Categorie

Elenco articoli con tag:

Giorgio Agamben

(75 risultati)

Žižek, Virus / Slavoj il folle, Slavoj il saggio

A – Buon giorno, B, come stai? Io sto in casa e mi tengo impegnato leggendo l’ultimo repentino libro di Žižek, Virus (trad. it. V. Salvati e F. Ferrone, Ponte alle Grazie, 2020, p. 46). B – Sì, anch’io. A proposito dei “cinque stadi” di cui parla, all’inizio – dalla “negazione” iniziale all’“accettazione” finale –, mi ci ritrovo a proposito della situazione attuale, ma non capisco bene a quale stadio ci troviamo, direi la “negoziazione” … tra il nostro bisogno di uscire e il senso della realtà che forse non abbiamo ancora accettato…   A – Hai detto bene, la parola “realtà” mi pare la questione chiave di questo libretto. Ma devo superare un dubbio a proposito della posizione del nostro. Hai presente Deleuze quando parla dei ragni? Osserva che il ragno ha un solo senso enormemente sviluppato – come la zecca, insetto che suscita altrettanto interesse. Nel caso del ragno è il tatto. E il senso del tatto nel ragno è abnormemente esteso all’ambiente in cui vive, la tela. Il ragno percepisce la minima vibrazione della tela all’impatto con l’insetto e vi si precipita, avvolgendolo mortalmente con i suoi fili.   B – E dunque?   A – Dunque, a me pare, con...

Gian Domenico Tiepolo / L’angelo dell’apocalisse

C’è un magnifico quadro di Gian Domenico Tiepolo a San Polo in cui ritrae Vincent Ferrer, un predicatore domenicano morto 300 anni prima noto ai suoi tempi come l’angelo dell’apocalisse. Tutte le religioni sono da sempre piene di questi annunciatori: se hai con Dio un dialogo tanto intimo da poter ascoltare dalla sua voce il rischio della fine imminente dell’umanità, è difficile che di questo annuncio tu possa far altro che una predica. Un discorso alle folle in cui per definizione non si ascolta o partecipa, ma si arringano gli altri, che magari si distraggono e parlano tra loro.   Il quadro di Tiepolo però è dominato in realtà da un’altra figura in primo piano: si copre il viso con il bavero della giacca, non si capisce bene se sia un uomo o una donna. Forse il giovane non sopravvivrà alle sciagure annunciate dal predicatore, ma non vi partecipa. C’è qualcosa di estraneo, curioso e distaccato che è anche la chiave di un suo segreto. Forse malizioso. Chissà cosa pensa, se cerca di dissimulare il suo dissenso, come era stato abituale per chiunque pensasse a cose stravaganti come l’eliocentrismo negli anni della controriforma. Come deve essere stato apparire liberali nella...

Sullo spirito dell’India e la gnosi occidentale / Negare il mondo?

Negare il mondo? è il sesto saggio di una raccolta pubblicata da Peter Sloterdijk nel 1993. Si tratta di un periodo fondamentale per l’evoluzione del pensiero del filosofo di Karlsruhe, che in quegli anni non aveva ancora prodotto le sue due opere più lunghe e compiute, la trilogia di Sfere e la summa antropologico-filosofica di Devi cambiare la tua vita. Proprio per questo, tuttavia, nella costellazione di brevi saggi scritti in quegli anni è possibile seguire i percorsi attraverso i quali prenderanno finalmente forma i tratti essenziali della sferologia e dell’antropotecnica.  Il testo, tradotto e curato da Antonio Lucci, è pubblicato nella collana Umweg dell’editore Inschibboleth di Roma, una serie di pubblicazioni piuttosto ambiziose, che hanno il merito di integrare l’offerta culturale in lingua italiana con proposte che attingono a correnti culturali ancora non del tutto attive nel nostro paese, dalla filosofia dei media al postumanesimo, passando per quel modo del tutto peculiare di concepire la storia della cultura che ha preso forma in Germania sotto la guida di pensatori come lo stesso Sloterdijk e Thomas Macho.  Come recita il sottotitolo della traduzione...

