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Philip Roth

(34 risultati)

Ritorno a Mango Street / I messicano-americani di Sandra Cisneros

Nepantla è la parola azteca che indica la dimensione dell’in-between. Il territorio nel mezzo, dove i confini si rimescolano e il nuovo prende forma. È la chiave che schiude le porte della cultura chicana, luogo per eccellenza fluido di lingue e tradizioni, a partire dall’opera di Sandra Cisneros di cui La Nuova Frontiera rimanda in libreria La casa di Mango Street (traduzione Riccardo Duranti, 128 pp.). Ormai un classico contemporaneo, è il libro che ha traghettato nell’immaginario collettivo la realtà dei messicano-americani nella voce incantevole della sua protagonista – Esperanza Cordero, la bambina che vorrebbe chiamarsi Hope perché in inglese il suo nome suona “come se le sillabe fossero di latta e facessero male quando sbattono sul palato”.    Tra fiction e memoir, Mango Street la coglie nell’attimo di sospensione tra infanzia e adolescenza – nel turbamento di un tempo che tramonta e la fantasia che si affaccia al futuro. A rendere unico l’arco del suo crescere, la complessità dello spazio fisico e mentale in cui si dipana. Quello di Esperanza è un microcosmo che trabocca di personaggi, affetti, vita. La sorellina Nenny compagna di avventura, la madre amatissima....

Un anniversario / Dylan ha ottant’anni e mi ha stremato

Dylan ha ottant’anni e mi ha stremato. Libri, articoli, interviste, presentazioni online. Tutto molto eccitante, per carità, ma mi viene in mente quello che una volta ho sentito dire a Michael Gray, uno studioso di Dylan che prima di una conferenza aveva informato il pubblico di avere anche una vita oltre a Dylan (“And yes, I do have a life”). È bene saperlo, perché Dylan, che i suoi colleghi del Greenwich Village chiamavano “la spugna” perché assorbiva tutto, adesso assorbe chiunque si occupi di lui. E se vuoi avere una vita oltre a Dylan, buona fortuna. Per me, il suo compleanno è cominciato con la co-edizione di Bob Dylan and the Arts, il volume uscito nel gennaio 2021 per le Edizioni di Storia e Letteratura che raccoglie gli atti del primo convegno universitario su Dylan in Italia, organizzato nell’autunno del 2018 all’Università Roma 3 da Maria Anita Stefanelli e Fabio Fantuzzi. Forse è stato il primo convegno ad aver esplorato nei dettagli la connessione tra il Dylan autore di canzoni e le altre arti in cui Dylan ha voluto cimentarsi: il cinema, la pittura, la scultura (con risultati a volte discreti, a volte dilettanteschi). Soprattutto, è stata l’occasione per raccogliere...

Modi del sentire / L'intimità come mistero

Sembra a volte che la parola intimità porti con sé un alone di senso che la avvicina a una promessa di autenticità, di spazio protetto nel quale è possibile – con una sorta di sospiro di sollievo dopo tanto affaticarsi alla superficie delle mascherate di ruolo e degli stereotipi della civiltà di massa e della tecnica – finalmente “toccare” la verità nascosta delle persone, la loro psiche o anima, il loro corpo al di là delle vestizioni nelle “uni-formi” dell’apparire, obbligatorie anche nel loro dovere essere eccentriche. Confesso un certo fastidio per questa voga che volta in positivo ogni pretesa intimità. Mi sembra una sorta di antagonista prefabbricato, un rifugio illusorio, troppo semplicistico, al divorante imperativo delle maschere sociali. Insomma mi pongo questa domanda: ma è poi davvero possibile, e come, l’intimità come disvelamento di sé al di là delle maschere di ruolo?    In realtà un vecchio quesito: mi pare che la ricerca e la valorizzazione dell’intimità abbia preso il posto – drammaticamente scomodo e irrisolto – del cangiante e plurivoco soggetto moderno alle prese con gli effetti della sua decostruzione.  La difficoltà di ogni intimità...

