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Karl Marx

(43 risultati)

Palazzo delle Esposizioni, Roma / Julian Rosefeldt. Manifesto

Con certezza, la chiave di lettura dell’intero corpus artistico di Julian Rosefeldt è “mantenere la storia presente”, seguendo pedissequamente quanto sostiene Andrej Tarkovskij nella citazione “senza la memoria, una persona diventa prigioniera di un’esistenza illusoria, cadendo fuori dal tempo, non riesce a trovare il suo collegamento con il mondo esterno”. Come un filo rosso che collega e percorre ogni sua opera, sin dai primi lavori affiora l’esigenza di portare alla luce quelle tracce storiche che attraversano l’attuale quotidiano, perché sono “il fondamento di ciò che al momento siamo”. Quelle tracce, che già nella prima opera realizzata nel corso dei suoi studi di architettura, ha ricercato e rinvenuto nella sua città natale. È, infatti, negli edifici di Monaco di Baviera che individua quanto è rimasto del Partito Nazionalsocialista di Adolf Hitler. Nonostante molti di essi non mostrino più tale passato, numerosi palazzi furono appositamente costruiti e, altrettanti, furono requisiti agli ebrei, per impiantare il quartier generale nazista per il quale lavoravano circa seimila persone, dislocati in sessantotto edifici. Seppure ad alcuni è stata cambiata la destinazione d’uso e...

Pigrizia marxista / La morte di Laura Marx

«Suvvia, oziamo in qualsiasi cosa, eccetto che nell’amare e nel bere, eccetto che nell’oziare». G. E. Lessing, citato da Paul Lafargue.   In questi giorni si celebra il bicentenario della nascita di Karl Marx, ma io vorrei celebrare piuttosto la morte della figlia Laura. Non è un anniversario, perché questa morte avvenne nel 1911. Laura è morta suicida, assieme a suo marito, il celebre rivoluzionario Paul Lafargue. Laura morì a 66 anni, Lafargue a 69. Oggi ho l’età di Lafargue quando morì, e quindi per me la sua dipartita è una sorta di anniversario, perché, come si vedrà, le ragioni per cui lui si uccise potrebbero essere anche le mie. La sera del 26 novembre 1911 Laura e Paul rientrano nella loro casa di Draveil, piccolo centro vicino a Parigi. Hanno visto nella Capitale uno spettacolo che all’epoca era considerato ancora cosa chic, un film. Prima di ritirarsi in camera, si intrattengono amichevolmente con il giardiniere di casa. La mattina dopo questo stesso giardiniere trova Laura e Paul entrambi seduti, vestiti, su due poltrone, morti per un’iniezione di acido cianidrico. Nel testamento lasciato da Lafargue, si legge:   "Sano di corpo e di spirito, mi uccido prima...

Ambiguità e doppiezze / Il ’68 jugoslavo: l'anno tabù

Avevamo sognato tutto molto diverso con i nostri libri, dietro il muro del nostro giardino fra i mirti e gli oleandri. Georg Büchner, Leonce e Lena   Tre anni dopo il ’68, il Maspok, il movimento della Primavera croata che chiede più autonomia, sei anni dopo la quarta Costituzione del dopoguerra considerata una delle cause del processo di rifeudalizzazione. Dodici anni dopo, la morte di Tito − il paese si ferma, la folla scandisce: Noi siamo di Tito, Tito è nostro, Tito siamo noi. I volti ripresi dalle telecamere rivelano ansia e paura, il pianto è collettivo perché sono in molti a temere che, insieme a quello di Tito, si stia celebrando anche il funerale della Jugoslavia. Diciassette anni dopo, un’ondata di scioperi, una crisi interminabile, e l’irresistibile ascesa di Slobodan Milošević, leader del «risorto nazionalismo serbo». Ventidue anni dopo, le prime elezioni pluripartitiche del dopoguerra. Nel giugno 1991 iniziano le guerre inter-jugoslave di fine Novecento. Appartengono ai «conflitti irrealistici», visti con gli occhi della sociologia politica hanno solo in parte «finalità calcolabili». Eppure, il farsi bellico sarà una carneficina infinita. Il presente rimesta e...

I libri che hanno cambiato la storia / Possiamo fare a meno delle monografie?

