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Martin Heidegger

(63 risultati)

Vita e pandemia / Il tempo della cura

Mi è già capitato di scriverlo su La Repubblica: questo è il tempo della cura ma non tanto nel senso clinico del termine – bisognerebbe anzi soffermarsi un po’ sui rischi di un’eccessiva medicalizzazione della vita – ma nella sua accezione esistenziale, che è del resto consustanziale alla vita umana. L’immancabile riferimento filosofico per questo distinguo è Martin Heidegger che in Essere e tempo differenzia la cura in senso medico (Kur) da quella in senso esistenziale (Sorge) resa bene anche dalla distinzione inglese tra i verbi to cure, curare, e to care, prendersi cura, interessarsi, partecipare emotivamente alle sorti di qualcuno.      Mentre in questi mesi di malattia pandemica la cura medica, seppure tra mille difficoltà, disfunzioni e falle di sistema, ha tutto sommato funzionato bene – soprattutto grazie alla straordinaria dedizione del personale sanitario – la capacità politica di prendersi cura della qualità della vita si è invece rivelata gravemente lacunosa. È sicuramente difficile fare bene e non scontentare nessuno di fronte a una pandemia di simili proporzioni, ma non si può restare indifferenti di fronte ai dati preoccupanti del disagio psico-...

Soggettivazione interminabile / Recalcati, conversione all'infanzia

Conosciamo tutti il ritornello. La nostra è una società di eterni adolescenti, addirittura di eterni bambini. L’età adulta resta confinata all’orizzonte, inafferrabile e ormai indesiderabile. Peter Pan è il santo patrono di nuove generazioni di sdraiati.    Naturalmente chi parla degli sdraiati immagina di starsene in piedi, ben dritto, in mezzo a un paesaggio molle, nebbioso, orizzontale. Dimostra una certa fierezza per questa sua stazione eretta. Eppure non è anche questo sogno di essere grandi e di grandezza, un sogno da bambini o forse il sogno da bambini per eccellenza?   Massimo Recalcati ha pubblicato due libri, recentemente, contemporaneamente. Sono due libri molto diversi ma molto solidali. Si saldano intorno al tema dell’infanzia, appunto. Consentono di leggerlo in tutt’altro modo. Disegnano una specie di filosofia dell’infanzia perenne, di psicoanalisi dell’infanzia perenne. E poi si saldano intorno al tema della conversione, intorno alla parola conversione.    Ora, si sa che l’infanzia è materia da psicoanalisti, si sa che Freud ne fa l’età decisiva di quello che sarà una vita. Certi primi incontri lasciano il segno, il fantasma di un soggetto...

Ipotiposi / Il linguaggio della neve

“Ho tante nevi nella memoria: nevi di slavine, nevi di alte quote, nevi di montagne albanesi, di steppe russe, di lande polacche”, scrisse Mario Rigoni Stern nel ‘93 in un articolo dedicato alla cultura cimbra, poi ripreso in Sentieri sotto la neve. “Ma non di queste intendo parlare; dirò di come le nevi un tempo venivano indicate dalle mie parti: nevi dai più nomi, nevi d’antan”. Le prime nevi dell’autunno sono fiacche e incerte, nel cadere i fiocchi volteggiano e talvolta tornano verso l’alto, come colpiti da un ripensamento, un esperimento poco convinto e poco convincente. Niente a che vedere con la prima neve dell’inverno, la Brüskalan, inconfondibile per il suo “odore pulito, leggero”: sul terreno gelato dopo l’estate di San Martino, “in breve la neve copriva la polvere delle strade; l’erba secca sui pascoli, la segatura di faggio nei cortili, le tombe nel cimitero. Le voci, i rumori del paese; i richiami dei passeri e degli scriccioli si ovattavano e a questo punto la Brüskalan diventava vera sneea: neve abbondante e leggera giù dal molino del cielo”. Si poteva allora andare in soffitta a prendere due tavole arcuate, rudimentali sci, o lo slittino, e scivolare sopra mucchi...

