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Doni / Emma Dante: lessico dei giorni di crisi

Emma Dante è regista molto amata e apprezzata in Italia e all’estero. Nei suoi spettacoli, come Misericordia che ha debuttato in gennaio al Piccolo Teatro di Milano, è capace come pochi di scavare nella marginalità e nel dolore, nell’oppressione e nella voglia di alzare il capo:  – Proviamo, Emma, a raccontare questi giorni con un lessico, dall’A alla Z? – Proviamo.   Cenerentola, di Gioachino Rossini, Teatro dell’Opera di Roma (2016), ph. Yasuko Kageyama. A come #acasa A casa adesso per me significa il mondo. La mia casa diventa piena di vie, di piazze, di vicoli, di incroci; mi sposto nelle stanze con l’illusione di camminare, di continuare a girare all’aperto, nelle città. A casa significa nel mondo: è un modo per salvaguardare il mondo. Non è una prigione: è uno stare chiusi per il bene di tutti.   B come Brescia Mio fratello sta a Brescia. È preoccupazione. Ansia. Brescia è una città che sta nei miei pensieri, per quello che sta succedendo là, per mio fratello. Ha scelto di non tornare a casa, in Sicilia, perché abbiamo un padre anziano. È solo, non ha famiglia. Se gli succede qualcosa non c’è neppure chi gli va a fare la spesa.   C come corona Corona...

Psichiatria evoluzionistica / Buone ragioni per stare male

Per capire che cos’è la psichiatria evoluzionistica bisogna prima comprendere cos’è la biologia evoluzionistica, ossia la disciplina scientifica che studia la storia degli organismi viventi basandosi sui principi generali dell’adattamento all’ambiente. La biologia evoluzionistica ci dice che a plasmarci così come siamo è stata la selezione naturale. Da qui la medicina ha inizialmente tratto l’errata conclusione che anche le malattie possono essere il risultato della selezione naturale. In realtà non sono le malattie ad avere spiegazioni evolutive, bensì le caratteristiche che ci rendono vulnerabili alle malattie.  La domanda che pone la medicina tradizionale è: Perché ci ammaliamo? E ancora: Una volta stabilito il motivo per cui ci ammaliamo, in che modo possiamo guarire? La domanda della medicina evoluzionistica è invece: Perché la selezione naturale ha lasciato nei nostri organismi dei tratti che ci rendono vulnerabili alle malattie?   Da quest’ultimo quesito trae origine la psichiatria evoluzionistica. Se è vero che le persone affette da una disfunzione congenita che non permette loro di provare dolore muoiono nei primi anni della vita adulta, allora significa che il...

Lutto / La morte al tempo del Covid-19

L’emergenza epidemiologica da Covid-19 ha prodotto, fin dalla sua comparsa, un numero consistente di riflessioni online in merito alle probabili conseguenze a cui andremo incontro una volta terminata la fase di quarantena. Al di là dell’ipotetica plausibilità degli scenari post-Coronavirus finora tratteggiati all’interno dei social network, una cosa mi pare di per sé evidente: la necessità di una riflessione postuma all’emergenza – lucida, razionale e rigorosa – sull’attuale modo di rapportarci alla morte e al lutto.    Il primo effetto mediatico del Covid-19 è l’immagine dei malati e dei loro parenti inghiottiti da una specie di buco nero esistenziale. Come il fantasioso Sottosopra descritto nella popolare serie tv Stranger Things, questo virus dà l’impressione di far scomparire letteralmente nel nulla le persone colpite dalla malattia. Intubati e isolati nei reparti di terapia intensiva degli ospedali, i singoli individui vivono l’incubo di affrontare il decorso della malattia e, ancor peggio, di morire completamente da soli. Mancano le carezze, gli sguardi, le parole di sostegno dei propri cari i quali, a loro volta, vivono la contemporanea frustrazione di non poter...

