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Costume

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Pensare altrimenti / Scambiare, donare

Dove si cerca di dire che in fondo siamo meno egoisti di quanto pensiamo e che in fondo doniamo più di quanto crediamo, perché è solo così che creiamo relazioni.   Se quella che oggi chiamiamo “economia” in principio era solo un’attività di sussistenza, con il trascorrere del tempo ha assunto un ruolo sempre più centrale, al punto da prendere, in molti casi, il posto della politica. La progressiva “occidentalizzazione” del mondo sta provocando una diffusa colonizzazione dell’immaginario economico, che ci porta a vedere tutto in un’ottica mercantile in cui ciascuno cerca di ottenere il massimo guadagno con il minimo costo. Estesa questa visione all’intero genere umano, si ottiene il cosiddetto homo oeconomicus, un essere razionale che agisce perseguendo fini utilitaristici e, pertanto, profondamente egoista.  Eppure non è sempre stato così, come ha dimostrato Karl Polanyi. In molte società l’economia era – e in certi casi è ancora – inserita all’interno di un sistema di valori in cui non sempre gli individui perseguono il massimo guadagno, ma a volte rispondono a principi che possono portare in direzione diversa.  L’economia è quindi moralmente vincolata...

Viveiros De Castro con Karen Barad / Amazzonia e cosmologia queer

Che cosa hanno in comune la meccanica quantistica, l’antropologia dei popoli amerindi, il femminismo e gli studi di genere? Apparentemente nulla. Si tratta di ambiti disciplinari molto lontani tra loro come terre separate dalla deriva dei continenti. Eppure da qualche anno si avverte una scossa che tutti li attraversa simultaneamente. Un movimento tellurico che non sarebbe azzardato definire come una comune tendenza epistemologica o come un nuovo paradigma ontologico, in grado di generare sussulti sismici gemelli nonostante le lunghe distanze. Lo potremmo chiamare un paradigma queer, ma solo perché l’aggettivo suona più inclusivo e semanticamente ricco rispetto ad altre connotazioni, meno accattivanti, che potrebbero ugualmente definirne l’orizzonte: immanente, neomaterialista, metamorfico, post-umano.     È ciò che emerge se si leggono in concomitanza due testi assai diversi provenienti da oltreoceano e pubblicati di recente in Italia, riconducibili l’uno al campo degli science studies, l’altro a quello dell’antropologia: Performativià della natura. Quanto e queer di Karen Barad (edizioni ETS) e Prospettivismo cosmologico in Amazzonia e altrove di Eduardo...

Donne e sacerdozio / Sebben che siamo donne...

Cominciava così una vecchia canzone in cui le donne, mondine o contadine prima ancora che proletarie, a fianco dei loro compagni a vario titolo inneggiavano alla fondazione della lega dei lavoratori, proclamando con orgoglio: sebben che siamo donne paura non abbiamo, abbiam delle belle buone lingue e ben ci difendiamo. Ci si trovava allora all'interno di quel contesto vernacolare che tanto piaceva a Ivan Illich, in cui la separazione netta dei ruoli e delle competenze tra maschi e femmine garantiva a queste ultime una certa dignità, un minimo di potere, piccolo e circoscritto, purché mantenessero sempre un rispetto formale, soprattutto in pubblico, per il ruolo degli uomini maschi. «Nel regno del genere – scriveva Illich, intendendo con esso sostanzialmente l'età pre-industriale che preferiva chiamare epoca vernacolare appunto – uomini e donne sono collettivamente interdipendenti; e questa dipendenza reciproca pone limiti alla lotta, allo sfruttamento e alla disfatta… La cultura vernacolare è una tregua, a volte crudele, tra i generi» (Ivan Illich, Genere, Neri Pozza).   Lentamente le cose cambiano, e sono cambiate anche grazie alle donne che cantavano con coraggio quelle...