Giorgio Agamben. Studiolo

Il sotteso o il sottofondo delle immagini. È del tutto evidente che un’immagine consiste in ciò che essa stessa espone visibile e che, pertanto, la sua natura – il suo essere – coincida con il suo apparire, ovvero che è la sua fenomenologia a costituirne l’ontologia. Nella storia della conoscenza umana l’immagine ha sempre costituito il principio, il mezzo e il fine della visione. Sotto un’altra prospettiva può anche essere concepita come un’offerta di operosità all’incessante ramingare dello sguardo. Tuttavia anche l’immagine, in particolare quella dipinta, poggia su di un supporto che, per quanto minimo, presenta una profondità e oppone al lato offerto allo sguardo un altro lato oscuro, corrispondente a una sorta di sottofondo generalmente trascurato.    Ognuno di noi è legato a delle immagini particolari che, per una ragione o per un’altra, sedimentano sul fondo di quanto abbiamo ritenuto essere memorabile. Nei palazzi rinascimentali alcune immagini venivano custodite con cura in una piccola stanza, lo studiolo, nella quale il principe si ritirava quando, isolandosi dalla vita mondana, desiderava entrare in una sorta di personale paradiso dei sensi e della mente....

Fulvio Carmagnola / L’economia dell’immaginario

Fulvio Carmagnola è un filosofo che s’interroga da tempo sul ruolo ricoperto dall’economia dell’immaginario nella società. Un’economia che presenta una natura paradossale, in quanto tiene insieme due elementi opposti ed è proprio ciò a renderla affascinante, ma è anche inspiegabile da parte di un pensiero come quello della modernità, che funziona sulla base della logica razionale. Carmagnola, inoltre, è da sempre attratto dagli oggetti, da quelli cioè che rappresentano il principale interlocutore dell’essere umano e occupano vistosamente il mondo in cui questi vive e opera. Si è occupato perciò frequentemente di merci, merci di culto, gadget, auto, moto, ecc. Da qualche anno, però, la sua riflessione si è concentrata in maniera ancora più incisiva sugli oggetti. Nel 2015, ha prodotto un libro di piccole dimensioni ma estremamente denso: Dispositivo. Da Foucault al gadget (Mimesis). In tale libro, Carmagnola condivideva la posizione di Giorgio Agamben (Che cos’è un dispositivo?, Nottetempo) secondo la quale nel mondo esistono due grandi gruppi o classi: gli esseri viventi e i dispositivi. I soggetti sono il risultato della relazione dialettica che si instaura tra gli esseri viventi...

20 gennaio 1920 - 20 gennaio 2020 / La Roma di Fellini: città eterna, città interna

Cento anni fa, il 20 gennaio 1920, nasceva a Rimini Federico Fellini. Lontano dalle celebrazioni, su doppiozero vogliamo raccontare un regista-antropologo che ha saputo penetrare come pochi altri l’identità (politica, storica, sessuale) italiana. Uno sguardo critico e al tempo stesso curioso, da “osservatore partecipante”, che si affianca a quello di tanti altri intellettuali e artisti (da Leopardi a Gramsci, da Salvemini a Bollati) che negli ultimi due secoli hanno cercato di spiegare quello strano oggetto chiamato Italia.  Abbiamo voluto raccontare Fellini attraverso i personaggi e i luoghi dei suoi film: dallo Sceicco Bianco a Casanova, da Gelsomina a Cabiria, da Sordi a Mastroianni, dalla Roma antica a quella contemporanea, passando ovviamente per la provincia profonda durante il Ventennio fascista. Una sorta di “album delle figurine” per aprire nuovi sguardi su un cineasta forse più amato (e odiato) che realmente studiato. Per questo abbiamo deciso di aprire l’album con un intervento del nostro collaboratore Alessandro Carrera, che, con il suo recente Fellini’s Eternal Rome: Paganism and Christianity in Federico Fellini’s Films (Bloomsbury 2019), ha fornito un originale...

