Paese che vai / Caratteri nazionali?

20 Marzo 2022

L’ora a cui mangiamo definisce la nostra appartenenza nazionale, perché, ci spiega ora Alessandro Barbero, gli italiani pranzano tra l’una e le due, i francesi all’una circa, gl’inglesi intorno a mezzogiorno e gli spagnoli oltre le due: paese che vai, usanza che trovi. Per gl’italiani il pranzo potrà anche essere una seconda colazione, per i francesi invece sarà spostato verso l’ora di cena (dîner), per gl’inglesi se sono workaholic si trattera di un brunch (breakfast+lunch) e se sono cafoni di una vera e propria cena (dinner): non è solo questione nazionale, allora, ma anche sociale, perché se l’ora del pranzo definisce l’appartenenza in termini di provenienza, il vocabolario con cui lo si designa è indice di una distinzione di classe. Glottolalico più che mai, Barbero si diverte e fa divertire, con quel pregio che gli è proprio che è la capacità di arricchire il banale di citazioni colte e riflessioni sofistiche, ma anche di rendere accessibile l’elitario grazie al contatto con curiosità popolari ed esperienze di vita. Campione del mid-cult, ma al tempo stesso coltissimo esponente dell’élite, Barbero ci chiede a che ora mangiamo e se per questo ci sentiamo italiani oppure no.

 

La questione del carattere nazionale ritorna infatti con cadenze ritmate nel discorso pubblico e nella ricerca accademica degli ultimi duecento anni almeno, come dimostra il libro recente di Emilio Mazza e Michela Nacci, Paese che vai. I caratteri nazionali tra teoria e senso comune, edito da Marsilio. Converrà partire da una citazione che nel libro non c’è, ma che può illuminarlo da fuori per capire problematiche e direzioni dell’intervento:

 

le Storie hanno tutte un carattere nazionale, oltre quello dei tempi dello Scrittore, il che darà motivo ad importantissime considerazioni, come che il carattere delle Storie che si scrivono è grande argomento a decidere della condizione di un popolo.

 

Chi scrive è Gino Capponi, il cui nome compare sempre più raramente nella società letteraria, persino in accademia, ma che fu un protagonista decisivo di quel passaggio epocale, giusta Habermas, della letteratura alla sfera pubblica che si consumò tra Sette e Ottocento, in coincidenza con l’età dei nazionalismi. Corrispondente di Foscolo e di Leopardi, proprio in dialogo col primo concepiva il suo progetto di un giornale londinese, da cui è tratta la citazione: un piano di storia letteraria comparata, che rendesse conto delle diverse inclinazioni nazionali attraverso lo sviluppo nel tempo e il costituirsi della tradizione. Il carattere è associato alla narrazione nazionale, da un lato, e all’immaginario collettivo, dall’altro lato: costruzione storica e condivisione psicologica lo forgiano, fino a farne un esito derivativo, un’identità precostituita cui afferire ex post, oppure una retorica pedagogica, una questione di mentalità, abitudini e rivendicazioni. 

 

Se la nazione non può che essere immaginata, perché tutti i suoi cittadini non s’incontreranno mai nella realtà e in effetti condivideranno ben poco sul piano della vita quotidiana, la costruzione di questa immaginazione (una definizione fondata sul rapporto tra inclusione ed esclusione) spetterà prima di tutto ai fondatori dell’immaginazione per eccellenza, i poeti (con i loro discendenti nei letterati, gli intellettuali, le donne e gli uomini di spettacolo). Il risultato è che il carattere nazionale è una continua rincorsa di qualcosa che è più da costruire che già in atto, al punto da spingere tutte le pretese classificatorie e notomizzanti verso gli orizzonti dell’utopia e della fantascienza anziché dell’appartenenza e della medicina.

 

Intrisi di memoria classica, perché già i Greci, i Romani, gli Ebrei e gli Arabi si concepivano in termini di differenze nazionali, e nutriti di fiducia illuministica, perché la realtà della differenza nazionale esiste e la si può descrivere, i due autori, Mazza e Nacci, aderiscono forse un po’ troppo alla loro materia (che parte infatti da Hume e Montesquieu), ma riescono a fornire un panorama davvero indispensabile per orientarsi nell’ambito della controversa questione del carattere dei popoli. Questione etnica e culturale, certo, ma anche politica, e perciò tanto più urgente in un tempo che ancora non ha risolto il rapporto tra popoli e territori, per non dire di quello tra popolo, nazione e stato: argomenti tristemente d’attualità, dopo il secolo che sembrava averli affrontati tragicamente e risolti edenicamente. Ma forse li aveva solo rimossi, con un’Europa nata senza identità, dal progetto economico prima che culturale, fino ai rigurgiti nazionalistici che continuamente riaffiorano di fronte ai bisogni di appartenenza e fidelizzazione (con le tristissime conseguenze con cui ci troviamo quotidianamente a confrontarci, purtroppo).