La Rete nella narrativa americana di oggi / Qualcos'altro di cui avere paura

Il bel libro di Luca Pantarotto Fuga dalla rete. Letteratura americana e tecnodipendenza (Milieu edizioni, 2021) pone molte domande sulla tecnologia che influenza le nostre vite. La rivoluzione digitale ha finito per coinvolgere anche la letteratura e Pantarotto ci offre un censimento accurato di tutto quello che gli scrittori di narrativa americani, il Paese della Silicon Valley dove nasce Internet, hanno prodotto in un arco di tempo che va dalla nascita del "cyberpunk" all'ultimo racconto appena uscito di Don De Lillo. Nessuno degli scrittori presi in esame riesce a restituire in un romanzo il mimetismo cui ci siamo conformati, non appena la rete e i social network hanno colonizzato l'esistenza, invadendo il nostro tempo e il nostro pensiero. Nessuno di loro ci ha messi di fronte a questa spregiudicata capacità di adattamento, che ha ridisegnato velocemente i confini delle convinzioni sociali, politiche e morali. Una delle prime ragioni per le quali l'America non ha ancora prodotto il "Grande Romanzo Americano dell'era di Internet" sta nelle biografie degli scrittori. I più giovani, più o meno della stessa generazione, sono Mark Doten...

Un debutto postpunk / Katharina Volckmer, Un cazzo ebreo

“Una volta ho sognato di essere Hitler.” Inizia così la confessione di una donna a un medico. Racconta un incubo con toni che ricordano Woody Allen, mettendo l’accento sui buffi pantaloni a palloncino del Führer sognato, sui baffetti, sulla mano che si agitava vorticosa a fendere l’aria, sui capelli che sembravano una parrucca di plastica su una vecchia patata. Cosa diceva? Non importa, non ricorda, forse il discorso aveva a che fare con Mussolini o con qualche assurdo sogno di espansione. “Cos’altro è il fascismo, in fin dei conti, se non un’ideologia fine a sé stessa, non contiene nessun messaggio da rivelare e, in ogni caso, gli italiani alla fine ci hanno battuto”. Nel senso, aggiunge la sognatrice, che dappertutto nella città si legge “pasta”, “espresso”, mentre da nessuna parte si legge “Sauerkraut”. “Non era realistico pensare che potessimo reggere le redini di un impero per migliaia di anni con la nostra deplorevole cucina”.   Un cazzo ebreo della scrittrice tedesca Katharina Volckmer classe 1987 è stato pubblicato nel 2020 nei paesi anglosassoni, e arriva adesso in edizione italiana per La nave di Teseo, nella traduzione di Chiara Spaziani. Ha fatto molto rumore nel...

Appelfeld / L’immortale Bartfuss

“Bartfuss è immortale. Durante la Seconda guerra mondiale fu in uno di quei piccoli campi della morte, noti per la loro ferocia. Adesso a cinquantasette anni, è sposato con una donna che una volta chiamava Rosa, ha due figlie, una maritata”. L’enigma di uno dei personaggi più intensi creati dal grande scrittore israeliano Aharon Appelfeld, scomparso tre anni fa, è tutto qui – nella stringata cronistoria che apre L’immortale Bartfuss (Guanda, 113 pp.) per la prima volta tradotto in italiano da Elena Loewenthal.  Perché Bartfuss è immortale? In quale campo è stato? Come ha fatto a sopravvivere? Perché ha smesso di chiamare sua moglie per nome? Pagina dopo pagina, incalzati dalle domande, lo seguiamo lungo le vie di Tel Aviv spazzate dal vento e dalla pioggia, dentro i caffè dove incontra altri sopravvissuti, nel minuscolo appartamento che condivide con la moglie e le figlie.  Mentre il racconto procede, le domande si moltiplicano e le risposte arrivano a frammenti, oblique, rapsodiche. E alla fine poco contano perché il miracolo di questo libro è nel silenzio che lo pervade – nella capacità di Appelfeld di dare vita per sottrazione a un personaggio che resiste a ogni...