Il caso Agamben / Biopolitica del virus

Le prese di posizione sulla pandemia di Giorgio Agamben, ora raccolte nel volume A che punto siamo edito da Quodlibet, hanno suscitato stupore e irritazione. Gli si rimprovera, e non velatamente, l’adesione alla tesi della “dittatura sanitaria”. La semplificazione giornalistica delle tesi agambeniane è brutale e ingenerosa, tuttavia è un fatto che la piazza negazionista non ha avuto difficoltà a fare proprie le parole d’ordine di una una delle più raffinate, potenti e precise teorie filosofiche che la contemporaneità abbia prodotto. La questione sollevata da questo uso politico della filosofia è, a mio giudizio, enorme e va ben oltre i semplici confini della buona o cattiva ermeneutica. La questione, direi, è innanzitutto politica. Ciò che si registra, se guardiamo alle piazze della protesta, è infatti la singolare convergenza che si è venuta a creare tra la critica dell’ideologia neoliberale – dunque qualcosa di molto leftish nella sua genealogia intellettuale – e la mobilitazione di masse spaventate che delirano complotti orditi da élites sataniche e che sognano palingenesi fasciste. Non c’era certo bisogno del Covid perché si avviasse questo processo di cui l’Italia è stata...

Virus / Seconda ondata: l’angoscia

La seconda ondata è quella dell’angoscia. Lo è proprio perché non ci coglie impreparati. Era, infatti, attesa. Per essa ci si era attrezzati, come i francesi avevano fatto dopo la prima guerra mondiale, erigendo ai loro confini una sofisticata linea difensiva (la cosiddetta linea Maginot). Quella linea, come è noto, fu poi aggirata con irrisoria facilità dall’esercito tedesco all’inizio del secondo conflitto. Il suo crollo è diventato paradigmatico, assumendo un senso supplementare, un senso, direi, “metafisico”, che è quello che più concerne la situazione emotiva che stiamo vivendo. Il fallimento della ciclopica impresa difensiva è divenuto segno della discrasia che sempre sussiste tra l’attesa angosciata di un evento e il suo insorgere reale. Per quanto metodica, sofisticata e lungimirante possa essere l’attesa, tra di essa e l’evento pare esservi la stessa incommensurabilità che sussiste tra la diagonale e il lato del quadrato. Nessun numero intero o frazione di numero intero è in grado di portare quel rapporto ad espressione. L’angoscia è allora la Stimmung, la “tonalità affettiva”, generata dalla scoperta che c’è qualcosa di massimamente reale che però eccede l’ambito del...

Le teorie politiche dell’ambiente / Zecca, brigante di strada

“Fra tutti gli animali sono proprio i parassiti quelli che dovremmo ammirare per l’originalità delle invenzioni scritte nella loro anatomia, nella loro fisiologia e nelle loro abitudini. Non li ammiriamo perché sono fastidiosi o nocivi, ma una volta superato questo preconcetto ci si apre un campo in cui, veramente, la realtà scavalca la fantasia”. Così scrive Primo Levi in Il salto della pulce. Si tratta di una riflessione che sino a qualche decennio fa era patrimonio solo di chi studiava, o praticava, discipline come la biologia, la chimica o l’etologia, perché l’antropocentrismo spingeva tutti gli altri a vedere l’uomo al vertice del sistema naturale, signore e padrone del Pianeta, eterno e incontrollato sfruttatore. Da quando con l’ecologia, nata come idea condivisa da milioni di persone solo nella seconda metà degli anni Sessanta del XX secolo, e con l’avvento della visione dell’Antropocene, divulgata dall’anno 2000 dal premio Nobel Paul Crutzen per la chimica atmosferica, si è cominciato a guardare in modo diverso il sistema-Terra e a considerare in modo differente il mondo degli insetti.   Levi possedeva di sicuro questo sguardo che lo ha portato, da appassionato di...