Esplorare la transessualità nel Settecento europeo / Catterina Vizzani che per ott'anni vestì abito da uomo

Il 16 giugno del 1743, il giovane Giovanni Bordoni arrivò all’ospedale di Santa Maria della Scala di Siena con una grave ferita da arma da fuoco alla gamba sinistra. Fu riconosciuto da Giambattista Giustiniani, che lavorava al servizio di Giovanni Bianchi, noto accademico e titolare della cattedra di Anatomia presso l’università di quella città. I due uomini, Bordoni e Giustiniani, si erano incontrati a Firenze e avevano alloggiato nello stesso albergo. Del resto Bordoni non passava inosservato: era un ragazzo esuberante e si faceva notare per la sua intraprendenza nel corteggiare le donne, fino a rasentare la sfacciataggine. Preoccupato per le condizioni dell’amico, Giambattista si rivolse al suo prestigioso datore di lavoro, sperando che potesse visitarlo: sotto il sapiente sguardo di Bianchi, sarebbero certamente aumentate le speranze di guarigione. Tuttavia il servitore non fu molto convincente. Il professore promise di fare quello che gli era stato richiesto, ma sottovalutò le condizioni del ferito e dimenticò di recarsi nella stanza del paziente. Bordoni peggiorò velocemente nel giro di pochi giorni, ma fece in tempo ad attirare l’attenzione di una monaca con l’intenzione di...

Anniversari / Eduardo De Filippo, la cucina d’arte

Deve cuocere quattro o cinque ore, forse di più. All’inizio si mettono nella casseruola un pezzo di carne, le spuntature, olio, sedano e cipolla tritati. Poi si aggiungeranno il vino bianco e il concentrato di pomodoro, magari fatto in casa, asciugato al sole fino a ridurlo quasi a una marmellata. Questo è il ragù secondo Eduardo De Filippo. Quello che punteggia uno dei suoi testi più famosi, Sabato, domenica e lunedì; quello che riempiva con l’odore di cipolla soffritta la sala appena si entrava in teatro, nella versione di Toni Servillo con Anna Bonaiuto.    I nipoti di Eduardo in cucina alle prese col ragù. Col ragù si apre e si conclude, in una grande tavolata familiare, un film proiettato il 9 gennaio scorso su Rai 1 a tarda ora, Il nostro Eduardo, prodotto da 3D Produzioni con Andiamo Avanti Productions, Sky Arte e Fondazione Eduardo De Filippo, con il soggetto di Didi Gnocchi, la sceneggiatura di Didi Gnocchi, Tommaso De Filippo, Maria Procino e Matteo Moneta e la regia di Didi Gnocchi e Michele Mally. All’inizio compaiono i nipoti del grande uomo di teatro, Matteo, Tommaso e Luisa, i figli del figlio Luca, scomparso nel 2015. Poi si dipana la storia...

Speciale colonialismo / I musei del patrimonio altrui

Fin dalla “scoperta” dell’America la relazione che l’Europa ha sviluppato con gli “Altri” ha implicato tra le altre cose l’appropriazione di oggetti, che per diverse ragioni colpivano l’immaginario occidentale. Quelle che l’occhio europeo percepiva come manifestazioni impressionanti della diversità culturale divennero presto oggetti del desiderio, da possedere e riportare in patria non tanto per il loro valore materiale ma soprattutto per il fascino esotico che esercitavano. Così, dal Rinascimento in poi, materiali di varia natura e provenienza si affastellarono nelle camere delle meraviglie dei nobili, dei principi e degli alti prelati insieme a reperti naturalistici rari o mostruosi e a oggetti d’arte. A questa forma di appropriazione mossa dallo stupore e dalla curiosità se ne accompagna un’altra ancora più antica: il saccheggio di armi e tesori di guerra da esporre allo sguardo del pubblico come trofei e panoplie. In queste manifestazioni “primitive” del collezionismo, l’apprezzamento del valore estetico appare indissolubilmente legato alla brama del possesso, come le due facce di una stessa medaglia.    Scatola antropomorfa, Mangbetu, Repubblica Democratica del...