Complex TV / L’ambigua lama della Storia

Durante il lockdown, per tirarmi su, ho cominciato a cercare “maratone/sbornia” che mi scuotessero il morale, che mi portassero in un altro tempo, e ho trovato The Marvelous Mrs Maisel (Amazon Prime): è una stand-up comedy ambientata nell’Upper East Side di New York a partire dal 1958. I colori della fotografia sono stupendi, i costumi meravigliosi, gli attori straordinari, e il ritmo che l’autrice e regista Amy Sherman-Paladino ha imposto alle sue quattro stagioni è quello frenetico, brillante, euforico di un musical. I Weissman sono una famiglia ebraica benestante e colta: il babbo insegna Matematica alla Columbia University, è domesticamente inetto e amabilmente burbero nel suo studio; la mamma è una bella donna, chic, amante del gusto parigino, altera e ironica, casalinga al comando della governante di origini est-europee. Midge nella prima stagione (2017) si è appena sposata con un giovanotto del suo ambiente ebraico interamente laicizzato nell’America opulenta e frizzante del secondo dopoguerra; Joel è figlio dei Maisel, una coppia di genitori un po’ grezzi ma pieni di mazzette di dollari nascoste sotto mattonelle e in fondo a cassetti, nel loro appartamento come nel loro...

16 agosto 1920 - 16 agosto 2020 / Charles Bukowski, il puritano timido

Charles Bukowski, nato cent’anni fa a Andernach, nella Renania Palatinato, e vissuto poi quasi tutta la vita a Los Angeles, dove è morto nel 1994, era un puritano. Lo dice lui stesso in Shakespeare non l’ha mai fatto, appena ripubblicato da Feltrinelli nella traduzione di Simona Viciani e con un corredo fotografico di Michael Montfort: “Serena si è seduta accanto a me. Era un tipo molto vittoriano, ma andavamo d’accordo. Mi conosceva bene. Sapeva che nonostante tutte le mie storie sconce sotto la scorza da stupratore si celava solo un puritano”.  Non era una posa, era la verità. Bukowski era un puritano timido. Sapeva benissimo che ci vuole molta più faccia di bronzo a fare il puritano che a fare il puttaniere, e se ha scelto l’alcol e il sesso è solo perché mai e poi mai avrebbe avuto l’improntitudine di presentarsi al mondo come paladino dell’onestà, della fedeltà, del rigore morale e della buona condotta. Bukowski non è tra i miei scrittori preferiti, posso fare a meno di lui come del vino di pessima qualità che gli piaceva tanto. Non lo porterei su un’isola deserta e soprattutto non lo consiglierei come modello a un giovane scrittore.      Però quando alla...

Narrare l’epidemia / Nemesi di Philip Roth

Era considerato un capolavoro minore, Nemesi, l’ultimo libro di Philip Roth, il romanzo finale-definitivo che sanciva l’addio del grande scrittore alla scena letteraria, senza tuttavia destare troppo clamore. Non si trattava di un testamento, né di un’opera epocale in grado di riformulare la storia della letteratura contemporanea alla stregua del magnifico Pastorale americana. L’ultimo romanzo di Roth fu pubblicato nel 2010, otto anni prima della morte dell’autore: Nemesi era un libretto di appena centottanta pagine, piuttosto cupo, che concludeva il ciclo dei romanzi brevi iniziato con Everyman (2006). Omaggiato dalla critica, amato dagli appassionati dello scrittore, il libro tuttavia apparve come un orpello decorativo da aggiungere all’immensa produzione narrativa di Roth, fu presto offuscato dal bagliore dei ben più celebri capolavori: portava il nome dell’autore-genio, ma non poteva considerarsi certo la sua opera migliore.  Eppure in questo 2020 funesto, assediato da un male invisibile, Nemesi ritorna in tutta la sua potenza, ci appare un libro profetico. Al centro della narrazione il proliferare di un’epidemia di poliomielite nell’America degli anni ’40: lo scrittore...

