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Germano Celant

(18 risultati)

Hangar Bicocca, Milano / Mario Merz. Igloos

La stagione espositiva dell’Hangar Bicocca di Milano si chiude con una mostra di grande rilievo, dedicata alla figura di Mario Merz. Igloos, aperta fino al 24 febbraio 2019, a cura di Vicente Todolì in collaborazione con la Fondazione Merz di Torino, raccoglie trentuno installazioni di Mario Merz, figura centrale dell’Arte Povera, il più importante movimento artistico che l’Italia abbia prodotto nel dopoguerra. Frutto di importanti prestiti museali, tra cui il Reina Sofía di Madrid, la Tate di Londra e la Nationalgalerie di Berlino, la mostra si sviluppa nello spettacolare spazio industriale delle navate e ha un precedente nell’antologica voluta da Harold Szeemann nel 1985, presso la Kunsthaus di Zurigo, dove trovarono spazio una ventina di igloo. Todolì aveva già avuto modo di lavorare con Merz nel 1999, quando chiamò l’artista a sviluppare il tema della “Casa Fibonacci” per la Fundação Serralves di Porto e propone ora una spettacolare operazione di raccolta degli igloo, forse le opere più note dell’artista.   Mario Merz a Schaffhausen (CH) © Mario Merz, by SIAE 2018. La faccia di Mario Merz è una faccia tragica, antica. Guardando le sue foto, si possono facilmente...

Passato e presente / Se il fascismo è di moda

Dovremmo finalmente far entrare il fascismo a pieno titolo nel nostro patrimonio culturale. Sarebbe l’unico modo per interrompere, almeno per un po’, il meccanismo inceppato della sua evocazione per descrivere il presente. Come un dente di un ingranaggio che scatta indietro dopo un movimento apparentemente coordinato, la moda del fascismo non passa. Se il fascismo è di moda, il fascismo fa la storia della contemporaneità: ma non perché sia riprodotto o ne siano reiterati gli elementi strutturali, piuttosto perché esso viene evocato come una forma del pensiero (malefico) che da settant’anni a questa parte non ha conosciuto periodi di bassa stagione. Questo continuo riferirsi non va, come si potrebbe ingenuamente pensare, nel senso di un lavoro di memoria, ma piuttosto a reificare il significato di un’epoca senza il beneficio di allontanare il suo ritorno, con l’effetto contrario di vivere il nostro presente parzialmente in funzione di essa.   La demonizzazione del fascismo, innescata con forza inaudita dalla formula crociana che lo relegava a una “parentesi” della storia italiana, ha contribuito non solo a un suo studio fortemente ideologizzato ma, più grave, a un deposito di...

Conversazione con Massimiliano Gioni / Diventare curatore: Cultura, Pubblico, Network

43 anni, italiano di nascita e newyorkese di adozione, attualmente è direttore artistico della Fondazione Nicola Trussardi di Milano e Artistic Director del New Museum di New York. Sua è la curatela della Biennale d’arte contemporanea itinerante Manifesta (2004) così come delle Biennali di Berlino (2006), di Gwangju (2010) e di Venezia (2013). Brillante, eclettico, perfezionista, concepisce e realizza progetti espositivi pressoché ineccepibili. Si tratta dell’enfant prodige, ormai diventato adulto, Massimiliano Gioni. Se volessimo rintracciare gli elementi-guida del suo operare da curatore, potremmo forse individuarli in Cultura, Pubblico, Network.    Cultura perché Gioni è uno storico dell’arte coltissimo che intesse le sue mostre di molteplici riferimenti ad artisti, scrittori, filosofi, musicisti, registi, architetti. Si pensi al Palazzo Enciclopedico, progetto curatoriale per la 55a Biennale di Venezia del 2013 ispirato al museo immaginario che l’artista Marino Auriti ideò nel 1955 per ospitare tutto il sapere dell’umanità. E si pensi anche alla mostra La Grande Madre, inaugurata nel 2015 a Palazzo Reale di Milano, che faceva riferimento a testi quali Nato di donna...