Amici e nemici / Cosa significa “Patria” oggi

Le origini del significante Patria   I termini delle lingue indoeuropee che stanno per “patria” hanno questa particolarità: connettono la propria nazione alla famiglia. La patrie francese, la patria italiana, la Vaterland tedesca, ecc., legano la propria terra di appartenenza alla paternità. In altre lingue la patria è piuttosto connessa alla maternità, come nell’italiana madrepatria. Anche nell’inglese homeland la propria terra è “home”, la casa. Insomma, l’idea stessa di patria è un’amplificazione della famiglia, dell’oíkos come dicevano i Greci. Malgrado questa quasi-identificazione della patria alla famiglia, molti studiosi pensano che quella che i Greci chiamavano polis, la città, sia un superamento dell’oíkos, della casa o famiglia, un salto di qualità. Anche se il concetto di polis rimanda a un progetto di armonia, di amore fraterno reciproco, come dovrebbe essere in qualsiasi famiglia. Ma le cose non stanno affatto così. Una studiosa francese, Nicole Loraux, ha mostrato che proprio perché il concetto greco di pólis, città, è concepito come una dilatazione della famiglia, la propria pólis è un luogo di conflitto e di guerra civile. I Greci chiamavano stásis la guerra...

Saturazione / Paesaggi fragili

Olivo Barbieri –Site-specific Shanghai. 1. Come nell’Eden, dove era stato piantato un giardino, il tutto durò poche ore, sembra sei ore, prima che l’uomo e la donna presenti, smettendo la passività della contemplazione, violassero l’esistente e la sua regolazione, così al momento di accorgerci del paesaggio ci siamo accorti della sua fragilità, della sua precarietà, della sua dissoluzione. Allorquando un luogo giunga a mostrare la sua propria struttura senza spazi e margini di vuoto e di interpretazione, presentando come un tutto pieno il suo esterno e il suo interno, noi diciamo che quel luogo è saturo, ovvero dà di sé un’espressione satura, propone e offre un paesaggio saturo. Quel luogo, quell’oggetto, quell’artefatto, come accade per il Centre Pompidou di Parigi, per mostrarsi in immagine e azione, in percezione e movimento, per offrirsi, può solo ricorrere, e di fatto ricorre, ad un’affordance satura. La sua struttura, il suo interno nudo e crudo, letteralmente sviscerano se stessi per generare un significato, e ci riescono solo in quanto il processo di sense-making aderisce, coincidendo, alla cosa stessa che si è denudata per esprimersi. Nessuno svelamento è necessario,...

Cosmopoliti di tutti i paesi, ancora uno sforzo! / Derrida a Riace

Presenze ingombranti e da tempo in declino, gli Stati sono dei grandi organismi all’apparenza irrinunciabili. È proprio agli Stati che noi chiediamo di risolvere le grandi questioni del nostro tempo, per esempio quelle che riguardano le migrazioni: quale Stato accoglierà coloro che sono appena sbarcati da una nave? E quanti? Sembra che il passaggio epocale che stiamo vivendo si risolva in questa aritmetica amministrativa che divide vite, le indirizza, le piazza, come si farebbe con qualunque genere di merce che attraversi i confini. La stessa impasse che l’Unione Europea attualmente vive si può ricondurre in buona parte a questa logica distributiva: l’Italia dichiara di non accettare ulteriori migranti (benché le statistiche a disposizione di tutti mostrino come il loro numero complessivo sia irrilevante), chiede alla Francia o alla Germania di fare la loro parte, etc. In mancanza di argomentazioni veramente politiche, sceriffi e giustizieri inscenano un conflitto sociale, che si traduce in consenso politico. Nell’ipocrita promessa di proteggere un territorio dagli effetti di scenari planetari, aleggia costantemente la minaccia di una catastrofe, la cui soluzione ci si dice...