Storia del mondo in nove scritture misteriose / Recensione (con divagazioni) a Silvia Ferrara. La grande invenzione

Philip Roth in Operazione Shylock racconta così il modo in cui a scuola ha scoperto l'alfabeto: «le ventisei coppie asimmetriche suggerivano a un intelligente bambino di cinque anni ogni dualità e corrispondenza che una piccola mente potesse concepire»; «la processione che marciava immobilmente verso la porta dell'aula scolastica costituì una pesca miracolosa associativa di inesauribili proporzioni». Nella forma espositiva didattica e disciplinata che le coppie di lettere assumono sulla lavagna (Aa Bb Cc …) «il fregio dell'alfabeto» appare simile a «figure di profilo, nel modo in cui gli scultori di bassorilievi di Ninive rappresentarono nel 1000 a.C. la caccia reale al leone». Non è l'unico passo dell'opera di Roth che associa le proprietà pittoriche e la magia ricombinatoria della scrittura alla gioia pura; la forza che deriva dal padroneggiamento del linguaggio è un «piacere corroborante», tale da «espandere così dinamicamente i limiti della coscienza». Non posso omettere come nel passo citato del romanzo compaia una sola, successiva, scoperta capace di competere in forza con la scrittura: il sesso, che per Roth coincide con la fine dell'infanzia.   Ho associato...

Sei domande a... / Gabriella Giandelli: il disegno della scrittura

C’era un’atmosfera festosa all’inaugurazione di Gabriella Giandelli/ Il disegno della scrittura/ works 1984-2019 (28 settembre-13 ottobre 2019, Fondazione Benetton, Treviso, nell'ambito di Treviso Comic Book Festival) e non solo perché l’artista milanese spargeva il suo evidente buon umore tra seguaci, il petit monde del fumetto e dell’illustrazione, amici e curiosi, ma perché la mostra, a cura di Giovanna Durì, è proprio bellissima e rende conto di un percorso coerente ma sempre aperto a nuove suggestioni.     Chi la visita non trova solo illustrazioni, storie inedite, albi, disegni, ma anche le collaborazioni col mondo del cinema, gli arazzi, che dimostrano la disponibilità della Giandelli a sperimentare, a mettere a confronto la sua disciplina quasi maniacale con altri mondi. Non turbava l’atmosfera festosa il fatto che il mondo dell’illustrazione e del fumetto italiano, ora consacrato internazionalmente, fatichi sempre più a trovare spazio nei nostri media, così come c’è il rimpianto che Milano non abbia ancora ospitato una grande mostra di un’artista così urbana, così legata all’eredità culturale (la moda, il design, il cinema “alla milanese”) della sua città...

I romanzi / Philip Roth. «Eccola, la vita umana».

Dopo l’uscita della cosiddetta ‘trilogia americana’ – Pastorale americana (‘American Pastoral’, 1997), Ho sposato un comunista (‘I Married a Communist’, 1998), La macchia umana (‘The Humain Stain’, 2000), Philip Roth, che già era uno degli scrittori più importanti del mondo, è diventato l’autore di riferimento internazionale per ogni discorso e riflessione sul romanzo e forse sulla letteratura tout court. In Italia, i tre capolavori sono usciti tra il 1998 e il 2001 nella versione di Vincenzo Mantovani per Einaudi, che da quel momento in poi ha pubblicato tutti i libri successivi, recuperando o ritraducendo anche i precedenti (usciti per Bompiani e altri editori già a partire dagli anni Sessanta). Quando abbiamo letto la trilogia, è stato subito chiaro che era opera di uno scrittore al culmine della sua forza e autorità. Impressionati da quella lettura – per molti una scoperta – abbiamo continuato di anno in anno a leggere i nuovi volumi, finendo per ammettere che nessuna delle opere tarde di Roth poteva eguagliare Pastorale americana o La macchia umana. Così, se non abbiamo smesso di apprezzarlo, abbiamo però creduto che altri scrittori (alcuni dei quali oggi, al suo confronto,...