Del principio vitale / Il ritmo del respiro

Si dice che il respiro sia sempre stato sinonimo naturale di vita e simbolo assoluto dell’esistenza. Eppure, il respiro non è l’unico principio che gli esseri umani abbiano considerato sorgivo: presso i greci, ad esempio, era la luce l’elemento vitale per eccellenza. E che cosa dire del battito del cuore, che ritma l’intera esistenza e fino alla morte palpita per proprio conto?   Ritmo del respiro, del cuore, del tempo   Dentro e fuori, su e giù. È il ritmo del respiro che entra e esce, apri e chiudi. Leggero e silenzioso, quasi inavvertibile nei bambini quando dormono. Più pesante negli adulti, in alcuni persino fragoroso. Giù e su, fuori e dentro: un ritmo che accompagna la giornata, il tempo, la vita nel tempo. Al respiro e al suo ritmo, alle sue forme e ai suoi stimoli, alle sue apparenze e alle sue realtà, al suo inizio e alla sua cessazione è dedicato l’intero incontro cui partecipiamo. Il respiro viene e verrà sviscerato in tutte le sue forme in questo contesto, come se fosse l’unico principio vitale. Ma non lo è. E qui io farò un po’ la parte non della bambina ribelle, oggi di moda, ma della vecchietta ribelle. Sono qui infatti ad affermare: non solo respiro....

Carteggi amorosi / Hannah Arendt e Martin Heidegger: le lettere

«Il démone mi ha colpito...non mi era ancora mai capitato niente di simile». Lo scrive in una lettera il professore di filosofia alla studentessa, che subito comprende. Il grande démone è quello del Simposio di Platone, Eros.  Con questi toni inizia, nel febbraio del 1925, la corrispondenza amoroso-filosofica di Martin Heidegger – che sarebbe divenuto il filosofo di fama mondiale e all’epoca aveva trentasei anni, una moglie e due figli piccoli - con Hannah Arendt – anch’essa qualche decennio dopo non meno famosa del maestro e amante – mentre entrambi si trovavano nella piccola città universitaria di Marburg nel centro della Germania, tra Kassel e Francoforte. A Marburg l’università vecchia è una specie di costruzione massiccia, sorta di castello-chiesa-fortezza nel cuore della città (la nuova università, un po’ fuori, è di uno squallore e di una bruttezza insostenibili, ma ai tempi per fortuna non c’era). Lì la studentessa venuta dal nord (Königsberg) incontra il docente venuto dal sud (Meßkirch); è colpita dal suo pensiero, pensa che la filosofia sia tornata a vivere, che finalmente qualcuno abbia ridato la parola ai tesori del passato che sembravano morti.   Anch’egli...

In margine a Cacciari e De Martino / Manierismo e Umanesimo

Manierismo e Umanesimo. C’è un filo sottile che nell’ultimo saggio di Massimo Cacciari (La mente inquieta. Saggio sull’umanesimo, Einaudi 2019 di cui su doppiozero ha riferito Francesco Bellusci) lega questi due termini all’apparenza opposti. Opposti perché alla base c’è quasi sempre un’equazione molto semplice, ovvero, l’identificazione di Rinascimento e classicismo, qualsiasi forma di classicismo essendo per definizione l’esatta negazione del manierismo. Ammesso dunque che si voglia stabilire, per quanto implicitamente, un legame tra manierismo e umanesimo, è da quella fatale equazione che bisogna partire. E da lì parte, infatti, Cacciari. Gli umanisti non furono dunque i grandi riscopritori dei classici? Certamente, a patto però di intendersi su quel termine: “classico”. Di intendersi per non intenderlo, il classico, nel senso della pienezza, dell’armonia, dell’organicità e, insomma, dell’uomo come centro e misura dell’universo. Perché così lo intesero, invece, sul finire dell’Ottocento, una serie di autorevoli filosofi, filologi, storici dell’arte e della letteratura facendone il perno e la sostanza del cosiddetto Humanismus.   Contro questa conformazione discorsiva si...

