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Umberto Eco

(99 risultati)

Il regista italiano in mostra a Parigi / Sergio Leone, macchina dell’immaginario

In uno dei video che arricchiscono il percorso della grande mostra alla Cinémathèque di Parigi, realizzata in collaborazione con la Fondazione Cineteca di Bologna (fino al 27 gennaio 2019), un Sergio Leone già pingue ma senza barba, e quindi meno prototipico dell’immagine di lui che siamo soliti richiamare alla memoria, impartisce indicazioni al rumorista incaricato di dare spessore al tappeto sonoro di uno dei suoi film. “Ecco, ora anche con i ferri, bravo”, gli raccomanda mentre spazza via le briciole di brioche dal suo tavolo e tamburella sul tavolo il ritmo esatto della corsa dei cavalli, intento come un direttore d’orchestra a far fare, e rifare, anche la più piccola battuta. Per chi esegue, con delle apposite scodelle e dei movimenti secchi e rapidi, gli occhi incollati allo schermo che proietta la scena, si tratta più di tradurre che di interpretare. Il regista ascolta e pondera, immerso al contempo nel film e nel suo cappuccino. Sempre all’interno della sezione “Laboratorio Leone”, strutturata a spezzoni video e a gallerie di fotogrammi, ecco il regista, in tenuta da lavoro, ora mostrare a Clint Eastwood come impugnare l’arma, ora cingere alla vita la bellissima Claudia...

Eroi massmediatici / Montalbano, siamo!

Ecco una nuova puntata di Montalbano. La stanza viene attraversata da lampi di luce azzurrina, da vecchia Tv con il tubo catodico. In questo caso però, a illuminare le nostre case, sono il mare e il cielo riflessi sulla pietra paglierina di una Sicilia barocca ma aspra, già in odore di Africa. E mentre lo spettatore siede sul suo divano low cost, si ritrova contemporaneamente a sorseggiare un calice di bianco gelido ai tavoli di Enzo ammare, con le onde a pochi metri dai tendoni azzurri mossi dal vento. La cosa ancora più straordinaria è che a Colchester, nella contea dell’Essex, una mia anziana conoscente sta guardando la stessa cosa, magari non la stessa puntata ma la stessa serie, con i sottotitoli in inglese e, tra una cucchiaiata e l’altra di porridge, si siede come noi ai tavoli da Enzo ammare. Su questo non possiamo non interrogarci perché, se un prodotto televisivo italiano, e in particolare il suo protagonista, può piacere contemporaneamente al pubblico italiano, già di per sé composito, e a un ottantenne dell’Essex, ciò vuol dire che possiede qualcosa che travalica i gusti nazionali accedendo a una dimensione molto più vasta.   Una convincente ed esaustiva...

Sessant’anni di televisione (e di società) / Intervista impossibile a Umberto Eco

È appena uscito, per la Nave di Teseo, il volume di Umberto Eco Sulla televisione (a cura di Gianfranco Marrone, pp. 533, € 22) , che raccoglie pressoché tutti i testi che, nel corso della sua carriera intellettuale, Eco ha dedicato alla televisione, al suo linguaggio, alle sue forme di comunicazione, ai suoi esiti culturali, estetici, etici, educativi e politici. Questi scritti, molti dei quali quasi inediti, coprono un arco di tempo molto ampio che va dal 1956, anno in cui in Italia vengono messe in onda le prime trasmissioni, al 2015, periodo in cui il mezzo televisivo, per svariate ragioni, non può più dirsi di massa né, forse proprio per questo, può più essere considerato come dominante nella produzione e nella trasformazione della cultura sociale. Si tratta di testi di varia natura, da veri e propri saggi scientifici a singole analisi di trasmissioni, personaggi o situazioni, da interventi a caldo sino a report di ricerche empiriche, da risposte a questionari ad articoli giornalistici, ivi compresi alcuni scritti di fiction.   Mi scusi, professor Eco: vorrei proporle un’intervista; ho visto che è uscita una grossa raccolta di suoi scritti sulla...