Provvisto di occhi, vai

Recentemente ho visitato la mostra Emilio Vedova. Disegni alla Fondazione Vedova di Venezia. Su una lunga parete, un inesauribile tappeto di segni, forme, colore: 347 disegni l'uno accanto all'altro senza soluzione di continuità, realizzati in epoche diverse, su diverso supporto, in diverso formato, con diverse tecniche. L'impatto è fortissimo. Germano Celant, curatore di questo ipnotico allestimento, non ha seguito un criterio cronologico o tematico o dimensionale, o qualsiasi altro criterio immediatamente riconoscibile. Lo spettatore è messo di fronte a una superficie dinamica, traboccante, complicata, difficile da leggere e da dominare da cui lo sguardo è rapito, ma fatica a trovare modalità di lettura. All'ingresso della mostra è disponibile un pieghevole che riporta la mappa dei disegni, ognuno numerato, di cui una legenda riporta titolo, data, dimensione, tecnica. Dato che l'occhio per sue logiche interne rimane colpito da alcuni disegni facendoli emergere dal magma, è inevitabile andare a cercare sulla mappa il pezzo desiderato. In quel momento si capisce che leggere la mappa è ancora più difficile che leggere la superficie cangiante dei disegni, perché trovare all'interno...

Arts and Foods

In città la primavera trionfa: un bel sole scalda l’aria durante il giorno, per poi rinfrescare verso sera. Ne approfitto per andare in Triennale a vedere Arts and Foods, la mostra che è “il padiglione di EXPO in città”, fonte di polemiche per i costi (oltre 5 milioni di euro, ma Sgarbi dice sette) e per il compenso al curatore Germano Celant. Attraverso il Parco Sempione con i prati pieni di margherite e i fidanzati che si baciano sulle panchine mentre ripenso alle notizie più surreali delle ultime settimane: l'offerta del PD milanese di biglietti EXPO superscontati per i neo iscritti, oppure la lite sui ritardi di messa in opera tra Dante Ferretti, scenografo premio Oscar che ha per ora creato orrendi pupazzi arcimboldeschi, e gli organizzatori, risolta con la mediazione dell'ex presidente Napolitano (!). Polemiche più serie riguardano i bandi di gara creati ad hoc, ad esempio sulle affissioni che servono per nascondere i cantieri. Per non parlare di Farinetti che, con Eataly, ha in gestione i ristoranti dell’area senza regolare bando, ma lui se ne infischia degli agguati e contrattacca pubblicando un libro sul...

Robert Mapplethorpe. La ninfa Fotografia

Svelarsi attraverso la costrizione della forma è il paradosso per eccellenza di ogni linguaggio. Il processo stesso di tradurre un pensiero in un'espressione di qualsiasi genere comporta una distanza, uno spostamento fra una verità originaria e la sua effettiva concretizzazione. Ogni cosa, per acquistare un senso percepibile, deve costringersi all'interno di un perimetro che la escluda da tutto il resto, sia una forma materiale, un segno o una parola. L'inquadratura fotografica ne è il fondamentale paradigma visivo: un'immagine ritagliata dal costante scorrere del tempo, che si astrae dall'esistenza in movimento per assumere un senso autonomo, un contenuto imbrigliato in una struttura. Più il significato scalcia ai margini più questi lo trattengono rigidamente. Lo Schiavo Morente di Michelangelo rappresentava idealmente questa relazione fra significato e significante, con la pietra che si animava e allo stesso tempo lottava per straripare dal marmo.   Robert Mapplethorpe ha spesso rivelato di aver sempre avuto un'inclinazione verso la scultura. “Vedeva” le persone come statue, e solo per la particolare epoca storica in cui ha vissuto si è rivolto – dopo una prima esperienza...

VeryBello!

Leggendo le trame dei romanzi di Dario Franceschini si scopre una personalità dimidiata: le storie riguardano qualcuno che è in realtà qualcun altro, oppure un personaggio la cui pubblica identità cela un oscuro passato. Insomma, in una via di mezzo tra Pirandello e Carolina Invernizio sta l'universo letterario (ma forse solo le trame) del nostro ministro dei Beni e delle Attività Culturali, nonché del Turismo, che però può fregiarsi, per alcuni dei suoi libri, dell'onore di essere tradotto da Gallimard. Chissà come sono rimasti male i redattori della prestigiosa casa editrice francese quando hanno saputo che per lanciare i 1000 eventi in giro per l'Italia, il Ministro ha coniato l'espressione: “Very Bello !” per promuovere “un catalogo di straordinarie occasioni per viaggiare nella bellezza”. Oggi la bellezza è una parola prezzemolo, va bene ovunque, anche se i milanesi, più che alla categoria della bellezza ricorrono a quella del “carino” (l’aggettivo che spendono indifferentemente all’uscita di un film di Ozpetek o di un’opera di...

