L’Eco della Sinistra

4 Ottobre 2022

Nella storia culturale italiana, il 1963 rappresenta uno spartiacque nel modo di intendere la politica culturale della Sinistra. Per molti intellettuali esiste un prima che coincide con una quasi totale adesione a un’unica agenda, quella del PCI; e un dopo, di fatto iniziato già con la crisi ideologica che segue i fatti storici del 1956 e si traduce in percorsi sperimentali verso la definizione di nuovi metodi di produzione artistica ed analisi culturale.

Se importanti riflessioni erano già state avviate negli anni precedenti, non è un caso che queste vengano portate a maturazione in documenti programmatici, atti fondativi e nascita di movimenti di rottura con il passato nel 1963 – si pensi, per esempio alla fondazione dei due principali gruppi della Neoavanguardia (Gruppo 63 e Gruppo 70). Una serie di eventi storici non meno destabilizzanti, tra cui la morte di Papa Giovanni e di Kennedy, nonché il successo elettorale comunista alle ultime elezioni, stavano già, dopotutto, siglando un cambiamento epocale.

È in quello stesso anno che Umberto Eco, uno dei protagonisti del grande rinnovamento culturale di quegli anni, pubblica sul settimanale del Partito Comunista Rinascita, diretto da Palmiro Togliatti, due lunghi articoli che avrebbero scardinato i parametri di indagine culturale fino ad allora dominanti. A nome di chi si riconosceva in una cultura di Sinistra, ma non più, necessariamente, in un’identità di partito, tra le righe Eco invitava ad allargare gli orizzonti di indagine culturale oltre quelle che erano state le tradizionali battaglie del PCI dal dopoguerra in poi – l’estetica del realismo, la libertà di espressione, la democratizzazione della scuola, la difesa nel cinema neorealista contro quello americano, per esempio.

A questo importante contributo di Eco, apparso in rivista in due puntate il 5 e 12 ottobre 1963 nella forma di due articoli dal titolo, rispettivamente, Per una indagine sulla situazione culturale e Modelli descrittivi e interpretazione storica, Claudio Crapis e Giandomenico Crapis hanno dedicato un intero volume, Umberto Eco e la politica culturale della Sinistra, pubblicato in altra versione e titolo con Imprimatur e recentemente ripubblicato da La Nave di Teseo.

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Spinti da una comprensibile malinconia generazionale nel constatare la scomparsa del ruolo dell’intellettuale nella trasformazione socio-culturale del Paese ed anche giustamente scettici rispetto a quelle figure inconsistenti che lo hanno sostituito, dall’influencer al guru della rete, allo spin doctor di turno, i due autori hanno voluto rilanciare il sasso nello stagno, ricostruendo il contesto culturale di quegli anni, esaminando accuratamente i punti centrali del discorso di Eco e prendendo in considerazione gli interventi di replica, in primis quello di Rossana Rossanda apparso sulla stessa rivista. Oltre ad includere i due articoli usciti su Rinascita, il libro è inoltre corredato di altri cinque articoli inediti dello stesso anno: L’americano intelligente, Lezione morale di Brecht, Ma Superman a cosa serve?, Il fucile e l’elicottero (scritto con G.B. Zorzoli) e Una via italiana al cabaret? La Canzone Nuova

A parte l’innegabile valore di ricostruzione filologica e culturale, il volume ha sicuramente il merito di restituirci le coordinate di un discorso metodologico ancora potenzialmente attuale e, allo stesso tempo, di lanciare un monito su un certo “vuoto odierno”, come lo definiscono i due autori. In questo senso, è facile immedesimarsi in Eco che, nella situazione culturale del 1963, lamentava un ritardo teorico, che è un ritardo politico: la stessa frase, riletta oggi, non potrebbe essere più eloquente per il presente.

Tuttavia, se di lì a pochi anni Eco e un’intera nuova classe intellettuale, affermatasi con la diaspora del 1956, avrebbe occupato posizioni di rilievo nel mondo dell’editoria, della televisione, del cinema, della stampa trasformando il Paese, nel bene e nel male, proprio con quella nuova metodologia anticipata in quei due articoli, oggi, a distanza di oltre cinquant’anni, sembra mancare, non solo una metodologia complessiva di indagine culturale, ma una vera e propria visione culturale.

Nel prendere atto del “vuoto odierno” cui alludono i due autori, viene da chiedersi se questi lamentino più la crisi identitaria della figura intellettuale e la sua sempre minore rilevanza sociale, la realtà culturale impoverita in cui viviamo, o la perdita di un’ottica “modificatoria”, per usare un termine caro ad Eco, con la quale si possa ancora pensare di intervenire per una realtà culturale diversa e migliore. Forse tutti e tre i desideri hanno dato impulso alla scrittura di questo libro, nella speranza che qualcuno presto ripresenti dei cahiers de doléances, proprio come aveva fatto Eco in quei due articoli.