1960 - 2013 / Philip Roth, Perché scrivere?

Davanti a un volume di «collected nonfiction» (questo il sottotitolo originale), riesce difficile abbozzare un compendio, sia pure approssimativo, tanto più che gli scritti raccolti in Perché scrivere? coprono un arco temporale molto vasto, che va dal 1960 al 2013, l’anno successivo a quello del fatidico annuncio di non scrivere più. In questo libro ricchissimo e a suo modo labirintico, l’unica cosa possibile è perdersi, o magari provare a tracciare dei percorsi particolari, alla ricerca di una risposta a quell’interrogativo che campeggia in copertina. Occorre dirlo subito: la risposta, per lo meno in termini diretti, non c’è, perché Philip Roth non fa che girare attorno al nucleo della sua e della altrui scrittura, in brevi saggi, in conversazioni straordinarie con altri scrittori o in vari scritti d’occasione.    In questo itinerario, che naturalmente ogni lettore può percorrere secondo le proprie inclinazioni e i propri interessi, si incontrano delle pietre miliari, dei landmarks essenziali e inaggirabili, a cominciare da uno dei testi più belli mai scritti dallo scrittore di Newark, giustamente collocato in apertura: «Ho sempre voluto che ammiraste il mio digiuno»...

Domani, ore 18, Aula Magna della Cavallerizza Reale (Torino) / Breve vita di Primo Levi scrittore e della sua alterna fortuna

Aspettando il Salone Internazionale del Libro di Torino, la lectio di Marco Belpoliti Il poliedro Primo Levi, con i disegni live di Pietro Scarnera, lunedì 15, ore 18 (nell’ambito di Torino che Legge) all’Aula Magna della Cavallerizza Reale, patrocinata dall’Università di Torino. In occasione del centenario della nascita di Primo Levi, l’autore di Primo Levi di fronte e di profilo (Guanda) e curatore della nuova edizione delle Opere complete (Einaudi) ripercorre la vita e le opere dello scrittore torinese, testimone per eccellenza dello sterminio ebraico e poliedro dalle tante facce: da quella di narratore a quelle di poeta, traduttore, chimico, artista, antropologo, linguista, etologo.   La prima parola che apre Se questo è un uomo è “fortuna” e con la fortuna Primo Levi ha avuto un rapporto davvero altalenante. Nasce a Torino sotto una buona stella in una famiglia borghese di cultura e religione ebrea. Quel 1919 è l’anno della “spagnola” la febbre che miete vittime subito dopo la fine del conflitto mondiale, ma Primo sopravvive. Lo chiamano così, Primo, perché è il primogenito di Ester Luzzatti e Cesare Levi, avrà una sorella, Anna Maria. Gracile di costituzione è spesso...

Leslie Fiedler / Freaks. Umano ma non troppo

Continua il nostro speciale Ritorno al futuro. L'idea è quella di rileggere libri del passato che offrano una prospettiva capace di illuminare il momento che viviamo oggi.  Per leggere gli altri contributi cliccare sul nome dello speciale a sinistra sopra il titolo in questa stessa pagina.   C’è un autore che sembra dimenticato da tutti, ma che è stato uno dei critici e storici della letteratura americana più influenti della seconda metà del XX secolo. Si chiama Leslie Aaron Fiedler e ha scritto diversi libri importanti. Uno in particolare può aiutarci a capire il momento in cui stiamo vivendo - anche se a prima vista non si direbbe: Freaks. Miti e immagini dell’io segreto. Ma perché questo figlio del secolo americano, nato nel 1917 a Newark, la cittadina del New Jersey ad altissima densità di talenti jewish (Philip Roth, Jerry Lewis, Paul Auster), sembra essere stato completamente rimosso? Lo scorso anno, in occasione del centenario della nascita (8 marzo 2017), nessun ricordo, né una commemorazione accademica, né la ristampa di alcuna delle sue opere maggiori.    Leslie A. Fiedler nel 1967. Eppure, già con i suoi primi articoli di fine anni...