Jan Fabre. Stigmata

Nell'aprile del 1989, nel corso di una lecture tenuta al Rijksalacademie di Amsterdam, Jan Fabre (Anversa, 1958) definisce l'importanza del disegno quale archetipo della sua ricerca artistica, in qualsiasi forma essa si manifesti, e genesi del suo complesso e variegato immaginario.   Per Fabre disegnare è in primo luogo un dialogo fisico, un esercizio corporeo costante, un'esperienza tattile, solo successivamente mentale e psichica. È, come egli descrive, una sorta di “danza dei polsi”, in quanto la scioltezza delle linee – definite con mezzi diversi e su supporti di varia natura – è determinata dall'agilità muscolare della mano, dalla flessibilità delle articolazioni, dallo scorrere rapido delle dita. L'artista si serve dell'organico e dell'inorganico, del naturale e dell'artificiale, del sangue umano o dell'inchiostro di una biro, per solcare e configurare lo spazio: sia esso un foglio di carta o una porzione di corpo, una parete o un palcoscenico.   Per Jan Fabre disegnare è dare vita ad un insieme di segni cangianti che evolvono incessantemente, come ad esempio...

Giulio Paolini e l’Autoritratto con il Doganiere

Nel corso di una conversazione con Carla Lonzi, riportata in Autoritratto (1969), Pino Pascali descrive le proprie “sculture bianche” come “bolle”. Sembra riferirsi all’assenza di una comunità storica di riferimento, all’assenza o scarsità di destinatari dell’arte contemporanea in Italia. Non accetta la condizione di separatezza in cui si trova a operare; e guarda con desiderio carico di rammarico agli Stati Uniti, dove gli artisti sembrano disporre di una facilità e immeditaezza precluse all’artista italiano. Giulio Paolini torna in più occasioni sul tema della “bolla di sapone”, citando un celebre quadro di Chardin oggi conservato al Metropolitan Museum of Art di New York (Bulle de savon, 1733-1734 ca.). L’omaggio paoliniano non ha niente di crepuscolare o nostalgico. E’ una riflessione sulla “grazia” in arte e la capacità di cogliere la bellezza là dove nessuno ha pensato di cercarla, nell’attimo. Sia nella versione pinopascaliana della metafora che in quella di Paolini il tema dell’instabilità dell’immagine artistica si coniuga...

When attitudes Become Form: reloaded

Frutto di un’intuizione folgorante e definitiva o di un lungo e penoso lavoro di cesellatura - il meno è (e?) il più - il titolo di una mostra è sempre un viatico e una promessa, a volte persino una proposta di pensiero. Harald Szeemann ne era ben consapevole e non è certo un caso se tra i tanti documenti, gli appunti, le interviste, gli schizzi e le frammentate memorie raccolte con sistematica cura nel suo archivio, inesauribile giacimento di ossessioni e visioni da poco traslocato con tutti gli onori mediatici dai boschi della Svizzera alle stanze tecnologiche del Getty Research Institute di Los Angeles, più volte si fa riferimento al processo che ha condotto alla scelta dei titoli delle sue esposizioni (delle sue opere, come pure è stato, non senza polemica, detto). E questo vale anche per la mitica mostra che nella primavera del 1969 non si limitò a turbare i placidi ritmi della piccola Berna, attivando una vivacissima catena di reazioni e persino repressioni – ad andarci peggio, ed è fatto significativo, fu Daniel Buren, artista non invitato, fermato dalla polizia per aver affisso senza autorizzazione, ma...

Maria Lassnig e Marisa Merz: il corpo e la grazia

Il premio alla carriera di questa 55a edizione della Biennale di Venezia è stato assegnato a Marisa Merz (Torino, 1931) e Maria Lassnig (Kappel am Krappfeld, 1919), due artiste europee che pur nelle relazioni con i movimenti dei rispettivi paesi hanno seguito percorsi autonomi e altamente individuali. Un'importante selezione di loro opere è ora esposta all'interno della mostra curata da Massimilano Gioni, Il Palazzo Enciclopedico, dove Lassnig e Merz condividono una sala divisa da un tramezzo centrale, interfaccia al tempo stesso di separazione e di incontro.   Senza andare troppo a ritroso nella storia delle due artiste, Gioni ha posto da un lato le pitture ossessive dalle reminiscenze espressioniste di Maria Lassnig, dove colori fluorescenti e dissonanti calcano i profili e scavano le carni di corpi straziati da un disagio interiore più che fisico; dall’altro il cripticismo sensuale ed evanescente dell’artista torinese, Marisa Merz, che sfoggia una libertà compositiva oscillando dal disegno alla scultura, dall’oggetto alla materia, dalla carta allo spazio.   Maria Lassnig, Feistritz 2001. Foto: Sepp...

