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Pino Donghi, Tre centimetri dietro gli occhi / Una voce dal coma profondo

Un uomo in coma profondo da anni può ancora, a dispetto di tutto, pensare? Può percepire qualcosa del mondo esterno anche se non è in grado di restituire nulla di quanto avviene in lui, nonostante sia stato sollecitato e monitorato e curato con tutti i presidi tecnologici e farmacologici più avanzati? L’assenza di risposta a qualsivoglia stimolo basta a decretare quella di ogni capacità mentale, tutta interiore, che nemmeno il più sensibile metodo di rilevamento riesce a individuare? Ma se supponiamo che una capacità possa comunque sussistere, di che tipo sarà? E se pensa, cosa penserà l’uomo in coma? Sono queste le domande da cui muove Tre centimetri dietro gli occhi (Scienza Express, 2022, p. 149), prima prova narrativa di Pino Donghi, saggista, curatore di collane editoriali e autore di libri di divulgazione scientifica. Lo spunto e il titolo sono debitori di Giulio Tononi, che durante una conferenza invitava il pubblico a riflettere sulla possibilità (lui dice evidenza) che “tre cm dietro gli occhi” di un paziente total locked-in potrebbe esserci una coscienza perfettamente vigile quanto incapace di comunicarlo all’esterno.   L’assunto di partenza non è poi così...

La malattia della civiltà (3) / Guerre contro il futuro: Wilfred Bion

“Sono morto l’8 agosto 1918” dirà e continuerà a scrivere Wilfred Ruprecht Bion, dopo il congedo e il ritorno in Inghilterra il Natale del 1918. Può esibire una medaglia al Merito e la coccarda rossa della Legione d’onore. Non riesce ad avere però la sensazione di essere tornato alla vita civile, perché “in realtà uno continua a puzzare. Hanno trovato il sistema di farci sentire vivi, ma in realtà siamo morti. Anch’io? Ma certo, anch’io ero morto…, l’8 agosto 1918”. Ricorda di essersi sentito intrappolato “come un topo nell’angolo”, mentre qualcuno era interessato a far fuori proprio lui, e immaginava che ai genitori arrivassero lettere che annunciavano la sua scomparsa. L’esperienza della guerra, nel corpo dei carristi, lo accompagna per l’esistenza intera: riemerge nei sogni e negli incubi, nei ricordi di amici, di volti noti e sconosciuti rimasti sommersi nel fango. Da quel senso di paura, di angoscia, dall’insicurezza su quanto da un momento all’altro poteva accadere nascono le parole chiave della sua teoria: terrore senza nome, rêverie, contenitore-contenuto, gruppo di lavoro, gruppo in assunto di base. Al fronte un Bion giovanissimo percepisce e impara a conoscere gli stati...

La pratica dell’amore imparziale / Bugie bianche di Alessandro Berti

Circa quaranta anni fa, un giovane Marco Martinelli insieme al suo Teatro delle Albe interveniva a un convegno di teatro e politica, tra grandi critici e professori, e definiva così la sua idea di teatro politttttttico, con ben sette t: “ Èsapere che non possiamo cambiare il mondo (leggi Rivoluzione), ma qualcosa, in qualche angolo, qualcosa di noi, di qualcun altro, dispersi su un piccolo pianeta che ruota attorno a un sole di periferia, in una galassia tra le tante, arrestare una lacrima, curare qualche ferita, sopravvivere, essere odiosi a qualcuno, saper dire di no, piantare il melo anche se domani scoppiano le bombe, perdersi in un quadro di Schiele, aver cura degli amici, scrivere certe lettere anziché altre (leggi Rivoluzione)”.    La trilogia Bugie bianche di Alessandro Berti è un’operazione polit(tttttt)ica. Lo è sicuramente in quanto contiene in sé quegli elementi scivolosi che hanno la potenza di esplodere come una bomba o di tornare indietro come un boomerang: un uomo bianco che per diverse ore parla di corpi neri, canta le canzoni dei neri, racconta le relazioni dei neri, coi neri, tra i neri. Ma lo è anche perché ci dimostra che è ancora possibile...

