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L’opera chiara / Lacan, la scienza, la filosofia

L’opera chiara, testo scritto da Jean-Claude Milner nel 1995 e ora tradotto in italiano presso Orthotes (Salerno, 2019, p. 184), si inserisce perfettamente nella letteratura sulla psicoanalisi lacaniana e, al tempo stesso, procede per vie traverse. Alcuni contenuti assiomatici, diventati enunciati celebri di Lacan, vengono accennati, accentuati, “per meglio far sentire il reale della matrice ritmica” in cui viene ad articolarsi il suo pensare. La procedura è, letteralmente, matematica. E la matrice è costituita dalla materialità stessa del pensiero, dalle sue figure: oggetti che si urtano, contro cui si sbatte la testa, letteralmente, all’insegna di quello che viene definito materialismo discorsivo. Nessun chiarimento, nessuna spiegazione. Se Milner parte dalle proposizioni lacaniane non è per scavarne l’interno e portarle a nuova luce, rendendole più o meno chiare alla lettura. A questo riguardo, nelle pagine dell’Introduzione al testo, viene esplicitato l’intento della suddetta chiarificazione, quella sostenuta dal titolo appunto – opera chiara. L’operazione, né di chiarimento né di depurazione dalle torbidità del pensiero, si rivela essere una messa in evidenza, un dichiarare...

Massimo Recalcati / Ripercorrere la notte del Getsemani

La Bibbia, come scriveva Abraham Joshua Heschel, è un libro sull’uomo, una presa di parola sul soggetto umano, una antropologia dal punto di vista di Dio. Qualora non venga contraffatta da letture devote o apologetiche volte a sterilizzarne il carattere perturbante, qualora non se ne banalizzino le potenti suggestioni rendendole una ideologica pezza di appoggio per le proprie indubitabili e deterministiche dottrine, qualora non venga ridotta a feticcio di propaganda religiosa o politica, la Bibbia si offre al suo lettore come un testo che tende a scompaginare le certezze universali per dischiudere una verità sempre declinata al singolare, attivando così un processo di interrogazione fondamentale sul soggetto umano e su ciò che insiste nella sua esperienza.    È su questo orizzonte di lettura che, fin dalle prime righe, si colloca l’ultimo saggio di Massimo Recalcati La notte del Getsemani, pubblicato da Einaudi: «Attraverso questa scena il testo biblico parla radicalmente dell’uomo, tocca l’essenziale della sua condizione, della condizione “senza Dio” dell’uomo, la sua fragilità, la sua mancanza, i suoi tormenti. Le ferite dell’abbandono e del tradimento, la ferita dell’...

Faust al Metastasio di Prato / La regia, ovvero Le seduzioni del demone

È uno spettacolo bianco, candido, abbacinante, algido Scene da Faust di Goethe con la regia e la drammaturgia di Federico Tiezzi e la traduzione in incalzanti, asciutti versi di Fabrizio Sinisi, uno scrittore di teatro che sa maneggiare la lingua nelle sue invenzioni e ricreare quella dei classici fino a renderla parlabile ma mai sciatta. Visto nello spazio immenso del Fabbricone di Prato, in una nuova produzione del teatro Metastasio e della compagnia Lombardi-Tiezzi, ha come protagonisti Marco Foschi nel ruolo di un tormentato Faust in grigio, Sandro Lombardi in quello di un nero, ironico guittesco Mefistofele truccato alla Petrolini, e la giovane Leda Kreider, una felice scoperta, in quello di Margherita. Intorno a loro un coro pronto a prendere le sembianze degli altri personaggi, a trasformarsi in magrittiane figure in palandrana e bombetta, a travestirsi con maschere e pellicce di scimmie nell’antro della strega, a tramutarsi in arcangeli seminudi ruotanti a testa in giù e braccia larghe come ali nel Prologo in cielo, ad adattarsi al ruolo di servi di scena.   White cube o padiglione ospedaliero o camera di decontaminazione (interiore). Gli oggetti, essenziali, file...