Salabé, Ostuni, Montieri / Tre poeti

Leggendo Il bel niente (La nave di Teseo, 2019), il felice esordio poetico di Piero Salabé, sono andato a riprendere un libro del filosofo Massimo Baldini sulla mistica medievale, alla pagina dove dice che «al mistico il linguaggio spesso si impunta, talora egli non fa altro che ripetere a singhiozzi un alfabeto, la parola è sempre una barriera che gli riesce difficile superare».  E in effetti il filo conduttore di questo libro è proprio il continuo riproporre e variare una situazione di scacco del linguaggio di fronte a un “nocciolo” o “essenza” delle cose; in primo luogo l’esperienza dell’amore, che del libro è uno dei temi principali.  Certo, per i mistici l’oggetto ineffabile è Dio, mentre per l’autore è l’esperienza amorosa o una supposta autenticità delle cose, ma forse cambia poco. Di fronte a questo “quid” a volte la parola – che pure si vorrebbe dire – si inceppa e si fa balbettìo: «che e non / che non // m’ami / mi preoccupa // che l’altro / è quel che / si sa // mentre l’altro / ora ancora // io e tu / un e una // fine fino // alla fine // chiusi / in quell’unico / bacio.» (p. 79)   Abbiamo scelto un caso estremo, ma esemplare di una situazione che...

Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto / Hara’s way. Eterogenesi della differenza

È possibile che il futuro dell’umanità dipenda da un piccolo ragno dal nome Pimoa cthulhu? È quel che si chiede Donna Haraway nel suo ultimo libro uscito in traduzione italiana, Chthulucene. Sopravvivere su un pianeta infetto (trad. Claudia Durastanti e Clara Ciccioni, NERO 2019, 283 pp., 20 €). E, come di consueto, la Haraway non delude i suoi lettori, intraprendendo un percorso di pensiero tra i più originali dei nostri giorni. Seguendola, il lettore incontrerà tra le pagine ogni sorta di specie animale (piccioni, ragni, polipi, bruchi, farfalle) e da ognuna di esse apprenderà un diverso sapere, una diversa modalità di affrontare la complessità di un mondo in cui nulla è davvero isolato, ma tutto è, anzi, correlato, all’interno di una rete costituita da nodi inestricabili, nodi che possono solo sempre più complicarsi gli uni con gli altri, dando vita a inaudite configurazioni di senso.    Quello della Haraway è un sistema aperto. La Haraway è, infatti, una pensatrice sistematica, ma il suo sistema non è autopoietico, non si struttura all’interno della geniale mente di un individuo. Il centro del suo sistema è al di fuori di lei, nella pluralità di specie che compongono...

Intervista a Jean-Luc Nancy / Che cos’è la decostruzione?

Vorrei partire da lontano. Nel 1955, Gérard Granel, che tu ben conoscevi (da quando esattamente?), traduce un lemma fondamentale del pensiero heideggeriano, “Abbau”, con la parola “decostruzione”. Nel 1955, avevi 15 anni. Non credo, quindi, tu leggessi già Heidegger e nemmeno quella traduzione di Zur Seinsfrage (Sulla questione dell’essere) in cui Granel appunto introduceva la parola decostruzione (Abbau) per distinguerla dalla distruzione (Zerstörung) della metafisica. Hai ricordo del tuo primo incontro con il pensiero heideggeriano? Hai proprio ragione! A 15 anni non conoscevo davvero nulla della filosofia. Ho conosciuto Heidegger, negli anni Sessanta, avanzando nei miei studi, attraverso i libri (e, prima ancora, grazie a un amico, François Warin). Ho conosciuto i libri di Granel alla stessa epoca – soprattutto il suo libro su Kant – ma lui l’ho conosciuto solo molto più tardi, dopo aver incontrato Derrida. Avevo, invece, letto l’articolo scritto da Granel su Derrida nel 1967. Articolo che, molto probabilmente, è stato tra i più importanti su quello che, allora, era un nuovo autore. Leggevo, certamente, anche Heidegger e le traduzioni che venivano pubblicate, tra cui nel 1968...