Liebestod per Ert / Angélica Liddell: lo scandalo del teatro

Si legge che Liebestod, ultimo lavoro di Angélica Liddell presentato in prima ed esclusiva italiana all'Arena del Sole di Bologna, abbia scandalizzato parecchio al debutto la scorsa estate al Festival d'Avignon. Le scelte estreme e gli stilemi provocatori con cui l'artista spagnola s'è fatta conoscere sulla scena europea negli ultimi vent'anni in effetti ci sono tutti: dall'autolesionismo al limite della body art ai riferimenti cattolici a rischio di blasfemia, immagini forti e ferite di ogni genere – quante volte la parola viene ripetuta durante lo spettacolo! –, fiori picchiati, spezzati, e armi, l'incoscienza scenica di animali e bambini, il corpo usato come oggetto e scene d'una violenza estrema. Ma dopo trent'anni dagli esordi di questa ex fille terrible della scena sperimentale spagnola e a distanza di sicurezza dagli scandali teatrali che avevano segnato l'Europa negli anni Dieci del nuovo millennio – erano stati presi di mira, fra gli altri, anche artisti come Romeo Castellucci e Rodrigo Garcia –, a guardar bene questo nuovo spettacolo ha ben poco di provocatorio.  Niente di male perché più degli altri lavori recenti – alcuni dei quali fortemente contestati anche in...

Storia, passato, trauma / Le "frontiere" della psicoanalisi

Qual è il rapporto che la psicoanalisi intrattiene con la storia? Attraverso quali sentieri, faglie, tracce, la storia penetra e condiziona la teoria e la pratica psicoanalitica? È questo il tema centrale intorno al quale si confrontano i contributi raccolti nell’ultimo numero di «Frontiere della psicoanalisi» (Storia, memoria, deformazioni, n. 1/2021, Il Mulino), la rivista diretta da Massimo Recalcati e Maurizio Balsamo. Si tratta di una domanda di ricerca che interroga non solo la pratica della clinica psicoanalitica rispetto al posto che la storia – singolare e collettiva – occupa nella relazione terapeutica, ma anche il rapporto che la teoria psicoanalitica intrattiene con la società e con il proprio tempo. Di seguito, proverò a illustrare le tematiche e gli interrogativi di maggior rilievo che, a mio avviso, rendono questo numero della rivista particolarmente rilevante e, dal momento che sarebbe impossibile, nello spazio di una breve recensione, restituire al lettore l’intero spettro dei contributi presenti, proverò a suggerire delle ipotesi di lettura, richiamando in parentesi il riferimento all’autore.   Inizierei innanzitutto dal tema portante della rivista, ovvero...

Corrado Bologna e Federico Albano Leoni / Le lacrime come la voce

L' unica cosa che non tace, in questi tempi bui, è la voce. Anzi la sentiamo fragorosa e stordente. Dai rettangoli abitati degli schermi delle nostre riunioni o lezioni a distanza, dove spesso non appaiono neanche i volti, si alza una voce senza corpo, talora più impostata e calibrata, a cui abbiamo imparato a prestare un'attenzione inusuale. Una voce acusmatica. Porfirio di Tiro, a cui dobbiamo la sistemazione degli scritti di Plotino, chiama così la voce di Pitagora. Racconta che i discepoli di Pitagora ascoltavano le lezioni del maestro da dietro una tenda, sentendo dunque la voce senza poterne vedere la fonte. Il buio dello schermo fa da sfondo a voci che sanno di dover prendere su di sé il carico di corpi assenti, e chi è in ascolto esercita la sua attenzione valorizzando timbro, tono, frequenza, colore, registro e affidandosi alla voce come fosse un vento che ha il profumo del corpo invisibile da cui promana. Tutta la nostra immaginazione viene convocata dal suono della voce, al fine di evocare ciò che non vediamo. “L’orecchio è in grado di avvertire ciò che è proprio, in realtà, dell’occhio, poiché entrambi vivono dell’esperienza e dell’apprensione di una sola bellezza....

