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Fit - Festival di Lugano / Violenza, potere, realtà

Attaccare la belva   “Il drammaturgo vi ricorda, cari spettatori, che nella sua carriera non ha attaccato gente qualunque. Ma con coraggio ha assalito mostri enormi e si è scagliato contro il cinghiale dai denti aguzzi”. È Aristofane che parla, nella Parabasi delle sue Vespe. Il cinghiale è Cleone, l’uomo politico più importante della sua Atene: è seduto in prima fila, mentre gli attori parlano di lui. Ma il cinghiale è anche, in senso più ampio, il potere contro cui il teatro scaglia parole e pensiero critico.  Anche il Fit Festival di Lugano ha scelto una bestia selvatica come immagine simbolo per l’ultima edizione, dedicata al tema della rappresentazione del potere: un lupo solitario che si aggira tra le macerie (l’autrice è Rubidori Manshaft).   Rabi Mroué, Sand in the Eyes. Ma come si racconta oggi il potere? E qual è il ruolo del teatro nel portarlo sulla scena? La performance riesce a produrre dissenso, o finisce per offrire intrattenimento e autoassoluzione? Tra queste domande si è articolata la programmazione del festival, come sempre attenta agli artisti di punta della scena internazionale (la direzione artistica è di Paola Tripoli, in collaborazione...

Perché ne stiamo parlando? / Cinque idee su “Joker”

Uno dei trailer del Joker interpretato da Joaquin Phoenix e diretto da Todd Phillips presenta il film come un classico già consacrato: un instant classic. Molti dei trailer riempiono lo schermo con le cinque stelle e giudizi sfolgoranti assegnati dalle tante, entusiastiche recensioni ottenute. In realtà, la ricezione complessiva del film è stata più contraddittoria. Alle entusiastiche anticipazioni e recensioni degli invitati al Festival di Venezia, dove Joker ha vinto un Leone d’Oro, sono seguiti giudizi più critici e non poche stroncature, raccolte intorno a una duplice tesi di fondo: che il film fosse un vacuo esercizio di marketing e, implicitamente, che i primi giudizi entusiastici fossero l’esito di un abbaglio.  Joker è diventato un “caso” ancora prima ancora che spettatori e critici l’avessero visto. Sin dai primi trailer, il film è riuscito a dividerli in due fazioni significativamente polarizzate. La prima rimarcava le promesse artisticamente esaltanti dell’opera e la sua riflessione sui nessi tra alienazione, disagio sociale e rivoluzione. La seconda poneva enfasi sui possibili rischi di un’estetizzazione della violenza e di un messaggio dal potenziale...

#1 / Perché Freud è ancora necessario

Introduzione Nicole Janigro   Di Freud oggi sappiamo tantissimo, ogni suo oggetto, lettera, testo, incontro è stato studiato e interpretato. Alla Biblioteca del Congresso, sono ora consultabili tutte le sue carte: ci sono le opere, l’elenco e gli appunti dei libri letti, l’enorme epistolario. Durante la sua esistenza Freud conserva un senso ben preciso di quanto fosse possibile mostrare in pubblico e quanto si dovesse mantenere privato. È forte la sua preoccupazione che gli aspetti intimi, i “tristi segreti”, potessero esser utilizzati contro di lui. Nella sua Autobiografia, malato, convinto di essere prossimo alla fine, dopo la diagnosi di cancro alla mandibola, nel 1924, Freud propone «una nuova combinazione di elementi oggettivi e soggettivi», anche se, scrive, «il pubblico non ha diritto di saperne di più», «né dei miei rapporti personali, né delle mie battaglie, né delle mie delusioni, né dei miei successi». Quello che prevale è il Freud che distrugge le lettere alla fidanzata, che dice «ho parlato di me stesso più del consueto o più del necessario», perché «tutte le mie personali esperienze non hanno alcun interesse se paragonate ai miei rapporti con questa scienza». Il...