Making, Arte, Archeologia, Architettura / Artisti e antropologia: far parlare la realtà

Negli ultimi vent’anni c’è stato un avvicinamento impressionante tra due discipline che non hanno mai avuto uno statuto comune: l’arte e l’antropologia. Da qualche settimana uno degli antropologi più brillanti e antiaccademici come Michael Taussig (di lui è in uscita la riedizione di Il mio museo della cocaina per Fieldwork-Milieu) tiene un corso a Cà Foscari a Venezia il cui titolo è “Fieldwork as art”. La tesi di Taussig è che il lavoro di ricerca sul campo che consiste in un’osservazione partecipata, cioè nella condivisione della vita quotidiana della gente che “si studia”, ha tutte le caratteristiche della ricerca artistica. In un testo rivelatore e pieno dei suoi “schizzi”, disegni, mappe, aforismi e osservazioni immediate, “I swear I saw this”, Giuro di aver visto questo, Taussig pone le basi per una nuova teoria del fieldwork. Catturare, annotare, disegnare, scrivere note è un processo artistico, una presa sul mondo che consenta di farlo passare come un’impronta nei propri carnets di viaggio. Ciò richiede un’arte, si tratta cioè di una lunga formazione che educhi la sensibilità a intuire cosa accade là fuori. Un altro antropologo contemporaneo, Tim Ingold, nel suo...

Making di Tim Ingold / Pensare con il produrre

Abbiamo ancora negli occhi le immagini tremende del rogo di Parigi, Nôtre-Dame avvolta dalle fiamme. Il fuoco consuma la foresta di travi che sosteneva il tetto, la guglia ottocentesca crolla, la forma della cattedrale viene stravolta davanti ai nostri occhi. Questo ci costringe a considerare l’edificio monumentale non più come un oggetto immutabile e compiuto, ma come una cosa, fatta di materiali la cui storia non si è mai in realtà arrestata in una forma definita. Il fuoco innesca il cambiamento della forma, lasciandoci di fronte allo scandalo di una Nôtre-Dame diversa, non più congruente con l’immagine in cui l’avevamo cristallizzata.    “Le forme delle cose” ci ricorda Tim Ingold nel capitolo dedicato all’analisi della materialità degli oggetti del suo testo Making, sono “generate nei campi di forze e nelle circolazioni dei materiali, i quali trascendono ogni confine che potremmo tracciare tra artefici, materiali e ambiente circostante”. Così, il rogo sciagurato ha portato il nostro “flusso della coscienza”, come lo definisce Ingold, ovvero la nostra comprensione della forma della cattedrale come oggetto finito, a corrispondere forzatamente con il “flusso del...

Festival Monteverdi di Cremona / L’Orfeo nel metrò di Fanny & Alexander

Certi spettacoli te li dimentichi subito. Li cancelli mentre li vedi. Altri ti ossessionano per giorni, o per settimane. Anche senza volerlo. Vorresti forse rimuoverli, qualcosa non ti funzionava, e invece ritornano, con le loro immagini, si chiariscono a poco a poco, si inombrano di nuovo, dall’inabissamento risaltano dentro di te. Così è stato per Orfeo nel metrò, rivisitazione d’oggi, emozionale, a stretto contatto di respiro col pubblico, dell’Orfeo di Striggio e Monteverdi, rappresentato per la prima volta a Mantova nel 1607. Lo spettacolo – con la regia di Luigi de Angelis di Fanny & Alexander, con il supporto e le riprese video di Andrea Argentieri e i costumi di Chiara Lagani, sempre della compagnia ravennate – si è visto il 2 maggio in apertura del Monteverdi Festival di Cremona, che si concluderà dopo un mese di spettacoli e concerti l’1 giugno. Dirigeva Hernán Schvartzman, un giovane musicista di origini argentine e olandesi, formatosi in quel crogiolo di ricerche sulla musica barocca che è il conservatorio dell’Aia. Suonava un’orchestra di strumenti antichi, nella quale irrompeva anche una chitarra elettrica: era formata da elementi provenienti dalla Civica scuola...