Teatro Valdoca / Pinocchio, cosa insegnarti se non l’amore?

La platea è coperta da un telo macchiato di rosso. Il palco, misterioso, mostra bene luci, fari che saranno imbracciati per evidenziare gli attori e certi dettagli. Un telo circolare in terra con sbaffi rossi, come pista per i cavalli. Una scaletta per acrobati. Il circo, racchiuso nel buio del fondo di quella caverna che genera immaginazioni. Pezzi di legno su una lettiga: intorno, in piena luce, ramaglie potate, bruciate: Pinocchio non c’è, il burattino di legno non c’è, è il resto di un falò. Pinocchio è un mistero. Enigma si intitola l’ultimo spettacolo del Teatro Valdoca, prodotto con Ert, rappresentato al Bonci di Cesena, a India a Roma, all’Alighieri di Ravenna, all’Arena del Sole di Bologna, in pochi luoghi, in un sistema teatrale che non ama l’arte profonda, gli enigmi appunto, come questo Requiem per Pinocchio; un sistema dello spettacolo che vuole tutto spiegato, tutto prosastico, che non capisce i canti disperati e lievi, pieni di aria, magmatici.    La Fatina appare, prima di Pinocchio, come un essere misterioso, piccola grandissima donna, voce profonda, presenza magnetica, depositata sotto un velo, come un dono, da un gigantesco danzatore, un Mangiafoco che...

La malattia della civiltà (2) / Guerre contro il futuro: Jung

“Egregio Collega, nonostante io sia un oppositore assoluto della guerra e a parole e per iscritto non faccia alcun mistero della mia opinione, tuttavia non sono nella condizione di sobbarcarmi un lavoro pratico di propaganda”. In questa lettera, indirizzata al Dott. Brupbacher e inviata da Zurigo il 30 settembre 1932, Carl G. Jung esprime il suo profondo rifiuto della violenza, ma insieme la sua collocazione personale di cittadino della “neutrale” Svizzera – è del 1928 il suo testo La “riga” svizzera nello “spettro” europeo. E dalla lettura di Ricordi sogni riflessioni di C.G. Jung (raccolti ed editi da Aniela Jaffé) emerge la quasi totale mancanza di quelle cesure e di quelle interruzioni dell’esistenza dovute alle due guerre che segnano invece molte delle biografie di protagonisti contemporanei allo psichiatra di Basilea.    Nel 1917-1918 Jung è ufficiale medico a Chateau-d’Oex, in un campo di internamento inglese, ma qualche anno prima la guerra gli era apparsa in sogno. Nell’ottobre del 1913, mentre sta andando in treno a Sciaffusa, ha la visione dell’Europa devastata da una spaventosa inondazione. Il mese successivo, durante lo stesso tragitto, la visione riappare (...

Un libro fotografico di Anna Di Prospero / Nei miei occhi

“Visitare” deriva dal latino visĕre, «visitare, andare a vedere». L’operazione che compie Anna Di Prospero nel suo lavoro, prima ancora che nelle sue fotografie, è per l’appunto un ri-visitare, un tornare a vedere: luoghi noti, persone vicine, lo straordinario che cerca è trovato molto spesso nei confini che la circondano.  La struttura del suo approccio creativo alla fotografia è ormai di rara semplicità: con limpidezza, quasi candore, Anna Di Prospero ci parla di sé, dei suoi rapporti familiari, della sua casa in campagna con cui ha tardato a entrare davvero in confidenza.  Il volume monografico Nei miei occhi, edito da Contrasto, raccoglie il percorso della fotografa classe ‘87 vedendo toccate tutte le principali fasi del suo processo.   Sono fotografie dai toni caldi, scene immobili e surreali, in cui non solo si muove Anna, sempre di spalle, irriconoscibile, ma anche la sua famiglia, il marito, la nonna, i figli piccoli. Come un caleidoscopio in grado di rifrangere la percezione che lei stessa ha di soggetti così ben noti, la fotografia della Di Prospero è strumento conoscitivo volto alla fine indagine del familiare. Con leggerezza: ogni affetto è trattato con...