Paradisi / Giorgio Agamben “Il regno e il giardino”

Michel Foucault, nel suo breve saggio (uscito nel 1984) sui “Luoghi altri”, definì il giardino “un’eterotopia felice”: una definizione forse anche troppo positiva, ma comunque indicativa del fatto che il giardino, per il filosofo francese, rappresentava la realizzazione di una serie di caratteristiche utopiche in un luogo reale, assumendo caratteri spaziali e simbolici fortissimi. Del carattere di luogo simbolico, che dà da pensare, proprio del giardino sembra che i filosofi siano da sempre stati ben coscienti: dal giardino in cui si ritiravano (secondo il motto “vivi nascostamente”) gli epicurei, a quello che consigliava – come ricorda nell’epigrafe al suo ultimo libro anche Giorgio Agamben – di coltivare Voltaire alla fine del suo Candide, passando per il giardino di Herrenhausen ad Hannover, in cui non solo Leibniz amava passeggiare e filosofare, ma che egli stesso contribuì a progettare grazie alle sue conoscenze di matematica e di ingegneria, per fare solo qualche esempio.   Si potrebbe addirittura arrivare a dire che, per comprendere come le società antiche hanno immaginato la propria versione ideale – il proprio paradiso – bisogna guardare al modo in cui esse hanno...

Abitare senza appartenere / Margherita Moscardini. Abitare senza appartenere

Il Parco Cervi di Reggio Emilia è affollato da un capannello di persone riunite attorno a un’“isola” di marmo, disposta in maniera obliqua rispetto al terreno. Una targa informa i visitatori che la fontana sarà attiva in una precisa fascia temporale durante la settimana. Tra i visitatori giunti appositamente per assistere all’inaugurazione del nuovo progetto dell’artista Margherita Moscardini, patrocinato dalla Collezione Maramotti, si mescolano curiosi, addetti ai lavori e cittadini. Tra questi, una signora con un volpino ben pettinato si tiene in disparte rispetto al capannello dei presenti e osserva l’opera, per poi sbottare in un’espressione salace che condensa tutto il suo disappunto. Prima che io possa aprire bocca, la signora si volta stizzita e se ne va, trascinandosi dietro il volpino. Rimango interdetta di fronte al giudizio apodittico, figlio di uno sguardo distratto, sputato per respingere un oggetto che ai suoi occhi ha la colpa di essere uno “spreco di soldi”. L’idea che un’opera d’arte possa ancora creare disagio in uno spettatore mi appare, un attimo dopo, un merito, soprattutto nella misura in cui il lavoro di Margherita Moscardini non presenta alcun carattere...

Making di Tim Ingold / Pensare con il produrre

Abbiamo ancora negli occhi le immagini tremende del rogo di Parigi, Nôtre-Dame avvolta dalle fiamme. Il fuoco consuma la foresta di travi che sosteneva il tetto, la guglia ottocentesca crolla, la forma della cattedrale viene stravolta davanti ai nostri occhi. Questo ci costringe a considerare l’edificio monumentale non più come un oggetto immutabile e compiuto, ma come una cosa, fatta di materiali la cui storia non si è mai in realtà arrestata in una forma definita. Il fuoco innesca il cambiamento della forma, lasciandoci di fronte allo scandalo di una Nôtre-Dame diversa, non più congruente con l’immagine in cui l’avevamo cristallizzata.    “Le forme delle cose” ci ricorda Tim Ingold nel capitolo dedicato all’analisi della materialità degli oggetti del suo testo Making, sono “generate nei campi di forze e nelle circolazioni dei materiali, i quali trascendono ogni confine che potremmo tracciare tra artefici, materiali e ambiente circostante”. Così, il rogo sciagurato ha portato il nostro “flusso della coscienza”, come lo definisce Ingold, ovvero la nostra comprensione della forma della cattedrale come oggetto finito, a corrispondere forzatamente con il “flusso del...