La fine del mondo / Del teatro e della vita il fiore

LUMACA IMÈGA      O gente che corre – umanità – sentite   andando piano e meditando   e molto ascoltando   che pensieri mi sono venuti in mente.   Mentre ero brucando di foglia in foglia   accanto a bellissimi fiori erti e orgogliosi   ho pensato:   Chi è un fiore?   Uno che sboccia, fiorisce e sfiorisce.   Per chi fiorisce?   Per sé – per essere fiore.   E Fiore lo spazzino   lui sì vero re del mondo   per chi canta?   Per sé canta – per la gioia di sé.   O gente che corre   inseguita dall’ansia:   cos’è il bene per un fiore?   Fiorire.   E per voi dinosauri?   E per noi del Pavano Antico   cos’è il bene?   Essere in fiore.   Far sì che il difficile    attraversamento della vita   sia un teatro in fiore –    il teatro della nostra vita   in fiore – anche accanto alla morte:   godendo del fiorire di noi e di tutti, perfino   dentro il lato oscuro che ci spaventa   e ci nutre.   CORO     Noi siamo il Fiore   e il Leviatano   e con l’amore   e andando piano   la sapiente...

Jhumpa Lahiri / L’interprete dei malanni

Mi rendo conto soltanto adesso, mentre mi accingo a scrivere per il ventesimo compleanno di questo libro eccellente, che mi è già capitato di festeggiare senza accorgermene i suoi primi dieci anni di vita. L’ho fatto quando, nell’autunno del 2009, lo comprai per un euro a Roma, pescandolo nel disordine polveroso dei libri usati, e lo lessi subito, in un pomeriggio e una lunga piacevole serata. Non c’è modo migliore, secondo me, per rendere omaggio a un libro.   Dell’autrice allora non sapevo niente, mi sedusse il volume, che portava tutti i segni di un uso intenso: copertina smanacciata, righe sottolineate con punti esclamativi a lato. Ma decisivo fu il titolo. Sapevo di aver comprato un libro di racconti e i racconti, si sa, non nascono necessariamente per stare insieme, ciascuno potrebbe avere una vita solitaria e autosufficiente. Costringerli in un volume a volte può sembrare persino un abuso, se qualcosa non segnala che la convivenza ha ottime ragioni. Mi sembrò subito che Interpreter of Maladies lanciasse quel segnale anche nella felice traduzione italiana di Claudia Tarolo, del tutto aderente all’originale grazie alle radici greco-latine di interpreter e di maladie. Un...

1945 - 2020 / Il caso Mura

L'equinozio astronomico era il 20 marzo, ma tradizionalmente la primavera comincia il 21 e uno come lui non avrebbe mancato di notarlo: "Il primo giorno di primavera...". Ruvido nel modo tenero che è riservato a certi poeti, Gianni Mura ha avuto in destino di morire in una canzone di fine anni '70. Morire nell'isolamento delle semi-quarantene nazionali (e si può scommettere che "lockdown" sia stato l'ultimo anglismo che l'ha fatto soffrire). Morire nel giorno in cui si sarebbe dovuta tenere la Milano-Sanremo e aprire la stagione del ciclismo.   Era nato d'ottobre, il 9, nel 1945 e vent'anni dopo frequentava già redazioni di giornali. Come dire 55 anni di carriera, a seguire soprattutto ciclismo e calcio e a farsi conoscere e amare dalle persone più diverse e lontane dagli stadi, senza mai aver gradito i riflettori e avendoli anzi evitati al possibile. Il caso Mura, si potrebbe intitolare: e lui subodorerebbe subito il calembour un po' sfacciato. A proposito del giornalismo sportivo è facile pensare sciocchezze e, anzi, dopo la scomparsa di Mura diventa (quasi) lecito. Si pensa che il giornalista sportivo non possa che essere un esperto di statistica e gossip di spogliatoio...