Non un augurio ma un impegno / Dare inizio

Non sono tra quanti considerano il 31 dicembre un giorno come gli altri, ne vivo anzi, anche emotivamente, la forza simbolica di rito di passaggio tra ciò che termina e ciò che ha inizio (quest’anno esteso al primo decennio del XXI secolo). E come in occasione dei compleanni, la rammemorazione degli avvenimenti che, in maniera largamente imperscrutabile, inanellandosi mi hanno condotto proprio dove sono, serve a chiedermi verso dove intendo orientarmi. Insomma la mia attenzione – e non semplicemente la mia aspettativa – è rivolta molto di più su ciò che potrebbe avere inizio che su ciò che termina. Ma non si tratta né della negazione dell’irriducibile caducità di tutto ciò che esiste né dell’illusoria speranza che l’anno nuovo, per intrinseche proprietà magiche, spazzi via da solo tutto quello che non va, come se il nuovo, di per sé, significasse cambiamento, miglioramento, progresso. Conosco bene la lezione del venditore di almanacchi di Leopardi; il fatto è che sposo appieno questa riflessione di Hannah Arendt:   “Se lasciate a se stesse, le faccende umane, possono solo seguire la legge della mortalità, che è la più certa e implacabile legge di una vita spesa tra la nascita...

La scoperta dell'esistenza / Breve ritratto di un maestro: Franco Fergnani

Franco Fergnani, professore per trent’anni di Filosofia morale presso la facoltà di Filosofia dell’Università Statale di Milano, entrava in aula sempre un po’ stropicciato. Spesso, a prescindere dalle stagioni, avvolto nel suo vecchio immancabile impermeabile beige. Talvolta portava sul collo i segni lasciati dal rasoio di una barba fatta troppo in fretta nella solitudine della sua casa. Raramente l’ho visto in giacca. Per lo più indossava maglioni a v con camicia, spesso a scacchi e cravatta annodata stretta. La sua camminata appariva sempre come sospesa nel vuoto, in equilibrio precario su di una corda. Rasente alle mura la sua sagoma appariva nei chiostri della Statale come una figura solitaria e eccentrica. Entrava in aula come catapultato. Posava la sua borsa strapiena di libri sulla cattedra prima di sedersi. L’aula era sempre strapiena di studenti che lo attendevano. Si faticava a trovare posto.   Dopo aver estratto confusamente i libri che gli sarebbero serviti nel corso della lezione e aver sistemato i suoi appunti prendeva non senza una incertezza iniziale la parola. Rapidamente calava un silenzio assoluto. Il tono della voce era caldo e intenso. Via via la sua...

Ipotiposi / Foresta

“E dire che anche questo […] è stato uno dei luoghi più tenebrosi della terra!”. All’inizio di Cuore di tenebra (1899), mentre l’ombra del tramonto cade sull’estuario del Tamigi, Marlow evoca i tempi lontani della conquista delle terre britanniche, quando la civiltà romana portava la fiaccola dell’Impero “ai più remoti confini delle terra”, nel mondo oscuro delle selve. Era il tempo, prosegue Marlow, in cui le “razze occidentali” sapevano domare le foreste, forti della luce della ragione e delle virtù morali, eroismo, abnegazione, di cui erano portatori. “Sbarcare in una palude, marciare nei boschi, e in qualche posto dell’interno sentirsi circondato da una natura selvaggia, assolutamente selvaggia – tutta quella vita misteriosa della landa selvaggia che si agita nella foresta, nella giungla, nel cuore degli uomini selvaggi. E non c’è iniziazione a questi misteri”. L’uomo civilizzato che si ritrova in questi luoghi fa esperienza dell’incomprensibile: accanto al disgusto impotente e al desiderio di fuggire, prova anche “il fascino dell’orrido”. Lord Jim (che Joseph Conrad compone subito dopo Cuore di tenebra), nel suo abito immacolato, simbolo della rettitudine morale e del potere...