Nell'anniversario della morte di Ibsen / Casa di bambola. Per amare Nora

Ho studiato di recente l’opera celeberrima, Casa di bambola (1879), di Henrik Ibsen. Fortuna ha voluto che leggessi nello stesso periodo un libro pregevole, L’amore del pensiero di Gianni Carchia, prematuramente scomparso nel 2000. Il libro, già pubblicato da Quodlibet nel 2000, sarà presto riproposto insieme a tutti gli altri scritti di Carchia dallo stesso editore, in una collana dedicata. Parlo di fortuna perché l’ampio orizzonte in cui si muove Carchia, fornendo un’interpretazione aggiornata delle opere dello spirito e in particolare dell’arte, è prezioso per una rilettura per certi versi sorprendente di un quadro come di un capolavoro drammaturgico, ma alla fine di noi stessi, del nostro mondo, del modo in cui pensiamo e sentiamo.   Casa di bambola si impernia sul segreto di Nora, sulla sua drammatica e imprevista irruzione sulla scena. Improvvisamente minaccia di rivelarsi agli occhi di tutti qualcosa che doveva restare nel buio e nel silenzio nella vita di una famiglia della media borghesia, alla vigilia di una tappa importante, una promozione sul lavoro del marito Torvald. Essa è attesa con trepidazione perché rappresenta la fine di restrizioni finanziarie della...

Ece Temelkuran, Soffiano sui nodi

Chi sono le donne che soffiano sui nodi? Da Lilith a Didone, dalle sirene a Circe, da Medea alle streghe e allo splendido personaggio dell’Arte della Gioia di Goliarda Sapienza, Modesta, da Cibele a Fatima e a Kahina: le donne che soffiano sui nodi sono le Maghe, direbbe forse Cortázar. Lilith, figura proveniente dal mondo babilonese e mesopotamico, nella Bibbia fu la prima moglie di Adamo e venne ripudiata e cacciata per essersi rifiutata di sottomettersi all’Uomo. Da allora è un demone, una tempesta.  Cibele, o Madre Idea, è la divinità anatolica della natura, di animali e luoghi selvatici, creatrice e distruttrice. Didone fu la sovrana di Tiro e poi, grazie a un acuto artificio, divenne regina di Cartagine e ne fece una delle più importanti città del Mediterraneo. Kahina, che in arabo significa maga, sacerdotessa e indovina, fu regina di diverse tribù berbere ebraiche e cristiane.    Tutte rimandano a un unico archetipo che si incarna in mille figure e tradizioni diverse – sono le donne che “praticano sortilegi”, che conoscono e usano i segreti di un certo arcano potere dell’energia femminile e ne fanno arma di libertà e arpione verso l’“arte della gioia” – e...

Due festival modenesi / Morte e decentramento dell’umano

Accarezzare l’eterno: Trasparenze Festival 2019   Muovere Utopie è il titolo dell’edizione 2019 del festival Trasparenze di Modena, a cura del Teatro dei Venti. Si viene però a sapere, a seguito dell’incontro con Giulio Sonno sullo spettacolo Moby Dick della stessa compagnia, che originariamente la rassegna artistica si sarebbe dovuta chiamare Crepa. La parola gioca in modo voluto su un doppio senso che suggerisce qualcosa di stimolante e al tempo stesso di sinistro sulla natura del teatro. Quest’arte genera appunto una crepa nelle menti di artisti, spettatori e operatori che contribuiscono, ciascuno a suo modo, alla realizzazione di uno spettacolo. Chi si dedica al teatro è costantemente messo in discussione nelle proprie apparenti certezze, nella sua postura e nei suoi movimenti più intimi, o in generale nel suo atteggiamento verso quella cosa misteriosa e pazza che si chiama “vita”. Ma il teatro è anche un’arte che sussurra nel cuore di chi ha la fortuna e la sventura di frequentarla: crepa, devi morire, lascia tempo e spazio a qualcosa che è più importante di te. La bellezza è infatti amara, diceva Rimbaud, e – potremmo aggiungere – non ammette di essere toccata dai...