È uscito il terzo volume delle Opere Complete / Philip Roth e le tre interviste a Primo Levi

Uno dei più bei libri di Philip Roth non è un romanzo e neppure una raccolta di racconti, bensì un libro di interviste. Si intitola Shop Talk, in italiano Chiacchiere di bottega. Lo ha pubblicato in inglese nel 2001 e contiene una serie di conversazioni con colleghi scrittori. Sono interviste precedute da fulminanti ritratti delle persone che Roth ha incontrato, da Aharon Appelfeld a Ivan Klíma, da Isaac Bashevis Singer a Milan Kundera, poi una visita a Edna O’Brien e uno scambio epistolare con Mary McCarthy, un ritratto di Philip Guston e una serie di rapide recensioni ai libri di Saul Bellow. Sono testi molto belli dove Roth manifesta non solo la qualità dell’eccellente lettore – come potrebbe essere diversamente dato che è uno scrittore? – ma anche quelle del critico, cosa in cui non tutti gli autori, soprattutto se celebri e famosi, sono versati. Un critico è uno che entra nelle pieghe dei libri che legge, ne percorre la tela fine che li compone e ne trae riflessioni d’ordine generale sulla letteratura, sul mondo, su se stesso. Roth dimostra nelle sue chiacchiere di bottega di possedere una straordinaria umiltà. Non si pone mai al di sopra degli autori che incontra e neppure...

L'ordine sovvertito / Roth non esce di scena

Sovversione. È questa la prima parola che mi viene in mente se penso alla scrittura di Philip Roth, attraverso i suoi libri ha invertito l’ordine prestabilito delle cose, riducendo a brandelli il sogno americano, dimostrandone l’impossibilità, partendo dalle relazioni di coppia, dalla famiglia. La morale e il finto perbenismo che accompagnano la tradizione nordamericana sono stati smontati da Roth, punto per punto, convinzione per convinzione, falsità per falsità. Ogni romanzo che ho letto e amato tra i suoi, e l’elenco è molto lungo, mi ha mostrato una nuova prospettiva: storica o privata, del singolo o collettiva. Tra i sinonimi del verbo sovvertire c’è anche rovesciare che rende ancora meglio l’idea che mi sono fatto della capacità di osservare e quindi di scrivere di Philip Roth. Uno scrittore, anche molto bravo, per fare un esempio, di un tappeto ti mostrerebbe la superficie e la polvere nascosta sotto; Roth da subito ti fa guardare il retro del tappeto, lì dietro, tra il tessuto e la polvere, c’è il posto in cui stanno davvero nascoste le cose, quelle che nessuno conosce, quelle che si danno per scontate, quelle che a nessuno conviene mostrare. A sollevare il tappeto e a...

Scomparso lo scrittore israeliano / Appelfeld lo scrittore sfollato

Se ripenso ad Aharon Appelfeld mi torna in mente il suo sorriso. Timido, mite, disarmante. Quello di un bambino sopravvissuto alle atrocità della Storia senza smarrire l’innocenza. C’è voluto quasi mezzo secolo prima che il grande scrittore israeliano testimone della Shoah, scomparso ieri all’età di 85 anni, decidesse di rompere il silenzio e, ritrovando lo sguardo incantato dell’infanzia, raccontasse la sua incredibile vicenda in Storia di una vita.    A quel tempo alcuni dei suoi lavori più belli, Badenheim 1939 e Tsili (da cui qualche anno fa Amos Gitai ha tratto un film) erano già stati pubblicati. Appelfeld, almeno in Israele, era un autore affermato. Storia di una vita (Giuntina, 2001) ne fece un personaggio conquistando il pubblico di tutto il mondo.  La storia di Appelfeld era così toccante, avventurosa e incredibile, da convincere anche i più scettici. E la purezza della scrittura con cui la raccontava, unita alla scelta di lavorare per sottrazione, evocando l’orrore senza mai affrontarlo in presa diretta, la rendevano se possibile ancora più unica e sconvolgente.   Nato nel 1932 nel villaggio di Jadova, vicino a Czernowitz, allora Romania e oggi...