Una carovana / Il Sassetta, Il viaggio dei Magi

C’è questa carovana che scende un pendio guidata da un asino sulla cui groppa è sdraiata una scimmietta. Si allontana da una città che sta sullo sfondo, in cima a un poggio come molti borghi toscani, circondata da mura rosate, o rosse, simili a quelle di Siena, e di Gerusalemme. Al centro della carovana tre uomini a cavallo con un’aureola attorno alla testa, uno vecchio con la barba, uno giovane e biondo e un altro presumibilmente adulto (così completano lo schema delle tre età). Prima e dopo di loro, alcuni uomini a piedi, quasi certamente servitori, e a cavallo, appartenenti al seguito e scorta armata. Il paesaggio è trattato a colori uniformi, con sfumature per suggerire gli strati delle rocce e l’ondulazione del terreno, al quale radi alberi spogli conferiscono un ritmo discreto a cui contribuiscono anche alcuni uccelli sul cocuzzolo di un colle e un altro paio in basso presso le rocce bianche sulle quali risalta una specie di fiore dorato, con una lunga coda verticale che punta verso il basso. Una stella messa lì come una coccarda di luce. Una cometa, quasi certamente. Quindi i tre signori a cavallo sono i Re Magi, e la carovana è il loro corteo. Ma che ci fa la stella cometa...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (5) / Sud Italia

L’Italia scopre l’Italia. Il Sud in particolare, che, nei primi anni del dopoguerra, è ancora una “Terra incognita”.  Il cinema, la fotografia, l’antropologia, il giornalismo più avvertito, diventano esercizi di conoscenza, con qualche brivido di stupore, e molti colpi allo stomaco. L’immagine del “bel paese” si sgretola, mandando in frantumi la cappa di retorica che si era andata stratificando durante il Ventennio. Ed è uno spoglio paesaggio quello che ora viene alla luce: il Sud del Paese è alla fame, frenato da un irriducibile fondo arcaico e un “paziente dolore” che resistono a ogni intenzione modernizzatrice.   Un primo atto, un gesto inaugurale: il “viaggio al principio del tempo” di Cristo si è fermato ad Eboli, il libro di Carlo Levi steso fra il ’43 e il ’44, pubblicato nel 1945, e in più edizioni negli anni successivi. Cristo si è fermato a Eboli è una scossa.  Molti, a questo punto, vogliono vedere e capire come vive il Paese, quali sentimenti lo attraversano, i suoi “ritmi vitali”, e quali forze negative lo imbrigliano. Nel Sud, nelle spaccature della sua terra riarsa, attraverso una fitta vegetazione di mitologie fino a quel momento sconosciute, i nuovi...

Adriano Favole / L’Europa d’Oltremare

Prendiamo in mano una banconota qualsiasi di euro, l’elemento più rappresentativo dell’Unione Europea e se facciamo bene attenzione, sul retro, accanto alla carta dell’Europa, si vedono rappresentate, sebbene in modo un po’ approssimativo, un pugno di isole difficilmente identificabili. Sono alcuni dei territori europei d’Oltremare, cioè quei Paesi, in gran parte insulari (ma non solo) che fanno parte di Stati europei, pur non coincidendo con il territorio dell’Europa. Una questione, questa, che fin dal principio impone una riflessione sul concetto di confine, che non è più ridotto solo alla linea tracciata tra due Paesi adiacenti, ma può trovare forme diverse. Prenderemmo per folle qualcuno che ci dicesse che la Francia confina con il Brasile, eppure avrebbe ragione. Non solo, ma quel confine con i suoi 740 chilometri che delimitano la Guyana francese è il più lungo confine della Francia.   L’idea che in Francia ci siano foreste pluviali, indigeni e giaguari ci spiazza non poco, ma questo è anche il frutto di una sorta di rimozione e di una visione del mondo, in questo caso, eurocentrica. È quello che ci spiega Adriano Favole, con questa raccolta di saggi sui territori...

1960 - 2020 / Kim Ki-duk. Cattività e bellezza

«Spazio e cattività sono i due temi ricorrenti nella mia opera» osservò in un’intervista Kim Ki-duk. In diversi suoi film, come Soffio (2007) e Il prigioniero coreano (2016), la connessione tra i due temi appare evidente nel motivo di uno spazio chiuso e claustrofobico che diventa per l’uomo una prigione. In altri film, tra cui L’arco (2005) e L’isola (2000) – il suo primo grande successo internazionale –, un’espressione maggiormente metaforica del medesimo legame è fondata sul simbolo dell’acqua e sul suo potere di isolare le persone, trasformandole in monadi. La cella in cui viene rinchiuso il ragazzo di Ferro 3 – La casa vuota (2004), e in generale tutti gli interni del film, ovvero le case che l’innominato protagonista abita nel silenzio, in assenza e all’insaputa dei rispettivi proprietari, esplorano una dimensione di isolamento e prigionia ancora più irreale, nella quale e attraverso la quale lo spazio diviene occasione di passaggio, di scomparsa e di metamorfosi.   La derivazione dell’aggettivo “cattivo” da “cattività” suggerisce una riflessione che ribalta il rapporto di consequenzialità per cui chi ha fatto qualcosa di male, in quanto cattivo, dev’essere imprigionato...