Eschilo tra le macerie / Milo Rau, Orestes in Mosul

L’ultimo spettacolo di Milo Rau ha debuttato a Mosul, Iraq. Non è forse una notizia, questa? Il regista più à la page d’Europa in azione nelle zone calde del conflitto islamico. Ma forse non tutti, tra quelli che hanno riportato e condiviso la notizia, ricordano cosa è accaduto di preciso in quella piccola cittadina al confine con il Kurdistan iracheno.  Per comprendere lo scenario nel quale hanno lavorato Milo Rau e la sua compagnia, bisogna riportare le lancette indietro, al 2014.  A giugno, il gruppo Stato Islamico conquista Mosul e proclama la nascita di un califfato di stretta osservanza jihadista, a cavallo tra i territori di Siria e Iraq. Nel 2016 una coalizione guidata dal governo iracheno, con il sostegno dei combattenti curdi e degli Stati Uniti lancia una campagna militare per liberare Mosul. Quello che segue è uno dei più violenti e sanguinosi assedi messi in atto dalla seconda guerra mondiale (lo racconta Ben Taub, in una bellissima inchiesta uscita sul “New Yorker”, e tradotta su “Internazionale” nell’aprile 2019). L’IS, con migliaia di civili, si ritira nei quartieri più interni. La città vecchia è un labirinto di vicoli e suq sulle rive del Tigri, i...

17 maggio 1925 - 17 maggio 2019 / Il ’68 di Michel de Certeau

“Lo scorso maggio, la parola è stata presa come nel 1789 è stata presa la Bastiglia”, scrive Michel de Certeau nel vivo degli eventi del 1968. La liberazione della parola rappresenta la conquista che assume valore di fondamento, coincide con il “diritto di essere uomo e non più un cliente destinato al consumo o uno strumento utile all’organizzazione anonima della società”. Nelle assemblee studentesche il principio per cui “Qui tutti hanno il diritto di parlare” è riconosciuto soltanto a chi parla a nome proprio, mentre viene rifiutato a chi si fa portavoce di un gruppo o si identifica con una funzione. De Certeau, nato nel 1925 ed entrato nel ’50 nella Compagnia di Gesù, pur avendo scelto di non avere figli – sarà per scelta anche maestro senza discepoli –, appartiene alla generazione dei padri, quella che ha vissuto nell’adolescenza la vergogna della disfatta nel ’40 e il collaborazionismo. I giovani hanno buoni motivi per aderire allo slogan “ribellarsi è giusto”, per rifiutare le ipocrisie celate dietro la maschera dell’amor di patria; nella “presa della parola” si esprime anche la rivolta contro i silenzi di Stato sulle torture in Algeria e le miserie della grandeur...

Autoritarismo, conformismo, deresponsabilizzazione / La normalità del male

In un mondo soffocato da libri dedicati al piacere, dall’estetico al gastronomico, riflettere sul male pare fuori luogo. Ad eccezione di occasioni programmate e rituali, la nostra società si presenta impegnata nella rimozione del male, al suo oblio grazie a dosi massicce di beni di consumo, pillole, creme, compendi tecnologici. Eppure il male è esistito ed esiste e rintanarlo all’inferno non risolve il problema. Il Novecento è stato il secolo del male assoluto e ogni giorno lo vediamo incarnato nel dolore, nella violenza, nella crudeltà dei rapporti, nelle nuove malattie sociali. Non è quindi un caso che molti, e questa rivista lo ha ben presente (da ultimo F. Bellusci, “Come fare del male e continuare a vivere bene”, e dello stesso autore, “Il male si espande nel mondo come un fungo”) si siano interrogati sulla sua presenza, sulla sua diffusività, su chi lo pone in essere, sui meccanismi che lo generano, lo giustificano, lo rendono intollerabile, lo pesano. E l’editoria non dimentica l’argomento con saggi filosofici (I concetti del male, Einaudi, 2002) o psicologici (Il male, Raffaello Cortina, 2000), stimolando l’attenzione con una suggestiva gamma di declinazioni, dalla...