Trent'anni dopo: 1988-2018 / Il pendolo di Foucault. La superstizione porta sfortuna

Difficile dire in poche parole quanto abbiano significato Umberto Eco e la sua produzione per la cultura italiana. Più facile è sottolineare l'impressionante magnitudo dell'intellettuale, che è stato anche scrittore dallo stile formidabile per intelligenza e gusto, dall'influenza capace di permeare l'immaginario di almeno una generazione. Per chi si avvicinava alla cultura negli anni Ottanta e Novanta la lettura dei suoi romanzi, forse più che dei suoi saggi, è stata una folgorazione letteraria, estetica e metodologica (senza dimenticare l'irresistibile bustina di Minerva per “l'Espresso, tenuta dal 1985 al 2016, capace di generare ogni volta cortocircuiti tra passato e presente). Eco ha praticato un uso ironico del passato che ne racconta le vicende e ne espone le interpretazioni, facendone esplodere le contraddizioni. Laddove molti si portano addosso la cultura come vestiti rigidi e sbagliati, lui se ne è vestito con grande disinvoltura, naturalezza disarmante e semplicità dissacrante. Sono almeno due gli assi della sua operazione culturale di capitale importanza per la contemporaneità: il primo riguarda l'analisi dei contenuti, delle illusioni e degli effetti di verità che...

I media e l'arte della menzogna / Il tramonto della realtà

In aula da un paio d’anni faccio sempre questo esperimento: chiedo agli studenti quanti sono secondo loro i migranti che vivono in Italia rispetto al totale della popolazione. Il risultato è sorprendente, anche se molto meno, per fortuna, rispetto al resto della popolazione. Secondo i dati forniti dall’Euro Barometro, l’Italia è il paese dove la distanza tra la percezione e la realtà in tema di immigrazione è più significativa: gli italiani credono, in media, che gli immigrati siano il 27% della popolazione, quando invece rappresentano solo l’8% (anche se nel 2007 erano il 4%).   I miei studenti invece li collocano tra il 10 e il 20% della popolazione, un risultato lievemente migliore, dovuto, credo, al maggiore capitale culturale in loro possesso. Tra la realtà e la sua percezione, c’è sempre stato un fossato, ma la sensazione è che, recentemente, la progressiva mediatizzazione di ogni aspetto della quotidianità stia contribuendo ad allargare questa distanza, tanto quasi da far scomparire la realtà. È di questo che parla il libro di Vanni Codeluppi, espresso dall’affascinante titolo Il tramonto della realtà, una parafrasi del Tramonto dell’Occidente di Spengler. Codeluppi...

A vent'anni dalla sua morte / Le “lezioni americane” di Bruno Munari

Essendo uno degli atenei più importanti al mondo, l’Università di Harvard è stato uno dei crocevia privilegiati per intellettuali e artisti italiani in visita negli Stati Uniti. Particolare risonanza pubblica hanno avuto nel nostro paese le Charles Eliot Norton Lectures, un programma di Visiting Professorship istituito nel 1925 attraverso cui quale scrittori, artisti, intellettuali di fama mondiale vengono invitati a trascorrere un anno accademico nell’università del Massachusetts. Famose e celebrate saranno le Lezioni Americane che Italo Calvino avrebbe dovuto tenere a Harvard nell’autunno del 1985, ma mai portate a termine a causa della sua morte improvvisa avvenuta nell’estate dello stesso anno. Il libro pubblicato postumo diventerà una sorta di testamento letterario e critico che ha accompagnato l’esegesi calviniana nei decenni a venire. Quelle sei lezioni, quelle Six Memos for the Next Millenium nell’originale inglese, saranno poi ricordate da Umberto Eco nel 1992, quando sarà invitato a sua volta (secondo italiano dopo Calvino, e prima di Luciano Berio), a tenere un ciclo di lezioni che saranno raccolte nel libro Sei passeggiate nei boschi narrativi (1994).    Non...

