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Cinema

(945 risultati)

#140cine: da venerdì 30 marzo al cinema

#140cine: un tweet per segnalare e commentare ogni settimana i film che escono in sala. Con un voto da #0 a #0000 e il trailer. Aspettiamo sui Social Network i vostri voti e i vostri commenti.   Da venerdì 30 marzo in sala: Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana (Italia 2012) #140cine A Piazza Fontana c'erano due bombe. Almeno per il film e per la sua ambigua Fictory, Fiction + History. #00 Marigold Hotel di John Madden (The Best Exotic Marigold Hotel, Gran Bretagna 2011) #140cine Un film senile, con attori senili, per un pubblico dallo sguardo senile. O al massimo amante dell'India. #00 I colori della passione di Lech Majewski (The Mill and the Cross, Polonia-Svezia 2011) #140cine Era già uno dei sogni di Kurosawa: entrare nel quadro di un pittore. Là era Van Gogh, qui Pieter Bruegel. #00 Il mio migliore incubo! di Anne Fontaine (Mon pire cauchemar, Belgio-Francia 2011) #140cine Lei ricca e snob. Lui svaccato e al verde. Si odiano, ovvio. Ma i loro figli no. Che idea per una commedia! #0 La furia dei Titani di...

Speciale Adolescenza | Delphine e Muriel Coulin. 17 ragazze

Iniziamo dalla fine. Il film delle sorelle Coulin è stato sdoganato, perdonato verrebbe da dire, dall’organo di censura nazionale. La storia è ormai nota: 17 ragazze inizialmente proposto per il divieto ai minori tutti e poi proibito ai soli minori di anni 14 ha, in seguito all’accoglimento del ricorso della Teodora, ottenuto la definitiva liberalizzazione presso i pubblici di ogni età e generazione. Bastasse tale ripensamento a dirimere una questione già tanto controversa (oltre che rumorosa), tutto bene. Il problema è che il polverone, già alzatosi su gran parte dei media nazionali, non pare potersi diradare tanto in fretta. E se, com’è ovvio, qualsivoglia gesto di censura si porta dietro una quantità innumerabile di critiche, polemiche, riflessioni e battaglie ideologiche, arrivando di fatto a veicolare interessi, discussioni e speculazioni appartenenti a diversi e molteplici campi del sapere, quando si agisce nel terreno dell’arte è normale che ogni intervento che lasci il sospetto di operare un controllo o una limitazione, divenga oggetto di pesanti e feroci prese di posizione (contro o...

Doppie bombe per una strage e un film

Viene presentato a Milano il 26 marzo e sarà nelle sale italiane dal 30 marzo il film che Marco Tullio Giordana, il regista de La meglio gioventù e I cento passi, dedica alla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. Con Romanzo di una strage, il nuovo film di Giordana, la Fictory – complessa forma di cobelligeranza tra la Fiction e la History, disciplina non esente da episodi di fuoco amico e da regole di ingaggio in continua evoluzione a seconda degli scacchieri tematici e cronologici investiti – mette così piede nella penisola italiana.   Proprio in vista dell’uscita del film di Marco Tullio Giordana Eugenio Scalfari rievoca, sulle pagine del quotidiano “Repubblica” da lui fondato, i giorni di Piazza Fontana e quelli venuti dopo. È una ricostruzione che, giungendo da un personaggio eminente della scena pubblica dell’ultimo mezzo secolo italiano, non può certo lesinare gli “io c’ero”. “Intervengo perché io c’ero” - scrive Scalfari – “Ho assistito direttamente a gran parte di quei fatti come cittadino, come giornalista e come deputato al...

#140cine: da venerdì 23 marzo al cinema

#140cine: un tweet per segnalare e commentare ogni settimana i film che escono in sala. Con un voto da #0 a #0000 e il trailer. Aspettiamo sui Social Network i vostri voti e i vostri commenti.   Da venerdì 23 marzo in sala: 17 ragazze di Muriel e Delphine Coulin (Francia 2011) #140cine 17 adolescenti, 17 pance, una storia vera. Un po’come in "Elephant", ma con la vita al posto della morte. #000   Cosa piove dal cielo? di Sebastián Borensztein (Argentina 2011) #140cine Un argentino e un cinese. Un burbero e un alieno spaesato. Cioè #quasiamici, cioè #lastranacoppia. #00 The Lady di Luc Besson (Francia-Gran Bretagna 2011) #140cine La Lady, Aung San Suu Kyi, stavolta è di seta. Ma è più forte di quell’altra di ferro. Malgrado Besson.  #00 Take Me Home Tonight di Michael Dowse (Usa 2011) #140cine Per la commedia americana il tempo passa per essere rievocato. E gli anni ’80 sono storia da sfottere. #00 Quijote di Mimmo Paladino (Italia 2006) #...