Omaggio ad un maestro / Il Sartre di Franco Fergnani

Un maestro   Franco Fergnani ha insegnato Filosofia morale all’Università di Statale di Milano per trent’anni, tra i primi anni settanta e l’inizio del nuovo secolo, diventando per molti di coloro che ebbero la fortuna di ascoltare le sue lezioni un vero maestro. Il padre avvocato, Enea, fu militante anti-fascista; catturato dovette subire la reclusione prima a San Vittore e poi, una volta deportato, nel campo di Mauthausen. Di questa sua drammatica esperienza è testimonianza il suo notevole libro titolato Scordatevi di essere vivi. In questa tormentata narrazione appare anche, in un breve squarcio, il figlio Franco, a quei tempi sedicenne, che dovette subire anch’egli una breve e traumatica prigionia nel carcere di San Vittore di Milano che lasciò sulla sua vita una traccia indelebile.  Gli studi filosofici di Franco Fergnani avvennero sempre alla Statale di Milano sotto il magistero di Antonio Banfi. Dopo aver insegnato in diversi licei milanesi e nel liceo classico Stabili-Trebbiani di Ascoli, nel 1971 ottenne la cattedra di Filosofia morale presso la stessa Università dove insegnerà ininterrottamente sino al 2000. In questo trentennio è stato probabilmente la voce...

Storia dell’idea di riconoscimento secondo Axel Honneth / Ritrovare se stessi nell’altro

Martin Heidegger ci ha insegnato che, con l’esperienza enigmatica e intensa dell’angoscia, non solo un mondo di cose, strumenti, simboli, aspirazioni, affetti e persone, fino a quel momento familiare, ci appare improvvisamente estraneo, inquietante. Emerge anche la coscienza dell’impossibilità di esistere al di fuori di un qualsivoglia “mondo”, inteso come l’orizzonte e la fonte per noi di senso e di cure. In altri termini, apprendiamo qualcosa di fondamentale di noi stessi. Analogamente, ci può capitare nella vita di essere umiliati o offesi, in gradi diversi, in forme diverse. Quale verità profonda comprendiamo, in tal caso, ancora una volta in negativo, di noi stessi? Il fatto che impariamo a costruirci come individui, dotati di qualità e capacità, attraverso l’approvazione o l’incoraggiamento dell’altro, della considerazione sociale, in una parola, attraverso l’esperienza del riconoscimento.   Con un gergo filosofico più specialistico, si potrebbe dire che prendiamo coscienza delle condizioni intersoggettive di ogni “soggettivazione”. Axel Honneth, l’ultimo erede della “scuola” che fa capo al prestigioso Istituto di ricerche sociali di Francoforte, che attualmente dirige...

Disordine / Bugie e altri racconti morali di J. M. Coetzee

Bugie e altri racconti morali, ultima opera di John Maxwell Coetzee, vincitore nel 2003 del Premio Nobel , è un libro ingannevole. I sette racconti racchiusi nella raccolta colpiscono per la scrittura pulita, sintetica e lineare. Anche le vicende narrate sono all’apparenza semplici, in perfetta simmetria con lo stile. Narrano storie estremamente accessibili, vite quotidiane, piccoli squarci di realtà, nulla di eccezionale o di particolarmente degno di nota. Eppure Bugie e altri racconti morali è un libro difficile da cogliere nella complessità che l’affinità delle storie induce a ipotizzare, come se disegnassero una trama segreta, nonostante nessun legame esplicito, di figure o contesti trattati facesse da esplicito tessuto connettivo.  Spesso si tratta di vicende che coinvolgono famiglie o persone che intrattengono tra loro relazioni sociali che raramente poggiano su solide basi affettive o di comunanza di sentimenti e idee; sono tutte infelici infatti. Vige sempre incomunicabilità, una compresenza di luci ed ombre che conferiscono ai rapporti una patina ambigua, la sofferenza del non poter comunicare i propri reali sentimenti, scappatoie, frustrazioni che rendono ogni...