Quarant'anni dopo / Carosello e la pubblicità italiana

Sono passati esattamente quarant’anni dalla morte di Carosello. Eppure molti si ricordano ancora piuttosto bene di questo programma della televisione italiana. Probabilmente perché per vent’anni, dal 1957 al 1977, ha introdotto nella società italiana una vera e propria rivoluzione culturale. Carosello era trasmesso in bianco e nero, ma per gli italiani era ricco di colori. Aveva infatti i colori del consumo, i colori di un nuovo mondo di beni luccicanti che si presentavano per la prima volta sulla scena sociale: lavatrici, frigoriferi, automobili, alimenti in scatola, ecc.   Carosello non era semplicemente pubblicità, ma un paesaggio fiabesco dove regnavano la felicità e il benessere, un paesaggio estremamente affascinante per una popolazione come quella italiana che proveniva da un lungo periodo di disagi e povertà. Un paesaggio onirico che esercitava un effetto particolare nei piccoli paesi, nelle campagne e nelle regioni più arretrate, dove rendeva legittimo l’abbandono di quell’etica della rinuncia che apparteneva alla vecchia cultura contadina, in favore dell’opulenza della città e dei suoi beni di consumo. Carosello, dunque, ha insegnato a vivere la modernità del mondo...

(Parlarne ancora per non ciarlarne più) / Il senso di Salvini per il selfie

Il giornalista del “Giornale di Brescia” Emanuele Galesi ha raccontato – molto bene e con un equilibro e un garbo che oggi fanno eccezione – le derive del significato generate dalla “foto del selfie di Salvini”: una foto Ansa, opera di Simone Arveda, scattata al funerale (18 agosto) delle vittime del crollo del ponte Morandi a Genova (14 agosto). L’articolo, più precisamente, racconta come il post sulla bacheca Facebook di Galesi (18 agosto, ore 15:15) che riprendeva questa foto, aggiungendo la didascalia “Funerale / Selfie”, sia diventato virale. E quali siano state le conseguenze di questa viralità vissuta in prima persona. Condiviso migliaia di volte (adesso che sono le 02:26 del 20 agosto, le condivisioni sono 1932) e ripreso da più parti, il post ha fatto notizia sulle principali testate online. L’articolo racconta questo e ne fa la chiosa con le “Sette cose che ho imparato da una foto virale su Facebook” del titolo, che sono, in nuce, un’analisi sociosemiotica di tutta la faccenda.    Ricostruire la viralità   Il testo di Galesi mi ha interessato subito perché si tratta del racconto quasi-in-presa-diretta di un fenomeno virale: della sua origine, della sua...

Fake news / Menzogna mediatica

Umberto Eco e Aldo Grasso hanno effettuato nel 1969 un esperimento. Il primo ha scritto una sceneggiatura che il secondo ha utilizzato per ricavarne il programma televisivo Fiamme a Vaduz, che raccontava attraverso il linguaggio giornalistico una serie di violenti scontri avvenuti a Vaduz, capitale del Liechtenstein, tra i valdesi e gli anabattisti. Il programma è stato poi presentato in tre diverse versioni a tre gruppi di spettatori di differente livello culturale e, come ha scritto Eco in Dalla periferia dell’impero, «la stragrande maggioranza dei soggetti (compresi alcuni che avevano già visitato il Liechtenstein) non ha messo in dubbio la veridicità del racconto» (p. 286). Dunque, l’esperimento condotto da Eco e Grasso ha mostrato che la televisione, se viene utilizzata sfruttando al meglio il suo linguaggio, è in grado di essere estremamente convincente, anche se parla di qualcosa che in realtà non è mai avvenuto. Ciò è possibile perché la televisione si caratterizza per essere una forma di comunicazione basata su un flusso d’immagini veloci, con ritmi intensi e una continua variazione dei soggetti presentati, che sfugge al controllo razionale. Ma soprattutto in televisione...