Tonino Guerra. Ultimo canto

Santarcangelo di Romagna ha festeggiato il novantaduesimo compleanno di Tonino Guerra il 16 marzo. Il Museo MUSAS per l’occasione gli ha dedicato una piccola mostra raccogliendo opere scelte tra le tante (disegni, ceramiche, stoffe, sculture) che Guerra ha realizzato con artisti e artigiani soprattutto della Romagna. Il confronto tra grafica, pittura e opere tridimensionali parla di una spinta creativa che non si accontenta della doppia dimensione e cerca una diversa trasformazione delle cose nello spazio quotidiano. Sia le ceramiche, che realizzano fantastiche forme animali e interpretano antiche formelle devozionali, che le sculture, che dallo spunto figurativo transitano nella ricerca dell’oggetto funzionale (la lampada, il portavasi, i cuscini), rinviano alla radice della formazione dell’artista, sceneggiatore e poeta che nell’immediato dopoguerra iniziava la sua avventura con il dialetto scritto in versi e con il cinema della nuova realtà.   Il dialetto di Guerra, con quello di Pasolini, è stato la lingua sacra e libera che, dopo la catastrofe mondiale, permetteva ancora di nominare le cose e la vita senza contaminazioni...

Martina Parenti e Massimo D’Anolfi. Il castello

L’attività critica non dovrebbe limitarsi alla considerazione dei film che escono in sala, assecondando un sistema che sembra ormai fare a meno della sua funzione o inglobarla nelle proprie strategie comunicative; a volte dovrebbe impegnarsi a costruire uno spazio di visibilità alternativo, che metta a fuoco ciò che è sfuggito alla miopia della distribuzione. Per questo la recensione di Odeon questa settimana è dedicata a un film che molti purtroppo non potranno vedere, dato che per ora esce eccezionalmente in un’unica sala a Milano, ma che proprio in ragione di questa eccezionalità ci è sembrato importante segnalare.   Il castello è il titolo programmaticamente kafkiano che Martina Parenti e Massimo D’Anolfi hanno dato al loro documentario sullo scalo internazionale di Malpensa, nel quale esplorano la soglia di visibilità di un potere pervasivo e sfuggente come quello che tiene sospeso l’agrimensore K. L’aeroporto come frontiera cruciale della contemporaneità, diaframma vitreo e impersonale che accoglie e respinge, si riempie e si svuota, attraversato da flussi anonimi...

#140cine: da venerdì 16 marzo al cinema

#140cine: un tweet per segnalare e commentare ogni settimana i film che escono in sala. Con un voto da #0 a #0000 e il trailer del film. Aspettiamo sui Social Network i vostri voti e i vostri commenti.   Da venerdì 16 marzo in sala: Magnifica presenza di Ferzan Ozpetek (Italia 2012) #140cine Ozpetek incontra Pirandello e otto fantasmi magnifici e parecchio queer trovano un autore. #00   L’altra faccia del diavolo di William Brent Bell (Usa 2012) #140cine  I quattro demoni che posseggono la mamma assassina sembrano ispirati a Hellraiser. Il film un po’ meno. #0 10 regole per farla innamorare di Cristiano Bordone (Italia 2012) #140cine Vincenzo Salemme? Fausto Brizzi? Pulsatilla? A quando le dieci regole per farli smettere? #0   Non me lo dire di Vito Cea (Italia 2012) #140cine C’è ancora in giro qualche comico senza il suo bel film? Ora ci toccano pure quelli di Telenorba 7 e 8, Puglia #0 Il film è nelle sale già da mercoledì 14 marzo.    