Doni / Discorso ai ragazzini prima della partita

Coraggio, ragazzi! Coraggio!   L’ora è arrivata! L’ora di scendere in campo! L’ora di salire sul palco! Scendere, salire: che modi di dire  son questi?   E se il campo fosse in alto, sospeso su un grattacielo? E se il palco fosse in basso, a mo’ di antico teatro greco? Eppure sono verbi importanti, datemi retta. Salire, scendere: è tutta lì la partita.   L’ora è arrivata! L’ora voluta, cercata, desiderata! E adesso… avete paura? L’ora da tempo sognata quell’ora, quell’ora è scoccata.   Lo so che il cuore vi è sceso nei piedi. Lo so che vi trema la voce. Lo so che una febbre vi smangia da dentro. Che il fantasma della disfatta vi appare e vi acceca.    Non abbiate paura! Ve lo dice uno  che ha sempre paura.  Non abbiate paura! Avete vissuto per questo, che altro?   Coraggio ragazzi!  Siamo una piccola cosa che trema siamo un grumo di sangue  che vuole Tutto per sé, che brama e se non lo afferra  gli cresce la rabbia, e il rancore.     Eppure qualcosa in noi brilla! Non siamo quaggiù per volere! Volere volere e ancora volere e Tutto arraffare di Tutto esser padroni. Non siamo, quaggiù, per fare i reucci....

Joseph Campbell, Le distese interiori del cosmo / Siamo mito

“Come fuori, così dentro” si potrebbe riassumere così, parafrasando la celebre massima alchemica, la tesi dell’ultimo libro di Joseph Campbell, Le distese interiori del cosmo. La metafora nel mito e nella religione, Nottetempo, 2020. Si tratta di una raccolta di saggi che amplificano delle conferenze tenute tra il 1981 e il 1984 nello sforzo, consueto per Campbell, di illuminare la transculturalità, ossia gli elementi costanti, nonostante le variabili etnico-culturali, dei miti. Al cuore di ogni narrazione mitologica, che Campbell ha il merito indiscusso di mostrare ancora viva negli aspetti più comuni delle nostre culture, ci sono temi che Adolf Bastian (1826-1905) chiamava “idee elementari” e Carl Gustav Jung (1875-1961) “archetipi”; si tratta di cristallizzazioni di risposte millenarie che la fantasia e l’immaginazione delle diverse civiltà umane hanno elaborato per affrontare questioni esistenziali che le hanno profondamente interrogate. Naturalmente queste forme archetipiche variano a seconda delle idee etniche che una determinata cultura esprime, ma esiste tra di loro una dialettica che Campbell riassume così: “l’idea elementare è radicata nella psiche; l’idea etnica...

Doni / Il presente

Sono pochi quelli bravi Che sanno subito reagire al presente Avendo cose da dire su questa pandemia pochi BASICAMENTE UNO PIU DI TUTTI Zerocalcare Solo lui         Per lui rispetto e gioia Quasi felicità nel marasma di sensazioni sconosciute che mi galleggiano addosso e dentro in questo momento La chiara abbondanza di acutezza stratificata causa un piacere specifico, che è stato poco indagato   Gli altri, ahimè anche i più buoni, per me se evitavano di avere subito qualcosa da dire e non dicevano Era così tanto meglio   Io sul presente, niente In generale L’ho sempre detestato il presente Figuriamoci poi questo qui che ci tocca Ma anche qualsiasi altro qui lo stare qui In un qualunque qui un qualunque ora, adesso, attimo, momento, istante Stare Qui e non altrove In questo indirizzo Queste coordinate cartesiane che sono questo e nient’altro Solo questo… Che poca cosa Il presente per me acquisisce dignità solo appena diventa passato su Dammi un passato da reinventare Un futuro da immaginare Ma il presente si subisce e basta Sempre  bello o brutto che sia Il presente ti passivizza Ti rende preda E da lì, dal luogo della non fantasia beh Oddio che...