La malattia della civiltà (1) / Guerre contro il futuro: Freud

Lontani “dalla fame, i parassiti, il fango, e quei rumori pazzeschi” che ha cercato di rendere sulla tela Otto Dix, ma vicini a quell’umanità dolente, i cui volti pare di poter toccare. Della guerra non sentiamo la puzza dei cadaveri. Non vediamo mai le pupille di chi sta per morire, ma ogni giorno file di sacchi accatastati. La sensazione di essere anche noi, a migliaia di chilometri dall’Ucraina, e non solo loro, in guerra, è, nello stesso tempo, falsa ed esatta. Sul piano della verosimiglianza il paragone può irritare, ma il contatto con “lì” avviene in tempo reale sul piano della rappresentazione mediale che colpisce il nostro immaginario. Di civili che guardano altri civili trasformati in bersaglio. Ciò spiega e giustifica la sensazione, così diffusa, che qualcosa in quel conflitto ci tocchi e ci riguardi. Ed è resa più intensa oggi dalla presenza, nel nostro spazio domestico, di persone provenienti dall’Ucraina, prima come immigrati, ora come profughi.   Il ritorno della guerra in un’Europa che per due anni ha cercato di strappare vite alla pandemia, riaccende il dibattito politico in privato e in pubblico. Le analisi storiche, economiche, sociologiche non permettono di...

I dialoghi sul male di Luigi Zoja

«Alta, orgogliosa, alzò il braccio destro impugnando un bastone, per tagliare lo spazio separando il bene dal male». A compiere il gesto manicheo (in una posa che ricorda la signora Lucia di Davanti San Guido di Carducci: «Alta, solenne, vestita di nero»), il bene di qua il male di là – i buoni e i salvati a destra, i cattivi e i sommersi a sinistra, i giusti su questo piatto della bilancia, gli ingiusti su quello, in alto le anime buone, in basso le anime dannate e via così – è, nel primo dialogo sul male di Luigi Zoja (Dialoghi sul male. Tre storie, Bollati Boringhieri, 2022), una ragazza cinese, Yunshi. Piccola leader della Rivoluzione Culturale, Yunshi è convinta di sapere ove si trovi il bene: nelle parole del Libretto Rosso del Presidente Mao, ovviamente; e di poter giudicare e condannare chi quel bene non segue.    Separare il bene dal male Yunshi non sa di essere vittima di una concezione filosofica-politica che viene chiamata perfettismo o perfezionismo, individuata da Norberto Bobbio nell’illusione dell’esistenza di un fondamento assoluto presente sia nel mondo del pensiero, per cui ci si sottomette a una verità indiscutibile, sia nel mondo della volontà, in...

Narcisista, borderline, maniaco-depressivo / I tre caratteri di Christopher Bollas

Tre caratteri. Narcisista, borderline, maniaco-depressivo (Raffaello Cortina 2022) di Christopher Bollas, membro della British Psychoanalytical Society e figura di spicco tra i teorici della psicoanalisi contemporanea, è un libro che sceglie la via di esprimere i pensieri clinici in prima persona, facendo buon uso di una tecnica appresa quando l’autore studiava alla scuola di specializzazione in letteratura inglese. Dovendo rispecchiarsi con le multiformi sfaccettature e complessità dei personaggi, scoprì che poteva avvicinarsi ad essi solo mettendosi nei loro panni. Empatizzava con loro nella successione delle azioni che i personaggi mettevano in scena, disvelandone un possibile senso.    Bollas in Tre caratteri rievoca questa sua tecnica attraverso l’incipit del Moby Dick di Melville, che inizia con il discorso di Ismaele: “vado per mare perché se non lo facessi finirei per ammazzare qualcuno” (p. 11). In realtà l’incipit di Ismaele, nella traduzione di Cesare Pavese, è ben più complesso e si conclude in modo diverso: “ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in istrada e gettare...