Ann Hui. A Simple Life

Un uomo spinge una signora anziana a bordo di una carrozzina; la donna è stanca, malata, piega il capo coperto da un berretto di lana e si abbandona dolcemente allo schienale. È vicina alla morte, ha l’età giusta per essere pronta e il fisico troppo stanco per reagire; il suo volto è sereno, si sente sicura, protetta, non vi è traccia di preoccupazione. L’uomo dal canto suo conduce con delicatezza la donna, con lo sguardo pacato sembra accompagnarla verso il destino che le spetta. Non c’è dolore o tristezza. Solo affetto reciproco. L’affetto che quest’uomo e questa donna, colti in una delle tante immagini di intimità muta e profondissima raccolte da A Simple Life, si sono regalati per una vita intera.   Il film, diretto dalla regista di Hong Kong Ann Hui e uscito nelle sale dopo aver partecipato alla Mostra di Venezia (complimenti alla Tucker Film per il coraggio), racconta la storia vera del rapporto tra un produttore cinematografico e la sua domestica settantenne: lui un professionista single, indaffarato e spesso all’estero per lavoro; lei una minuta vecchina da cinque generazioni al...

Boardwalk Empire: malinconie di un boss

Enoch Thompson, detto Nucky, è un mafioso. Un mafioso per bene. In realtà, è il Tesoriere della città rivierasca di Atlantic City nel 1920, in era di proibizione del consumo di bevande alcoliche. La proibizione come sempre genera illegalità, così nacquero negli Stati Uniti le grandi famiglie mafiose: gli italiani, gli irlandesi, gli ebrei.   Nucky, in Boardwalk Empire, la serie televisiva scritta da Terence Winter (che di mafiosi se ne intende avendo scritto un bel po’ di episodi dei Soprano) e coprodotta anche da Martin Scorsese che girò l’episodio pilota, è interpretato da Steve Buscemi. Emmy Awards prima e Golden Globes dopo hanno ricoperto di gloria questa serie, alla terza stagione negli Usa, in Italia alla seconda, appena conclusa su Sky Cinema, e alla prima in chiaro su Rai 4 in queste settimane. La sua maschera ironica e impenetrabile comunica l’ambiguità del personaggio, capace di un sermone toccante davanti alla comunità di quattro afroamericani mitragliati da un commando del Ku Klux Clan e poco dopo di un comizio di aizzo cagnesco davanti agli affiliati della setta...

Addio alla prossemica

Chi ricorda la prossemica? Chi ha tuttora presente quell’affascinante serie di studi che, venti o trent’anni fa, cercavano di osservare i comportamenti delle persone, e soprattutto i modi con cui esse si accostano o si distanziano reciprocamente? Pochissimi ritengo, almeno fra i matti gestori di quelle odierne sale cinematografiche che sempre più affliggono le nostre serate libere, la nostra inesausta voglia di godere delle magie del grande schermo. Sentite che cosa mi è successo qualche tempo fa. E ditemi se non sarebbe il caso di rendere obbligatoria, a certi personaggi, la lettura di un libro luminoso come La dimensione nascosta di Edward Hall o di certi scritti del mai troppo compianto Erving Goffman.   L’idea era semplice: niente di meglio che andare a vedere il pluripremiato The Artist, film muto sul film muto, nostalgicamente in bianco e nero, in un vecchio cinema di periferia, meglio ancora se in provincia. Immaginiamo compiaciuti sedie cigolanti col velluto rabberciato, un cinefilo d’antan al botteghino e l’odore acre di umidità dalle pareti: un’esperienza estetica tanto ...

#140cine: da venerdì 9 marzo al cinema

#140cine: un tweet per segnalare e commentare ogni settimana i film che escono in sala. Con un voto da #0 a #0000 e il trailer del film. Ovviamente sui Social Network aspettiamo i vostri voti e i vostri commenti. Pronti, via.  Da venerdì 9 marzo in sala: A Simple Life di Ann Hui (Hong Kong 2011) #140cine Basta un tweet per dire che questo film è un capolavoro. Sì, basta. "A Simple Life" è un capolavoro. #0000 Il film è uscito ieri, in occasione della Giornata internazionale della donna. Young Adult di Jason Reitman (Usa 2011) #140cine La ragazza più bella della scuola è ancora uno schianto, è single, un po’ matta, ed è tornata in città. #000 La sorgente dell'amore di Radu Mihaileanu (Belgio, Francia, Italia 2001) #140cine Villaggio del Medioriente. Le donne sgobbano, gli uomini no e allora scatta lo sciopero. Di cosa? Ovvio no... #00   John Carter di Andrew Stanton (Usa 2012) #140cine L'ennesima saga di fantascienza stavolta è targata Pixar...