Albe/Ariette / Non di solo pane e petrolio

«Pane o petrolio?», è la domanda che Stefano Pasquini del Teatro delle Ariette pone al pubblico raccolto attorno a un tavolo imbandito di tortelli, frutta, formaggio, vino e immancabilmente pane verso la fine dello spettacolo Pane e petrolio, co-prodotto con il contributo del Teatro delle Albe/Ravenna Teatro. Si tratta dell’unico momento del lavoro in cui l’attore e regista esce dalla partitura scritta per entrare in modalità improvvisativa pura, cercando di coinvolgere gli spettatori a prendere posizione in merito a questi beni. Albe/Ariette si espongono dunque all’ignoto e sottopongono il teatro alla prova del presente. In base alle reazioni del pubblico che è in quel momento coinvolto da una domanda diretta, fondamentale, si capirà dove una parte sia pur piccola ma viva dell’umanità individua il suo bene di riferimento: quello che risulta più rilevante per condurre la sua esistenza e, se possibile, per renderla anche felice.   Il dilemma morale e poetico del lavoro di Albe/Ariette sta dunque tutto qui, nella scelta di uno di tre possibili connettori tra le parole “pane” e “petrolio”. Potremmo avere un aut aut, quindi una presa di posizione esclusiva e decisa per uno solo...

Scienza e spiritualità / Oltre il reale

Nell’arco della vita può capitare di imbattersi in esperienze in cui il percetto, l’oggetto della percezione, supera il concetto, quell’insieme di percorsi razionali che l’intelletto elabora e mette in opera per dare un significato al vissuto. I concetti sono, in fondo, una serie di risposte che, astraendo dal contingente e riducendo l’esperienza al conoscibile, se non al conosciuto, la rendono gestibile. Nella moderna neurobiologia si è individuato nel DMN (Default Mode Network) una rete, presente nel cervello, che svolge questa funzione. Quando questa rete cerebrale va in crisi, quando il concetto non riesce a gestire il percetto, quando appare una mancata coincidenza tra la ragione e l’esperienza, ci troviamo di fronte a qualcosa che resta inspiegabile, se non indicibile. Con un linguaggio più aulico e spirituale, potremmo dire che appare l’ineffabile o, come chioserebbe uno studioso delle religioni, appare il numinoso. Ci troviamo, infatti, di fronte a qualcosa che va oltre l’esperienza del reale, così come siamo abituati a conoscerlo nella vita quotidiana. Si dà, in queste rarissime occasioni, un’eccedenza o una sproporzione che mette in discussione la certezza stessa di cosa...

Un conversazione / François Jullien, pensare il vivere

Nell’ambito del “Progetto Casa dei Saperi – Nuove Utopie”, la Fondazione Adolfo Pini di Milano ha promosso un ciclo di incontri in cui, grazie ad un team curatoriale under 35, potessero confrontarsi giovani provenienti da differenti ambiti professionali. Sul tema ispiratore, l’esigenza di ripensare nuove forme del vivere insieme, si sono soffermati, fra gli altri, il filosofo Federico Campagna e lo psicoanalista franco-argentino Miguel Benasayag, noto per L’epoca delle passioni tristi. Sabato 21 settembre è toccato al filosofo e sinologo François Jullien tenere un seminario dedicato a L’intimità come eutopia: sapere essere nell’incontro. Gli ultimi scritti di Jullien, Sull’intimità. Lontano dal frastuono dell’amore (Raffaello Cortina 2014), Accanto a lei. Presenza opaca, presenza intima (Mimesi, 2016), pongono a tema la minaccia che grava sulla relazione di coppia, la presenza dell’altro che si traduce in opacità e pienezza abitudinaria. Il ricchissimo e sempre innovativo cantiere filosofico di Jullien torna a interrogare questioni che la filosofia ha in genere eluso: il privilegio attribuito a categorie di pensiero connesse alla logica dell’essere e dell’identità le ha impedito...

