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Pablo Neruda

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Son qui tra le tue braccia ancor avvinta come l’edera / L’ellera e i suoi corimbi

«Son qui tra le tue braccia ancor avvinta come l’edera» cantava Nilla Pizzi a Sanremo nel 1958. Quell’anno, la beguine dell’amore femminile devoto e succubo venne surclassata dal fenomeno Domenico Modugno con Nel blu dipinto di blu. Da allora la musica pop non fu più la stessa. Fu il segno di una virata del gusto estetico e del costume nazionale.  L’abusata similitudine tra la lianosa sempreverde che si abbarbica al fusto robusto di un albero e la donna schiava d’amore, bisognosa di appoggio, è luogo comune, antico ma logoro, che vuol essere rinnovato. O se non altro rovesciato come ci suggerisce Pablo Neruda in questi versi tratti dal quinto dei 20 poemas de amor y una canción desesperada:     Para que tú me oigas mis palabras se adelgazan a veces como las huellas de las gaviotas en las playas.   Collar, cascabel ebrio para tus manos suaves como las uvas.   Y las miro lejanas mis palabras. Más que mías son tuyas. Van trepando en mi viejo dolor como las yedras.   Ellas trepan así por las paredes húmedas. Eres tú la culpable de este juego sangriento.   ***   Perché tu mi oda le mie parole a volte si assottigliano come le orme dei gabbiani...

La parola e la realtà. / Neruda di Pablo Larraín

Cile, fine degli anni Quaranta. Pablo Neruda è già un poeta famosissimo ma in quegli anni è anche e soprattutto una figura pubblica di primo piano e un senatore del Partito Comunista. Nella prima scena di Neruda – il nuovo film di Pablo Larraín presentato lo scorso maggio a Cannes alla Quinzaine des réalisateurs e da questa settimana in sala in Italia – lo vediamo in una toilette (probabilmente quella del parlamento cileno) compiere un’arringa particolarmente teatrale e dall’esplicito sapore letterario nei confronti dei alcuni antagonisti politici, al termine della quale manda i propri interlocutori a quel paese e se ne va. Neruda si apre insomma all’insegna di una tipologia ben specifica di parola, che è quella politica. Il poeta – cioè colui che si occupa di costruire la parola – sembra essere ancora in grado di avere una presa sulla realtà, e infatti il suo luogo per eccellenza è l’agone politico. Tuttavia questa dimensione pubblica la vediamo già trasfigurata e capovolta, dato che il discorso di Neruda avviene in un luogo che sa già di parodia. C’è già in nuce in questa primissima scena la questione fondamentale del film, e forse persino dello stesso cinema di Larraín: che...

Festival de Cannes 2016 / Cannes. Neruda, la parola e la realtà

I giornalisti si lamentano spesso dei programmi elefantini dei festival che sempre più spesso sovrappongono film importanti e rendono oggettivamente impossibile riuscire ad avere il tempo materiale e la giusta attenzione verso tutto quello di cui sarebbe necessario parlare. Ci sarebbe poi da discutere sulla sostenibilità di un programma che costringe a scegliere tra Marco Bellocchio e Ken Loach, tra Pablo Larraín e Bruno Dumont e che ha deciso di concentrare in pochissimi giorni gran parte del cinema più importante di un intero anno. Ma d’altra parte si sa che la competizione a Cannes non è solo tra i film in concorso ma anche (e soprattutto) tra il festival francese e gli altri festival del cinema che in giro per il mondo fanno di tutto per riuscire ad accaparrarsi le première più importanti. E Cannes quest’anno ha davvero preso tutto quello che c’era da prendere. Se l’anno passato il concorso era sembrato a tutti particolarmente debole spostando gran parte dell’attenzione dei giornalisti verso Un Certain Regard e la Quinzaine des Réalisateurs (ricordiamolo, l’anno scorso Miguel Gomes, Philippe Garrel, Arnaud Desplechin, Apichatpong Weerasethakul, ovvero molti dei film più di...