Respirare / L’abbraccio e il bacio

L’abbraccio   Mi è sempre piaciuto il fuori, più del dentro. Quando d’estate la cena era finita, e la mamma e la nonna cominciavano a chiacchierare, restando sedute a tavola, il nonno si alzava e usciva fuori per fumarsi una sigaretta. Guardava con gli occhi semichiusi la campagna davanti a casa, un orizzonte piatto dove la terra sconfinava nel cielo. Lo seguivo, mi accovacciavo accanto a lui sul gradino della porta d’entrata per farmi abbracciare, e cercavo di socchiudere gli occhi, imitando il suo sguardo. Mi piaceva l’odore della sigaretta, e il calore del gradino di cemento scottato dal sole di tutta la giornata. Stavamo lì, vicini, allacciati, fino a diventare piccoli piccoli. Il fuori si faceva vivere in tutta la sua completezza, in tutta la sua vaghezza, cancellando i momenti in cui il dentro, con la sua furia aggressiva e imprevedibile, affiorava dal nero.    Il bacio   A un certo punto, da piccola, ho smesso di respirare. L’apnea era per me un esercizio pericoloso di convivenza sociale. Me ne sono accorta dopo uno svenimento a casa dei vicini. Il vecchio Augusto mi diede un grosso bacio per ringraziarmi di avergli portato dei fichi. Era appena uscito...

#iorestoacasa / Con streaming e radio #ilteatrononsiferma?

Vivremo in streaming, discuteremo in videoconferenza? Oggi sembra sia necessario. Il teatro si sta attrezzando. Chiuse sale, laboratori, spazi di prove, residenze e cantieri creativi, sospese rappresentazioni, presentazioni, tournée, per qualche giorno c’è stato sbigottimento, perfino qualche segno di dissenso e ribellione: come facciamo senza la cultura, senza l’arte? Poi teatranti, artisti, compagnie, organizzatori hanno provato a organizzarsi, prima utilizzando almeno i contenitori, le sale, poi sempre di più da casa. #iorestoacasa. In fondo abbiamo tutti computer, videoteche, televisori. Ma come sostituire, almeno in forma palliativa, la relazione teatrale? Allora streaming: attori, poeti, teatranti ripescano dai magazzini riprese di spettacoli e li trasmettono, oppure regalano pillole quotidiane di letture, interpretazioni, invenzioni, davanti a una telecamera. In studio con pochissima gente, un tecnico e chi recita, oppure sempre di più da casa propria. Come nell’e-learning – cercando di conservare qualcosa dell’emozione del rapporto dal vivo. Elencare tutte le iniziative è lunghissimo. Ho provato a mettere un annuncio su Facebook, e moltissime sono state le risposte. Alcune...

Parte I / Imparare, tra cervello e macchine

“Non vi è giuoco più interessante di quello offertoci dalla nostra immaginazione”, scrive Vladislav Vancura a pagina 12 del suo capolavoro del 1934, La fine dei vecchi tempi, Adelphi, Milano 2019. Forse non vi è migliore descrizione dell’apprendimento umano che associarlo a due aspetti della nostra esperienza: l’immaginazione e la negazione. Oggi l’immaginazione ha assunto un’ulteriore centralità nei processi di apprendimento, in quanto una parte decisiva dei fenomeni e della loro conoscenza sono accessibili solo immaginandoli, come ad esempio accade con l’infinitamente piccolo, i quanti, o l’infinitamente grande, le galassie e gli universi. Allo stesso tempo la discontinuità che caratterizza l’apprendimento, nel caso degli esseri umani è notevolmente connessa alla distinzione specie specifica di dire di no, di mettere in discussione e trasgredire la consuetudine. Se, come sostiene Stanislas Dehaene, in Imparare. Il talento del cervello, la sfida delle macchine, Raffaello Cortina Editore, Milano 2019; edizione originale 2019, è solo la manipolazione delle probabilità, cioè dell’incertezza di ciò che impariamo, a consentirci di ottenere il massimo da ogni informazione, ciò è...