“Corpi dogmatici, letali dettami di bellezza” / Sulla scultura nazista

In un testo poco noto di Furio Jesi, Sopravvivenze mitiche nell’esoterismo nazista (ora in Mito, Aragno, 2009) il critico torinese scrive: «nel suo discorso conclusivo di autodifesa dinanzi al Tribunale di Norimberga, il generale SS Otto Ohlendorf [...] giustificò il comportamento proprio e quello dei suoi compagni affermando che la sua generazione si era trovata nel vuoto causato dall’insterilirsi e dalla morte del cristianesimo, e aveva quindi visto nel nazismo un nuovo ordine salvatore, fondato su valori puramente spirituali, e garante di chiarezza, di legge di verità affermate senza esitazione». Non si insisterà mai abbastanza sul tratto sostitutivo della religiosità che l'ideologia nazista ha assunto, con un tratto paradossalmente iper-morale, redentivo e, in ultima istanza, mitologico. Jesi, studioso di cultura tedesca e di mondo antico, è stato pioniere per l'interpretazione «delle “grandi narrazioni nazionali” nell’ambito di una narrazione sulla statualità, in direzione della cultura di destra e della radicalizzazione politica» (Bidussa), e ha inteso la storia delle idee come un crocevia tra diverse discipline, tra cui storia delle mentalità, storia dell’arte, del pensiero...

Festival Contemporanea Prato / La trasformazione. La forma del dolore

Gli Alveari e Phia Ménard    L'ultimo giorno del nuovo Alveare è introdotto dal gesto-soglia di Katia Giuliani, che con The Walk occupa per intero il corridoio-foyer del Magnolfi: una lunga striscia bianca che si tinge progressivamente di segni neri a partire dai passi e dai gesti della performer, costringendo gli spettatori sui due lati dello spazio, a stare vicini – fra loro e al lavoro – e comunque a cambiare posizione, prospettiva, postura. È questo uno dei tratti che distingue e connette Alveare rispetto alla programmazione di Contemporanea, nelle sue edizioni passate e in quella presente. È così nella lettura-dialogo con cui Chiara Lagani, dopo l'impegno spettacolare su L'amica geniale, torna su Elena Ferrante insieme alla studiosa Tiziana de Rogatis per indagarne frontalmente il metodo di “scavo” della realtà, a partire dalla raccolta di articoli L'invenzione occasionale, 52 frammenti pubblicati settimanalmente per un anno sul “Guardian” e ora editi per E/O, con cui l'autrice, sempre incline a sottrarre la propria identità dallo spazio pubblico, ha invece voluto esporsi sul piano personale e teorico. Il cambio di prospettiva torna anche in Once I forget to be a...

Rita Charon / Medicina narrativa

Conosco Rita Charon da oltre due lustri e non perdo mai l’occasione di un incontro con lei tutte le volte che sono a New York. Di solito è una cena da Gnocco all’East Village o al Ristorante del Marlton Hotel, luogo storico degli intellettuali decaduti, appena restaurato con cura, al Greenwich Village. Parlare con lei da “quasi amici” è sempre un incredibile piacere; è persona colta, intelligente e attenta a tutto ciò che succede nel mondo. Adesso dirige uno dei più grossi Dipartimenti all’Università di Columbia ed è stata chiamata a questo pochi giorni prima di andare in pensione, quando aveva accettato di rallentare i ritmi e aveva iniziato a prendere lezioni di pianoforte. Conduce un Laboratorio di Ricerca Internazionale ed è stata chiamata a Washington per programmare un intervento di Medicina Narrativa sulle Nuove Dipendenze. Grande ascoltatrice, muove i suoi occhi grigi all’intorno quasi a cercare nuovi dettagli che le erano sfuggiti al primo passaggio, sempre pacata nel linguaggio, vestita da vecchia signora, gonna sotto al ginocchio e abiti tra il grigio e il marrone, sempre con un tocco di classe.   Donna senza tempo quando parla degli ideali infranti degli anni 60,...