L’opera prima di Matilde Vigna / Il senso delle cose

Nel 1951 una donna aggrappata ostinatamente a un albero per giorni, mentre il Po si portava via cose e persone, aveva un senso. E ce lo aveva perché lasciare alla furia dell’acqua la propria terra, le mura di casa, la farina per la polenta, i mobili e la biancheria ricamata a mano ereditati da generazioni e tenuti con cura come e più dell’oro, significava perdere tutto. Allontanarsi da sorelle, fratelli, vicini di casa, disperdendosi in una fuga verso l’ignoto, oltre l’Adige, significava perdere tutto. Settanta anni fa gli oggetti, i luoghi, le relazioni non erano sovrastrutture, erano un destino: tenevano insieme un’identità, una vita. Alla storia di sradicamento forzato di questa donna, nella sua opera prima come autrice e regista, Matilde Vigna ne intreccia un’altra, il racconto di una fuga diversa, attuale, volontaria, in cui la certezza di quel senso delle cose vacilla, perché il destino oggi ha tutta un’altra forma. Lo spettacolo, prodotto da ERT/Teatro Nazionale, s’intitola Una riga nera al piano di sopra, ed è un piccolo gioiello.      In poco meno di un’ora l’attrice, sola in scena nello spazio da camera del Teatro delle Moline di Bologna, racconta...

Una riflessione psicanalitica / L’allucinazione della guerra

Se si rileggono le riflessioni di Freud sulla guerra e la morte pubblicate nel 1915, nella drammatica congiuntura legata allo scoppio della prima guerra mondiale, non può sfuggire come il loro punto di partenza sia costituito dalla coincidenza che egli stabilisce tra lo “straniero” e il “nemico” (Cfr. S. Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte). Questa coincidenza non è solo storica ma ontologica; nella concezione freudiana in questa coincidenza si rivela una verità fondamentale che caratterizza la forma umana della vita: il mondo straniero – “fonte di enormi quantità di stimolazioni” – non può che essere avvertito dall’apparato psichico come un fattore di perturbazione, come una minaccia nei confronti della sua inclinazione rigidamente omeostatica. Per questo, se continuiamo a seguire Freud, “l’odio è più originario dell’amore” poiché l’odiato, l’estraneo e il nemico sono, nel loro fondo, la stessa cosa.   Questo comporta riconoscere che la tendenza primaria della pulsione non sia affatto quella che favorisce l’espansione della vita, quanto piuttosto quella di una strenua difesa della vita dal rischio insormontabile che la vita stessa comporta. In altre...

Giorni Felici secondo Massimiliano Civica / Lo spettacolo deve andare avanti

Tra le tante immagini che costellano l’iconografia teatrale novecentesca, il monticello di sabbia dentro cui Winnie è interrata è una delle più riconoscibili e potenti. Un tale successo si deve alla sintetica efficacia con cui manifesta la verità sottesa al dramma, a quel suo porsi come un unico, totemico segno capace di svelare la vacuità delle parole pronunciate e di denunciare l’inganno del titolo. Alla montagnola si rivolge, costante, il pensiero del lettore di Giorni felici, e su di essa si concentra anche lo sguardo dello spettatore: eppure, questo nuovo allestimento firmato da Massimiliano Civica sembra formulare un invito ad allargare il campo visivo, a soffermarsi su quei vuoti – della scena, finanche del testo – che l’imponente agglomerato di terra non sovrasta.     Al sollevarsi della saracinesca tagliafuoco, è infatti sui lati del palco che si sposta l’attenzione: là, dove la scenografia disegnata da Roberto Abbiati non giunge, appaiono nella loro nudità l’assito del palco del Teatro Metastasio e una teoria di quinte all’italiana. Civica ci ha abituati a scenografie essenziali, se non addirittura minimali: una panca e un fantoccio nell’Antigone, un...