Masscult e Midcult / Macdonald, Eco e la cultura di massa

Il libro del critico culturale statunitense Dwight Macdonald Masscult e Midcult è un piccolo classico che non era più disponibile per i lettori italiani, nonostante avesse dato origine, dopo l’uscita nel 1960, a un vasto dibattito in tutto il mondo. In Italia lo hanno analizzato, ad esempio, Umberto Eco e Gillo Dorfles. Bene ha fatto dunque l’editore Piano B a riproporre, con la cura e la traduzione di Mauro Maraschi, tale volume, già tradotto nel nostro Paese nel 1969 e nel 1997. Che cosa sosteneva Macdonald? Che a fianco della tradizionale distinzione tra la cultura alta (o Highcult), quella degli scrittori e dei musicisti importanti, e la cultura di massa (o Masscult), quella che viene sostanzialmente prodotta dai media, la notevole diffusione dei media di massa (cinema, radio, televisione) stava facendo emergere un nuovo tipo di pubblico che richiedeva un tipo di cultura appositamente realizzata: la cultura media o Midcult. Una cultura in grado di minacciare l’esistenza delle altre e basata spesso sullo sfruttamento delle innovazioni realizzate dalle avanguardie culturali per produrre e immettere sul mercato dei prodotti di natura esplicitamente commerciale. Non è infatti...

Nomi e volti della paura / Psicopatologia della Lega

Lo diceva Umberto Eco, gli elettori della Lega non hanno un buon rapporto coi libri: “Che cos’è il leghismo se non la storia di un movimento che non legge?” E hanno una propensione all’odio verso l’intellettuale. Nei bar, quassù tra le Alpi, si preferisce discettare di migranti. La proposta più benevola è quella di sparare loro quando sbarcano, così da fermarli sul bagnasciuga. E la caccia all’intellettuale è uno sport molto praticato nella provincia nordista. Le “storie inventate” non sono amate da queste parti. Non è dunque un banale caso se nella provincia di Sondrio il candidato della Lega ha ottenuto nelle recenti elezioni il sessanta per cento dei voti e il Carroccio ha raggiunto il quaranta per cento nel collegio della Camera. E da dove nasce dunque quest’odio verso l’intellettuale qua nel profondo Nord d’Italia, se non da una pratica antica, secolare, che chiede una considerazione preoccupata nei confronti di chi rivolge la propria attenzione ai libri, una considerazione già nazionalista e banalmente fascista? E da dove arriva questa pratica, se non dalla Grande Paura che nasce dall’inespresso, dall’inesprimibile, e assume le forme del non-scritto?   L'interdizione, l...

Imprenditori gig / Giovani, mettete su una start up!

Ha riscosso successo il film Il vegetale di Gennaro Nunziante, una sorta di parabola rivolta ai giovani. Il film racconta le traversie di un giovane milanese che fa di tutto per farsi assumere da qualche grande azienda, ma che di fatto viene menato come un can per l’aia: stage che sono di fatto lavoro sottopagato, promesse mai mantenute, cavilli burocratici ed evasivi (delle tasse). Alla fine però il giovane mette su un’azienda che produce cibo biologico, e questo – si tratta di una favola edificante – senza ricorrere a lavoro nero, a braccianti sottopagati, ma tutto onestamente rendicontato. Messaggio lampante: giovani, smettetela di puntare al miraggio del posto fisso da dipendente in una Corporation, inventatevi voi un mestiere, mettete su una start up!   Il film illustra in modo gnomico il cambiamento di paradigma nel lavoro in corso nelle nostre società industriali avanzate. Un cambiamento di paradigma che mette in crisi quella che oggi si chiama – non più teoria ma – narrazione di sinistra, marxista o liberal che sia. Una messa in crisi che spiega il declino anche elettorale delle sinistre occidentali. In sintesi: andiamo verso un’organizzazione del lavoro in cui...