Torino spiritualità / «Mi sono nascosto» (Genesi, 3,10)

1. La parola, il nome Adamo ha già disobbedito, ma non ha ancora imparato a mentire. Nell’Eden, quando Dio finalmente lo scova e lo interroga, l’uomo risponde con sincerità sconcertante: «Ho udito la tua voce nel giardino: ho avuto paura perché sono nudo, e mi sono nascosto» (Gn 3,10). Dal punto di vista procedurale, è un passo falso irrimediabile. La nozione di nudità, inconcepibile senza l’accesso alla conoscenza, si trasforma nell’indizio che permette a Dio di strappare una confessione definitiva. Non avrai mangiato il frutto dell’albero proibito?, insinua l’Altissimo. E l’altro, creatura ancora sincera e già un po’ ipocrita, ammette sì di essersene cibato, ma dietro istigazione e insistenza della donna. Dopo di che, non c’è più niente da fare. Per il resto del capitolo 3 di Genesi, infatti, Dio parla e l’uomo ascolta, a testa bassa: il dolore, la fatica, la sentenza del ritorno alla polvere. Anche il serpente viene condannato per la sua malizia di tentatore, e viene condannata la donna, alla quale toccano le doglie del parto. Solo in rapporto alla sua compagna Adamo sembra ritrovare per un momento la grazia primordiale. Dona un nome anche a lei, Eva (Gn 3, 20), come in...

Addii / Io sono tu che mi fai (salve Claudio Misculin)

Ieri notte Claudio è uscito di scena. Così Peppe Dell’Acqua mi comunica che Claudio Misculin è morto. Claudio Misculin. Che entrava in scena con un doppio salto mortale – volando. Claudio che ha fatto della sua complessa vita teatro, e teatro della sua vita. Uscito di scena. Epatite C. Cirrosi. Cancro.   Per il libro intitolato La luce di dentro (Titivillus, 2010) ho chiesto a Misculin di scrivere la sua vita. Lo scritto – più di 40 pagine intense, bizzarre, vere, piene di svolte e poesia, intitolato Io sono tu che mi fai – comincia così: “Io devo ringraziare tanta di quella gente… sì, devo proprio ringraziare molte, ma molte persone: amici, parenti, e poi colleghi e compagni soprattutto, tanti e tanti compagni per avermi ridotto in questo Stato. Malaugurato Stato malato di perenne frustrazione e incazzatura: intacca fegato e cistifellea con riferimenti anche gastro uterini. Sono italiano, di diritto teologico, dove, al di là della devastazione della globalizzazione, si respira la ladrazione e la furbizia come un profumo intrigante. Si vive la sudditanza e la vermaggine come un valore”.   Claudio Misculin in Cinghiali al limite del bosco. Ho avuto Claudio come attore...

Torino spiritualità / I guardiani della notte

Nel 1995 arriva nei cinema Dead Man, sorta di acid western visionario, rarefatto sogno ad occhi aperti che Jim Jarmusch cattura chissà come e mette in pellicola. Fan di Jarmusch e adepto della chitarra di Neil Young, che della colonna sonora del film è autore, corro a vedere questa delirante e scheletrica rivisitazione del mito della frontiera. Quando esco dal cinema ho un terzo idolo da pedinare: William Blake.  I versi del poeta inglese, scopro nel buio della sala, attraversano Dead Man in lungo e in largo, si incidono nella trama e di colpo deflagrano con la vitalità eversiva e fuorilegge di una poesia scritta con il sangue. Non che fino a quel momento non conoscessi Blake, lo si studia a scuola e «Tyger! Tyger! Burning bright...» si manda a memoria piuttosto facilmente, ma non avevo mai percepito davvero l’intensità dei suoi versi. In particolare, nei giorni che seguono, non mi escono più dalle orecchie le strofe degli Auguries of Innocence che l’indiano Nessuno, ispiratissimo, recita per un attonito Johnny Depp: «Ogni notte e ogni mattina nascono alcuni alla rovina. Ogni mattina ed ogni notte nascono alcuni al soave diletto. Nascono...