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I due articoli rimangono indubbiamente significativi per l’impostazione metodologica che ci hanno lasciato, suggerendo anche una certa analogia, in termini di svolta tecnologico-culturale, tra quel momento di transizione verso una cultura di massa e questo che stiamo vivendo da un paio di decenni verso una cultura dei social ormai giunta a piena maturità. Nel suo scritto, Eco infatti esordiva sottolineando l’urgenza di aggiornare gli schemi di giudizio culturale, constatando che le nuove tecnologie e forme di comunicazione avevano radicalmente trasformato “l’assetto delle società e la posizione dell’uomo nel mondo”.

Tra i punti cardine del suo discorso spiccavano la necessità di superare un certo snobismo borghese-aristocratico verso la cultura di massa, di ripensare concetti quali “umanesimo”, “razionalità”, “comunicazione” e non ultimo il rapporto tra cultura e società, di rivedere la nozione di “etnocentrismo” e di riconsiderare la relazione tra struttura e sovrastruttura. A tale proposito, usava il termine “vizio umanistico” per riferirsi a quell’immagine dell’uomo ancora radicata nell’umanesimo rinascimentale; un’immagine che implica un concetto di cultura come privilegio di classe, una cultura meditativa basata sul consumo di emozioni raffinate e per pochi.

Con questa presa di posizione venivano sdoganati fenomeni culturali emergenti, come la musica pop di Rita Pavone, Mina e Celentano, il western, il fumetto, tradizionalmente etichettati in modo dispregiativo come “cultura bassa”, dunque snobbati da una certa élite di Sinistra, ma che a suo parere meritavano la stessa attenzione della cultura alta. Oggi lo stesso ragionamento sembra incoraggiarci a prendere in considerazione i nuovi fenomeni culturali nati sui social, dai Ferragnez ai dibattiti politici su Twitch, e chiederci, come faceva Eco, quali gusti e bisogni soddisfano, quali valori e possibilità estetiche realizzano.

Per poter condurre questo tipo di indagine culturale, Eco incoraggiava gli intellettuali ad aprirsi ai metodi di analisi che arrivavano da altre discipline, a partire dalle scienze sociali, ma anche quelle materie scientifiche che avevano dato impulso alla rivoluzione tecnologica di quegli anni, come l’informatica. Bollate come discipline “borghesi”, o semplicemente estranee all’orizzonte umanistico, queste non erano state viste di buon occhio dall’élite di Sinistra, in quanto nate ed operanti dentro logiche capitalistiche. A tale riguardo, le critiche che vennero mosse a Eco, dalla Rossanda ma anche da un giovane ed ancora poco conosciuto Louis Althusser, erano di svalutare, con questo nuovo posizionamento, la dialettica della teoria marxista e l’obiettivo di rivoluzione di classe.

Va detto, comunque, che il dibattito che seguì la pubblicazione dello scritto su Rinascita fotografa, in questo senso, reazioni a caldo che di lì a pochi anni sarebbero state superate dagli stessi detrattori delle proposte di Eco. Tornando al presente, ma tenendo a mente le coordinate del discorso elaborato dal nostro in quegli articoli, risulta evidente che per comprendere le dinamiche socio-culturali del nostro millennio ed elaborare “modi di formare” creativi e critici nel fare artistico e comunicativo, non possiamo non tenere conto di discipline come l’ecologia dei media, l’estetica dei nuovi media, la sociologia ed antropologia digitale ed anche e soprattutto tutte quelle prospettive critiche che mettono a nudo le logiche economico-culturali che si celano dietro la “bella facciata” di una piattaforma user-friendly.

Quest’ultimo è forse il vuoto che più urgentemente bisogna colmare per evitare le derive a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, dalle fake news ai revisionismi storici privi di contesto, dai radicalismi politici alla paralisi delle forze intellettuali per mano di culture di opposizione caratterizzate da impulsi viscerali e reazioni im-mediate. Se la moltiplicazione di teorie umanistiche e l’iper-frammentazione teorico-metodologica non aiuta una visione d’insieme nell’indagine culturale, è nello sforzo interdisciplinare che coniuga descrizione dei fenomeni, giudizi storici, etici e politici, intervento sulle strutture (e infrastrutture) comunicative con nuove forme di guerriglia semiologica e creazione di canali di contro-informazione che si può sperare di recuperare una direzione.

Comprendere i molteplici livelli su cui i social e le nuove tecnologie digitali agiscono per modellare la nostra percezione della realtà ed esperienza nella realtà è il “compito storico specifico”, direbbe Eco, di coloro che si riconoscono nella missione critica e progressiva del lavoro intellettuale. E da qui partire per comprendere i bisogni e le aspirazioni della gente. Le sfide della Sinistra, in questo senso, vanno ben oltre l’obiettivo di una generica uguaglianza economica, sociale e civile, o dell’ultima, ma sempre urgente, causa ambientalistica. Insomma, come sempre, siamo solo all’inizio.

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