L’Io, l’altro e la musica / Gilbert Rouget e i fenomeni di possessione

«Che cos’è infatti la possessione se non, in ultima analisi, l’invasione di campo della coscienza da parte dell’altro, cioè da parte di qualcuno venuto da “fuori”?», si domanda Gilbert Rouget ad un certo punto del suo Musica e trance. I rapporti fra musica e i fenomeni di possessione, la cui seconda versione francese – rivista e ampliata dall’autore nel 1990 – è stata recentemente pubblicata in italiano da Einaudi, dopo quasi quarant’anni dalla prima edizione dell’80, con una prefazione di Francesco Giannattasio che affianca quella “storica” di Michel Leiris. Pietra angolare degli studi etnomusicologici, il testo ha l’obiettivo di analizzare il rapporto tra musica e trance (ovvero quello stato transitorio, appunto, in cui il soggetto sperimenta un mutamento dell’ordinario stato di coscienza): un rapporto tutt’altro che semplice dato dalla natura eteroclita e proteiforme di tali fenomeni, descritti dall’autore come complessi sistemi di segni, che sembrano resistere e sottrarsi a qualsiasi forma di generalizzazione. Attraverso un approccio marcatamente strutturalista, Rouget costruisce una teoria generale che rende conto di questo caleidoscopico stato di cose grazie a una...

Marco Martinelli / In viaggio con Dante

Piove, piove a Matera, a fiumi d’acqua, che rifluiscono per le strade lastricate di chianche, pietre, verso il sasso Barisano, verso il sasso Caveoso. Saliamo, una mia amica e io, verso il duomo, per incontrare Marco e Ermanna, Marco Martinelli e Ermanna Montanari, il Teatro delle Albe, una meravigliosa avventura di amore personale e di scavo artistico, nata sui banchi di scuola col fuoco di dire qualcosa di essenziale in questo mondo, allargata negli anni a tanti altri compagni di strada, giovani, meno giovani, cittadini di Ravenna, ragazzi di Scampia, di Diol Kadd in Senegal, di molti altri luoghi. Ricordo a me e all’amica che mi accompagna qualcosa della storia straordinaria, avventurosa, di questa coppia che è diventata compagnia, comunità teatrale diffusa: gli spettacoli politici e poetici, spesso indignate deformazioni grottesche di una società dove comandano l’economia, l’egoismo, la distruzione dell’ambiente; la non-scuola con ragazzi giovanissimi, prima a Ravenna e poi in molti luoghi in Italia e nel mondo, l’entrare nel teatro con il fuoco dell’età verde, il mettere in vita e non semplicemente in scena gli autori classici, facendoli indossare da adolescenti “furiosi”....

Ambiguità di un progetto umano / Liberare la libertà

“L’ansia di spiegare la vita e il suo mistero non dà tregua allo spirito umano, è come se risuonassero in ogni uomo le parole rivolte ad Adamo e ad Abramo: umano dove sei? Vai in te stesso, scopri chi sei.” Finisce così, con un inizio, il cammino esplorativo di Michela Dall’Aglio, In principio era la libertà. Un itinerario tra filosofia, scienza e fede, ILMIOLIBRO, 2019.      Esplorando ad un tempo, l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande di ciò che esiste, noi compresi, l’autrice si muove tra due prospettive polari, costantemente messe in tensione e anche ibridate con una inquietudine narrativa del tutto originale e coinvolgente. L’irrisolto, infatti, è un codice del libro, non solo indotto dal tema dei temi, ma da uno stile conoscitivo che cerca, senza crederci mai fino in fondo. Come dovrebbe essere ogni indagine con simili obiettivi e caratteristiche. La posizione interrogante è quella umana, situata all’estremità del cammino evolutivo dell’esistente, e in grado di farsi domande sul come e il perché della vita e dell’esistenza in sé. Le due prospettive messe in tensione si rifanno, la prima, – definita un’origine “oscura” –, all’ipotesi che tutto sia...