Chrónos e Kairós / Arrivare in anticipo

Ai tempi della scuola i miei compagni cenavano tutti tardi. Cenare tardi era indice di modernità. Più si cenava tardi, più si era evoluti, alla moda, giusti, impeccabili, audaci. Più si cenava presto, più si era primitivi, bifolchi, demodé, sbagliati, coglioni. Cenavano tardi le famiglie piccolo borghesi, avvezze dalla nascita a modi estroversi e spigliati. Cenavano presto i complessati, i goffi, gli incarogniti nel male sociale del disprezzo di sé. Io che discendo da una famiglia di origine contadina avevo l’abitudine di cenare alle sette meno un quarto, quando in Tv davano Zig Zag con Raimondo Vianello, o I Jefferson, o Italia Sera con Piero Badaloni, e pertanto rientravo nel novero dei coglioni. Poi sono cresciuto, e nel frattempo quel che allora era considerato moderno è diventato antico. Ma ciò che è rimasto inalterato nel connotare una certa idea borghese di modernità è proprio la gestione del tempo individuale. Si è moderni se si possiede una comprovata disinvoltura nel rispetto degli orari. Badate alla parola disinvoltura, è la chiave per capire tutto. Il mondo così come lo conosciamo è il dominio dei disinvolti, ossia di chi è ardito, sfacciato, privo di riserbo e di...

L’estate dei festival / Esistiamo veramente? Cartolina da Crisalide

Progettare un festival è oggi compito oltremodo complesso. Differenti per vocazioni e necessità legate ai luoghi e alle comunità, ai festival di teatro vorremmo chiedere di ripensare costantemente alla loro funzione, per non disperdersi nella marea di offerte culturali, svaghi e intrattenimenti vari. Ci pare vadano sostenute le rassegne “politeiste”, quando provano a convocare le diverse fedi delle arti sceniche attuali anche a livello di linguaggio, e che nei casi più felici scommettono sul prolifico attrito fra proposte diverse; possono essere molto stimolanti i percorsi di stampo “curatoriale”, che orientano il programma attorno a un tema mostrando omologie e dialoghi nel frammentato campo delle arti sceniche; c’è poi il rischio che queste e altre istanze si “normalizzino” trasformando il festival in un contenitore dove ognuno può trovare qualcosa di suo gusto, con l’eventualità che il teatro divenga il diletto di una classe precario-intellettuale intenta a costruirsi un palinsesto.   Non si tratta qui né di additare né di mostrare “come si fa” avendo ricette pronte, solo di segnalare una deriva che ci pare inscritta nella forma stessa del festival, almeno in questo...

Francesco Remotti / Somiglianze. Una via per la convivenza

La sua battaglia contro l’identità Francesco Remotti l’aveva iniziata nel 1996 con un titolo quanto mai significativo, appunto: Contro l’identità (Laterza), dove metteva in luce l’artificiosità delle costruzioni identitarie, per poi proseguire con la denuncia de L’ossessione identitaria (Laterza) in cui ampliava il discorso e metteva in guardia dalle pratiche, spesso manichee, fondate su questo principio. Tutti e due questi lavori erano fondati più su analisi tese a denunciarne i rischi; con quest’ultima fatica, dal titolo Somiglianze. Una via per la convivenza, Remotti compie un importante passo avanti, scavando fino alle radici del nostro essere. Ed è proprio da questa operazione di scavo, che l’autore ci conduce con un lungo e documentato percorso nei meandri dei bisogni su cui si fondano le identità, mali forse necessari per riuscire a pensarci come gruppo coerente, ma che molto spesso da entità fluide e soggette a cambiamento, si trasformano in fortezze quasi sempre finalizzate a tenere fuori gli altri, a escluderli. Molto spesso, infatti, molte delle identità proposte come “naturali” sono più il prodotto di una avversione comune verso gli altri, che di un reale legame all’...

