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Peter Sloterdijk

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Rabbia!

“Lo so: perché in me è oramai chiuso il demone/ della rabbia. Un piccolo, sordo, fosco/ sentimento che m’intossica:/ esaurimento, dicono, febbrile impazienza”. Così scrive Pier Paolo Pasolini in una poesia compresa nelle Poesie incivili, appendice al volume La religione del mio tempo. Lo scrittore aveva in mente di pubblicare un libro di racconti con il medesimo titolo; non ne fece invece nulla, e la parola “rabbia” finì in cima a un documentario del 1963. Secondo Emanuele Trevi – ne ha scritto in Qualcosa di scritto (Ponte alle Grazie) – la grande prerogativa di Pasolini è proprio la rabbia, ed è questa reazione emotiva, stato di violenta agitazione, che differenzia l’artista, lo scrittore e il poeta da tutti gli altri. Non dunque un difetto, ma proprio un’indispensabile prerogativa.   In un piccolo libro, un pamphlet, Dio è violento (Nottetempo), una filosofa, Luisa Muraro, affronta l’argomento, e fa un elogio della rabbia e della violenza in una società, la nostra, in cui, com’è scritto nella quarta di copertina, “è venuta meno la narrazione salvifica del contratto sociale”. Il tema della rabbia sembra tornato in modo prepotente d’attualità. Nei mesi scorsi è comparsa nei...

Peter Sloterdijk. Stato di morte apparente

La questione in gioco in Stato di morte apparente (Cortina Editore, Milano 2011, pp. 150, 12 €) è quella di una resistenza. Una resistenza stilistico-antropologica che risponde a un’urgenza: se la globalizzazione predetermina il filosofo, i suoi codici e le sue semantiche, le sue interconnessioni tecnologiche, i suoi corpi e i suoi desideri, cosa resta della filosofia? Quali spazi e quali tempi le restano affinché essa possa, almeno parzialmente, de-globalizzarsi?   Il tema delle pratiche connesse all’autotrasformazione tramite esercizio, molto presente nell’ultimo Sloterdijk, tocca qui il suo climax, poiché è fatto convergere nella figura del filosofo-che-si-esercita-filosofando: “il soggetto, concepito come esecutore delle proprie sequenze di esercizi, consolida e potenzia il suo saper-fare sottoponendosi agli esercizi tipici del suo contesto” (p. 34). L’esercizio dell’homo theoreticus è del tutto particolare, dato che si struttura sempre entro un rapporto complesso col fittizio (Schein) e con la morte (Tod), e il libro ripercorre l’innesto paradossale della morte apparente (...