 

Il risultato è che un libro che si propone di essere prima di tutto rigorosamente storico nella disamina e accademico nel procedimento, si rivela infine drammaticamente politico, legato all’oggi più che all’ieri, scavo archeologico dei percorsi e delle ragioni che ci hanno portato dove siamo e intervento militante rispetto alle urgenze dell’attualità. La scelta stessa di parlare di carattere anziché identità, con tutte le implicazioni legate al clima, alle consuetudini morali e alle pratiche sociali, rivela una chiara presa di posizione a favore della differenza e della mutevolezza anziché dell’osmosi e dello scambio: la verticalità della storia, in altri termini, incide di più dell’orizzontalità del movimento, perché costruisce paradigmi entro cui orientiamo la nostra esistenza e la nostra azione, mentre lo spostamento sintagmatico crea contatti e occasioni senza mutare i paradigmi consolidati e condizionanti.

 

Le usanze, insomma, sono sedimentazioni culturali, influenze psicologiche più che abbracci alla tradizione: ossessioni del discorso pubblico, che sono infatti presenti su linee di lunga durata prima di tutto nelle culture che più di tutte hanno voluto definirsi e caratterizzarsi separatamente, quella inglese e quella francese, di cui Mazza e Nacci sono rispettivamente esperti. Un incontro felice, perché cultura inglese e francese non vengono proposte, come spesso esse stesse si propongono, in antitesi, secondo un vecchio stereotipo di rivalry o compétition, ma in congiunzione, protagoniste entrambe, in modi e forme diversi, eppure sostanzialmente convergenti, di quella costruzione discorsiva sui caratteri nazionali che le ha portate a rivendicare sensi di superiorità e consapevolezza fortemente voluti e ribaditi.

 

 

Da Hume, Montesquieu e Du Bos fino a de Gobineau, Le Bon e Lombroso, il libro fornisce una rassegna utilissima, con ampie citazioni e dovizioso commento, sulla questione del carattere nazionale, che è più antropologica che storica, come suggeriva Silvana Patriarca, distinguendo fra carattere come «disposizioni "oggettive", consolidate (un insieme di particolari tratti morali e mentali) di una popolazione» e identità come «dimensione più soggettiva di percezioni e di auto-immagini che possono implicare un senso di missione e di proiezione nel mondo». Ogni nazione ha il suo carattere particolare, recitava l’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert (1765), con un motto divenuto proverbiale a fine Settecento, quando si dibatteva se le cause fossero fisiche o morali, ma raramente si mettevano in discussione gli stereotipi di una narrazione rassicurante e ideologicamente orientata. «Leger comme un françois, jaloux comme un italien, grave comme un espagnol, méchant comme un anglois, fier comme un écossois, ivrogne comme un allemand, paresseux comme un irlandois, fourbe comme un grec», si leggeva sempre nell’Encyclopédie, mentre il suo corrispettivo inglese, la Cyclopaedia di Ephraim Chambers, faceva eco pochi anni dopo con «Light  as  a  Frenchman,  Waggish  as  an  Italian,  Grave  as a  Spaniard,  Serious  as  an  Englishman,  Fierce  as  a  Scotchman, Drunken  as  a  German,  Idle  as  an  Irishman,  Deceitful  as  a Greek».

 

Un secolo dopo Nietzsche non avrebbe esitato ad affermare che, in contrasto con la natura umana, «solo gl’inglesi» tendono alla felicità (Götzen-Dämmerung oder Wie man mit dem Hammer philosophirt), mentre un ventennio più avanti D. H. Lawrence avrebbe rilanciato sugli italiani, accusati di non essere appassionati (Lady Chatterley’s Lover): «si commuovono con facilità, si affezionano molto spesso, ma di rado vivono una passione forte di qualsiasi tipo».

La questione, come spiegava bene John Stuart Mill, era legata alla logica stessa dello stereotipo culturale, che rischia di appiattire le differenze dentro banalizzanti generalizzazioni, ma contiene la potenzialità di catturare il cuore invisibile di esperienze collettive altrimenti disperse nell’infinità delle diversificazioni individuali: 

 

Io Italiana (riassume e commenta Nacci) sono circondata da circostanze tipiche della realtà italiana e tipiche del momento attuale, e quelle circostanze sono diverse da quelle di un Inglese odierno o di un Inglese di un’altra epoca.  La somiglianza che caratterizza molta parte delle nostre vite non è sufficiente rispetto alle eccezioni. Le affermazioni generali sull’umanità, per tutti questi motivi, non sono scientifiche. 