Nell'anniversario della morte di Ibsen / Casa di bambola. Per amare Nora

Ho studiato di recente l’opera celeberrima, Casa di bambola (1879), di Henrik Ibsen. Fortuna ha voluto che leggessi nello stesso periodo un libro pregevole, L’amore del pensiero di Gianni Carchia, prematuramente scomparso nel 2000. Il libro, già pubblicato da Quodlibet nel 2000, sarà presto riproposto insieme a tutti gli altri scritti di Carchia dallo stesso editore, in una collana dedicata. Parlo di fortuna perché l’ampio orizzonte in cui si muove Carchia, fornendo un’interpretazione aggiornata delle opere dello spirito e in particolare dell’arte, è prezioso per una rilettura per certi versi sorprendente di un quadro come di un capolavoro drammaturgico, ma alla fine di noi stessi, del nostro mondo, del modo in cui pensiamo e sentiamo.   Casa di bambola si impernia sul segreto di Nora, sulla sua drammatica e imprevista irruzione sulla scena. Improvvisamente minaccia di rivelarsi agli occhi di tutti qualcosa che doveva restare nel buio e nel silenzio nella vita di una famiglia della media borghesia, alla vigilia di una tappa importante, una promozione sul lavoro del marito Torvald. Essa è attesa con trepidazione perché rappresenta la fine di restrizioni finanziarie della...

Dialetto, ma non solo / La lingua doppia della poesia

La poesia in dialetto ha una lunga e gloriosa tradizione nella nostra letteratura, da Carlo Porta a Giuseppe Gioachino Belli, da Salvatore Di Giacomo a Giacomo Noventa. Negli anni ’70 e ’80 del Novecento si è assistito a una sua nuova fioritura con autori come Franco Loi, Raffaello Baldini, Franco Scataglini e altri. Anche allora però (o proprio allora) l’uso del dialetto faceva storcere il naso a qualcuno: il sospetto era che questa scelta costituisse una fuga all’indietro, una scorciatoia, un lasciapassare per dire ciò che in lingua non si poteva più dire. Nella sua Introduzione a Stròlegh di Franco Loi (1975), Franco Fortini avvertiva senza troppi complimenti: “Ho un pregiudizio sulla poesia dialettale. Mi nasce diffidenza per la illusoria immediatezza offerta dall’abbandono al suo scivolo struggente, emozionante; come per dire ‘basta’ ad altro, ad altra fatica”.  Per un certo periodo, grazie al crescente interesse della critica, la poesia in dialetto arrivò a costituire in Italia quasi una moda, anche come reazione ai salamelecchi di molta produzione in lingua. Passato il momento di gloria ha continuato il suo corso, ma un po’ più in ombra.    Oggi, con i primi...

La scrittura della destituzione? / Kafka. Nella tana della metafora assoluta

È online K. Revue trans-européenne de philosophie et arts, un progetto nato dalla collaborazione tra il laboratorio CECILLE dell’Università di Lille e il Dipartimento di Filosofia dell’Università di Messina. La dirigono Pierandrea Amato e Luca Salza.  Il primo numero monografico è dedicato a Kafka (Kafka, la scrittura della destituzione?) ed è disponibile a questo indirizzo.  Ne presentiamo qui un estratto, la prima parte di un saggio del germanista Gianluca Miglino.    Quando nell’inverno tra il 1923 e il 1924 scrive il frammento narrativo noto, a partire dalla prima edizione di Max Brod, con il titolo Der Bau (La tana), Kafka ha ormai alle spalle gran parte della propria parabola letteraria. Alla fine di agosto del 1922 è stato infatti costretto a interrompere la composizione del suo ultimo grande romanzo, Das Schloss (Il castello), a causa di un devastante crollo nervoso. E nel dicembre, proprio durante il lavoro alla Tana, consegna allo stesso Brod il testamento con il quale ordina all’amico di bruciare tutti i suoi manoscritti e di risparmiare soltanto i pochi racconti pubblicati. Il parallelismo tra questo testamento, la sua definitiva rinuncia alla...