L'uomo che sussurra alle patate

Commercialista mancato, a mille metri di altezza, sull’Appennino tra Liguria ed Emilia, coltiva trecento varietà per preservarle dall’estinzione. Il suo campo è un catalogo vivente.   Chi è convinto che le patate si assomiglino tutte e che ci sia poco da sapere su una pianta che offre quanto di più semplice e modesto può arrivare dal campo al piatto, si prenda la briga di consultarne il catalogo. Ma per farlo non si accontenti di interrogare internet né si metta a sfogliare le pagine dei trattati che le sono stati dedicati nel corso dei secoli – a partire dalla scoperta del Nuovo Mondo e quindi dall’arrivo in Europa di questa pianta proveniente dalle Ande, venerata dagli Inca, che la chiamavano “papa”. Il fatto che all’inizio la patata si chiamasse “papa” creò qualche imbarazzo quando Filippo II, re di Spagna, decise di omaggiare il pontefice con alcuni esemplari di questa coltivazione che i conquistadores dal Perù avevano a poco a poco diffuso in tutta l’America, dal Pacifico ai Caraibi. Regalare la “papa” al Papa era parso poco conforme al...

I quaderni di don Rigoberto

- Dimmi che mi perdoni, matrigna, - implorò. - Dimmelo, dimmelo. La casa non è più la stessa da quando te ne sei andata. Sono venuto a spiarti un sacco di volte, all'uscita da scuola. Volevo suonare, ma non osavo. Potrai mai perdonarmi?
- Mai, - disse lei, con fermezza. - Non ti perdonerò mai per quello che hai fatto, cattivo.
Ma contraddicendo quelle parole, i suoi grandi occhi scuri riconoscevano con curiosità e con un certo compiacimento, forse addirittura con tenerezza, l'arricciolato disordine di quella capigliatura, le vene sottili e azzurre sul collo, i contorni delle orecchie che sporgevano in mezzo alle ciocche bionde e il corpicino leggiadro, ingoffato nella giacca blu e nei pantaloni grigi dell'uniforme. Le sue narici aspiravano quell'odore adolescente di partite di pallone, merendine e gelati D'Onofrio, e il suo udito riconosceva quei gridi acuti e i mutamenti nella voce, che risuonavano anche nella sua memoria. Le mani di doña Lucrecia si rassegnarono a essere inumidite dai baci da uccellino di quella boccuccia:
- Io ti voglio molto bene, matrigna, - prese a piagnucolare Fonchito. - E, anche se non ci credi...

Elio Grazioli. Picasso e i suoi poeti

La libreria di doppiozero continua a crescere, con un nuovo titolo da scaricare e leggere su tablet o su carta, stampando il pdf.   Oggi vi proponiamo un volume a cura di Elio Grazioli, Picasso e i suoi poeti, che raccoglie testi di Max Jacob, Guillaume Apollinaire, Pierre Reverdy, Louis Aragon, Rainer Maria Rilke, Paul Eluard, Roger Vitrac, Benjamin Péret, Jorge Guillén, Vincente Aleixandre, Gerardo Diego, José Angel Valenti, Pablo Neruda, Luis de Cañigral, André Frénaud, Fabio Pusterla, Giuliano Scabia. Qui il link per scaricarlo.    “Picasso amava i poeti e anche noi li amiamo.  I poeti hanno un rapporto  particolare con le immagini e con le opere d’arte, senz’altro dovuto alla sintonia che condividono in quella che in mancanza di metafore migliori osiamo chiamare ancora ‘creazione’.  Questo non solo dà loro libertà nella scrittura sull’arte, ma soprattutto permette loro di vedere e cogliere altro da quanto riusciamo a fare noi. I poeti pensano diversamente, toccano punti del pensiero che noi non osiamo sfiorare. Picasso lo sapeva e si...

Dai Cicli infelici ai Versi ciclabili

Mi hanno rubato la bicicletta pieghevole stamattina. Quattro giorni fa, invece, due ruote e il sellino di un’altra bici, quella col seggiolino dove porto Sara, mia figlia. Mi trovo a scrivere queste righe per raccontare il mio rapporto con la bicicletta proprio nei giorni dei furti subiti, per uno strano e avverso allineamento dei pianeti delle due ruote, anelli ciclistici, di un Saturno decisamente a me contrario, o contrariato.     Abito a Pisa, città sufficientemente ciclabile. Migliaia di biciclette, tra residenti, pendolari, studenti. Nel 2005 iniziai a prestare attenzione ai telai delle biciclette abbandonate in città. Ne trovavo ad ogni angolo. Conoscevo raccolte fotografiche di bici derelitte a New York, ma non avevo ancora visto album simili per l’Italia dove, in quel periodo, non era ancora esplosa in rete una certa moda letteraria, saggistica o poetico-narrativa, intorno al mondo delle due ruote. Creai un blog dal titolo I cicli infelici, aggiornato tra il 2005 e il 2007 con il contributo di foto inviate da blogger e non, da tutta Italia, e a volte anche con avvistamenti esteri: i cicli infelici erano per me le biciclette abbandonate, i telai smembrati e...