 

Eppure, come scriveva Mill, anche se «l’umanità non ha un solo carattere universale […] esistono leggi universali nella formazione del carattere». Il problema di Mill è ancora il nostro: se perderci nella miriade delle varianti soggettive o cercare catene di somiglianze. Puntare sull’individuo o sulla comunità, come mette in luce il recente dibattito francese sull’alternativa tra diritti civili e diritti universali, nella stretta tra wokeism di matrice americana e loyalisme d’ispirazione illuministica. 

 

Non mancano, nel libro, le voci antagoniste, che ne metterebbero in crisi l’assunto dall’interno, dalla protesta di Claude-Adrien Helvétius che proclamava che «non c’è nulla di più ridicolo e falso dei ritratti che si fanno del carattere dei diversi popoli», alle critiche di Max Weber, per cui «appellarsi al carattere nazionale […] equivale, in genere, a una confessione d’ignoranza», Henry Hamilton Fyfe, secondo il quale «non esiste alcun “tipo di carattere nazionale”», Ludwig von Mises, che ribadiva che «non esiste qualcosa come un carattere nazionale stabile», e Julio Carlo Baroja, che denunciava che «tutto quello che è parlare di “carattere nazionale” è un’attività mitica», fino all’accusa di Leonardo Sciascia che non si può interpretare un intero popolo «come fosse un solo uomo».

 

Né manca un capitolo sulla razza, che sgombra il campo dalle derive razziste e nazionaliste, ma ne riconosce il posto nella storia. Col sogno, risalente a Oliver Goldsmith, di trattare le nazioni come gli individui, personificandole e reificandole; e col rischio, come accusava Benedetto Croce, di schiacciare la storia dei popoli con la metafisica dei caratteri. Fino a ricordarci, con Madame de Staël e George Orwell, che i miti esistono e condizionano la nostra percezione. Libro plurale, quindi, capace di aprire una costellazione di voci intorno a un problema, intrecciando storia della mentalità, antropologia culturale, psicologia sociale, mitopoiesi, politologia ed epistemologia:  fiducioso nella realtà del suo oggetto, illuministico-romanticamente, più essenzialista che discorsivo, impermeabile a strutturalismi, semiologie, decostruzionismi e biopolitiche, ma comunque inclusivo e critico, certamente disponibile alla dialettica e al confronto fin dall’argomentazione che lo struttura e innerva. 

 

Un carattere nazionale aperto, plurale e poroso è di là da venire: persino Giulio Bollati, riflettendo sul carattere degli italiani in un libro forse pure più famoso dei suoi meriti, e richiamando la lezione di Giacomo Leopardi, che rimproverava ai connazionali la «mancanza di società», lamentava infine che gl’italiani un carattere non ce l’hanno perché non hanno una società stretta. Non è giunto il momento, però, di pensare finalmente a una società larga, le cui maglie consentano l’inserimento e l’accoglienza? Ibridazione, contaminazione, sincretismo e intersezione potranno costituire i fondamenti di un discorso sul carattere individuale che superi quello nazionale, riconoscendo il fondamento politico delle nazioni come qualcosa che ha poco a che vedere con etnie e sangui, mentre al cuore c’è un progetto economico. Il pensiero borghese, insomma, dovrà essere smascherato anche da questo punto di vista, nella sua finzione di sinergia tra popolo e nazione che è pura retorica sette-ottocentesca: cosa pensa il popolo, se pure le donne e gli uomini del popolo la pensano tutti allo stesso modo? 

 

Lo vogliono gli italiani, si legge continuamente sulle pagine dei giornali; ma io, che sono italiano, e gli italiani che conosco, non vogliamo affatto quello che ci viene detto che vogliamo… Invitava a riflettere su questa modalità propagandistica già uno scrittore russo, Lev Nikolàevič Tolstòj, oggi più che mai necessario, in una pagina illuminante alla fine di Anna Karenina, nel momento in cui il romanzo da passionale si fa politico: 

 

Non poteva consentire che diecine di persone, nel cui numero era anche suo fratello, avessero il diritto, in base a quel che dicevano loro le centinaia di volontari parolai che giungevano nelle capitali, di dire che essi coi giornali esprimevano la volontà e il pensiero del popolo, e un pensiero che s'esprimeva nella vendetta e nell'uccidere. Non poteva consentire con questo, perché né vedeva l'espressione di questi pensieri nel popolo, nel cui ambiente viveva, né trovava questi pensieri in sé (ed egli non poteva considerarsi nient'altro se non una delle persone componenti il popolo russo), e soprattutto perché insieme col popolo non sapeva, non poteva sapere in che consistesse il bene comune, ma sapeva con sicurezza che il raggiungimento di questo bene comune era possibile soltanto con un severo adempimento di quella legge di bene che si scopre a ogni uomo, e perciò non poteva desiderare la guerra e predicare in prò di fini comuni quali che essi fossero. 

 

Questa pagina andrebbe sempre riletta e ripensata quando si costruisce la retorica della volontà popolare. E quando si ribadisce quella del carattere nazionale. 

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