Desiderio e immaginazione / Babbuini “creativi” e umani conformisti

Ugo Morelli terrà a BookPride una delle tre conferenze sul desiderio da noi organizzate in collaborazione con Fondazione Circolo dei Lettori di Torino. Come declinare la parola desiderio? Con tre verbi cui potrebbe corrispondere la sua azione, invisibile eppure importante. Gli incontri suggeriscono tre chiavi di lettura, per illuminarlo da prospettive diverse ma anche convergenti. Perché il desiderio, nella sua continuità, è mutevole e cangiante. Qui il programma dei tre incontri di questo fine settimana alla Fabbrica del Vapore di Milano.   La scena si fa sempre più confusa. Noi umani eravamo quelli razionali, eravamo proiettati alle novità, alla virtù e alla conoscenza. Tutti gli altri animali, invece, erano impegnati a vegetare, passivi e inferiori, giacendo nella loro subordinazione nella scala di un’evoluzione supposta progressiva. Una bella proiezione, non c’è che dire! Mentre si sgretolano le certezze della nostra superiorità e si traducono in distinzione della specie umana per alcuni aspetti specifici, ci ritroviamo non solo a fare i conti con la ferita narcisistica della perdita della presunta superiorità, ma anche a cercare di comprendere quali siano gli antecedenti...

Letto in un’altra lingua / Nicolas Mathieu, Leurs enfants après eux (Premio Goncourt 2018)

Heillange non sembra una città immaginaria, appare più come un'isola, con un lago al posto del mare a separarla dal mondo. Esistono numerose isole, come spiegava Margaret Cohen, recalcitranti alle trasformazioni e ai cambiamenti: a ben vedere non è il caso di Heillange. Heillange è semplicemente passiva, un luogo in cui le cose sembra che accadano solo perché devono accadere, con il lavorio del tempo capace unicamente di generare un cambiamento ripetitivo e quasi indifferenziato. È qui, in questo spazio vuoto situato da qualche parte nell'Est della Francia, che è ambientato il romanzo di Nicolas Mathieu Leurs enfants après eux (Actes sud, 2018), insignito di recente, un po' a sorpresa, del prestigioso Prix Goncourt (il corrispettivo del nostrano Premio Strega).      Mathieu (1978), alla sua seconda prova da romanziere, ricostruisce in questa narrazione la crisi economica, sociale, quindi culturale di una zona che tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta ha subito l'onta feroce della deindustrializzazione a seguito della chiusura definitiva della Metalor, l'acciaieria che per decenni aveva dato lavoro a tutta una comunità: «Durante un secolo gli...

Pinocchio al Circolo dei Lettori / Il Paese senza Balocchi

Sabato 19 gennaio al Circolo dei Lettori di Torino Carissimo Pinocchio, una giornata nel paese dei Balocchi. Pubblichiamo, come anticipazione ai tanti incontri di questa giornata dedicata al burattino, l'introduzione di Stefano Bartezzaghi all'edizione Einaudi del 2014.   Pinocchio de' Pinocchi È stato chiamato uno, bino, trino ma il sospetto è che su Pinocchio ci avesse visto giusto, e fin da subito, Carlo Collodi. Fa dire a Geppetto:   Ho conosciuto una famiglia intera di Pinocchi: Pinocchio il padre, Pinocchia la madre e Pinocchi i ragazzi, e tutti se la passavano bene. Il più ricco di loro chiedeva l'elemosina.   I commenti al passo in cui Pinocchio ottiene il suo bel nome si sono concentrati essenzialmente sull'ironia favolosa della battuta finale, trascurando una questione onomastica che tanto trascurabile invece non è.  Il nome proprio è, o dovrebbe essere, indeclinabile. Con il burattino, che qui peraltro non era ancora nato, va diversamente: e si vede allora che Pinocchio non è tanto il nome proprio di un personaggio, quanto il nome comune di un genere. Forse è più preciso dire che si tratta, assieme, di nome e cognome: Pinocchio de' Pinocchi.  I...