Come Piero consigliava e stroncava / Piero Sraffa. Ritratto del grande economista attraverso le lettere editoriali

Il libro. Einaudi ha pubblicato 97 lettere editoriali di Piero Sraffa: la gran parte spedite a Giulio Einaudi, le restanti a Raffaele Mattioli e altri intellettuali italiani. Le lettere vanno dal 1947 al 1975 e consentono di fare qualche passo in avanti per affrontare quello che Luigi Pasinetti ha chiamato l’“enigma Sraffa”.   Chi era Piero Sraffa alla fine degli anni Quaranta del Novecento. Come ricorda Tommaso Munari nell’introduzione, quando inizia la corrispondenza qui raccolta Sraffa aveva una fama leggendaria. Il mito era il frutto dell’intrecciarsi di esperienze personali e scientifiche uniche. Dell’opera di Sraffa sappiamo sempre di più grazie ai lavori di Nerio Naldi, Cristina Marcuzzo, Alessandro Roncaglia e altri, nonché alla disponibilità dei suoi archivi custoditi al Trinity  College di Cambridge. Sraffa, nato nel 1898, si era laureato nel 1920 con Luigi Einaudi, con una tesi su “L’inflazione in Italia durante e dopo la guerra”. Nel 1919 aveva conosciuto Antonio Gramsci, che sarebbe diventato il suo più grande amico. Dal 1921 Sraffa aveva pubblicato articoli su “Ordine Nuovo”, la rivista di Gramsci, e su “Rivoluzione liberale”, la rivista di Piero Gobetti....

Scrivere male è leggere male / Il lettore, coscienza dell’autore

“Pro captu lectoris habent sua fata libelli”: Terenziano Mauro, grammatico successivo all’epoca di Adriano (l’imperatore romano del libro di Marguerite Yourcenar), diede forma e cadenza di esametro a un’osservazione ovvia; di quel tipo d’ovvietà mai trascurabile, però. I destini dei libri dipendono della capacità di chi li legge, dalla sua intelligenza di ciò che legge, dice quel verso. E le cose stanno così, incontrovertibilmente. Un libro o, più generalmente, un testo non è un oggetto inerte. È sempre un processo, un’operazione. Vi gioca un ruolo l’autore. Fuori dell’aspetto funzionale, dell’autore, può accadere si sappia poco o nulla: casi celebri, in proposito. Comunque sia, l’autore resta la funzione più esposta dell’operazione testuale, la saliente.    L’autore è però lungi dall’essere il solo termine del testo, la sua sola funzione. Il testo ha un certo numero di funzioni indispensabili al suo procedere. Tra queste, c’è appunto il lettore. Umberto Eco ne scrisse largamente quaranta anni fa dalla prospettiva dell’interpretazione. Qualcosa va aggiunto (e forse precisato) da quella propriamente linguistica.  Non avesse altro lettore, il testo ha infatti l’autore...

Nel secondo anniversario della sua scomparsa / Umberto Eco: “maître à penser, ami à presenter”

In occasione del secondo anniversario della scomparsa di Umberto Eco, pubblichiamo l’introduzione di Paolo Fabbri al libro Cosi parlò Umberto Eco, una raccolta di articoli e interviste rilasciate in francese, inediti assoluti nel mondo arabo, a cura di Ghazi Berro, di prossima pubblicazione dalla casa editrice Dar El Farabi.   In uno scritto del 1992, l’anno precedente alla prima intervista di questo libro, Umberto Eco suggeriva di non fidarsi delle interviste. Sapeva bene che sono spesso legate ad avvenimenti politici o a ricorrenze culturali, oppure a scadenze editoriali, come l’uscita di nuovi libri da implementare e promuovere. Sapeva soprattutto che la reputazione di un autore globalmente affermato – dopo il romanzo Il nome della rosa e il film che ne fu tratto – semplifica e talora distorce i caratteri di un autore che è stato insieme scrittore e teorico, filosofo, semiologo, editore e giornalista. Ricordo soltanto la sua formazione in estetica all’Università di Torino (con G. Vattimo) che lo ha condotto alla formulazione dell’Opera aperta (1962), poi alla teoria dei segni e alla scrittura romanzesca. Con una tensione coerente, la dialettica tra tradizione e innovazione...