Mi agito quindi penso / L’Umanesimo secondo Massimo Cacciari

L’ultima fatica di Massimo Cacciari, La mente inquieta. Saggio sull’Umanesimo (Einaudi, Torino 2019), è un saggio che ha lo scopo di ripensare l’Umanesimo del Quattrocento. Ripensarlo per riconoscergli la piena dignità di pensiero filosofico che finora gli è stata negata. In modo intenso e originale, il filosofo veneziano compie la sua raffinata meditatio in omaggio a chi, come Eugenio Garin, lo ha illuminato e avviato sul rovesciamento di un canone o, sarebbe il caso di dire, stereotipo interpretativo, che ha sempre ricondotto la rilevanza dell’esperienza culturale dell’Umanesimo, in quanto sprovvisto di un’identità filosofica, all’ambito artistico-letterario e alla pratica erudita e filologica degli studia humanitatis. Non si tratta, allora, solo di recuperare, seguendo le indicazioni di Garin, la filosofia depositata proprio nella filologia, nella pittura, nell’architettura, nella storia, degli umanisti e il modo vivificante in cui essa le innerva, ma di allontanare l’ombra di eclettismo sulle stesse dispute e sui sincretismi filosofici di quel tempo, considerandoli, invece, in stretto rapporto con l’autocoscienza della crisi della cristianità, e quindi dell’Europa, e della...

Felice Cimatti / Cose. Per una filosofia del reale

Se il mondo – come diceva Heidegger – mondeggia, la lingua linguaggia? Il nuovo libro del filosofo Felice Cimatti, Cose. Per una filosofia del reale (Bollati Boringhieri, 2018), affronta un tema caldo del pensiero contemporaneo: è possibile far parlare le cose in nome di un realismo che vorrebbe superare i limiti del postmodernismo? E la domanda sembra senza speranza se si presuppone, come Cimatti, che il linguaggio sia il marchio dell’uomo mentre le “cose sono mute”.    Per affrontare questo interrogativo, Cimatti ripercorre un sentiero che da Heidegger giunge a Lacan passando per le recenti ontologie orientate all’oggetto. Nelle sue pagine si passa con disinvoltura dall’intreccio mortale tra essere ed ente ai tanti viventi e non viventi che si fanno carico di problemi metafisici quando non metà-fisici: dalla scatola di sardine di Lacan all’aringa di Heidegger, dall’albero di Cezanne alla lumaca di Ponge, dall’ape di Heidegger alla rana schiacciata di Mathias, dall’atomo di Carbonio di Levi alla vita da cani dei cinici, dal castagno di Artaud al pesce di Robbe-Grillet. Le cose saranno mute, ma sono spesso più illuminanti di tanti filosofi.   Anche se il libro non è...

Pensiero, Politica, Poesia / Martin Heidegger e i Quaderni Neri

“Tutti parlano, nessuno ascolta. Ognuno scrive, nessuno pensa”, scriveva Heidegger nei suoi Quaderni Neri, Note I-V. A qualche anno dalla lettura in traduzione italiana dei primi tre volumi (Riflessioni) e a qualche giorno dall’ultima pagina del quarto (Note I-V), in attesa del prossimo quinto tomo dei Quaderni Neri di Martin Heidegger, si può tentare un’impressione (o una tempesta di impressioni) su questo lascito enorme (quantitativamente e qualitativamente enorme) del “mago di Messkirch”? La risposta è, obbligatoriamente, nel segno del dubbio. Si può, si deve, con cautela ed entusiasmo insieme. Innanzitutto, però, il lettore italiano dovrà render grazie a chi (editore e traduttrice) gli ha reso possibile la lettura: il coraggio della casa editrice Bompiani nell’affrontare una pubblicazione che richiederà anni di impegno (che è facile prevedere non verrà compensato in termini economici), il coraggio della traduttrice Alessandra Iadicicco che da sola si è assunta l’onere dell’impresa e l’ha condotta con tutta l’attenzione immaginabile agli abissi linguistici dell’originale.   Ed anche, preliminarmente, andrà sgombrato il campo dai dubbi sulla necessità della pubblicazione in...