In questo periodo, si è scritto molto a proposito dell’anniversario della rivoluzione russa avvenuta nel 1917. Ma questo importante evento sociopolitico non avrebbe probabilmente avuto luogo se Karl Marx non avesse pubblicato esattamente cinquant’anni prima un saggio teorico fondamentale come il primo volume del Capitale. I saggi monografici rilevanti, infatti, possono modificare e addirittura sconvolgere il processo evolutivo delle società. Basti pensare, ad esempio, alla potente forza di cambiamento culturale e sociale manifestata da un saggio estremamente importante come L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud. Oppure a ciò che hanno causato altri innovativi saggi pubblicati tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta del Novecento: Miti d’oggi di Roland Barthes, Apocalittici e integrati di Umberto Eco, Gli strumenti del comunicare di Marshall McLuhan.    Un saggio monografico può dunque dare vita a una potente forza di cambiamento della società. L’evoluzione del pensiero scientifico ma anche della cultura sociale non ha potuto prescindere nella storia della modernità da questo strumento di elaborazione teorica. Eppure oggi stiamo progressivamente rinunciando a...

1 giugno 1967 / Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band

Ho ricominciato ad ascoltare Sgt Pepper’s Lonely Hearts Club Band su un vinile, una ristampa del 2000 che mi restituiva un poco le sensazioni della stupefacente cover apparsa il 1° giugno del 1967: i quattro Beatles in posa in grandi uniformi di banda Belle Époque vittoriana gialla, fucsia, azzurra e arancione; davanti una aiuola fioritissima con sforbiciato il loro nome: e tante sculture da giardino e qualcuna da tomba: un Buddha sorridente portafortuna, una dea Kali con la faccina più attonita che terrifica, una Biancaneve, Shirley Temple vicina a una bambolina stravaccata a lei identica con scritto sulla pancia «welcome The Rolling Stones» e tutti intorno ai Beatles una memorabile foto di gruppo (che oggi definiremmo selfie) che raccoglieva nel collage grafico di Peter Blake le più incredibili facce dei personaggi che in quel 1967 i Beatles volevano con loro per salutare dalla copertina di uno degli album più eccentrici e indefinibili di tutta la storia del pop; loro quattro giovinotti di Liverpool, Marlon Brando, Oscar Wilde, Stan Laurel, Marilyn Monroe, Yogananda, Oliver Hardy, Edgar Allan Poe, Karl Marx, Bob Dylan, Karl-Heinz Stockhausen, Dylan Thomas, Fred Astaire, Sigmund...

Società del software / Capitale 2.0

150 anni fa, alla fine del 1867, Karl Marx ha dato alle stampe in Germania il primo volume della prima edizione di un’opera destinata a diventare centrale nella cultura occidentale: Il Capitale. Quest’opera, com’è noto, ha avuto un enorme impatto, al punto che da essa sono nati partiti politici, movimenti sociali e anche moti rivoluzionari. Ma il capitale a cui guardava Marx era quello che veniva prodotto dalle grandi fabbriche ottocentesche. Ben diverso da quello che si può chiamare il “capitale 2.0”, cioè quello che esce dai numerosi “clic” e dalle centinaia di parole che ogni persona produce quotidianamente sulle sue tastiere. È il capitale che le aziende del settore digitale sfruttano oggi in maniera elevata. E tra queste aziende Google rappresenta un caso particolarmente interessante, perché può essere considerato esemplare. Si spiega così perché è già stato analizzato da una vasta letteratura internazionale e ora ci prova anche un gruppo di studiosi italiani di orientamento semiotico nel volume curato da Vincenza Del Marco e Isabella Pezzini e intitolato Nella rete di Google (FrancoAngeli).    Un volume che cerca di mettere a fuoco i principali aspetti di Google,...