Terza parte / Un'altra storia? Conversazione con Igiaba Scego e Carlo Greppi

Continua la conversazione con Carlo Greppi e Igiaba Sciego sul tema del colonialismo, (qui la prima parte e qui la seconda parte) nel senso più ampio del termine, e dei presupposti inesplicitati di una immagine del mondo e della storia eurocentrica, bianca e maschile che si riflette nella cultura contemporanea.   EM. Contro l'immagine del continente dell'oralità e del racconto infinito, Africa antica di Fauvelle dedica ampio spazio alle storie della scrittura sul continente: sono diversi i regimi di storicità e le diverse strategie di memoria culturale – stili documentari e narrativi – adottate nel tempo e nelle varie società, da quelle più “immobilistiche” e mitologiche volte a garantire l'effetto di una permanenza eterna nel mondo dei cacciatori raccoglitori, a quelle epiche legate all'Islam e all'eroismo civilizzatore, a quelle che come l'Etiopia cristiana rielaborano su base scritta la tradizione precedente: il lettore rimarrà sorpreso dall'elencazione dei vari sistemi di scrittura, della loro varietà e diffusione, e anche sovrapposizione e compresenza (ad esempio dall'Egitto al Corno d'Africa o nelle città-stato di Kenya e Tanzania). Riprendendo le teorie di...

Emozioni di un colore e storia di una pietra / Il turchese di Ellen Meloy

Il color turchese è una tonalità pastello che sta tra l’azzurro e il verde; viene anche chiamato color uovo di pettirosso blu, un uccello americano molto diverso dal nostro pettirosso, classificato come Turdus migratorius. È il colore scelto da Tiffany & Co. per le scatoline e i sacchetti dei preziosi gioielli, una tinta con il codice Pantone 1837 che però – ci spiega Riccardo Falcinelli – non compare nella mazzetta dei colori dell’azienda di grafica: 1837 è l’anno di fondazione di Tiffany e il colore 1837 è il suo marchio registrato, «racconta il suo prestigio per assenza; qualcosa di esclusivo, che di certo esiste, ma che non è possibile comprare o usare. Non da tutti, perlomeno» (Cromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo, Einaudi, Torino 2017, pp. 349-350). Per il momento ci possiamo accontentare di sbucciare un piccolo uovo sodo di quaglia per vedere un color turchese nostrano.   L’etimo di ‘turchese’ rimanda però alla turchese, alla pietra turchese, e non è un termine antico, risale al Medioevo: deriva dall’antico francese turqueise o turquoise (sottinteso pierre, pietra), ‘pietra turca’, originaria delle terre dei Turchi, portata in Europa attraverso...

Anne Boyer, Non Morire / Dolore, vulnerabilità, mortalità, sfinimento, cura

“Poi la gente sparisce, gli amici si inabissano, gli amanti si danno alla latitanza, togliendoti ogni possibilità di adorarli di nuovo, i colleghi ti evitano, i rivali diventano indifferenti, i tuoi follower di Twitter non ti seguono più” (p. 71). Voglio cominciare a scrivere a proposito del libro Non morire di Anne Boyer, premiato con il premio Pulitzer 2020 per la non fiction, con queste specifiche parole. Non riesco, infatti, a togliermi dalla mente l’imbarazzo, la colpevolezza e, anche, la sporcizia esistenziale provate, in quanto individuo in buona salute, durante i tre anni che hanno condotto un mio caro amico dalla scoperta di un tumore estremamente aggressivo alla sua morte. Ricordo in maniera nitida le difficoltà comunicative e il senso di profonda inadeguatezza dovute al fatto che i miei problemi quotidiani erano veramente insignificanti e irrisori dinanzi a una lunga e dolorosa trafila di sedute di chemioterapia, diagnosi mediche, perdite di capelli, speranze disattese in pochi minuti e via dicendo. Dopo la sua morte ho pensato costantemente a quanto lo spazio pubblico, in cui cresciamo e da cui ricaviamo i principi che regolano il nostro vivere comune, identifichi in...