Adolescenti senza tempo / Un’età senza età

Gigliola Cinquetti aveva 16 anni quando cantava Non ho l’età che nel 1964 vince il festival di Sanremo. Lei voleva crescere, doveva crescere, per poter amare e uscire sola con te... Fino al 1975 si diventava maggiorenni a 21, era un traguardo atteso, voleva dire prendere la patente, votare, sentirsi finalmente adulti. Il desiderio di diventare grandi correva in parallelo alla credenza nel progresso, un domani sempre migliore dell’oggi. Un futuro che negli anni Ottanta del secolo scorso ha iniziato a incrinarsi, a rovesciarsi in un senso di precarietà e incertezza. I giovani di oggi hanno di fronte una concreta riduzione delle opportunità rispetto al passato e sono tra le prime generazioni, dopo il ‘900, a non essere più in grado di migliorare le proprie prospettive di vita. Un mutamento d’epoca che influenza anche il modo di percepire i nostri anni. Intanto le età hanno subito variazioni temporali, si sono allungate e ristrette, sono diventate più fluide e meno classificabili.    Nel suo testo Adolescenti senza tempo (Raffaello Cortina Editore, 2018), Massimo Ammaniti evoca già nel titolo una condizione esistenziale inedita: i suoi protagonisti assomigliano all’eroe...

Chiesa e omosessualità / Sodoma

Non sono un fautore dell’asetticità delle inchieste, anche quelle più rigorose e scientifiche. La presunta neutralità della scienza l’abbiamo abbandonata senza rimpianti oltre cinquant’anni fa, partendo da una prospettiva politica poi aiutati dalla scienza stessa nel momento in cui ci spiegava che sempre o quasi sempre – in modo spettacolare nel mondo quantistico dell’infinitamente piccolo – l’azione dell’osservare modifica l’oggetto osservato, lo rende ancora più autonomo e “soggettivo” anziché oggettivo e cristallizzato. Dunque anche un’inchiesta piena di numeri, di dati e di riscontri e di fact-checking mostra – poco o tanto – la mano (la prospettiva, l’ideologia, la cultura, la sub-cultura) di chi l’ha condotta. E quella mano, appunto – poco o tanto – modifica l’oggetto indagato, senza per questo negarci verità verificabili anche se orfane del mito dell’assolutezza. E se allora è così, che la mano si veda anzi venga esplicitata è fonte di ulteriore chiarezza e rende la discussione più proficua.   Ricordare queste ovvietà è indispensabile per parlare di Sodoma, la monumentale inchiesta di Frédéric Martel (pubblicata contemporaneamente in otto lingue e in una ventina di...

Oltre la coreografia / Alessandro Sciarroni: il riso il corpo

Visto all’indomani dell’incendio che ha devastato la cattedrale di Notre Dame, in scena all’interno del Festival Séquence Danse presso il Centquatre di Parigi dove il coreografo Alessandro Sciarroni è artista associato, Augusto si apre a una visione inevitabilmente mediata dall’irrompere di un’attualità portatrice di un senso di rottura. Un senso di rottura e, insieme, una necessità di riconfigurazione e ricostruzione che apparentemente sta assediando, allo stesso tempo, anche la danza. Questo parallelismo servirà qui come mappa di orientamento dentro la visione di Augusto, lo spettacolo che, il prossimo 21 giugno, verrà presentato alla XIII edizione del Festival Internazionale di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia in occasione della consegna del Leone d’Oro alla carriera assegnato quest’anno proprio ad Alessandro Sciarroni. Le sue produzioni, una quindicina di opere che sfidano le categorie delle arti dal vivo, ridisegnano i confini della danza proponendo strade inusuali, talvolta inedite, arricchendo la nozione di coreografia e aggiornandola al suo “estremo contemporaneo”, un corpus eterogeneo e intensamente inclusivo.   Per chi scrive, dunque, lo spettacolo è...