La biblioteca di Atlantide / Ray Monk, Wittgenstein. Il dovere del genio

C’è un intero continente di saggi scomparsi che gli editori italiani non ristampano più. Eppure in mezzo a loro ci sono delle vere perle, libri che possono aiutarci a capire il mondo intorno a noi, anche se sono stati pubblicati quaranta o cinquanta anni fa; con questa serie di articoli proviamo a rileggere questi libri, a raccontarli e indicare l’aspetto paradigmatico che contengono per il nostro presente.     “Dio è arrivato. L’ho incontrato sul treno delle 5.15”.  Così scrive John Maynard Keynes alla moglie Lydia Lopokova il 18 gennaio 1929. Dio è Ludwig Wittgenstein che torna dopo quindici anni di assenza a Cambridge dai suoi vecchi amici e sostenitori. Keynes, il maggior economista del XX secolo, se lo porta a casa e apprende che Dio vuole stabilirsi nella città universitaria per continuare a scrivere. Si ritira nello studio e confida a Lydia: “Penso che la fatica sarà terribile. Ma non debbo in alcun modo consentire che mi parli per più di due o tre ore al giorno”. La stessa cosa scriverà un altro genio di Cambridge, Piero Sraffa, in una lettera a Dio: non ce la faccio più a discutere con te, smettiamo di vederci. Con il ritorno di Wittgenstein nella città...

Una storia che ci riguarda / Siri Hustvedt. Ricordi del futuro

Nel 1978, la ventitreenne Siri Hustvedt lascia il Minnesota per trasferirsi a New York. Ha vinto una borsa di studio per studiare Letterature Comparate alla Columbia, l’anno successivo, ma prima di iniziare il dottorato vuole mettersi alla prova come scrittrice e provare a scrivere un romanzo. Prende in affitto un appartamento in periferia e inizia a percorrere la città con un misto di paura, eccitazione e sprezzo del pericolo; patisce la solitudine, all’inizio, e deve stare attenta a non spendere troppo. La New York del ’78 è come Parigi o Londra per un qualsiasi eroe ottocentesco; percorrere in metro le viscere della città scansando le offerte di piaceri sessuali a buon mercato e i potenziali pericoli significa per Minnesota, come iniziano a chiamarla, decidere di esplorarne le potenzialità creative (“Abito nella possibilità”, scrive d’altronde uno dei suoi poeti preferiti, Emily Dickinson, e nel recente Città sola, Olivia Laing racconta con dovizia di particolari come quella New York, nonostante le sue ombre, potesse essere davvero una manna per gli artisti).   In Ricordi del futuro, l’ultimo libro di Hustvedt pubblicato da Einaudi con la traduzione di Laura Noulian (pp....

Centro Teatrale Santacristina / Il filo del presente: teatro, memoria, realtà

Il legame tra la realtà e la memoria è forse uno dei nessi concettuali più scivolosi. Secondo la concezione ordinaria dei termini, l’una consiste nella totalità o somma di ciò che esiste, è esistito ed esisterà nell’universo, mentre l’altra denota una facoltà interiore di registrare, conservare e interpretare gli eventi che si sono verificati in passato. Ci troviamo, apparentemente, di fronte a un confronto tra la dimensione oggettiva e quella soggettiva, o meglio tra un esterno tanto enorme quanto insondabile e un interno che filtra/seleziona gli accadimenti più rilevanti dell’esperienza di un individuo o di una comunità. Il legame tra la realtà e la memoria può poi essere a sua volta paragonato a un sottile filo, dove è facile si creino aggrovigliamenti. Gli eventi reali sono la base dell’elaborazione dei nostri ricordi. Nello stesso tempo, la memoria è una facoltà che ci fa orientare nella realtà e ci influenza nelle nostre ricerche, scelte, previsioni di quanto potrebbe un domani accadere. Orientarsi nel meandro di ciò che esiste e di ciò che ricordiamo è dunque un’impresa difficile, che richiede studio e pazienza. Le due giornate del convegno Il filo del presente. Il teatro...