Giuseppe Penone. La mano che resiste

Acquisito giovanissimo al movimento dell'Arte povera, Penone ne interpreta la componente magico-naturalistica, depoliticizzata e per così dire “amabile”, che Celant patrocina a partire dal 1969. Il volume che oggi raccoglie l’opera dell’artista è più simile a un libro-opera che a un catalogo retrospettivo. Installazioni, disegni e performance en plein air sono raccolti per temi piuttosto che ordinati cronologicamente, quasi a suggerire la tesi di un’indiscutibile identità di percorso, di una coincidenza del principio con la fine.   In realtà si danno cesure e si potrebbero stabilire ragionevoli periodizzazioni storico-artistiche. Penone preferisce tuttavia sottrarsi alla storicizzazione per riaffermare un presupposto mitico: l’analogia tra arte e natura, tra “ingegno” creativo e processi cosmici. Per l’artista, che in un disegno cita non a caso Leonardo, il punto è cruciale: il tema dell’“ispirazione”, del “soffio” demiurgico attraversa la sua attività quasi in ogni momento.   Il dialogo-intervista con Benjamin Buchloh, testo...

Diaconia

Riassumere in poche righe una figura complessa e articolata come Mario Diacono è difficile, se non impossibile. In 83 anni di vita ha assistito al susseguirsi – e contribuito in prima persona ­alla creazione – di linguaggi, stili ed esperienze culturali che hanno prodotto lo scenario storico nel quale operiamo e dal quale tuttora ci alimentiamo.   Mario Diacono è un intellettuale nell’accezione più pura del termine. Nel corso delle sue molteplici attività (scrittore, critico d’arte, poeta visivo, gallerista) ha elaborato un pensiero lucido, teso e coerente che emerge tanto negli scritti quanto nelle sue parole. Nell’arte Diacono ha sempre corso una maratona a fianco del gruppo di testa, dell’avanguardia, cercando di individuare quegli artisti in grado di compiere un passo in avanti rispetto al linguaggio del proprio tempo.   Amico di Sandro Penna e Emilio Villa, segretario di Ungaretti, autore teatrale, professore universitario, autore della prima monografia su Vito Acconci, traduttore di Joyce e Michaux, scopritore di artisti come David Salle, Sandro Chia, Cady Noland e Ellen Gallagher. Un...

Otto volte dieci anni

Arrivando a casa di Giosetta Fioroni, tana segreta stillante di pioggia in riva al Tevere, ogni volta si esita prima di suonare il campanello: sopra il quale brilla ancora la targhetta FIORONI-PARISE. La casa è piccola, si cammina fra muri grondanti colori smaltati e nostalgici. Giosetta saltella oggi come quando quarant’anni fa Parise, proprio, la descriveva camminare «in modo leggero come camminavano le ragazze degli anni cinquanta quando andavano a scuola o a un ballo pomeridiano in casa d’amiche». Che incontrarla significhi in qualche modo fare un’escursione fuori dal tempo lo conferma l’ultima immagine che mi ipnotizza prima di uscire, una grande foto di Plinio De Martiis che la ritrae, a Sperlonga nel 1963, in compagnia di Cy Twombly. Gli occhi di Twombly, giacca leggera e jeans, guardano fuori dall’inquadratura; Giosetta invece – maglioncino nero esistenzialista e morbidi hot pants, abbronzata, i capelli corti un po’ in disordine – guarda dritta in camera. Non so spiegare perché mi commuova tanto, questo suo sguardo. Se ci riuscissi sarei un po’ come Parise, forse. Lei mi guarda guardarla,...