Le belve feroci della vita / Il domatore, di Vittorio Franceschi

Per comprendere uno spettacolo a volte bisogna abbandonare la suggestione di quello che hai visto, i colori della scena, le risate che le battute del testo hanno scatenato, i tempi perfetti con cui l’attore e l’attrice hanno recitato, e perfino quel nodo che a poco a poco la storia ti ha fatto crescere dentro, fino a farti ritrovare una parte nascosta di te, delicata o stridente, nascosta a te stesso. Bisogna abbandonarsi a un dettaglio apparentemente insignificante, colto in qualche margine, fuori anche da quello spettacolo che ti ha colpito e commosso.  Una pomeridiana a Parma, a Teatro Due. In scena ci sono due “novità italiane”, vecchia dizione ministeriale per dire che il teatro ha bisogno di linfa nuova, di storie e visioni dei nostri giorni. Uno è Bestie incredule, testo di Simone Corso, classe 1990, scelto tra altri trecento copioni presentati al concorso Mezz’ore d’autore, una sfida dello stabile parmigiano per ripartire, dopo la pandemia, da due fondamentali, la drammaturgia e l’arte dell’attore. Parla di Covid, ma lo fa proiettandosi sessant’anni dopo, in un futuro in cui una giovane danese rievoca i maledetti giorni del 2020, quando furono sterminati i visoni...

Prologo: Tentativi di volo / Aristofane a Pompei

Sugli scavi di Pompei scende una pioggia fitta quando, alla spicciolata, alcuni ragazzi arrivano all’Auditorium che si trova poco dopo l’ingresso principale. È un pomeriggio di novembre 2021. Davide e Carmine, 16 e 17 anni, pur essendo ‘local’, al Parco Archeologico più famoso del mondo non ci avevano mai messo piede. “Ci siamo persi negli scavi, ma è stato un piacere, è molto bello qui”. Una volta dentro l’auditorium, nell’attesa che arrivino gli altri, si fermano a contemplare una grande mappa tridimensionale dell’antichissima città. “Ma davvero qui vicino c’è il mare?”. Nel frattempo sono giunte anche Stefania, Silvana e Martina, tre adolescenti di Scafati, un comune poco lontano da Pompei. Zuppe come pulcini, hanno preso più di un mezzo per arrivare: “È qui che si fa il laboratorio di teatro? Noi ci siamo!”. Sotto le mascherine si intravedono i colori fluo dei capelli, gli occhi timidi ma curiosi, la gioia e l’eccitazione di una cosa ‘nuova’ che rompa gli schemi di due anni di pandemia in cui la maggior parte dei ragazzi – soprattutto quelli campani – la scuola l’ha ‘seguita’, se così si può dire, dietro a uno schermo. Marco Martinelli rompe subito il ghiaccio: “Gli adulti che...

Dissidenza / La vita (non ha) istruzioni per l'uso

Avere chiare istruzioni sull’uso dà una certa tranquillità: come montare un mobile Ikea, attaccare lo scarico di una lavatrice, le diverse funzioni di un’aspirapolvere o una sega da tavolo. Abbiamo acquistato quell’oggetto perché lo volevamo e attraverso le poche regole che sono descritte chiaramente nel manuale lo mettiamo in funzione. E speriamo che tutto vada bene, che le istruzioni siano chiare e che ci riesca di eseguirle adeguatamente, che non ci siano difetti di fabbricazione o altri accidenti che non avevamo previsto. Questa passività di fronte a quel che ci viene chiesto di fare per realizzare uno scopo piuttosto preciso è consolante. Se iniziamo a fare domande, perché hanno messo questo attacco? A cosa serve questo coso che avanza? ecc.  ci mettiamo nei guai. E questa passività di fronte alle istruzioni la ritroviamo naturalmente anche nella sottomissione ad altre regole, che siano le leggi, le religioni o persino certe abitudini familiari. Per imparare una lingua ci rivolgiamo a un manuale scritto da qualcuno che quella lingua la conosce e via dicendo.   Questa obbedienza la mettiamo anche in pratica nell’obbedienza a leggi, che siano civili o religiose....