Un'analisi degli oggetti della cultura di massa oggi / Critica

La tradizione di pensiero della modernità ha attribuito un ruolo importante alla capacità dell’essere umano di esercitare un ruolo critico verso la cultura della società in cui vive. Ciò è risultato evidente soprattutto nelle riflessioni che sono state sviluppate nei confronti della cultura generata dai media. Roland Barthes, ad esempio, ha fatto vedere già negli anni Cinquanta, nel celebre testo Miti d’oggi, come sia possibile criticare i miti della cultura di massa. Ha mostrato cioè che si può tentare di «demistificare» i messaggi dei media e dell’industria culturale. A dire il vero, prima ancora di Barthes, era stato Marshall McLuhan a indicare già nel 1951, con il volume La sposa meccanica, che i messaggi della cultura di massa potevano essere trattati esattamente allo stesso modo dei testi letterari e dunque sottoposti a una rigorosa analisi critica. E dopo McLuhan e Barthes, com’è noto, anche Umberto Eco e altri intellettuali hanno fatto vedere la possibilità di un’analisi critica dei messaggi della cultura di massa. L’approccio sviluppato da Barthes ha influenzato anche l’attività di ricerca esercitata dalla cosiddetta “Scuola di Birmingham”. Scuola dalla quale è derivato...

I died for Beauty / La bellezza è una domanda

Quando Josif Brodskij, in occasione del conferimento del premio Nobel per la poesia e la letteratura, sostenne che uno dei principali problemi del nostro tempo è la volgarità, e che solo la bellezza avrebbe potuto salvarci, non avevamo forse compreso fino in fondo quanto fosse nel giusto. Ma si sa, è dei poeti vivere al di sopra delle proprie possibilità, come diceva sempre Luigi Pagliarani. Brodskij poi aggiunse che l’estetica è la madre dell’etica, perché la contiene, completando una diagnosi e un progetto per cambiare la nostra vita. Non l’abbiamo ascoltato. La volgarità, e non la bruttezza, si propone nel nostro tempo come il contrario della bellezza; così come l’indifferenza, e non l’odio, è il contrario dell’amore. Se il bello è passione e distacco; se è perfino un certo livello di disinteresse che separa il bello da altre forme di passione, anche il brutto è passione e richiede di essere capito e giustificato, come ha sostenuto Umberto Eco in un testo sul brutto, ora contenuto in Sulle spalle dei giganti, La nave di Teseo, Milano 2017. Ci rendiamo subito conto che siamo sulla soglia di noi stessi, al margine generativo del possibile, dove si profilano le condizioni per...

Da Dylan Dog a Non è successo niente / Sei anagrammi per Tiziano Sclavi

Avanzi sciolti (anagramma di «Tiziano Sclavi»).   Il mio primo ricordo di Tiziano Sclavi è nebuloso. All'età che avevo, e negli anni in cui l'avevo, raramente si fa caso alle firme degli autori, anche se la mia inclinazione enigmistica avrà sicuramente notato già allora il cognome e la sua non comune composizione. Solo tanto tempo dopo ho saputo che Sclavi era nello staff del Corriere dei Ragazzi, testata insostituibile del passaggio da infanzia ad adolescenza per me e per molti miei coetanei. Ero alle medie inferiori e c'era il «Sottosopra», paginone bazar di battute nonsense di cui non ricordo quasi nulla di preciso se non il tono, invariabilmente, supremamente e istruttivamente demenziale. Il piacere di capire il senso del nonsenso, il nascente feticismo per la carta stampata, la condivisione delle battute con gli amici. Penso che venissero da «Sottosopra» certe cose che ripeto da più di quarant'anni, tipo: «Non siamo mica perfetti, ognuno ci abbiamo i suoi difetti».   Zio calvinista (anagramma di «Tiziano Sclavi»).   Poi si salta il liceo a piedi pari e sono all'università. Loretta, mia compagna di appartamento bolognese fuori sede, mi dice: ah, esce Dylan Dog...