Franco Toselli, gallerista re

Franco Toselli dal 1967 organizza mostre d’arte nella sua galleria a Milano, attraverso la quale sono passati i nomi più importanti dell’intero panorama dell’arte contemporanea. Solo per aver lavorato con gli artisti più rappresentativi della storia dell’arte recente, aver organizzato mostre memorabili e prodotto libri d’artista leggendari, Franco Toselli già merita di sedersi tra le prima fila nell’olimpo dei galleristi. La sua avventura nell’arte dura da 45 anni. È iniziata con Gio Ponti passando per l’arte concettuale (Vincenzo Agnetti, Michael Asher, John Baldessari, Mel Bochner, Gino De Dominicis, Jan Dibbets, Joseph Kosuth, Sol LeWitt, On Kawara, Lawrence Weiner), l’arte povera (Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Luciano Fabro, Piero Gilardi, Mario e Marisa Merz, Giulio Paolini, Giuseppe Penone, Emilio Prini, Gilberto Zorio), la “transavanguardia” (Francesco Clemente, Nicola De Maria, Mimmo Paladino), artisti come Daniel Buren, Giuseppe Chiari, Dan Graham, Joan Jonas, Jan Knap, Gordon Matta Clark, Luigi Ontani, Charlemagne Palestine, Gianni Piacentino, Salvo, Richard Serra,...

Arte Povera oggi

Come tutti sanno, di recente Germano Celant ha disseminato tutta la penisola di mostre sull’Arte Povera: Milano, Roma, Torino, Bari, Napoli. Ho visitato quella di Milano e, senza avere la presunzione di tirare le somme sul movimento, o solo di abbozzarne un ritratto complessivo, un bilancio seppur parziale alla fine si può trarre. L’impressione che ne ho riportato, passeggiando per le sale della Triennale in compagnia di Alberto Garutti, è che a quarant’anni di distanza quelle opere sono più vive che mai.   La sensazione, netta, era di stare in mezzo a opere di oggi, più che di ieri. Non capita lo stesso, per dire, guardando la Pop Art (per rimanere sul coevo). Guardi Warhol ed è, inevitabilmente, invecchiato: è come se le sue opere portassero addosso un cartello con la data; e subito ti immagini la sua Polaroid, James Dean, l’AMERICA (maiuscolo, come il sogno che si guardava da qui, in quegli anni); e poi i Kennedy, i Beatles e i Rolling Stones, l’emporio dei miti degli anni ’60 al completo, per finire con tuo padre che fuma Nazionali alle manifestazioni fuori dall’università....

Leggenda del curatore-eroe

Pubblichiamo questo testo in occasione del Convegno Harald Szeeman in context che si inaugura oggi alla Fondazione Querini Stampalia (Venezia).     Non è forse così ovvio stabilire che la dimensione figurativa, visiva, nasca come immagine pura e semplice e non abbia invece l’implicita e intima necessità di descriversi, la vocazione a trovare un’altra forma più definitiva di sé.   Giulio Paolini, Breve storia del vuoto in tredici stanze, 1988   Nel prendere parte ad un’inchiesta sulla “crisi” della critica sollecitata da Francesco Vincitorio per Notiziario di arte contemporanea, rivista di cui il critico romano è direttore, Germano Celant formula nel novembre 1970 alcune tesi sulla “critica acritica” destinate a suscitare ampia eco[1]. Impegnato nel processo di internazionalizzazione del movimento cui ha dato nome e recente curatore della mostra Conceptual Art, Arte Povera, Land Art alla Galleria civica d’arte moderna di Torino, Celant prende posizione contro la proliferazione di punti di vista e si pronuncia a favore di una critica che,...

Ugo Mulas e vitalità del negativo

Nel dicembre del 1970 si apre a Roma, presso il Palazzo delle Esposizioni, la mostra “Vitalità del negativo”. L’organizza un giovane curatore, Achille Bonito Oliva, che ha lasciato da poco i panni di artista visivo per trasformarsi in organizzatore di eventi artistici. Insieme a lui, vero deus ex machina dell’intera avventura, è Graziella Lonardi Bontempo, fondatrice degli Incontri internazionali d’Arte. Vi partecipano gli artisti più significativi della neoavanguardia degli anni Sessanta: Agnetti, Anselmo, Angeli, Boetti, Bonalumi, Castellani, Gianni Colombo, Fabro, Fioroni, Kounellis, Lo Savio, Manzoni, Fabio Mauri, Paolini, Pascali, Pisani, Pistoletto, Schifano, Zorio e altri ancora.   È la seconda mostra di Bonito Oliva, giovane curatore che sfodera un gran paio di baffi e indossa giacche sportive; la prima è stata a Montepulciano, Amore mio. L’arte italiana è in quegli anni al suo giro di boa in mezzo alla contestazione generale. Sono anni congestionati, convulsi, impulsivi, ribelli, ma pieni di novità. Svolta anche perché è cominciata la “guerriglia”...