Paolo e Vittorio Taviani. Cesare deve morire

I grandi classici avevano incontrato la camorra dieci anni prima che i fratelli Taviani portassero Shakespeare nel braccio Alta Sicurezza del carcere di Rebibbia, dove di camorra se ne respira parecchia. Si trattava dell’Orestea di Eschilo (già tradotta da Pier Paolo Pasolini per Vittorio Gassman - XVI ciclo delle Rappresentazioni Classiche, 1960) e Antonio Capuano usava il testo classico per raccontare la tragedia, ascesa e soprattutto caduta, della famiglia dei Cammarano in epoca contemporanea. Un film dove Oreste parlava napoletano, Clitemnestra aveva il volto di Licia Maglietta, Agamennone quello di Toni Servillo ed Egisto quello di un immenso Antonino Iurio. Riuscito o meno che fosse, il film era potente, duro come quasi tutto il cinema di Antonio Capuano. E Luna Rossa non faceva eccezione: deflagrava e turbava. Questo Shakespeare dei fratelli Taviani ha la stessa forza deflagrante, al di là qualche limite, primo fra tutti quello di far rimpiangere la “cattiveria” di Capuano.     Fabio Cavalli, nobile regista teatrale che opera nelle carceri con uno spirito necessariamente missionario, allestisce un nuovo corso di...

Puritani

Un gruppo è corpo di corpi, Gustave Le Bon (1841-1931) e Wilfred Bion (1897-1979) descrivono il gruppo come un soggetto indipendente, autonomo. Si creano fenomeni sovra-individuali.   Viene in mente quel gruppo di fedeli che appoggiarono la rivoluzione di Cromwell e, dopo la sconfitta, s’imbarcarono sulla Mayflower per raggiungere quei luoghi che ancora oggi chiamiamo New England. Portavano il dolce nome di Padri Pellegrini. Così li canta candidamente Paul Simon:     We come on the ship they call the Mayflower We come on the ship that sailed the moon We come in the age’s most uncertain hour and sing an American tune     Arrivammo con la nave, chiamata Mayflower Arrivammo sulla nave che attraversò la luna Arrivammo nell'era delle ore più incerte e cantammo un canto Americano   (Paul Simon, 1973)   Viene da piangere a sentirla. Invero i puritani mostrano, fin da subito, le ambiguità di una seconda immagine, meno rassicurante. Nel 1975 Sacvan Bercovitch pubblica The Puritan Origins of the American Self e indaga le vicende che...

Roberto Faenza. Un giorno tutto questo dolore ti sarà utile

In un Bildungsroman che si rispetti – come lo sono Someday this pain will be useful to you di Peter Cameron e la sua versione cinematografica, che adesso arriva nelle sale, di Roberto Faenza – bisogna diventar scemi. Così James/Holden, il ragazzino protagonista di questa storia d’apprendistato, è colto, sensibilissimo, ne sa d’arte contemporanea e di letteratura mondiale, ed è straordinariamente intelligente. Imparerà a stare nel mondo filisteo degli adulti, a saper vivere, ossia, appunto, a farsi un po’ stupido. Riuscirà a mettere da parte molta della sua irritazione nei confronti degli altri, soprattutto dei suoi coetanei, proverà a dare una giustificazione alle banali follie autodistruttive dei genitori e della sorella, capirà che deve proseguire i suoi studi immergendosi in un qualche maleodorante college universitario.     Su una cosa, però, sembra non cedere le armi: sulla sua concezione del linguaggio, che è e resta sino alla fine un po’ ingenua. Rigorosissima quanto a precisione comunicativa e chiarezza semantica, particolarmente esigente nell’...

Oscar: le nostre recensioni

Vi rimandiamo alle nostre recensioni dei film che hanno vinto stanotte agli Oscar:   The Artist (miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, miglior colonna sonora, migliori costumi)   Una separazione (miglior film straniero)   Midnight in Paris (miglior sceneggiatura originale)   Hugo Cabret (miglior fotografia, miglior sonoro, miglior missaggio del suono, migliori effetti speciali)   Uomini che odiano le donne (miglior montaggio)    