Ci dovevamo fermare / Nove marzo duemilaventi

Questo ti voglio dire ci dovevamo fermare. Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti ch’era troppo furioso il nostro fare. Stare dentro le cose. Tutti fuori di noi. Agitare ogni ora – farla fruttare.   Ci dovevamo fermare e non ci riuscivamo. Andava fatto insieme. Rallentare la corsa. Ma non ci riuscivamo. Non c’era sforzo umano che ci potesse bloccare.   E poiché questo era desiderio tacito comune come un inconscio volere - forse la specie nostra ha ubbidito slacciato le catene che tengono blindato il nostro seme. Aperto le fessure più segrete e fatto entrare. Forse per questo dopo c’è stato un salto di specie – dal pipistrello a noi. Qualcosa in noi ha voluto spalancare. Forse, non so.   Adesso siamo a casa.   È portentoso quello che succede. E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano. Forse ci sono doni. Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo. C’è un molto forte richiamo della specie ora e come specie adesso deve pensarsi ognuno. Un comune destino ci tiene qui. Lo sapevamo. Ma non troppo bene. O tutti quanti o nessuno.   È potente la terra. Viva per davvero. Io la sento pensante d’un pensiero che noi non conosciamo. E quello che succede? Consideriamo se non sia...

Metafisica del populismo V / Le virtù del virus

  Difficile non farsi prendere dal demone dell’analogia quando ci si misura con l’enormità dell’evento pandemia. Nelle riflessioni che accompagnano il suo diffondersi a macchia d’olio, il Covid 19 è diventato una sorta di metafora generalizzata, quasi il precipitato simbolico della condizione umana nella post-modernità. Era già successo, quarant’anni fa, con l’Hiv e si ripete puntualmente oggi. La pandemia si presenta come una sorta di experimentum crucis, grazie al quale sono verificate ipotesi che dalla politica vanno agli effetti della globalizzazione, alla trasformazione della comunicazione nel tempo della rete fino a raggiungere le vette della più rarefatta considerazione metafisica. Per l’isolamento, la diffidenza e il sospetto a cui induce, il virus è infatti ora “populista” o “sovranista”. Per le pratiche emergenziali a cui costringe sembra universalizzare quello “stato di eccezione” che il Novecento teologico-politico ha lasciato in eredità al presente, confermando inoltre la tesi di Foucault sul carattere biopolitico del potere sovrano nella modernità (un potere che avrebbe il suo correlato nella produzione, gestione e amministrazione della “vita”). Per il suo...

Festival Vie / La verbosa apocalisse di Rambert e il virus

“Tutti nervosi!” dice con rassegnata ironia il dottor Dorn nel primo atto del Gabbiano di Cechov. E quest'aria di novecentesca nevrastenia investe fin dalle prime note – Marie-Sophie Ferdane le trae da un violino – la scena di Architecture di Pascal Rambert che, sei mesi dopo il suo debutto avignonese, è approdato con il suo poderoso vascello da crociera sul palco dell'Arena del Sole di Bologna per il festival Vie: è appena trattenuta nelle espressioni inquiete e nei corpi immobili che in una specie di quadrilatero militare, formato in uno spazio disseminato di tavoli, sedie e chaise-longues in stile Biedermeier, ascoltano con finta deferenza lo sfogo di un padre offeso dal silenzio di un figlio luciferino che lo ha insultato e ora lo osserva di sbieco – ha un aspetto da uccello malevolo Stanislas Nordey – lontano da lui, ma anche da sorelle, fratelli, cognati, e una matrigna troppo giovane; nessuno che osi contrastare il vecchio, numinoso Architetto, dal quale tutti in un modo o nell'altro dipendono. La smisurata ambizione teatrale di Rambert, autore e regista, tetanizza gli attori, imbroglia le carte dell'anacronismo e della profezia – le profezie d'altronde sono sempre rivolte...