Il modo (verbale) del tempo / Sarà

Non c’è sortita comunicativa pubblica, oggi, che linguisticamente non sia marcata e qualificata da verbi al futuro. Per formulare presagi fausti o più spesso infausti, in ogni campo della comunicazione e per qualsivoglia tema, come si trattasse di un’erba infestante (e di un’erba infestante in verità si tratta), è tutto un rampollare di “si produrrà”, “succederà”, “appariranno”, “crescerà”, “diminuirà”, “finirà”, “arriveranno”, “sparirà”, “aggiungeremo”, “servirà”, “scenderanno”, “avremo”, “saranno”, “diventerà”, “sapremo”, “costringerà”, “vivremo”, “si chiuderanno”, “capiremo”, “verrà”, “si esauriranno”, “si innalzerà”, “mancheranno”, “abbandoneremo”, “esporrà”, “bruceranno”, “colpirà”, “salirà”, “elimineranno”, “creerà”, “toglierà”, “tratteremo”, “spingerà”, “seguiranno”, “potremo”, “dovranno”, “organizzeranno”, “manterranno”, “esisteranno”, “escluderà”, “distruggerà”, “assicureranno”, “si aprirà”, “eleverà”, “forniranno”, “sfuggiremo”, “fuggiranno”, “fermerà”, “estenderemo”, “giungerà”...    Intorno a tali predicazioni e alle mille e mille altre comuni metta ciascuno gli argomenti che preferisce, ad libitum. Avrà così ampia prova, sempre che voglia, che non c’è niente...

Seconda parte / Un'altra storia? Conversazione con Igiaba Scego e Carlo Greppi

Continua la conversazione con Carlo Greppi e Igiaba Scego (qui la prima parte) sul tema del colonialismo, nel senso più ampio del termine, e dei presupposti inesplicitati di una immagine del mondo e della storia eurocentrica, bianca e maschile che si riflette nella cultura contemporanea.   Enrico Manera: Il volume Africa antica di Fauvelle rifugge anche dall'esotismo, uno sguardo romantico che è un serbatoio di stereotipi ingenuamente positivi ma in realtà “tossici” nel momento in cui in modo semplicistico e decontestualizzato fanno del continente africano un «santuario naturale» circondato da «società invadenti e minacciose»: tale racconto è inestricabilmente saldato a quello della schiavitù e del colonialismo a sua volta innervato dai molti stereotipi razzisti. L'Africa, più dell'Asia, sembra essere nel nostro racconto storiografico comune e consolidato sempre un'iperbole, un simbolo, un fascio di pretesti che serve come liquido di contrasto per evidenziare quello che l'Europa fa.   Igiaba Scego: Io ho letto anche Il Rinoceronte d'Oro di Fauvelle e mi ha strappato un sorriso quando racconta di Zhenh He, grande ammiraglio della flotta cinese, che raggiunge l'Africa,...

Libertà e menzogna nella vita degli italiani / La dittatura della monogamia

“Perché farlo in tre sarebbe da nascondere di più che andare in un museo?” Questa domanda apparentemente paradossale racchiude in poche parole una serie di intuizioni concentrate in un libro di piccole dimensioni ma di grande acume appena pubblicato da Edoardo Lombardi Vallauri, Ancora Bigotti (Einaudi, 2020). Il volume parla del rapporto tra gli italiani e la morale sessuale, ma soprattutto parla del rapporto tra libertà e menzogna: il punto non è che cosa fare a letto, ma perché mentire su quello che si fa e che conseguenze ha, questa ipocrisia, sulla società. Per sua natura, il sesso è il campo di battaglia ideale per lo scontro tra questi due poli: condurre una vita libera e razionale o assoggettarsi alle bugie che consentono di evitare il confronto con la realtà? Il giudizio impietoso dell’autore è che in Italia la morale sessuale è uno “degli aspetti meno progrediti della nostra società” dove i più vivono prigionieri di bugie “di cui molti sono complici e pochi sono consapevoli”.   Il libro ricorda, per stile e contenuto, La conquista della felicità di Russell e certe pagine di Voltaire. Pur non essendo ufficialmente un filosofo, qui Vallauri non si limita ad analizzare...