Lynne Ramsay. ...E ora parliamo di Kevin

Non vi aspettate che si parli davvero di Kevin, perché potreste rimanere delusi. Rispetto al titolo e al best-seller di Lionel Shriver da cui è ripreso, il film di Lynne Ramsay rappresenta un atto mancato: si dovrebbe, si sarebbe dovuto, parlare di Kevin, prima che compisse un massacro scolastico in stile Columbine alla vigilia del suo sedicesimo compleanno, ma il film arriva troppo tardi, e questo bisogno di parlare insoddisfatto finisce per lasciarlo ammutolito, per non fargli dire ciò doveva. Nel modo in cui smembra il romanzo e lo riduce a un tormentato collage di frammenti temporali, Ramsay dimostra che questa reticenza è invece funzionale a concentrare lo sguardo su Eva, la madre e voce narrante nel romanzo epistolare. Ma qui Eva perde la parola, l’intenzione razionale di scandagliare e ricostruire il passato, cercando colpe e ragioni, e trova un corpo, quello incarnato con nervosa maestria da Tilda Swinton. Un corpo che vaga come uno spettro in un presente purgatoriale e, piuttosto che ricostruirlo, viene invaso del passato, assorbito nel vortice del trauma che scompiglia cause ed effetti e fa collassare il tempo su un presente...

David Fincher. Millennium - Uomini che odiano le donne

La logica del remake della quale i produttori hollywoodiani di oggi, molto più che in passato, non sembrano essere in grado di fare a meno, è senza dubbio la più facile delle risposte, ancorché decisamente reazionaria, alla scarsità di idee che pervade il cinema contemporaneo. Ma è anche, a ben vedere, una sorta di reazione a basso costo al mercato del 3D e delle attrazioni digitali cui la settima arte, filone mainstream, punta sempre più di frequente. Millennium (remake dell’omonimo film di Niels Arden Oplev del 2009) in tal senso rappresenta l’archetipo di un certo atteggiamento del cinema d’oltreoceano, venutosi a creare negli ultimi tempi, in funzione del quale la selezione dei film di cui fornire la reinterpretazione viene a cadere, nella quasi totalità dei casi, su pellicole contemporanee e di importazione. Ma se quella svedese si è dimostrata per gli americani una cinematografia piuttosto ostile con la quale confrontarsi – il recente flop del remake di Lasciami entrare, film dalle potenzialità enormi, lascia sbalorditi –, la scelta illuminata, da parte della MGM di affidare...

Martin Scorsese. Hugo Cabret

Finalmente Martin Scorsese, pur senza ritornare quello che era e che non sarà più, ha girato un film alla sua maniera, ritmato e cadenzato come un unico respiro, narrato senza seguire il filo di un racconto tradizionale (forse bruciato dagli sbandamenti impazziti di Shutter Island), ma facendosi guidare da un’emozione più forte di qualsiasi genere: l’emozione del cinema. Meglio ancora, l’emozione del miracolo che il cinema, mezzo meccanico e tecnologico, realizza quando parla all’anima di uno spettatore.   Non solo Hugo Cabret è il suo miglior film dai tempi di Al di là della vita, nonostante l’inattesa formula da blockbuster e la leggerezza del racconto natalizio; soprattutto, è ciò che Scorsese cerca di fare da Gangs of New York in poi, il film popolare del cinefilo che parla non con l’erudizione dell’intellettuale, ma con il cuore dell’appassionato, dello spettatore ancora stupito. Nella sua dimensione sognante e didattica, il film realizza l’incontro tra le due anime del regista, emerse dalla metà degli anni ’90 dopo lo straordinario documentario...

Tomas Alfredson / La Talpa

Siamo all’inizio degli anni 70 quando Control, il capo del Circus, i servizi segreti britannici, è rimosso dall’incarico a seguito di una missione andata male. Con lui esce di scena il fido braccio destro, George Smiley, mentre subentrano Percy Alleline e Bill Haydon. Proprio grazie alla fuoriuscita, Smiley si rivela perfetto per una missione segreta e delicata: scoprire l’identità di una talpa infiltrata ad altissimi livelli che lavora per Karla, ovvero il KGB, i servizi segreti sovietici.     La più classica delle trame spy per uno dei romanzi più venduti della storia, scritto dal guru del genere John Le Carrè. Control, Smiley, Alleline e Haydon sono rispettivamente interpretati da John Hurt, Gary Oldman, Toby Jones e Colin Firth. Eccellenza di attori inglesi allo stato puro. Crème de la crème. Tutti perfetti e tutti grandiosi. Poco importa se i cultori di Le Carrè non riconoscono in Oldman l’omino basso e un po’ grigio descritto nel libro. Le Carrè con vezzo à la Hitchcock ha benedetto il film comparendo come cameo nelle vesti di Babbo Natale durante la...