Biennale di Venezia | Gallerie dell'Accademia / Le profetiche caricature di Philip Guston

Il volto tra le gambe   Un volto senza corpo, stempiato, le ciglia folte; il naso prominente a forma di pene, le guance flaccide rese come testicoli pelosi. Una “dick head” che, col naso fallico, annusa o scrive ideogrammi cinesi su un rotolo di carta. L’artista è Philip Guston (1913-1980), il soggetto nientemeno che il 37imo Presidente degli Stati Uniti, Richard Nixon, in procinto d’organizzare il celebre viaggio in Cina del febbraio 1972. Di queste caricature Guston ne realizzò all’incirca 180, divise in due serie: Poor Richard (agosto 1971) e, dopo l’impeachment di Nixon, The Phlebitis Series (1975), in riferimento alla flebite alla gamba di cui soffriva il presidente. Mai esposte in vita, la prima è stata pubblicata solo nel 1980 e, in un’edizione critica accompagnata da un testo di Debra Bricker Balken, nel 2001. Di recente la sede newyorkese della galleria Hauser & Wirth ha esposto la serie completa (Laughter in the dark, Drawings from 1971 & 1975).   Untitled (Poor Richard), 1971, inchiostro su carta. © The Estate of Philip Guston. Courtesy Hauser& Wirth   Il volto intrappolato nella sua anatomia sessuale, bastano pochi tratti d’...

Il diario di due anni insopportabili. / Qualcuno ha votato per Trump perché…

Dal 20 gennaio 2017 un idiota farneticante sarà presidente degli Stati Uniti d’America e, come da quelle parti si usa dire, diventerà “la guida del mondo libero”. Tanto per essere chiari, la sua elezione è il risultato di un colpo di stato legale – che è la maniera migliore di condurre un colpo di stato. Hanno contribuito, ma non sono stati decisivi, i servizi segreti russi, Julian Assange, l’ala dell’FBI ostile a Hillary Clinton e i media che offrendo a Trump una copertura biennale 24 ore su 24 gli hanno dato la possibilità di condurre una campagna elettorale gratis. Nulla di tutto ciò sarebbe bastato, sia chiaro. Il fattore decisivo è stata la soppressione del voto delle minoranze negli stati controllati dai repubblicani. Grazie alla decisione della Corte Suprema, risalente ad alcuni fa, di togliere allo stato federale il controllo su alcuni aspetti delicati delle procedure elettorali (con la scusa che tanto il razzismo è finito e non c’è più bisogno di sorvegliare che ai neri non venga impedito di votare), si calcola che negli stati repubblicani all’incirca un milione e centomila elettori siano stati esclusi dal voto.   Ad esempio, se in una circoscrizione elettorale...

Giovani si diventa

Giovani si diventa è un film sul tempo. Sul tempo come simultaneità e sul tempo come successione di esperienze. Un film sull’orizzontalità e sulla verticalità, e sulla distanza fra queste divergenti impostazioni della vita. Ovviamente, è anche un film sulla giovinezza, sull’età adulta e sulla diversa percezione del tempo vissuta da ogni generazione. Giovani si diventa, forse, è soprattutto un film sulla percezione del tempo: su cosa resta di un mondo che si credeva solido, forte, anche giusto, in qualche modo concluso, quando ci si accorge che in realtà quell’idea di mondo è stata soppiantata da un’altra – e per di più in silenzio, senza che nessuno se ne accorgesse, grazie al semplice, inesorabile passare delle stagioni. Giovani si diventa è, prima di tutto, un film di sguardi: di come due quarantenni intellettuali, benestanti, senza figli, mediamente soddisfatti delle loro vite – lui, Josh, regista e insegnante di cinema, lei, Cornelia, produttrice cinematografica e figlia di un celebre regista militante degli anni ’60 – si accorgano di essere invecchiati...

