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Glass life / Sara Cwynar. Il piacere di essere sedotti dalle immagini

Nell’era della Pictures Generation la maggior parte delle persone ha numerose immagini nel proprio smartphone, circa 70.000 fotografie che vengono portate addosso ogni giorno, archiviate in una memoria che continuamente riceve o elimina altre immagini. A livello più esteso e collettivo, tutto viene ricontestualizzato, ripubblicato e ricapitolato circa ogni dieci secondi. Si prendono immagini dal mondo e viene dato loro un nuovo contesto. Ma il cambio di contesto il più delle volte sposta il significato iniziale verso altre derive, nella sempre modificabile era digitale dove tutti ormai stiamo dentro una compulsione condivisa. In questa dimensione emotiva innumerevoli archivi personali – costituiti da screenshot, foto e testi – rilasciano probabilmente informazioni preziose per chi vende questi dati alle società, alle industrie e alle caste del potere, da tempo insidiate nei giganteschi conglomerati tecnologici che ci inducono a pensare di dover documentare tutto. I gruppi di potere dell’industria e dell’economia attingono dati da questo immenso flusso di informazioni che si aggiorna continuamente.   Sara Cwynar, 141 pictures of Sophie, 2019, from glass life aperture 2021....

23 marzo 1922-23 marzo 2022 / Ugo Tognazzi, sperimentatore dell’eccesso

“A me Ugo Tognazzi fa paura”, mi ha detto C. qualche tempo fa, mentre in TV passava In nome del popolo italiano (1971), film bello, diseguale e disperato di Dino Risi, in cui l’attore è protagonista a fianco di Vittorio Gassman. Quando, un po’ sorpreso, le ho chiesto il perché, mi ha risposto che ha sempre associato Tognazzi a qualcosa di esagerato, di eccessivo, che la spaventa.  Ci ho pensato su a lungo, e devo ammettere che in effetti l’eccesso è, ed è stata, una componente di grande rilievo nella vita e nella figura pubblica di Ugo Tognazzi. La voglia matta di vivere è il titolo dell’affettuoso documentario che il figlio Ricky gli ha dedicato in occasione del centenario della nascita, avvenuta a Cremona il 23 marzo 1922. Una “voglia matta” legata soprattutto ai piaceri primari dell’esistenza. Il sesso e il cibo: impossibile non parlare di un’accoppiata che, declinata in vari modi (stavo per scrivere “servita in tutte le salse”), è divenuta col tempo quasi un luogo comune della pubblicistica sull’attore.   I mostri.   Tognazzi stesso, d’altronde, ha offerto ampio materiale su cui lavorare, dentro e fuori le scene. Poligamo nella finzione (da Ménage all’italiana...

Diario 7 / La vita da elettrone del professore

Lunedì 14   Certe scuole tengono desti gli spiriti animali, è risaputo, istituti dove il professore è sempre in tensione, dove tutto è difficile. La popolazione studentesca ostile. La segreteria inospitale. Gli addetti alla custodia dei locali, un tempo chiamati bidelli, poco o niente collaborativi, o disposti alla delazione. Un insieme di fattori che tuttavia preservano dall’invecchiamento precoce. In fondo le asperità sono sempre vitali, dice Bruce Chatwin.  Ben diverso il caso in cui il professore non deve mai lottare per sopravvivere. Trova parcheggio nel cortile della scuola. In segreteria sono accoglienti. Non deve battersi per le fotocopie e al suo ingresso nell’aula gli alunni sono silenziosi e scattano in piedi, docili nell’affrontare il dialogo educativo.  Un contesto ideale, ma che presenta delle controindicazioni. Il professore rischia di impigrire e scivolare un giorno dopo l’altro verso la stanchezza esistenziale, che può evolvere in spossatezza. E la sonnolenza colpisce anche a metà mattina, durante una verifica.    Gli alunni sono chini sui banchi, ognuno intento alla propria versione. Nessuno fiata. Si avverte solo lo stormire del...