Epidemie e pandemie / Il paziente zero: la Cina e la "spagnola"

Il paziente zero non si trova. Le notizie di questi giorni ci dicono che l’epidemia di coronavirus non ha ancora un paziente iniziale, quello che ha portato il virus in Italia e ha provocato questa diffusione in almeno due centri, in Lombardia e Veneto, che allo stato attuale non sembrano collegati. Non è stato, così pare, un uomo proveniente dalla Cina a diffonderlo, e i cinesi ritornati alla piccola nazione dopo un viaggio nel loro paese d’origine non sarebbero i portatori. Portatori sani? Così si dice: persone che hanno avuto una influenza a causa del virus, ma superata senza conseguenze e quindi senza ricoveri: saremmo già al terzo o quarto contagio? Tutto ora sembra partito da un piccolo ospedale di Codogno. Riusciremo a risalire al paziente zero? Non è solo un fatto importante per circoscrivere il contagio, ma perché resta il problema di capire una evidenza epidemiologica importante. Anche per il futuro. Imparare dal passato?   La “spagnola”, la terribile pandemia di febbre che nel 1918 uccise in due anni milioni di persone in una Europa appena uscita dalla guerra mondiale, portandosi via ignoti e geni come Egon Schiele e Max Weber, non ha ancora avuto una risposta...

Virus, fine del mondo e sensi di colpa / Pandemie in tv e al cinema

Quando la nave di Nosferatu, spettrale e ormai senza più un’anima a bordo, giunge a Wismar, città tedesca sul Baltico, trasporta due cose: un oscuro potere e la peste. Il vampiro caccia la propria preda, i topi diffondono il contagio, finché la città appare più morta che viva. In ogni momento una cosa è chiara allo spettatore: il mostro e la sua pestilenza sono il male, venuto a tormentarci. Contro quel male si lotta: per resistergli, o vincerlo. O a quel male si soccombe, vinti. Neppure per un attimo ci sfiora l’idea che quel flagello sia una punizione; tantomeno una punizione che ci siamo meritati. Un secolo dopo (il primo Nosferatu, di Murnau, è del 1922) continuiamo a raccontare il contagio, spesso e con entusiasmo e non solo nelle settimane del Coronavirus. Ma lo facciamo, sempre di più, all’ombra di un malcelato e crescente sentimento di colpa.     Max Schreck in “Nosferatu il vampiro” (F.W. Murnau, 1922). Veniamo ai giorni nostri. E contempliamo in primis lo schermo che oggi più capillarmente, trasversalmente, profondamente racchiude e racconta paure e desideri, pulsioni e tensioni della nostra epoca: quello televisivo. Segnatamente quello delle serie tv,...

Tiago Rodrigues a Milano / La rivoluzione si impara a memoria

Ha quarantatré anni, ed è il direttore artistico del Teatro Nacional D. Maria II di Lisbona da quando ne ha trentasette: il portoghese Tiago Rodrigues è senza dubbio da aggiungere alla rosa dei nomi più interessanti della scena europea, accanto ai sempre citati Milo Rau e Rimini Protokoll. In Italia, negli scorsi anni, non lo hanno accolto le grandi stagioni cittadine o i teatri stabili; a ospitarlo sono stati piuttosto gli avamposti del nuovo, come Centrale Fies a Dro e Short Theatre a Roma. Un’occasione mancata, se è vero che gli spettacoli di Rodrigues riescono a tenere in perfetto bilanciamento le strutture del teatro classico e i linguaggi del contemporaneo, e a coinvolgere così pubblici differenti.   By Hearth. Finalmente, a presentare Rodrigues alla città di Milano ci ha pensato Triennale Teatro, dedicando all’autore e regista portoghese un focus di due spettacoli: By Heart, scritto e interpretato dallo stesso Rodrigues, e Sopro, messo in scena con la compagnia del Teatro Nacional. Averli a disposizione entrambi è una grande opportunità: di vedere buon teatro, innanzitutto; e poi di comprendere, attraverso la diversità delle due performance, il filo rosso che...