Il fantasma del comunismo

Quest’anno se ne festeggiano 100 anni, eppure non è la prima volta che viene celebrato un anniversario del cosiddetto “Ottobre” – cioè la ricorrenza che ricorda la conquista del Palazzo d’Inverno con cui i Bolscevichi presero il potere in Russia la notte tra il 7 e l’8 Novembre 1917 (il 25/26 Ottobre del calendario giuliano allora in uso) e instaurarono il primo potere comunista della storia. La prima celebrazione, e probabilmente quella che ancor’oggi si può considerare come la più famosa, avvenne già tre anni dopo, nel 1920. Lo stato sovietico volle allora celebrare in grande stile l’evento inaugurale di una nuova epoca della Storia e allestì di fronte al vero Palazzo d’Inverno uno dei più grandi happening teatrali di massa che siano mai stati fatti. 125 ballerini, 100 circensi, 1750 comparse, 260 attori secondari e 150 assistenti – oltre a tank, blindati e al celebre incrociatore Aurora – “ricrearono” a soli tre anni di distanza l’evento culmine della rivoluzione sovietica di fronte a 100mila persone in delirio. Non è difficile immaginare l’entusiasmo e la confusione che poteva creare una “rappresentazione” a cui presero parte molti dei protagonisti che nel “vero” ‘17 erano...

Da Marcel Proust al capro espiatorio

A René Girard abbiamo posto alcune domande sul senso generale e sulle implicazioni delle sue tesi.       René Girard   Lei ha iniziato la sua attività come critico letterario nei primi anni ’60, sviluppando la nozione di desiderio mimetico: si desidera appropriarsi di ciò che gli altri desiderano e questo provoca il conflitto, la violenza.   Ho cominciato con la letteratura. In un’epoca in cui tutti ponevano l’accento sulla differenza. Sì, la mia indagine partiva mettendo in rilievo il gioco del desiderio mimetico; ad esso sto ritornando oggi, perché lo ritrovo nel teatro di Shakespeare. Si trattava, per certi aspetti, di una prospettiva antistrutturalistica perché le distinzioni binarie dello strutturalismo, che vorrebbero essere costitutive della cultura, hanno sempre una reciprocità tale da assomigliare molto a un’indifferenziazione. Il desiderio mimetico genera poi la violenza, che non è il frutto della rarità, e non sta né nel soggetto né nell’oggetto, ma nel rapporto tra i soggetti. La violenza è mimetica e il meccanismo...

Un ritratto di André Glucksmann

“Cresce sempre più il numero di persone che vogliono usare la loro testa. Non è la ‘nuova filosofia’, ma di nuovo la filosofia”. André Glucksmann risponde così a Max Gallo, nell’intervista per l’Express del 18 luglio 1977, quando da pochi mesi il suo libro, i Maîtres penseurs, è già un caso editoriale, con 30.000 copie vendute in meno di poche settimane, e i media lo inseriscono a pieno titolo nel nuovo movimento intellettuale etichettato nouveaux philosophes. Complice l’altro astro nascente e suo principale compagno di quell’avventura nonché di una vita intera, Bernard Henri-Lévy, che, oltre ad essere l’autore dell’altro bestseller che sta dando notorietà al movimento, La barbarie à visage humain, già nel giugno 1976 ha presentato proprio con questo nome, nella rivista Les Nouvelles littéraires, un gruppo di autori da lui pubblicati nella collana diretta per le edizioni Grasset. Glucksmann parla più che altro di una generazione che vuole aprire gli occhi e rifiutarsi di continuare a pensare, dopo quasi un secolo e mezzo,...

Gianni Cascone. Tre romanzi in prima persona plurale

Ci sono tre romanzi scritti da trentasette autori più uno, Gianni Cascone, ideatore dei tre laboratori di scrittura che, dopo anni di lavoro, hanno prodotto tre gruppi autoriali: gli Immagici e il loro La mano di corallo (Il Funaro 2012),  gli IndiMondi con Trailer. 7 giorni di cinema a San Lazzaro (Giraldi 2014), i Banchéro, Quello che non sei (Giraldi 2015). A lettura finita viene il dubbio, è venuto anche a me che conosco Gianni Cascone da più di venti anni, che il trucco deve esserci: sì la scrittura collettiva, però poi ci vuole la manina de Dios, come quella famosa di Maradona contro gli inglesi, altrimenti il gruppo da solo potrebbe produrre al massimo un colorato e simpatico patchwork, non un’opera compiuta, stilisticamente mossa ma sempre ben sorvegliata in tutte le tonalità.   Gianni Cascone   Ma oltre a chiederlo a Gianni, che ha giurato di essere stato al massimo un direttore d’orchestra, non certo l’autore degli autori, sono stato testimone, una sera a Philo, a Milano, di una sconcertante presentazione dei tre libri: erano arrivati da Pistoia, da San Lazzaro di Savena, da Taggia...