One from the Heart

One from the Heart (in italiano Un sogno lungo un giorno) non è un film maledetto e neppure un “grande film malato”, categoria questa inventata da Truffaut, e la sua commercializzazione in DVD ci impedisce di lasciarlo tranquillamente sfumare nel nostro ricordo. Ci si potrebbe accontentare di definirlo “fallito” o semplicemente “cattivo” in base a certe esigenze cinefile o ai criteri del cinema di qualità. Si potrebbe anche raccontare la stravagante avventura in cui si imbarca Francis Ford Coppola subito dopo aver rischiato la vita per trasformare la catastrofe annunciata di Apocalypse Now  in un fenomenale successo di critica e di pubblico. Con quel film monumentale Coppola acquistò, anche agli occhi degli americani, uno status e un'aura di autore e creatore visionario. Invece di confermare questa posizione, Coppola, lasciato cadere il “Ford” dal suo nome, segno dell'America e del grande cinema, compra una casa di produzione a Hollywood per tentare al tempo stesso una resurrezione del sistema dei grandi studios (ad esempio creando una troupe di attori sotto contratto) e mostrare ciò che sar...

Gianluca e Massimiliano De Serio. Sette opere di misericordia

Anche per chi non rammenta (o non ha mai appreso) i precetti della dottrina cattolica, le Sette opere di misericordia del titolo potranno almeno evocare la celebre tela di Caravaggio: una scena di strada napoletana, corpi affastellati e scolpiti da squarci di luce che ne sbalzano crudamente alcuni dettagli (il seno di una giovane, i piedi di un cadavere, una schiena nuda e inarcata), mentre un gruppo sacro, composto da una Madonna con bambino e due angeli, irrompe precipitosamente dall’alto. Michelangelo Merisi ha spesso ricercato le figurazioni del divino in corpi umili e derelitti, immergendoli in un teatro contrastato di luci e ombre; i fratelli De Serio sembrano raccogliere questa ispirazione, facendo del loro primo lungometraggio di finzione un dramma di corpi e di luce, che sposta la scena da quell’affollato crocicchio a una periferia rarefatta e raggelata. È la periferia torinese in cui vivono i due autori, tratteggiata da frammenti di spazi qualunque (corridoi di un ospedale o di un ipermercato, lotti spogli invasi da rottami o da una baraccopoli), evocata da un tappeto rumoristico sommesso e opprimente: un lavoro di prosciugamento e astrazione che...

Viseità

Per la clinica lo sguardo delle persone è espressione. Sempre che non si mettano subito sul lettino, come se il corpo tutto - e quel frammento espressivo della viseità - non fosse materia nella relazione. Finché si piange, o ride, la soglia indiziaria dell'interpretazione sembra scontata, anche se non lo è. Quando l’espressione è meno marcata, è incerta e ambigua, allora può emergere l’aggressività dello specialista: costui è evitante, lei manipolatrice, l’altro ambivalente, resistente. Il lessico si conosce, il solito, limitato e ripieno di principi dormitivi. Invero quando uno ti guarda con quegli occhiacci di legno - che nessuno porta meglio del Pinocchio di Carmelo Bene - e una bocca ridanciana piena di denti - che ci si figura stridano, anche se sembrano ridere - lo specialista si spaventa, è di fronte al buco nero nell’interpretazione.     In questi casi non si tratta semplicemente di ricordare, né di essere coerenti col testo, come nella parodia del personaggio americano che deve recitare davanti al tribunale, ma non ricorda la parte. La seconda...

Videointervista a Gianni Celati

Una video intervista di Marco Belpoliti a Gianni Celati

Steve McQueen. Shame

Shame è un’occasione mancata. O un errore di percorso, se si preferisce. Un saggio sociale in forma cinematografica che pur centrando in pieno l’argomento, ne fallisce in maniera inesorabile la trattazione e che disfa attraverso i contenuti e lo svolgimento ciò a cui dà vita nella forma. Ed è un peccato.   Non solo perché Steve McQueen – che aveva incantato e convinto con il suo film d’esordio, Hunger (2008) –, è e rimane un autore dalla spiccata personalità e dall’indiscutibile talento, ma anche perché un’opera come questa, considerando le qualità che mostra nel cogliere e mettere in scena aspetti peculiari e non banali della società contemporanea, avrebbe potuto dire e comunicare molto di più di quanto non si sia trovata a fare. E del resto i primi venti minuti di film, assolutamente convincenti e incisivi, rappresentano un’esemplare prova di regia. McQueen, infatti, mette in campo le proprie migliori virtù di cineasta concentrando nell’apertura una presentazione ineccepibile e calibrata del protagonista: Brandon, un uomo d’...