(Esatto, proprio quella sul SUCA) / S-Word: il senso di una tesi

Il grande Umberto Eco ci aveva preso, non c’è niente da fare. E più di una volta. Quella da cui vorrei cominciare è la definizione di apocalittici e integrati (Eco, 1964), che al caso della S-Word, scoppiato in queste ore, si adatta alla perfezione. Ecco brevemente i fatti, se li conoscete potete saltare al prossimo capoverso. Tutto è facilmente ricostruibile con una breve surfata sul web. La storia comincia con la tesi di laurea in Scienze della Comunicazione di Alessandra Agola dal titolo “S-Word. Segni urbani e writing”, discussa all’Università di Palermo e di cui sono relatore. Tesi che ha come oggetto le scritture urbane e in particolare la parola SUCA, che con una frequenza disarmante si ritrova su muri di Palermo e di molte altre città. Su questo lavoro scrive per primo Gianfranco Marrone, peraltro correlatore della tesi, su I love Sicilia, un magazine piuttosto diffuso sull’isola e non solo. Da qui un articolo di Lucio Luca dello scorso 6 dicembre sull’edizione locale de la Repubblica, che scatena il putiferio: servizi in video e voce da parte delle emittenti locali, ma anche di REP TV il cui post, mentre scrivo, a circa di 15 ore dalla messa on line, ha ricevuto circa 3,4...

I libri che hanno cambiato la storia / Possiamo fare a meno delle monografie?

In questo periodo, si è scritto molto a proposito dell’anniversario della rivoluzione russa avvenuta nel 1917. Ma questo importante evento sociopolitico non avrebbe probabilmente avuto luogo se Karl Marx non avesse pubblicato esattamente cinquant’anni prima un saggio teorico fondamentale come il primo volume del Capitale. I saggi monografici rilevanti, infatti, possono modificare e addirittura sconvolgere il processo evolutivo delle società. Basti pensare, ad esempio, alla potente forza di cambiamento culturale e sociale manifestata da un saggio estremamente importante come L’interpretazione dei sogni di Sigmund Freud. Oppure a ciò che hanno causato altri innovativi saggi pubblicati tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta del Novecento: Miti d’oggi di Roland Barthes, Apocalittici e integrati di Umberto Eco, Gli strumenti del comunicare di Marshall McLuhan.    Un saggio monografico può dunque dare vita a una potente forza di cambiamento della società. L’evoluzione del pensiero scientifico ma anche della cultura sociale non ha potuto prescindere nella storia della modernità da questo strumento di elaborazione teorica. Eppure oggi stiamo progressivamente rinunciando a...

Post-mortem dell’autore / Umberto Eco tra Nani e Giganti

La morte dell’autore: espressione coniata cinquant’anni fa da Roland Barthes, assai discussa da studiosi di letteratura, critici, semiologi, filosofi, ma ormai usurata, stanca, fortemente indebolita dal tempo e dall’età. Per Barthes, si sa, “non appena comincia a scrivere, l’autore entra nella propria morte”. L’atto di scrittura, abolendo ogni idea di soggetto individuale, di genio creatore e, con ciò, di proprietà dell’opera, afferma piuttosto la persona linguistica, la soggettività come effetto di senso del testo. Se io è sempre e soltanto chi dice “io”, autore è chi, alla fine, l’opera decide di eleggere come tale, con tutte le finzioni e le credenze del caso. Da Mallarmé a Proust, da Blanchot a Benveniste, è tutto un recitare inni funebri, peraltro euforici, verso ogni residuo di romanticismo, ogni ingenua volontà d’espressione di sé. Ma l’autore ha comunque trovato un suo strenuo rifugio, dove la tragedia, comme il faut, si fa farsa: è quello dei media, mai stanchi di vendere eroi per un giorno, figli illegittimi di geni-brand un tanto al chilo. La televisione, il cinema, la letteratura, i giornali, il web sono strabordanti di autori d’ogni ordine e grado, geni ipercompresi...