La proprietà privata

Abbiamo preso le mosse da un fatto dell'economia politica, dall'estraniazione dell'operaio e della sua produzione. Abbiamo espresso il concetto di questo fatto: il lavoro estraniato, alienato. Abbiamo analizzato questo concetto e quindi abbiamo analizzato semplicemente un fatto dell'economia politica. Ora, proseguendo, vediamo come il concetto del lavoro estraniato, alienato, debba esprimersi e rappresentarsi nella realtà.   Se il prodotto del lavoro mi è estraneo, mi sta di fronte come una potenza estranea, a chi mai appartiene? Se un'attività che è mia non appartiene a me, ed è un'attività altrui, un'attività coatta, a chi mai appartiene? Ad un essere diverso da me. Ma chi è questo essere? Son forse gli dèi? Certamente, in antico non soltanto la produzione principale, come quella dei templi, ecc. in Egitto, in India, nel Messico, appare eseguita al servizio degli dèi, ma agli dèi appartiene anche lo stesso prodotto. Soltanto che gli dèi non furono mai essi stessi i soli padroni. E neppure la natura. Quale contraddizione mai sarebbe se, quanto più col...

Ideologia biblica del lavoro

Lavorerai col sudore della tua fronte! Fu la maledizione che Jehova scagliò ad Adamo. E così, come maledizione, Adam Smith considera il lavoro. Il «riposo» figura come lo stato adeguato, che si identifica con la «libertà» e la «felicità». Il pensiero che l’individuo «nel suo normale stato di salute, attività, abilità e destrezza» abbia anche bisogno di una normale posizione di lavoro, e di eliminare il riposo, sembra non sfiorare nemmeno la mente di Adam Smith. Senza dubbio la misura del lavoro si presenta come un dato esterno, che riguarda lo scopo da raggiungere e gli ostacoli che per raggiungerlo debbono essere superati mediante il lavoro. Ma che questo dover superare ostacoli sia in sé una manifestazione di libertà – e che inoltre gli scopi esterni vengano sfrondati dalla parvenza della pura necessità naturale esterna, e siano posti come scopi che l’individuo stesso pone – ossia come realizzazione di sé, oggettivazione del soggetto, e perciò come libertà reale, la cui azione è appunto il lavoro: questo, Adam Smith lo...

Claude Lefort e la vocazione umana alla democrazia

Agli inizi del secolo scorso, nella prima di una serie di conferenze che Georg Simmel dedicò a Schopenhauer, si trova una delle più accattivanti definizioni di filosofia: «Ogni filosofia si fonda su questo, che le cose sono sempre ancora qualcos’altro: il molteplice è altresì un che di unitario, il semplice un molteplice, il terreno un divino, il materiale uno spirituale, lo spirituale un materiale, il riposo un moto, il moto un riposo» (G. Simmel, Schopenhauer e Nietzsche, Ponte alle Grazie, Milano 1995). All’indomani della sua morte, avvenuta cinque anni fa, a 86 anni, la prestigiosa rivista “Esprit” ricordava il filosofo Claude Lefort come l’«artigiano» poco visibile ma tenace di quel capovolgimento intervenuto, negli anni Ottanta, nella cultura francese, col passaggio dalla lunga stagione della koiné marxista alla rivalutazione della democrazia. E in linea con la definizione simmeliana, il filosofo Lefort scopre, in effetti, che nell’economico, l’infrastruttura di ogni società secondo il marxismo, è ancora il politico ad agire, ad essere determinante, e che la...