Il passato fa male? / C’è una volta

Una sera, camminando con la mia compagna per le strade di Porta ticinese a Milano, mi è capitato d’imbattermi in una battuta che capeggiava sulla lavagnetta di un’osteria: “l’unico passato che non fa male è quello di veldule”. Confesso che ho “liso” di gusto. Eppure non penso affatto che il passato faccia male, credo piuttosto che sia una grande risorsa se adeguatamente analizzata. Su cosa poggia, dunque, la convinzione che il passato faccia male? Nietzsche, in Così parlò Zarathustra, la riconduce al senso d’impotenza che si prova di fronte a ciò che, essendosi compiuto, ci consegna a uno stato di rassegnata impotenza, come di fronte a quei treni di cui si dice che passino una sola volta nella vita:  «Impotente contro ciò che è già fatto, la volontà sa male assistere allo spettacolo del passato. La volontà non riesce a volere a ritroso; non poter infrangere il tempo e la voracità del tempo – questa è per la volontà la sua mestizia più solitaria. (…)  Che il tempo non possa camminare a ritroso, questo è il suo rovello; “ciò che fu” – così si chiama il macigno che la volontà non può smuovere. (…) Così la volontà anziché liberare, infligge sofferenza: e oggetto della sua...

Indicativo presente| Duecento giorni in classe / Le mani addosso

Questa mattina ricevo genitori. Come coordinatore di classe tocca a me il contatto con loro. Il padre e la madre di Widad sono miti e silenziosi. Temono l’Autorità. Maghrebini, qui lavorano sodo, e per loro la scuola è qualcosa di importante. Se sono qui, lo sanno, è perché la loro ragazza ha fatto qualcosa di grave. Li accompagno nell’ufficio del vicario, offro un caffè ma non lo vogliono, grazie. Comincio a raccontare i fatti. Nei giorni scorsi, in un’ora di una collega, erano in corso delle relazioni “flipped classroom”; gli allievi aveva preparato a casa delle ricerche che sviluppavano input dati in classe dalla professoressa. Quella mattina toccava a un gruppo di ragazze raccontare alla classe dei capolavori dell’arte contemporanea. Il gruppo dei ragazzi ridacchiava, parlava, non le rispettava con l’ascolto. Quando sono loro, tutti insieme, a fare così con noi docenti non si curano minimamente di cosa il loro atteggiamento generi in noi. Entriamo per “fare lezione”, ma con modalità che ormai contemplano il loro interloquire, le loro richieste di chiarimenti, le loro considerazioni personali. Ma entriamo e la classe è in preda a un intervallo perenne: si inseguono, urlano, si...

Bergen Barokk Suite Life / Gli algoritmi sessuofobici di Facebook

Quale mai può essere la ragione per cui un CD di musica classica viene bandito dalle pagine di Facebook come è accaduto il 25 aprile scorso all’album Bergen Barokk Suite Life, prodotto dall’etichetta norvegese LAWO?   La musica?  Ne dubito, troppo astratta e soprattutto strumentale.    I titoli?  Forse quell’offensivo “Les calotins” seguito da “et les calotines” (bacchettoni, baciapile, bigotti) di Couperin? Oppure l’allusivo “Plainte” (lamento, gemito) di Marais o, per analoghe ragioni, il lascivo, insinuante “Rondeau Le Plaintif” (lamentoso) di Hotteterre?   No, ci dicono l’intelligenza artificiale e le altrettanto selettive e selezionate intelligenze umane al servizio del giovane Mark Zuckerberg, il punto dolente del prodotto è la sua copertina, dove figura nientedimeno che la riproduzione “deemed to be sexual” (da ritenersi sessuale) di una Still Life – altrimenti detta Natura morta, Bodegón, Stillleben, Nature morte… – del pittore olandese Jan Davidsz De Heem, nato a Utrecht nel 1606 e morto ad Anversa nel 1684.   Per la combinazione di IA e IU di cui sopra, qualcosa, in quel dipinto, entra in rotta di collisione con l’impegno del marchio...