Le riviste d'avanguardia a Milano / Arte e Controcultura (1967 - 1968)

Per molto tempo, l’unica cosa che ho ricordato di Gianni-Emilio Simonetti era il testo di prefazione a Pop story di Riccardo Bertoncelli. Portava un titolo che all’epoca ritenevo oscuro, ma solo perché non avevo letto Joyce né conoscevo certi usi “liberati” del linguaggio. E mi sfuggivano le ragioni di quella astrusa collocazione editoriale, al principio di un libro che ho amato molto, e che sotto forma di fotocopia piratata dal volume in possesso della biblioteca del mio paese mi accompagnò negli anni a venire: insegnandomi tanta musica, e forse anche un certo espressionismo, lo chiameremo così, argomentativo. Molti anni dopo mi sono comprato quel volumetto verde su Ebay; e ho riletto soprattutto quell’introduzione, l’unica cosa che da giovane non avevo fotocopiato. Non ho cambiato opinione sul titolo, che per me resta atroce, né l’impressione di oscurità neo o pseudo avanguardistica. Ma molte altre cose mi sono state nel frattempo chiarite grazie al libro di Federica Boragina (Editoria e controcultura: la storia dell’Ed. 921, Postmediabooks, 2021).   All’inizio la storia è sempre un po’ la stessa. Due giovani intelligenti e ambiziosi: Daniela Palazzoli, figlia del titolare...

20 marzo 1992 - 20 marzo 2022 / Lina Bo Bardi: intellettuale organica e progettista umanista

Quest'anno, la Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia ha conferito il Leone d'Oro alla memoria a Lina Bo Bardi (1914 - 1992). Qui uno stralcio delle motivazioni nelle parole di Hashim Sarkis, curatore della XVII edizione della rassegna espositiva: "La sua carriera di progettista, editor, curatrice e attivista ci ricorda il ruolo dell'architetto [...] come creatore di visioni collettive. Lina Bo Bardi inoltre incarna la tenacia dell'architetto in tempi difficili, siano essi caratterizzati da guerre, conflitti politici o immigrazione, e la sua capacità di conservare creatività, generosità e ottimismo in ogni circostanza." Per rendere omaggio alla sua figura, Joahn & Levi ne ha da poco pubblicata la biografia, redatta da Zeuler R. Lima, con il titolo: La dea stanca, Vita di Lina Bo Bardi, (pp. 396, € 40.00).   Per me, fin da quand'ero studentessa della Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano, lì cresciuta con l'ideale del 'collettivo', pronta, come insegnava Lina Bo Bardi a “sostituite il me con il noi”, lei è stata ed è una figura di riferimento, prima di tutto etica, oltre che artistica. Era ed è, insomma, una auctoritas nel senso che la...

Uno / Diario russo. 19 marzo 2022

Riflettere su avvenimenti in grado di cambiare la storia è sempre molto difficile, è addirittura banale affermarlo, ma farlo quando questi eventi hanno un effetto immediato sulla propria vita è impresa ben più ardua. Come per l’Ucraina, per la Russia vi sarà un “prima” e un “dopo” il 24 febbraio, quando i primi missili e le prime bombe sono piombate su Kiev, Kharkiv, Chernihiv e altre città poco prima dell’alba, gettando un popolo, quello ucraino, nel terrore e nell’angoscia, e rendendo i russi ostaggio di un azzardo orribile. All’aggressione militare corrisponde in questo momento il totale restringimento di quei pochissimi spazi d’espressione e d’informazione ancora presenti in Russia, con misure che seguono una escalation durata più di un decennio contro la società civile. Non si tratta più dell’avvelenamento di Navalny, della liquidazione di Memorial, dei media e dei giornalisti bollati come agenti stranieri, ma del tentativo di zittire chiunque. Per un post sui social arriva il Centro E (la lettera sta per Estremismo) del Ministero degli interni a casa di buon’ora; se ci si trova di passaggio per il centro di Mosca in concomitanza con una manifestazione non autorizzata si...