Legge 180/78 / ... E tu slegalo subito

Dopo la morte, il 13 agosto scorso, di Elena Casetto, giovane donna di 19 anni, ricoverata nel reparto di Psichiatria dell'Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, trovata carbonizzata per un incendio divampato nel reparto, forse partito dalla sua stanza, i promotori della Campagna Nazionale ..e tu slegalo subito, per l’abolizione della contenzione, inviano una lettera aperta all’assessore al Welfare della Regione Lombardia, al Direttore Generale dell’ATS Bergamo e al Direttore Dipartimento Salute Mentale Bergamo.   La contenzione meccanica, cioè il legare, l’immobilizzare attraverso mezzi meccanici, le persone in cura, per impedire il movimento volontario, diritto  umano primario, è pratica diffusa nella maggior parte dei Dipartimenti di Salute mentale italiani. In particolare è utilizzata nei Servizi psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC), che accolgono le persone in crisi, ma anche in alcune residenze/comunità terapeutiche, in cliniche private convenzionate, in alcune residenze per l’esecuzione della misura di sicurezza (REMS). Ma è utilizzata anche nelle RSA/strutture protette per anziani, negli istituti che assistono persone con disabilità. La contenzione meccanica...

Mai / Trasgressioni immaginarie

C’è un’immagine, utilizzata una volta da Lacan, che mostra con precisione il funzionamento della trasgressione: in riva al mare, le onde sommergono i confini della spiaggia. Non ci sono il mare da una parte e la costa dall’altra, come il permesso e l’interdetto. Il mare persevera in un perpetuo moto di avanzamento e ritirata. Ritorna lì dove non può stare, si ritira solo per tornare. Il limite è ripetutamente trasgredito, si direbbe quasi che sia lì solo per essere oltrepassato, ma non viene cancellato. Rintracciare l’esatta linea di confine tra l’oceano e la costa, tra godimento e legge, è impossibile. Questa impossibilità assume però un aspetto positivo: istituisce una modalità di stare nel mondo che non nega totalmente il godimento, bensì comprende il suo limite e ne fa una componente del godimento stesso.    Simbolico, immaginario e reale, desiderio e godimento si affermano e si negano l’un l’altro, sono l’uno il disconoscimento dell’altro, costantemente violano i reciproci confini e in questo movimento li ridisegnano: dove c’era il reale, lì sarà la castrazione; ma ancora, se saprà fare di questo cattivo incontro per antonomasia un buon incontro, messo di fronte...

L’estate dei festival / Centrale Fies alla ricerca di naturali identità

L'uomo è un animale carente, “non definito” come diceva Nietzsche, un essere che deve prendere posizione nel mondo e colmare le sue mancanze con un'azione, costruendosi sovrastrutture e cultura. Rifacendoci all'antropologia tedesca di inizio Novecento, con la cultura l'uomo si crea la sua “seconda natura”, una gabbia innaturale nella quale riesce ad adattarsi e a trovare la propria posizione e la propria identità, in contrapposizione all'animale. In questa costruzione di sovrastrutture il “naturale” diventa così tutto ciò che appartiene a una comunità, i canoni attorno ai quali si definisce la propria identità.    La 39° edizione di Drodesera, svoltasi dal 19 al 27 luglio negli spazi di Centrale Fies, con la direzione artistica di Barbara Boninsegna in collaborazione con Filippo Andreatta, ha accompagnato gli spettatori in un viaggio verso l'abbattimento di queste sovrastrutture, alla ricerca di un contatto più diretto con la natura, dove ogni spettatore è stato invitato a cercare il proprio limite identitario e a superarlo. Ipernatural, questo il tema del festival, dopo un primo weekend dedicato all'arte contemporanea con una sessione di Live Works, nel secondo ha...