Multitasking / Tempo, esserci e cose

Il rapporto col tempo e con le cose, oggi, ci vede particolarmente impegnati come umani, a usare la nostra distinzione per alienarla. A impegnare l’esserci per regredire allo stadio delle cose. È come se non sopportassimo di sentire il tempo e la riflessione, e allora tendiamo a neutralizzarli in un eterno presente. Parliamo, infatti, con orgoglio, di tempo reale e di multitasking. È come se non tollerassimo l’indugio della riflessione e la ricerca di significato. Passiamo, infatti, da una cosa all’altra, senza concederci, anzi evitando, di farne esperienza. Per vivere qualsiasi cosa non riusciamo a contenere l’impegno per cercare il nostro modo specifico e la nostra via, ma abbiamo un ossessivo bisogno di modelli già pronti: per gli acquisti, oltre alla pubblicità che già satura le scelte, c’è il consulente per lo shopping; per sposarsi c’è l’organizzatore di matrimoni; per le lauree c’è un rituale prestabilito e irrinunciabile, eccetera. L’indicatore forse più evidente è il linguaggio: sono fatte le frasi per dire le cose e si riducono a un repertorio canonico che assolve da impegni di ricerca e rende vana la curiosità. Persino per raccontare una vacanza diciamo che abbiamo “...

Wolfram Eilenberger / Il tempo degli stregoni

Perché il mare procelloso in copertina? Perché Il tempo degli stregoni di Wolfram Eilenberger (tr. it. di Flavio Cuniberto, Feltrinelli, pp.401, € 25) vuole parlare di un naufragio, quello della Germania degli anni Venti del XX secolo. Copertina decisamente non bella, per trasmettere un’idea che forse poteva essere comunicata diversamente. Ma tant’è. E poi quel titolo “stregoni”, che traduce la parola tedesca “Zauberer”, che prima che “stregoni” vuol dire “maghi”, termine che è più vicino all’ambito dell’epoca, a Thomas Mann, ma anche a Goethe. Stregone è in italiano una parola che assume un significato decisamente negativo, da magia nera. Dei quattro filosofi di cui tratta Eilenberger – Heidegger, Wittgenstein, Benjamin e Cassirer – solo uno può essere avvicinato alla stregoneria: Heidegger. Gli altri tre non possiedono nulla del genere. Se c’è un aspetto delle loro magie che può essere evocato, è quello espresso piuttosto dal polo opposto, dal bianco.       Il volume del quarantenne tedesco, nato a Friburgo e fondatore di “Philosophie Magazin”, vuole raccontare le vicende personali e pubbliche dei quattro autori nel decennio che va dal 1919 al 1929, quello...

Progetto Jazzi / Gerhard Rohlfs. Il professore che amava camminare

Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA). Pubblichiamo qui una serie di ritratti di camminatori e camminatrici, a partire da quello del linguista Gerhard Rohlfs; persone che hanno legato il proprio lavoro - più una passione che una professione - all'attività del camminare.   Gerhard Rohlfs, filologo, linguista e glottologo, nato a Berlino nel 1892, sviluppò le sue ricerche e organizzò il suo pensiero camminando, come lo scrittore Robert Walser. Insegnò filologia romanza nelle Università di Tubinga e di Monaco di Baviera. Ricevette l’incarico di studiare i dialetti del Sud Italia da Jakob Jud e Karl Jaberg, due romanisti svizzeri, e prese quindi parte alla realizzazione dell’AIS (Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale).   Ho appreso dal libro di Salvatore Gemelli, Gerhard Rohlfs. Una vita per l’Italia dei dialetti, che il filologo tedesco era figlio di un vivaista e che, durante la sua infanzia, si divertiva a imparare a memoria nomi di piante e animali. Era già, nei...