Colonialismo / Un'altra storia? Conversazione con Igiaba Scego e Carlo Greppi

Il recentissimo volume di Einaudi Africa antica, maestoso nell'edizione e nell'apparato iconografico, è una splendida occasione per affrontare il tema della rimozione coloniale con un taglio non solo decostruttivo e “difensivo”, ma anche costruttivo e capace di andare in profondità dal punto di vista storico, in senso periodizzante ed epistemologico. In un arco cronologico che va da ventimila anni a.e.v. al XVII secolo, il curatore F.-X. Fauvelle dirige un'imponente operazione (articolata in 2 sezioni e circa 25 saggi, senza contare le appendici e il corredo iconografico) che supera gli stretti obiettivi disciplinari e pone problemi importanti di scienza della cultura: muovendo dal dato archeologico interessa un'ampia nozione di sapere storico in cui l'antropologia e la storia del lunghissimo periodo emergono come prospettive di grande rilievo. Tutto questo è utile non solo allo studioso ma può servire a chiarire alcuni nodi centrali della storia pubblica del presente, per una ridenifizione della storia del continente africano capace di retroagire sul rapporto con la memoria del colonialismo e con le migrazioni del tempo presente, territori minati per  stati e cittadini, non...

Milanese / Pirla

Vorrei spezzare una lancia a favore della parola “pirla”. In milanese “la pirla” (e non “il pirla”) è la trottola... Il pirla, o pirlutún, è colui che si fa prendere in giro da tutti o che gira a vuoto come una trottola, insomma uno stupido, uno sprovveduto. Faccio notare che l'accezione è usata al maschile mai al femminile. Andrebbe specificato inoltre che il pirla non è l'attributo maschile, come si sente dire spesso, ma è una parola femminile.

Ricette immateriali / Il Vesuvio e il piennolo

Trattasi di ricetta immateriale atipica del nostro presente, ovvero il pomodorino del piennolo come punto di partenza per infinite ricette materiali e per raccontare molto più di una tradizione Le pendici del Vesuvio, qui a Boscotrecase, dominano e digradano dolcemente su Pompei e Torre Annunziata. Dal borgo rurale di Casavitelli, insieme alla penisola sorrentina e a tutto l’agro nocerino-sarnese, si intravvedono Capri e il Golfo di Castellammare. I monti Lattari, poi, i non lontani Picentini, racchiudono, in questa valle dalla densità abitativa altissima, con picchi di duemila residenti per chilometro quadrato, una popolazione più numerosa di città come Firenze o Bologna sommate al loro hinterland.    Certo, il Vesuvio porta alla mente Plinio, o il Leopardi della Ginestra, ma forse il paesaggio che attraverso in questa giornata, la distesa di serre e fabbriche, di orti e palazzine, la conurbazione di paesi e città senza soluzione di continuità all’orizzonte, fa pensare più di tutto a quel capolavoro della letteratura sul Meridione e l’Italia che è Donnarumma all’assalto di Ottieri. Un po’ come lo psicologo-protagonista del romanzo, scrutare questa valle dalle...

La scena rap balcanica in Svizzera / Gli scarpini di Shaqiri e il rap

Il 22 giugno del 2018 la nazionale svizzera e quella serba si sfidarono a Kaliningrad, in Russia, per il secondo turno della fase a gironi dei Campionati del Mondo di Calcio. Sotto di una rete dopo appena cinque minuti di gioco, gli svizzeri finirono con l’imporsi col risultato di due a uno grazie alle reti di Granit Xhaka (52.esimo del secondo tempo) e Xherdan Shaqiri (azione in contropiede al novantesimo minuto). Entrambi i giocatori, nell’atto di esultare per il gol realizzato, mimarono con le mani l’aquila a due teste della bandiera albanese, un gesto che provocò un mezzo incidente diplomatico fra Serbia e Svizzera e spiazzò quei tifosi svizzeri che credevano di aver vinto solo una partita di calcio: la bandiera albanese?, l’aquila a due teste?, che diamine significa?   Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri sono due dei giocatori di punta della nazionale svizzera di calcio. Attalmente militano in squadre inglesi (il primo nell’Arsenal, il secondo nel Liverpool), ed entrambi sono di origini kosovare (Xhaka è nato a Basilea; Shaqiri a Gjilan, in Kosovo, ma è giunto in Svizzera in tenera età). Nella nazionale svizzera dei mondiali 2018 diretta da Vladimir Petković (bosniaco...