Polo del ‘900 / La rivoluzione in rima

Si chiama “Cinecronache”, è prodotto da “edizione cooperativa per una libera informazione”, uno dei tanti collettivi militanti di quegli anni, presumo. Documenta, nel modo più scabro possibile, una manifestazione di 30.000 donne a Roma nell’inverno del ’76. Lo fa con quello che potremmo definire una sorta di grado zero della ripresa, da cinema documentario senza un punto di vista personale (paura di sovrapporre l’individualismo alla rappresentazione delle masse? Chissà…). Le immagini sono piuttosto banali, affossate da uno stinto bianco e nero che sembra rivelare una pionieristica ripresa video. Sarei pronto a giurare che furono realizzate con uno di quegli Akai da un quarto di pollice che giravano allora tra gli addetti alla controinformazione, quorum ego, quando si pensava che bastasse disporre dei mezzi, e non di un linguaggio, per produrre un senso diverso. Ma questa è un’altra storia. Uno dei vantaggi che i primi VTR (Video Tape Recorder) offrivano, rispetto alla pellicola, era una ripresa audio contestuale a quella visiva. E ciò che questo cinegiornale offre, prima del comizio finale, è appunto una sorprendente collezione degli slogan scanditi dal corteo, l’unico sonoro che...

In mostra a Milano / Il sorriso si ferma quando vuole

Ad Assab One (Milano, via Privata Assab 1) è in corso la mostra Il sorriso si ferma quando vuole (a cura di Elio Grazioli, fino al 19 Marzo) dedicata all’artista visivo, musicale e performativo Gianluca Codeghini. Installazioni audio, ceramiche, poster di grande formato, proiezioni video, interventi site-specific, neon, dipinti e sculture occupano più di 800 mq del piano terra dello spazio espositivo.   Veduta della mostra.   Allineati lungo un muro dell’ex azienda grafica milanese, dei pedali per grancassa attendono di essere premuti dai visitatori (Don’t Stop Smiling, 2005/2019). A ogni pressione del piede il battente in feltro trasferisce sulla parete il colore blu che lo impregna. Nelle opere performative e interattive di Codeghini il gesto svolge la funzione di portare l’attenzione su ciò che sfugge e cade o viene a mancare, in questo caso il suono della grancassa, sostituito da quello sordo del battente contro la parete. “Che sensazione abbiamo quando ci capita di dare una pedalata a vuoto […]?” leggiamo nella biografia che correda il n. 19 della micro rivista Segnature (Milano, ottobre 2020) dedicato all’opera dell’artista. ...

Un romanzo postumo da Einaudi / Il ciclista prodigioso di Giuliano Scabia

«La storia di Ercole è d’amore, violoncello, bicicletta e destino». Inizia così, dopo un prologo che si apre nel segno di due arcangeli ben noti al lettore, il rosso e il celeste, come sempre impegnati in un eterno scontro-incontro, gioco e lotta primordiali, il quarto romanzo pubblicato postumo da Einaudi del Ciclo dell’eterno andare di Giuliano Scabia, intitolato Il ciclista prodigioso. Dopo aver raccontato la storia di Lorenzo, magico violoncellista e incantatore di bestie nell’India misteriosa degli anni Venti, protagonista della prima prova narrativa dell’autore (In capo al mondo, 1990), quella di Cecilia, sua seconda sposa (raccolta, insieme al romanzo precedente, in Lorenzo e Cecilia, 2000), e della primogenita Sofia, donna d’amore e studiosa della mente (L’azione perfetta, 2016), Scabia completa questa emozionante saga familiare, storia personale ma che molto racconta del nostro Novecento, con un ultimo tassello (più corretto sarebbe forse parlare, musicalmente, di movimento) dedicato al secondogenito Ercole: violoncellista per diletto, estroso artigiano del ferro battuto e ciclista prodigioso, come titolo vuole, che in sella alla sua bici e con il violoncello al seguito...