Il denaro dissacra la religione

Se il denaro è l’equivalente generale, il potere di acquisto generale, tutto si può comprare, tutto si può trasformare in denaro. Ma può essere trasformato in denaro solo in quanto viene alienato, in quanto il possessore se ne priva. Ogni cosa dunque è alienabile, o indifferente per l’individuo, esterna a lui. I cosiddetti possessi inalienabili, eterni, e i corrispondenti rapporti di proprietà fissi, immobili, crollano dunque quando compare il denaro. Inoltre, poiché il denaro esiste come tale soltanto nella circolazione, e a sua volta si scambia con godimenti ecc. – con valori, i quali in fondo possono risolversi tutti in godimenti puramente individuali –, ogni cosa ha valore solo nella misura in cui esiste per l’individuo. Il valore autonomo delle cose, al di fuori di quello che consiste semplicemente nel loro essere per un altro, nella loro relatività, nella loro scambiabilità, il valore assoluto di tutte le cose e di tutti i rapporti viene con ciò dissolto. Tutto viene sacrificato al godimento egoistico. Giacché, come tutto si può alienare per denaro, tutto si pu...

Lavoro intellettuale e lavoro manuale

Come nella cooperazione semplice, anche nella manifattura il corpo lavorativo in funzione è una forma d’esistenza del capitale. Il meccanismo sociale di produzione composto di molti operai parziali individuali appartiene al capitalista. La forza produttiva che deriva dalla combinazione dei lavori appare quindi come forza produttiva del capitale. La manifattura in senso proprio non solo assoggetta l’operaio, prima indipendente, al comando e alla disciplina del capitale, ma crea inoltre una graduazione gerarchica fra gli operai stessi.   Mentre la cooperazione semplice lascia inalterato nel complesso il modo di lavorare del singolo, la manifattura rivoluziona questo modo di lavorare da cima a fondo, e prende alla radice la forza-lavoro individuale. Storpia l’operaio e ne fa una mostruosità favorendone, come in una serra, la abilità di dettaglio, mediante la sopprssione d’un mondo intero d’impulsi e di disposizioni produttive, allo stesso modo che negli Stati del La Plata si macella una bestia intera per la pelle o per il grasso.   Non solo i particolari lavori parziali vengono suddivisi fra diversi individui, ma l...

Come si diventa psicoterapeuta

La raccolta di Nicole Janigro mi ha ricordato un altro libro di una dozzina d'anni fa: Chi sono i vostri analisti [Astrolabio-Ubaldini 2003], firmato da Jaques-Alain Miller e ottantaquattro amici. Il più bel saggio di quel libro denso oltremisura (cinquecentodieci pagine fitte) sostiene che dopo la lettura delle maggiori figure della psicoanalisi – che, in Francia, noblesse oblige, annoverano anche la Principessa Marie Bonaparte – era meglio tenersi i propri sintomi piuttosto che “aderire a una psicologizzazione moralizzante 'delle donne' alla quale gli analisti avevano ridotto l'enigma ereditato da Freud”. L'autrice di queste parole è Marie-Hélène Brousse, che di clinica se ne intende.   Il lavoro di Nicole Janigro è meno pretenzioso di quello di Miller, raccoglie il contributo di soli dodici terapeuti e di pagine ne conta circa duecento; tuttavia è molto più godibile, anche perché raccoglie dodici punti di vista tra loro eterogenei e mostra che si può diventare terapeuta attraversando vie differenti, piuttosto che una sola.   La rassegna si presta a possibili...

Bridging

Planet of the Phones, proclama (marzo 2015) l’ Economist: un miliardo di telefonini è stato venduto nel 2014 e nel 2020 l’80% degli adulti nel mondo avrà in tasca un supercomputer nella forma di smartphone. Tutti saremo connessi, e va da sé, forniremo informazioni utili a comporre la più dettagliata visione della società che sia mai esistita sinora. Fine delle scienze sociali convenzionali, che raccolgono dati e creano immagini con vecchi strumenti. L’immagine dello ‘scambio universale’ (Marx) non potrebbe essere più allettante: strumenti ubiquitari, che danno dipendenza e ci trasformano, buoni per ogni tipo di comunicazione, e che certo aumenteranno la creatività a scala planetaria.   La nostra Terra mobile avrebbe così il suo primo sigillo, la tecnologia che tutti connette. Essa non deve imporre, autorizzare o punire come le vecchie istituzioni totali. Soprattutto, non ha più bisogno di alcuna mediazione culturale, linguistica o di significato: si presenta immediatamente, come un ‘gioco’ o emoticon, come innocua appendice tecnologica. Noi viviamo nell’età...