A Napoli / Dalla casa delle guarattelle al cratere del Vesuvio

Eccoci, burattinai, pupari, poeti in Vico Pazzariello dove Bruno Leone (con Salvatore Gatto è l’erede del Pulcinella burattino) – apre la Casa delle Guarattelle Nunzio Zampella, Nunzio, il mitico, umile ultimo burattinaio dei giardini di Napoli.  E dove andiamo, oggi 27 aprile? Sul Vesuvio andiamo, prima in pullman e poi camminando, nella folla di chi sale turista curioso, e si fanno salendo scene improvvise, con le marionette, con le guarattelle, con Tommaso Bianco che fa Pulcinella in figura (lui per tanti anni attore di Eduardo), e le guide del vulcano, le più antiche d’Italia, che ci raccontano del monte tremendo e incantato, e i fiori rossi, gialli, celesti, e anche noi raccontiamo.  Saliamo fra i boschi bruciati due anni fa, nel più meraviglioso dei paesaggi, col mare che trema là sotto e regge delicatamente Ischia e Procida, e i pendii costellati di case abusive, e ovunque sono esposti finti souvenir, e udiamo gli spari dei fuochi a giorno per la festa di una delle sette Madonne vesuviane, le sette dee aggrappate al fuoco e alla lava. Eccolo il gran teatro che mi piace di più – nel vento, nell’aria, nel fuoco. Saliamo lenti, con Mimmo Cuticchio parlando del tempo...

Cosa rimane di una persona perduta la memoria? / Idda, di Michela Marzano

Ho l’abitudine di leggere i romanzi pensando che ognuno di essi, in fondo, non faccia che porre una domanda; tanto più la domanda mette in crisi il lettore, quanto più il romanzo è riuscito a scalfire la superficie delle cose. Ho altresì l’abitudine di pensare che la letteratura debba in prima battuta raccontare l’indicibile, o perlomeno porsi l’obiettivo di farlo. Svuotare una cantina ordinata e pulita è un lavoro comodo, ma non serba mai nulla di interessante; non quanto le sorprese che ci restituisce un ripostiglio nel quale il tempo e la memoria si sono stratificati, anno dopo anno, caos su caos.  La domanda che pone Michela Marzano nel suo ultimo romanzo, Idda (Einaudi Stile Libero), arriva a pagina 105. Alessandra, la protagonista, cerca di capire cosa rimane di una persona dopo che questa ha perduto la memoria. È il caso della suocera Annie, affetta da Alzheimer, ora che è giunta alla fase più drammatica della malattia e non sa più nominare gli oggetti, non è più capace di badare a se stessa, non sa vestirsi, non riconosce neppure il figlio, non ha memoria, se non tenui e rarefatte scintille di ciò che è stato.    Alessandra lo chiede alla dottoressa Brun che...

Abbecedario del reale / Buco

Autopsia è un termine usato come testimonianza oculare di date o episodi da parte degli storici per rendere il loro parere più autorevole L’autopsia è l’odore del nulla. Anne Carson, Nox   Un buco è un ventre più profondo, un buco è una parte di vascello, Buco è il nome di molti ristoranti ed è una pasta cava dove far entrare il sugo. Il buco scava lo stomaco per fame, dolore, paura. È il grande condottiero dell’assenza. Un buco è nero e non rosso, buio e non luminoso, inghiotte senza restituire, la bocca dei vulcani è un buco pieno di lava, la lava scava un buco nel terreno bucandolo di fuoco. Il buco piega come suggerisce il verbo tedesco Bogen e piegando e incurvando attira nel suo nulla. Il buco non è il cratere in cui si mescola. Il buco, come succede in fisica nei buchi neri, rallenta il tempo e non fa uscire la luce. Ci guarisce da ogni illusione di Creazione, da ogni desiderio di vita.   Signori, mi avete commissionato la parola ‘buco’ il giorno in cui mia madre è morta. La notte ho dormito nel divano accanto al letto. Ho ascoltato il suo respiro diventare sempre più fioco. Alle quattro e mezza il respiro è diventato silenzio. Ho ascoltato quel silenzio con l’...