Rocco Ronchi e Bernard Stiegler / Governare l’ingovernabile

Come si governa la complessità? La domanda suona ineludibile in un tempo in cui l’arte del governo appare sempre più catturata da un vortice di forze ingovernabili, in balia di spinte contrapposte e di rovesci repentini. Anche la semplice attività di mappare un territorio, preliminare ad ogni decisione di intervento, per identificarne i nodi sociali, economici e culturali, rilevarne le tendenze, le pieghe, i punti di forza e di debolezza, sembra oggi una sfida impossibile: ogni punto individuato sulla mappa si mostra infatti immediatamente connesso a migliaia di altri punti secondo interazioni imprevedibili che evolvono più velocemente di qualsiasi mappatura. Forse è sempre stato così, sin dai tempi dell’originaria urbanizzazione, delle prime città-stato e degli imperi mesopotamici, non a caso connotati dagli storici con l’epiteto di “società complesse”. Ma nell’attuale epoca di crisi della politica e del simbolico, affievolitosi quel velo di fiducia nella legge umana e nella sua capacità di controllo, l’ingovernabilità si rende visibile in tutta la sua abissale potenza.   Con questo tema si confrontano Rocco Ronchi e Bernard Stiegler nel libro L’ingovernabile (Il melangolo,...

Fatti e paure / Cina. Reazioni e società

Chi si interessa di Asia e di Cina non può, in queste settimane, dimenticare il coronavirus. Io però ho timore di scriverne. Non sono un giornalista, non ho fonti certe, non ho la capacità né l’abitudine a controllare la veridicità delle notizie, dei tanti falsi e semplificazioni che impazzano in rete, ma anche su mezzi di informazione importanti. Preferisco che questo lavoro lo facciano i professionisti del giornalismo, o almeno coloro che tra questi tengono la schiena dritta e non vanno a cercare comodi allarmismi per conquistarsi segmenti di mercato. Nella incertezza informativa di queste settimane – infodemia, è stata definita – non mi sento neppure di mettere giù un pezzo che renda conto delle parole che a me giungono dagli amici di Pechino, riguardo alla loro personalissima esperienza, alle restrizioni alla vita comune, ai tanti che sono stati invitati a lavorare da casa, al traffico rarefatto, ai sistemi in atto per ridurre al minimo i contatti tra le persone.   Una rapida carrellata di realtà private e individuali non può indurre una sintesi, e noi in questo momento è di una sintesi che necessitiamo, a meno di non fare come quei brutti telegiornali che ‘raccolgono le...

Maternità / Brenda Navarro, Case vuote

“Non ho mai voluto essere madre, essere madre è il peggior capriccio che possa venire in mente a una donna.” Brenda Navarro è nata nel 1982 in Messico, dove si è laureata in Sociologia ed Economia femminista, ha poi conseguito un master a Barcellona sugli Studi di genere e nel 2016 ha fondato un gruppo di donne che promuove la scrittura femminile dal nome #EnjambreLiterario. Si occupa perciò da sempre di donne, femminismo, della difesa di certi inalienabili diritti, soprattutto del racconto di questi. Nessuna storia esiste finché non viene raccontata. Navarro, mi pare di capire, pensa che la donna debba raccontare, debba essere raccontata come raramente è stato fatto, debba poter dire l’indicibile. E certe volte l’indicibile è la meraviglia, altre è il dolore profondo. I personaggi che immagina devono cambiare il punto di vista di capitolo in capitolo. Nessuna donna è uguale all’altra, nessuna voce si somiglia. Ogni storia ha sempre due lati, in mezzo c’è una corda; una donna tira da un lato, un’altra molla dall’altro, poi ricomincia a tirare. Non avevo mai sentito parlare di Brenda Navarro finché non mi è stato recapitato il suo romanzo Case Vuote (Giulio Perrone Editore, 2019,...