Io sono il mio denaro

Il denaro, poiché possiede la proprietà di comprar tutto, la proprietà di appropriarsi tutti gli oggetti, è così l'oggetto in senso eminente. L'universalità della sua proprietà è l'onnipotenza del suo essere, esso vale quindi come ente onnipotente... Il denaro è il lenone fra il bisogno e l'oggetto, fra la vita e il mezzo di vita dell'uomo. Ma ciò che mi media la mia vita mi media anche l'esistenza degli altri uomini. Questo è l’altro uomo per me. –   Goethe, Faust (Mefistofele):   Che diamine! Certamente mani e piedi e testa e di dietro, questi, sono tuoi! E pure tutto quel di cui frescamente godo è perciò meno mio? Se io posso comprarmi sei stalloni, le loro forze non sono mie? Io ci corro sopra e sono un uomo più in gamba, come se avessi ventiquattro piedi.   Shakespeare, in Timone d’Atene:   Oro? Prezioso, scintillante, rosso oro? No, dei, non è frivola la mia supplica. Tanto di questo fa il nero bianco, il brutto bello, il cattivo buono, il vecchio giovane, il vile valoroso, l’ignobile nobile. Questo stacca… il prete dall’altare; strappa al semiguarito l’origliere; sì, questo rosso schiavo scioglie e annoda i legami sacri; benedice il maledetto; fa la...

Venezia 2015. Rimontare Il Capitale

È possibile fare di un’opera di critica dell’economia politica un’opera d’arte? Come può l’arte mostrare Il Capitale? Potrà mai Marx parlare la lingua di Joyce? Ottantotto anni fa, il regista sovietico Sergej Michajlovič Ėjzenštejn si era confrontato con questi interrogativi, fornendo all’immaginario artistico mondiale le linee guida per adattare cinematograficamente Das Kapital.   2-3. IV. 1928. Notte. “Oggi ho definito la formula del contenuto del Capitale (la sua organizzazione). Insegnare all’operaio a pensare dialetticamente. Mostrare il metodo della dialettica”. 8. IV. 1928. “Il Capitale sarà ufficialmente dedicato alla II Internazionale […]. La parte formale sarà dedicata a Joyce”. Nelle note su “Come portare sullo schermo Il Capitale di Marx”, Ejzenštejn s’interroga anzitutto sulla possibilità di esibire un processo, un metodo (dialettico) attraverso il cinema. Portare sullo schermo Il Capitale non significa, dunque, illustrarne banalmente i contenuti, ma insegnare allo spettatore a “pensare dialetticamente...

La croisette e il mondo reale

Non emerge spesso dalle recensioni dei giornalisti che sono qui a Cannes, ma se qualcuno provasse a fare due passi sulla Croisette durante i giorni del festival troverebbe un luogo davvero singolare. Il cinema è in realtà una piccola parte di un grande circo che invade non solo la città ma l'intera regione e che riesce nel capolavoro di mettere insieme lo snobismo della haute bourgeoisie della costa azzurra con il kitsch in stile Las Vegas. Gli immancabili negozi di Gucci e Chanel (che spuntano ovunque si senta la puzza di contante) inframmezzati da pessimi ristoranti overpriced vengono popolati da un misto di professionisti del settore in cerca di affari, riccastri (o wannabe tali) di paesi arabi o russi, prostitute e gente in cerca di vip che anima le varie feste notturne e che forma l'enorme indotto del festival (ovvero, ciò che in realtà porta concretamente soldi all’industria del turismo della città). A farne le spese non è soltanto il cinema o il buon gusto, ma più in generale il mondo reale. A vederla da qui, infatti, l’Europa sembra molto lontana della devastante crisi economica e sociale che da...

I nomadi e il denaro

I popoli nomadi sviluppano per primi la forma di denaro, poiché tutti i loro beni si trovano in forma mobile, quindi immediatamente scambiabile, e perché il loro genere di vita li porta continuamente a contatto con comunità straniere, e quindi li sollecita allo scambio dei prodotti. Gli uomini hanno spesso fatto dell’uomo stesso, nella figura dello schiavo, il materiale originario del denaro, ma non lo hanno fatto mai della terra. Questa idea poteva affiorare soltanto in una società borghese già perfezionata: essa data dall’ultimo trentennio del XVII secolo e la sua attuazione su scala nazionale venne tentata soltanto un secolo più tardi nella rivoluzione borghese dei francesi. La forma di denaro passa a merci che per natura sono adatte alla funzione sociale di equivalente generale, ai metalli nobili, nella stessa misura che lo scambio di merci fa saltare i suoi vincoli meramente locali, e quindi che il valore delle merci si amplia a materializzazione del lavoro umano in genere.   Ora, la congruenza delle loro qualità naturali con la funzione del denaro, mostra che «benché oro e argento non siano...