Un tipo da museo / Joe Colombo e il design del futuro prossimo

Se per un colpo di fortuna vi ci imbatteste, in qualche mercatino, o magari in un’asta di design, non lasciatevela sfuggire, sebbene sia raro trovarla nella sua vecchia edizione: la 4867, meglio nota come Sedia Universale o Universal Chair, è un pezzo cult. Presente nei più prestigiosi musei del mondo, dal MoMA di NY, al Design Museum di Londra, a quello della Triennale di Milano, al Vitra di Weil am Rhein, tra il 2005 e il 2009 è stata anche al centro della grande retrospettiva, dal titolo Inventing the Future, dedicata al suo autore, Joe Colombo (1930-1971). Partita da Milano, la rassegna ha itinerato per l'Europa, facendo tappa dapprima a Weil am Rhein, poi a Parigi, a Manchester, quindi a Graz e infine a Lipsia. Sebbene questa sedia fosse stata progettata nel 1965, è entrata in produzione soltanto due anni dopo; in seguito interrotta, la produzione è finalmente ripresa nel 2013. Leggera, ergonomica, impilabile e facilmente impugnabile, è indubbiamente anche piuttosto comoda, ma ciò che la rende speciale è il record che detiene, quello cioè di essere la prima sedia in plastica (ABS) realizzata industrialmente ad iniezione utilizzando un unico stampo.   Joe Colombo...

Il settantasette compie quarant'anni / Una tomba per uno strano animale

Il Settantasette compie, quest'anno, quarant'anni. Scriverne non può servire a celebrare o svilire una data decisiva nella storia dell'Italia contemporanea, entrata nell'immaginario collettivo più di quanto sembri – basti pensare alla infinita e inutile letteratura scandalistica sugli anni di piombo, o anche al cinema in presa diretta di quegli anni, e quindi alla commedia di Luciano Salce Il... Belpaese, film uscito proprio nel 1977 e interpretato da Paolo Villaggio, quasi due ore di luogocomunismo sugli anni di piombo dal punto di vista della borghesia milanese, e poi anche Tutti a squola di Pingitore uscito nel 1979, protagonista Pippo Franco professore liceale alle prese con i giovani settantasettini drogati e delinquenti, deriva trash di una destra romana meno perbene ma più ridanciana – ma ancora scarsamente oggetto di indagine storica soprattutto da parte delle generazioni più giovani.   In controtendenza, in questo senso, lo studio di Luca Falciola, Il movimento del 1977 in Italia, uscito nel 2016 per Carocci, il libro di Danilo Mariscalco, Dai laboratori alle masse, dedicato al rapporto tra il '77, le arti e la comunicazione, uscito nel 2014 per ombre corte, e la più...

Il cavallo e il pronome in terza persona / Algirdas Greimas. Del senso in esilio

Cosa c’entra il cavallo col pronome di terza persona? Algirdas Julien Greimas, che non amava parlare a sproposito, ripeteva spesso che si tratta delle due più azzeccate invenzioni della specie umana, poiché, a ben vedere, hanno svolto nel tempo la medesima funzione antropologica: quella di distaccare l’ominide dalla sua condizione cosiddetta naturale, cioè bestiale, permettendogli di accedere alla sfera della cultura, della socialità, della simbolizzazione. Laddove l’asservimento dell’equino, con buona pace degli odierni animalisti, ha aiutato nel lavoro e nei trasporti, innalzando di parecchio la qualità del vita umana, l’egli ha permesso di parlare di qualcosa che non è lì mentre si parla, che è supposta esistere a prescindere da chi, al contrario, la sta esprimendo. Come dire che, se il cavallo ha prodotto qualcosa come la soggettività, la terza persona ha reso possibile l’oggettività. Che non è poco.   Ragionamenti così, incongrui ed evidenti al contempo, erano pane quotidiano per questo studioso assolutamente sui generis di cui nel 2017 si sta celebrando il centenario della nascita, con incontri di studio, seminari, pubblicazioni, rammemorazioni e commemorazioni varie, e...