Patrick Modiano, un Nobel alla memoria

Quest'anno il Premio Nobel per la Letteratura è finito nelle mani dell'outsider per eccellenza: Patrick Modiano. Tanti saluti a Philip Roth, che questo premio lo aspetta (insieme ai suoi fan) da una vita – un po' come Leonardo Di Caprio spera che arrivi il primo Oscar, – alla rediviva Joyce Carol Oates, vedova nera dalla bibliografia macabra e sterminata, e al fenomeno di culto giapponese Haruki Murakami, battuto inesorabilmente ancora una volta.   Patrick Modiano e Françoise Hardy al bois de Buologne a Parigi nel 1969   Patrick Modiano, classe 1945, è quindi il quindicesimo scrittore francese della storia ad aggiudicarsi l'agognato premio e questo Nobel l'ha vinto a modo suo, facendosi strada con la sua proverbiale discrezione e la sua penna vellutata e intangibile tra le star della letteratura mondiale, completando senza eccessi un pedigree di tutto rispetto dopo la vittoria del prestigioso Prix de l'Académie Française e del Prix Goncourt. Come nel piccolo gioiello del cantautore Vincent Delerm, Le baiser Modiano (Il bacio Modiano), in cui una tessitura sonora morbida e complice ci parla di...

Una conversazione con Norman Gobetti / I traduttori sono ladri innamorati

Traduttori, scrittori, studiosi e professionisti dell’editoria tutta si sono dati appuntamento a Urbino nell’ultimo weekend di settembre per la XII edizione delle Giornate della traduzione letteraria, a cura di Ilide Carmignani e Stefano Arduini.Il calendario, molto fitto, prevedeva presentazioni, tavole rotonde e seminari su tematiche specifiche del mestiere in tutte le sue declinazioni, dai modi del tradurre alla figura professionale del traduttore e alla sua interazione con i professionisti dei diversi settori editoriali. Tra i primissimi incontri, quasi a marcare fin dalla soglia l’importanza dell’aggettivo ʻletteraria’ non solo come definizione di ambito delle giornate ma anche nei risvolti creativi della traduzione, ha spiccato quello con Michele Mari che ha raccontato la sua recente esperienza di traduzione del romanzo di Andrew Motion Ritorno all’isola del tesoro (Rizzoli, 2012) e della nuova edizione italiana de L’isola del tesoro (BUR, 2012), soffermandosi sulle difficoltà poste dall’espressività stevensoniana, legata alla terminologia nautica e all’uso, da parte dell’autore scozzese, di un inglese smozzicato e sgrammaticato per la riproduzione del gergo marinaresco...

Raffaele La Capria

«Dove comincia l’opera di La Capria?». Terminando la sua memorabile introduzione alla prima edizione del «Meridiano» di Raffaele La Capria, Silvio Perrella aveva trovato una risposta dal sapore vagamente taoista, privilegiando il movimento e la metamorfosi ai danni di un’idea tradizionale di «opera» lineare nel suo progresso e raggelata in una successione di titoli. L’opera di La Capria, infatti, a parere del critico, «comincia da dove finisce, e da lì riparte da capo».   Era il 2003, e il «Meridiano» in questione festeggiava degnamente gli ottant’anni appena compiuti dello scrittore napoletano. Tutto sommato, poteva sembrare una partita chiusa, e chiusa in bellezza. Non perché, ovviamente, non si possa scrivere ancora, e scrivere cose importanti, dopo gli ottant’anni e la pubblicazione di un «Meridiano». Si dice che Giorgio Caproni considerasse un segno di malaugurio la raccolta delle sue poesie complete. E rimise tutto in questione con un ultimo capolavoro, capace di modificare il senso di tutto quello che aveva fatto.   Ma il caso di La Capria, meno...