco sopra la battigia dopo le mareggiate e nascondevamo nelle nostre favolose tasche (e poi nei cassetti, fuori dagli sguardi indiscreti della summenzionata).   Chiamarla roba è forzato: un niente, un tempo, appunto, qualcosa una volta con una forma e una funzione, ora trasformate, resa irriconoscibile dal mare: prima sasso grigio e poi barattolo di Coca Cola (non stupite, a Lerici, nel ’45, aveva già fatto la sua comparsa una delle prime avvisaglie della nuova invasione barbarica, tecnologica questa volta, tanto pi...

Il sabato del villaggio / Kate Moss dal vero

La galerie de L’instant di rue Poitou a Parigi ha da poco inaugurato una mostra dedicata a Kate Moss. Ci vado in un giorno feriale intorno all’ora di pranzo. La mostra presenta foto di vari autori, da Mary McCartney a Paolo Roversi, da Bert Stern a Bettina Rheims. Alcune appese, alcune appoggiate alle cassettiere, altre senza cornice, racchiuse in grandi albi da sfogliare, proprio come album di famiglia.   Mi aggiro nella piccola galleria osservando con gli occhi, ora di Corinne Day ora di Marc Hispard, sempre lo stesso soggetto, la stessa donna. Fino a quando dietro le pose appoggiate al pavimento intravedo una fotografia con ritratti Romy Schneider e Alain Delon: sono abbracciati, giovani, entrambi sorridenti in uno scatto in bianco e nero. Scosto qualche “Kate Moss” e afferro la foto con Romy Schneider per osservarla meglio, ma a mia volta mi sento osservato. Come uno sguardo sulle spalle. Un poco infastidito rimetto a posto la fotografia e voltandomi mi ritrovo in un racconto di Cees Nooteboom come ci descrive Elio Grazioli.   Assuefatto forse alla sua immagine stento a riconoscere di fronte a me non l’ennesima fotografia ma il...