Babilonia Teatri / Ramy incontra Giulio Regeni

È come se nell’aria l’ossigeno si facesse rarefatto, e noi tutti fossimo chiamati a un respiro più concentrato. Quando Ramy Essam entra in scena al teatro Fabbricone di Prato, monta uno stato di allerta che tende le posture dei nostri corpi di spettatori. All’inizio di Giulio Meets Ramy Ramy Meets Giulio, una produzione del Metastasio teatro stabile della Toscana, c’era stata un’introduzione, un prologo dove gli intenti erano stati dispiegati e condivisi chiedendoci complicità, alla maniera del teatro documentario degli ultimi anni. Enrico Castellani e Valeria Raimondi, i Babilonia Teatri, vengono illuminati al lato del palco, seduti dietro a una consolle registica a vista dalla quale sembrano gestire le operazioni della scena. Inizia Raimondi parlando dei numeri delle stragi e dei morti, che fanno notizia solo se comprendono vittime italiane. Non vuole essere la cronista di numeri, dice, vorrebbe solamente “conoscere attraverso una lacuna”.    Forse ci aspettavamo un’indagine teatrale sulla vicenda di Giulio Regeni, il ricercatore assassinato nel 2016 i cui colpevoli non sono ancora stati processati a causa del susseguirsi di depistaggi, menzogne e lassismi di diversi...

Fotoromanzi / “Grand Hotel” “Bolero” e co.

“I fotoromanzi creavano una complicità speciale fra amiche. Non potevamo permetterci di comprarli tutti e quindi decidevamo di dividerci le spese, settimana dopo settimana. In tal modo riuscivamo a leggerli a rotazione e a seguire le avventure dei nostri personaggi preferiti: i singoli episodi, le storie a puntate”. Maddalena Palmieri ha ricordi nitidi e sembra un fiume in piena quando parla delle storie pubblicate su “Bolero” o “Sogno”. È nata nel 1949 in una piccola frazione del comune di Caserta. Ha frequentato la scuola fino alla quinta elementare. Ha vissuto la sua adolescenza aiutando la mamma nelle faccende domestiche, prima di essere assunta a 17 anni in una fabbrica di tessuti.   “Non avevamo alcuna dimestichezza coi libri o con la vita in generale. Non avevo idea di cosa significasse avere interazioni con le mie coetanee, e meno che mai con l’altro sesso. Mi recavo con regolarità a casa di una sarta per imparare a cucire, ma quello era il mio unico momento di socialità insieme alla messa della domenica. Andare al cinema era fuori discussione. L’unico rotocalco che si trovava in casa era Famiglia Cristiana”. Le chiedo cosa significassero per lei i fotoromanzi. Mi...

8 marzo / W la clitoride!

Intanto noi lo chiamavamo al maschile: il clitoride. E adesso che si sente dire al femminile, la clitoride, ci fa un certo effetto. Un misto di sconcerto ed entusiasmo. Sconcerto per il fatto, abbastanza umiliante, di non averci pensato noi prima: ce lo siamo tenute al maschile, come ci avevano insegnato e siamo andate avanti. Obbedienti come le brave ragazze che volevano che fossimo. Entusiasmo perché al femminile suona indubbiamente meglio.    W la clitoride, dunque. Organo tra i più misteriosi, non solo e non tanto nella storia della sessualità che lo ha ignorato per secoli, come se non esistesse o fosse pressoché invisibile: un minuscolo dettaglio di dubbio gusto e scarsa funzione. Dedicandosi a oggetti molto più ingombranti e soprattutto dominanti. Ma per l’anatomia vera e propria. Per la medicina e la fisiologia. Il clitoride era uno zero che non contava nulla. La clitoride avrà il compito di vendicarsi di tutta quella indifferenza, fino a dimostrare di essere il grande spauracchio di una cattiva coscienza secolare.    Siamo appena all’inizio. Varie questioni ci aspettano ai blocchi di partenza: il problema della sua grandezza. Quello della sia forma....