Cucire la storia / Ricamare

Ci sono state epoche in cui il cucito contava.  Per esempio, il ruolo propagandistico che oggi svolgono i media, digitali o analogici, e che fino a pochi decenni or sono era assolto dalla carta stampata, un tempo fu invece affidato ai tessuti. Stendardi, religiosi o gentilizi, vessilli guerreschi, insegne e gonfaloni mercantili o corporativi, arazzi celebrativi e persino abiti di rappresentanza, in stoffe pregiate, in bisso, in seta, in velluti, in damasco, ornati di pizzi, di ricami e di pietre preziose costituivano un efficace veicolo di trasmissione di messaggi, ovviamente legati al potere, tanto a quello spirituale, quanto a quello temporale ed economico.  Per non parlare poi del carattere simbolico delle bandiere, drappi di stoffa spesso ricamata, nelle quali sono incarnati (ed è proprio il caso di dirlo pensando alle guerre di indipendenza o di salvaguardia della patria) i valori identitari dei popoli. Sulle stoffe, già di per sé pregiate, si ricamavano poi anche motti e monogrammi, con fili e con decori preziosi, per attestare l'autorità o l'autorevolezza di chi, una volta cuciti in forma d'abito, li avrebbe indossati. Scrive Clare Hunter nel suo libro I fili...

Virilità / I maschi di Colleferro e noi

Se la vicenda di Colleferro sta avendo ampia risonanza mediatica, non è solo per la brutalità dell’omicidio o per il commovente eroismo di Willy. Colleferro colpisce potentemente la nostra immaginazione perché ci offre una rappresentazione del mostro perfetto: brutale, spietato, arrogante, senza possibilità di redenzione. In tal senso i fratelli Bianchi – ritratti a torso nudo, muscoli e tatuaggi in bella vista e sguardo da bullo – assolvono perfettamente a questa funzione. I loro corpi coincidono con la tradizionale iconografia del villain che ha popolato l’immaginario di tanti gangster movie: una via di mezzo tra la cinica crudeltà di Al Pacino in Scarface e quella mascolinità un po’ buffonesca del coatto romano, così bene raccontata dall’ultimo e commovente film di Claudio Caligari Non essere cattivo – e in parte ripresa nelle serie tv Romanzo Criminale e Suburra.    I fratelli Bianchi sono epitome della mostruosità perché ci permettono facilmente di prenderne le distanze. In un certo senso svolgono una funzione rassicurante, dal momento che ci indicano chiaramente dove risiede il male. D’altronde la radice della parola latina monstrum è la stessa di monstrare, ma...

Lucca / Ganzo Bao

Riduttive le sue accezioni “ganzissimo”, “è veramente divertente”.  Sintetizza una lunga frase – tipo: ‘meglio non c’è per sentirsi bene insieme godendoci la vita’ – che spinge a diventare ganzo anche chi la dice. Vale per un gioco, un piatto, un viaggio, una lettura, un vernacolo.   “Parlà lucchese è ganzo bao” è il motto di un gruppo che si propone di tenere in vita usi e costumi della Lucchesia.  Ma, essendo “ganzo bao”, si ritrova anche in periodici appuntamenti dal vivo per godere delle tradizioni gastronomiche locali. “Ganzo”, utilizzato da solo – oltre alla versione peccaminosa di amante, in toscano – significa “intelligente, divertente, scafato, eccezionale, incredibile”. Bao è rafforzativo. Si impiega anche in modo generico, tipo “è caro bao” = “è carissimo”, “è brutto bao” quindi “è bruttissimo”.

Idioletto famigliare / Barnasc

Le mie origini sono miste, ma come dico sempre io, sono austroungariche... I miei nonni: veneti al confine con il Trentino da parte di padre, friulana di Udine la nonna materna e milanese doc il nonno... Una parola a me cara è Barnasc... che era la paletta per raccogliere il carbone da mettere nella stufa. Un aneddoto a tal proposito riguarda mio nonno che parlava quasi solo milanese: un giorno disse a mia madre: "dam el barnasc" (dammi la paletta). Mia nonna lo apostrofò dicendo: " parla in italian cun la tus " e mio nonno... “Cina (chiamavano così mia mamma, diminutivo di Vincenzina) per piesè portami il" barnaccio".