La biblioteca di Atlantide / Leo Steinberg, La sessualità di Cristo

C’è un intero continente di saggi scomparsi che gli editori italiani non ristampano più. Eppure in mezzo a loro ci sono delle vere perle, libri che possono aiutarci a capire il mondo intorno a noi, anche se sono stati pubblicati quaranta o cinquanta anni fa; con questa serie di articoli proviamo a rileggere questi libri, a raccontarli e indicare l’aspetto paradigmatico che contengono per il nostro presente.   Sono centinaia e centinaia di opere, quadri, sculture, incisioni, in cui Gesù, sia come Bambino sia come Cristo in croce, figura con il sesso in bella vista. Per cinque secoli, spiega Leo Steinberg in La sessualità di Cristo (il Saggiatore), tutte queste immagini sono state passate sotto silenzio. Lo storico dell’arte, nato in Russia da una famiglia di ebrei – il padre fu membro del gabinetto governativo di Lenin dal 1917 al 1919 – ha scandagliato questo continente sommerso in una serie di conferenze tenute nel 1981 presso la Columbia University di New York e pubblicate come numero speciale della rivista “October” nel 1983, la più importante rivista d’arte della seconda metà del Novecento. Steinberg, che è morto pochi anni fa novantenne, ha insegnato nelle principali...

L’estate dei festival / Armando Punzo, verso un'umanità ignota

Siamo sommersi in un linguaggio retorico e abitudinario che raccoglie sotto l’aggettivo “naturale” tutte le proprietà, le cose, gli eventi che sono regolari, necessari, inevitabili. La natura viene così presentata come un organismo fisso, dove si riconoscono leggi immutabili e norme di comportamento che occorre reiterare, per condurre una vita ordinata e quieta. Vivere in modo naturale significa, entro tale prospettiva, accettare una realtà definitiva e adagiarsi o conformarsi a questa con meno tensioni possibili. La pavida regolarità diviene l’unico orizzonte di senso, l’accettazione dell’esistente la sola condotta concreta. Questa non è tuttavia l’unica definizione di natura che si può formulare. È anche lecito pensare al “naturale” come qualcosa di abissale: un organismo in continuo divenire che contiene, oltre ai fenomeni regolari e agli oggetti ordinari, altri enti e processi che ancora non si sono manifestati, che non ci sono per adesso noti. “La natura ama nascondersi”, sentenziava Eraclito piangente, e un Democrito ridente soggiungeva che la verità su di essa è collocata in un abisso profondo, insondabile. Quando dunque noi parliamo di leggi e proprietà “naturali” che...

La toletta segreta di Warhol

Lontano dalla Factory   Un armadietto senza ante in un bagno dalle piastrelle bianche. Sui cinque ripiani (il sesto in alto non è visibile) medicine e prodotti di bellezza, raddoppiati dallo specchio retrostante a parete intera. Si riconoscono alcune marche: Chanel, Pantene, Clinique, Kiku, Interface, Guerlain, Halston, Vitabath, Vaseline. In vetro trasparente, i ripiani danno l’impressione che i flaconi siano sospesi nel vuoto. Una fotografia degli anni ottanta, una come tante, eppure non smetto di guardarla. Mi dico che è per via del suo effetto caleidoscopico o forse della sua somiglianza con i Medicine Cabinets di Damien Hirst realizzati nel 1988, un anno dopo la pubblicazione di questa foto sull’Observer Magazine, un giornale inglese con cui collabora l’autore dello scatto, David Gamble.   Grande è la sorpresa quando leggo che si tratta dell’appartamento privato di Andy Warhol e di un servizio esclusivo commissionato da Fred Hughes, business manager dell’artista. Nel 1959 Warhol acquista il suo primo appartamento a New York, una casa a schiera a 1342 Lexington Avenue dove vive con la mamma; nel 1974 si trasferisce nell’Upper East Side, 57 East 66th St., al secondo...