Arte come rinaturazione alla Galleria Nazionale di Roma / Non è la fine del mondo

«Un po’ di possibile, sennò soffoco», invocava Gilles Deleuze nell’Immagine-tempo (dieci anni prima di trarre le conseguenze, di quell’esaurimento). E se la premessa è che «abbiamo bisogno di ragioni per credere a questo mondo», uno dei pochi gesti intellettuali che nel nostro tempo provino a trovarle, queste ragioni, è Il mondoinfine: vivere tra le rovine, la mostra-concetto (come si dice concept-album) ideata da Ilaria Bussoni (e a cura sua e di Simone Ferrari, Donatello Fumarola, Eva Macali e Serena Soccio, fino al 23 gennaio alla Galleria Nazionale di Roma).    Chiara Bettazzi, Il mondo infine.   Bussoni è una giovane filosofa che dopo una formazione parigina ha messo al lavoro il pensiero nella forma dell’immaginazione editoriale, dando vita fra l’altro presso DeriveApprodi una collana, Habitus, che ha superato i venticinque titoli (densissimo, infatti, il catalogo-manifesto della mostra). A inaugurarla un testo imprevedibile di Gilles Clément, l’Elogio delle vagabonde: «erbe, arbusti e fiori alla conquista del mondo», in una rinaturazione (o rinselvatichimento) del paesaggio dopo la fine del cosmo ordinato che è stato il sogno, e l’incubo, dell’Homo sapiens...

La poesia che (non) insegna / La prima guerra mondiale di Andrea Cortellessa

A vent’anni dalla sua prima uscita, Bompiani ripubblica il libro di Andrea Cortellessa, Le notti chiare erano tutte un’alba. Antologia dei poeti italiani nella prima guerra mondiale (nel 1998 era stato edito da Bruno Mondadori con una prefazione di Mario Isnenghi). Si tratta di un’edizione notevolmente ampliata e aggiornata, e non solo per ragioni di canone (autori e testi aggiunti) o bibliografiche. Cortellessa si impegna a fare il punto su una serie di questioni storiografiche che vanno ben al di là di un orizzonte letterario, e comportano una rilettura complessiva delle ricerche sulla prima guerra mondiale. Il particolare – la poesia – riesce a fare luce su una totalità di fenomeni extraletterari.   Ma andiamo con ordine. Non c’è dubbio che un intento del genere caratterizzava anche la prima edizione. Ne faceva fede la sofferta e decisamente irrituale prefazione di Mario Isnenghi: che da un lato appariva ammirato nei confronti di quel giovanissimo e bravissimo studioso, ma dall’altro lato era insospettito dal fatto che una tesi forte – di natura, diciamo, risolutamente pacifista – mettesse in discussione le acquisizioni di una storiografia che negli anni Sessanta lo stesso...

Edizione integrale / Homo Sacer. Intervista a Giorgio Agamben

Il 25 ottobre 2018 è uscita in edizione unica per i tipi Quodlibet l’opera che ha tenuto Giorgio Agamben impegnato per vent’anni, vale a dire il progetto Homo sacer. Questo, apertosi con il volume omonimo, uscito nel 1995, si è concluso, infatti, con quello che porta la numerazione IV.2, L’uso dei corpi, uscito nel 2014. Nei volumi che fanno parte di quest’opera sono stati definiti e introdotti nel dibattito filosofico concetti che poi diverranno patrimonio comune (anche nel loro essere stati spesso oggetto di critiche) della filosofia contemporanea: quello di “sacertas”, di “nuda vita”, di “campo”, di “forma-di-vita”, la dicotomia “bios/zoe”, per nominarne solo alcuni. L’enorme successo in particolare del primo volume del progetto nel mondo anglosassone ha creato le premesse per la diffusione dei dibattiti avanzati da Agamben a livello planetario (Agamben è al momento, con ogni probabilità, il filosofo italiano più conosciuto all’estero), tra i cui effetti di ritorno vi è anche quella che poi sarebbe stata definita Italian Theory, ossia un movimento di autoriflessione e di interrogazione della filosofia italiana sulle proprie categorie fondative, che ha investito anche (e...