Possibilità / L’automa e la macchina

I libri di filosofia non soltanto servono a produrre pensieri, spesso suggeriscono anche un panorama percettivo: alcuni assomigliano a costruzioni cristalliformi, dispongono i concetti in serie, ordinano il paesaggio in modo rigoroso, funzionano come una mappa perché vengono incontro alla capacità di orientamento del lettore. Altri sono meno rigorosi, più impressionistici, si rifiutano di mettere una volta per tutte a fuoco il paesaggio che continua a fluttuare sotto lo sguardo del lettore, come se la prospettiva cambiasse a ogni passo e fare il punto diventasse impossibile. Altri libri ancora sono inclassificabili, non appartengono alle tipologie appena ricordate, perché raggiungono la precisione del concetto per mezzo di folgorazioni e inducono nel lettore una percezione contraddittoria, quella di un paesaggio estremamente mobile che improvvisamente s’incanta, poi ricomincia a fluire e rompe la nettezza dei contorni, poi nuovamente congela… Quest’ultimo è il caso del libro di Federico Leoni – L’automa. Leibniz, Bergson, Mimesis, Milano 2019 – in cui salti e smottamenti concettuali se ne stanno in agguato sotto il velo di una scrittura più che elegante e una coerenza sistematica...

Scene napoletane / Taiuti/Musella, per un teatro dell’abbandono

Gennaio 2020. Nella Sala Assoli di Napoli ha da poco debuttato Play Duett 2, nuova creatura firmata Taiuti/Musella con i musicisti Vidino e Canciello, una sorta di veglia allucinata in forma di concerto in cui i talentuosi autori-attori napoletani – diversi per età e formazione ma accomunati da un simbiotico comune sentire – fanno incontrare tradizione e avanguardia, lirica e suono, canone e sperimentazione totale. Questo secondo lavoro si presenta in una forma più articolata e “rock” del precedente Play Duett 1 e richiama molto le atmosfere sfocate e underground delle cantine, con una quantità notevole di altissima poesia e libertà da ogni tipo di convenzione. Li incontro prima di una delle ultime repliche, terminate le quali il piccolo gruppo partirà alla volta di Pontedera. Mentre i due musici settano suoni e rumori, con Taiuti e Musella ci sediamo nei camerini per una chiacchierata a tre voci con sottofondo noise che ci accompagna fino alla fine.    Tonino Taiuti e Lino Musella. Prima domanda, andiamo un po’ indietro. Come vi siete conosciuti e da dove nasce questa collaborazione? Magari parla prima Tonino e poi Lino.    Musella – Cerchiamo sempre di...

Pietas / Vita e teatro, arte e terapia

Non ci sono officine che riparano il cuore dolorante degli umani, non ci sono luoghi dove ripararsi quando l’individuo si ritrova braccato dalla Grande Storia. L’incontro con la distruttività – l’appartenere a una specie implicata in storie di male nell’espressione di Paul Ricoeur – non lascia scampo, ma il “mondo in frantumi” dell’esistenza può essere trasfigurato. Trasformato in immagine e parola, nell’armonia del canto. È quello che riesce a Charlotte Salomon con la sua opera omnia Vita? O teatro? (Castelvecchi, 2019). L’arte non ha salvato la sua vita, ma ha permesso la sua resurrezione. E noi oggi siamo di fronte a questo Grande Libro, un oggetto che si avverte sacro e un po’ si teme di toccare, un oggetto pesante da tenere in mano, che ha in copertina un autoritratto dell’autrice che ci osserva con sguardo sapiente, figura femminile dalla potenza archetipica. 796 fogli, difficili da classificare, da leggere e da guardare, una partitura di testi e disegni, associata a un’aria musicale. “Qualcosa di speciale, totalmente folle”, un Singspiel lo chiama lei: “La creazione delle pagine seguenti dev’esser immaginata così: un uomo siede davanti al mare. Dipinge. D’improvviso, una...