Medicina narrativa / Il narratore ferito

Arthur Frank comincia scrivere dopo essere stato colpito da un infarto all'età di 39 anni; poco dopo si ritrova con una diagnosi di Seminoma del testicolo, dopo un tribolato percorso diagnostico. Cerca di mettere in ordine i suoi pensieri e decide di scrivere questo libro per lasciare una testimonianza ad altri che sono passati attraverso il tortuoso percorso clinico di una diagnosi e di una terapia, soprattutto nel mondo delle malattie oncologiche e delle malattie croniche in generale. È così che nasce Il narratore ferito (Einaudi, 2022), la prima opera tradotta in italiano di Frank, che oggi è professore emerito di Sociologia all’Università di Calgary L’introduzione all’edizione italiana, ben curata de Christian Delorenzo, presenta molto bene lo scrittore: “A costituire l'ossatura dell'opera sono le esperienze di malattia e di cura che Frank si trova ad affrontare in prima persona. Sarà lui stesso a dire che si tratta piuttosto di un memoire analitico e che gli episodi narrati lasciano ampio spazio alla riflessione e alla concettualizzazione, istituendo talora un dialogo con le storie degli altri.   La figura del paziente sottoposto al controllo, se non addirittura alla...

Nella misura dell’impossibile / Tiago Rodrigues

“Non siamo eroi. Questo è il nostro lavoro”. Lo dicono davanti a un telo sostenuto da vari fili legati a contrappesi, a disegnare un’enorme tenda. La macchina scenica, semplicissima, invade tutto il palcoscenico. Da sotto il tendone, da dietro, arrivano sordi rombi e rumori e ritmi di percussioni: davanti a esso parlano, si raccontano, due uomini e una donna, agendo di tanto in tanto sui contrappesi e sollevando progressivamente la tela, che a momenti sembra un grande favoloso animale addormentato. Le donne avrebbero dovuto essere due, ma una si è rivelata positiva al Covid, ed è rimasta in albergo. Ma la compagnia della Comédie de Genève ha deciso di effettuare lo stesso le due recite previste a Udine, nella stagione del Css intitolata Paura del futuro. Le parti dell’attrice forzatamente assente, Beatriz Brás, sono dette da Natacha Koutchoumov, in scena con Adrien Barazzone e Baptiste Coustenoble; qualcuno dei suoi brani si sentirà in registrazione, una scena sarà tagliata: ma dopo le troppe interruzioni agli spettacoli causate dalla pandemia – dice Natacha Koutchoumov – è importante riprendere a recitare.   Tiago Rodriguers, ph. Filipe Ferreira. Siamo Nella misura dell’...

Una riflessione sulla globalizzazione / Pandemia: un passo avanti e un gradino indietro

Quello che avviene nell’epoca digitale è distante. Ampliando l’osservazione di Guy Debord che uno spettacolo non è la relazione degli spettatori con quello che avviene in scena ma degli spettatori tra loro attraverso la scena, tutti i social sono spettacolo. Si presentano come facilitatori di relazioni umane, ma al contrario provocano una terribile solitudine.  I fruitori, tutti noi che compriamo online anche solo un biglietto del treno, non hanno più a che fare gli uni con gli altri, ma con la tecnologia che è tra l’uno e l’altro. Uno strumento, un mezzo, che come ci ha insegnato McLuhan è in realtà il proprio contenuto.  Il vero messaggio è la solitudine, le lingue naturali ridotte a un linguaggio artificiale, binario, le immagini, che sono doppi del reale, e gli emoj che sostituiscono le emozioni e le loro ambiguità. L’imbarazzo per il nostro corpo, il desiderio di toccare l’altro, la paura di essere respinti, anestetizzato, astratto, traslato, reso virtuale. Siamo così in fuga perenne gli uni dagli altri, arroccati in un’anaffettività in cui tutti i desideri tradiscono le difficoltà di esserci e, temendo di essere prede o predatori, ci rifugiamo sull’isolotto dove...