Creazione e anarchia. L’opera nell’età della religione capitalistica / Giorgio Agamben. Le anarchie del potere

Se ne L’uso dei corpi (Neri Pozza 2014), il volume che logicamente chiude la serie Homo sacer, Giorgio Agamben, quasi in esordio, sosteneva che ogni opera «non può essere conclusa, ma solo abbandonata (e, eventualmente, continuata da altri)» (p. 9), l’aver “abbandonato” il progetto in questione non è affatto coinciso con un abbandonare la pratica della scrittura da parte dell’autore. Agamben ha continuato, con una costanza sorprendente, a pubblicare una serie di libri, dall’oggetto apparentemente disparato, che però rappresentano a loro modo una continuazione coerente del suo percorso. Da un lato ci sono lavori che sviluppano e approfondiscono il tema della “forma-di-vita” (Autoritratto nello studio, Che cos’è reale?, Pulcinella), dall’altro una serie di testi, per lo più raccolte di saggi d’occasione, che approfondiscono il punto di vista dell’autore su temi centrali della sua opera. In questo senso vanno letti Che cos’è la filosofia? e Il fuoco e il racconto, quanto anche il recente Creazione e Anarchia. L’opera nell’età della religione capitalista, uscito da poco per i tipi Neri Pozza, che raccoglie cinque conferenze tenute tra il 2012 e il 2013 presso l’Accademia di...

7 gennaio 1912 – 22 gennaio 1990 / Giorgio Caproni: “edificante” o spaesante?

Nel giugno 2017, alla prova scritta di Italiano della Maturità (fatico ancora a chiamarlo Esame di Stato), veniva proposta come traccia per l’analisi del testo una poesia di Giorgio Caproni, Versicoli (quasi) ecologici, tratta dalla raccolta postuma Res amissa (1991, a cura di Giorgio Agamben):    Non uccidete il mare, la libellula, il vento. Non soffocate il lamento (il canto!) del lamantino. Il galagone, il pino: anche di questo è fatto l’uomo. E chi per profitto vile fulmina un pesce, un fiume, non fatelo cavaliere del lavoro. L’amore finisce dove finisce l’erba e l’acqua muore. Dove sparendo la foresta e l’aria verde, chi resta sospira nel sempre più vasto paese guasto: “Come potrebbe tornare a essere bella, scomparso l’uomo, la terra”.    Come riportavano i quotidiani del giorno dopo, i poveri maturandi erano perplessi e preoccupati. “Caproni? E chi è? Chi l’ha mai fatto?”. Già. Nell’ultimo anno delle nostre superiori, i poeti più “moderni” che si fanno sono di regola Gozzano, Saba, Ungaretti, Montale. Tutti nati nell’Ottocento. Alla scuola italiana uno come Caproni, che è del 1912, sembra ancora oggi troppo “nuovo”, troppo “giovane”. Intendiamoci, nei...

Dall’epifania del divino alla favola mediatica / Verso il post-simbolico

Che cosa accade al simbolico nelle attuali società ipermoderne? Questa dimensione fondante delle civiltà umane tende a sparire o comunque a indebolirsi in un mondo sociale che si presenta come sempre più dominato dalle narrazioni e dalle rappresentazioni mediatiche? Il filosofo Fulvio Carmagnola ha tentato di dare una risposta a questa rilevante questione con il denso volume Il mito profanato. Dall’epifania del divino alla favola mediatica (Meltemi). Entrando in profondità all’interno delle analisi sviluppate dai più importanti studiosi dell’area antropologica, è arrivato in sintesi a sostenere che oggi è in atto un progressivo indebolimento del simbolico, al punto che si può parlare dell’ingresso delle società odierne in una condizione «post-simbolica».   Vale a dire che il simbolico, cioè una particolare dimensione della società che facendo uso del mito, della magia e dell’irrazionale tende a produrre una separazione tra la cultura umana e la natura, sembra perdere la sua sfida rispetto all’enorme potere di fascinazione posseduto oggi dall’immaginario mediatico. Ne consegue che il mito vede progressivamente dissolversi quei legami con la dimensione del sacro che lo...