L’emergenza delle nostre vite minuscole

1. Ancor prima di essere una figura sociale, ispirata a una declinazione specifica del soggetto neo-liberale (“imprenditore di se stesso, l’Io S.P.A.) l’intellettuale di se stesso è una forma di intuizione. È un atto rivolto verso il conoscente e non è orientato verso l’altro, un oggetto, il mondo. Nel suo caso il conoscere si incarna in una forma di intuizione spirituale il cui obiettivo è l’auto-riconoscimento in quanto soggetto agente dell’intuizione. Intuendo se stesso, il soggetto di colloca presso di sé. In una società popolata da Sé atomizzati, questo è il primo atto di cittadinanza. Nel suo piccolo, l’intellettuale di se stesso compie un atto comune a chiunque voglia partecipare al gioco della cittadinanza neo-liberale: per dimostrare di esistere deve affermare che il proprio Sé esiste ed è produttivo. L’auspicio di una prossimità assoluta all’origine della percezione più intima di un essere umano fonda un’ontologia dell’essere presso di sé. Tale ontologia si forma nei dintorni di quel luogo oscuro, ma cogente e pienamente operante, del Soggetto. Un Soggetto che continua ad essere il mistero del discorso pubblico e culturale, pur essendo stato pienamente decostruito dalla...

Pietro Barbetta. La follia rivisitata

Se l'umanità potesse fare un sogno comune, che cosa sognerebbe? Sognerebbe Moosbrugger, i suoi occhi dolci, la sua mitezza, la simpatia che ne celano il crimine. Queste, le conclusioni cui giunge Ulrich, l'uomo senza qualità descritto da Musil, in un mondo che di qualità – rispetto al residuo mitteleuropeo anni Trenta – ne ha ancor meno. Anche nei suoi sogni. Il sapere di Ulrich – ogni lettore lo sa – non ha valore, si disperde nella mediocritas e nell'indifferenza, mentre in Moosbrugger è il volere a non avere qualità. La volontà di quest'ultimo è ferma, ma indifferente alla tonalità morale dei suoi effetti. Per questo, più che occhi sbarrati – come quelli dei pesci, di cui parlerà Odon von Orvath – gli occhi di Moosbrugger riflettono un'umanità placida, se non proprio serena. Il suo sguardo, non meno della mediocrità di Ulrich, si intona a meraviglia all'air du temps.   Moosbrugger è dolce, simpatico ma – ecco il punto – è pure un assassino. La sua follia e, di conseguenza, la sua azione omicida possono...

Cornelius Castoriadis, la democrazia oltre la crisi

Il 21 dicembre 1945, il piroscafo Maratoa, con equipaggio inglese, attraccato al porto del Pireo di Atene, attende di salpare, con numerosi esuli greci e con centottanta giovani diretti a perfezionare i loro studi in Francia, grazie ad una borsa dell’“École française d’Athènes”. I controlli all’imbarco della polizia greca sono meticolosi e durano tutta la giornata. Uno di loro, nel trambusto, cade a terra con decine di volumi di Zola tradotti in greco. Si chiama Cornelius Castoriadis e una testimone quattordicenne (intervistata da François Dosse, che al filosofo ha appena dedicato e dato alle stampe un’accurata e voluminosa biografia, Castoriadis. Une vie), che con la sua famiglia prese parte a quel viaggio, racconta: «Lo chiamavano il “trozkista” e io ho creduto che volesse dire mostruoso e calvo». Benché abbia solo ventitré anni, infatti, Castoriadis già dall’età di sedici anni porta i segni irreversibili del trauma subito con la morte improvvisa della madre, che gli ha procurato un’alopecia precoce ed altre perdite del sistema pilifero. E al termine di...