Vent’anni dopo / Postumo Carmelo Bene

Carmelo Bene è scomparso vent’anni fa, il 16 marzo 2002. Cosa rimane della sua opera, del suo togliere di scena, della sua di-scrittura, della sua phonè, della sua macchina attoriale, del suo in-cantare, dare corpo alla poesia, essere poesia? Della sua eccezione? Ce lo racconta innanzitutto un libro di Jean-Paul Manganaro, arrivato in libreria un mese prima del ventennale, Oratorio Carmelo Bene, comprendente anche alcuni interventi pubblicati in passato. Negli ultimi giorni sono usciti un numero di “il Verri” intitolato Bene non comune, e un’antologia di scritti di Piergiorgio Giacchè, Nota Bene. Vent’anni dopo…      Oratorio Carmelo Bene   È arduo il compito di raccontare Carmelo Bene, e Jean-Paul Manganaro, professore emerito di Letteratura contemporanea italiana all’Università di Lille3, francofono e italofono, scrittore e traduttore, amico personale dell’artefice salentino, lo fa componendo per il Saggiatore un saggio filosofico di bella, labirintica scrittura. Niente biografia, poche descrizioni di spettacoli: note di pensiero, sprazzi, connessioni, interpretazioni risistemano una vicenda unica nella scena teatrale, letteraria e delle arti dell’Italia del...

Aleksandra Kaluzhskikh / Protestare in Russia: un interrogatorio

Il 6 marzo a Mosca e in tante altre città russe vi sono state numerose proteste contro la guerra in Ucraina. Secondo i dati di OVD-INFO (un'organizzazione indipendente che fornisce assistenza legale ai prigionieri politici e che è attualmente riconosciuta come agente straniero, ma continua a lavorare), avevano protestato decine di migliaia di persone di cui sono state arrestate 5186. Pubblichiamo la traduzione della registrazione dal commissariato di polizia a Brateevo, un quartiere di Mosca. Una delle arrestate, Aleksandra Kaluzhskikh ha registrato quanto avveniva sul suo smartphone. Qui il link originale.   La poliziotta: Dove risiede abitualmente?  La detenuta: Mi rifiuto di parlare. Articolo 51 [articolo della Costituzione delle Federazione Russa che attribuisce a ognuno il diritto di non testimoniare contro sé stessi].  La poliziotta: Va bene, va bene. (ridacchia) Numero di telefono per far chiamarla al tribunale. E non prendermi per il culo La detenuta: No, voglio che mi venga inviata una convocazione per posta.  La poliziotta: E dove?  La detenuta: All’indirizzo della registrazione.  La poliziotta: Va bene. Dove studia?  La detenuta:...

Compassione e giudizio / Considerazioni sulla guerra

Come ogni guerra, anche questa che il potere russo ha portato in Ucraina, è un teatro di morte e di violenza. L’atto del distruggere – vite, abitazioni, legami, istituzioni – soltanto in apparenza è strumento per un’affermazione di supremazia, di dominio territoriale, di controllo; nei fatti disvela la pulsione più propria di una politica fondata sul mito della potenza e non sulla cura della res pubblica, sui fantasmi del sacro suolo e non sulle regole del vivere civile: una pulsione che consiste nel togliere volto, pensieri, affetti, cioè singolarità vivente e senziente ai corpi di migliaia o milioni di individui, per il fatto che in un dato momento vengono considerati, in certo modo identificati, soltanto come appartenenti a un Paese ritenuto un pericoloso campo di minaccia. È dalle terre di confine che giungono sempre le minacce. Le motivazioni belliche invocano le loro ragioni, esibiscono i loro obiettivi geopolitici. Solo che nel dare forma visibile a queste ragioni, nel perseguire questi obiettivi, scelgono la via della cancellazione: di vite umane, di vite animali, di ambienti, di storia e cultura.   La politica delle armi, se osservata a distanza di qualche decennio...

Un libro di James Elkins / Lo strano posto della religione nell’arte contemporanea

Mi è capitato, alcuni anni fa, di cercare immagini di opere d’arte contemporanea d’ispirazione cristiana, e non mi ci è voluto molto per notare il “fatto strano” di cui parla James Elkins, ovvero «l’assenza pressoché totale, nei libri di storia dell’arte o nei musei, di arte moderna religiosa» (James Elkins, Lo strano posto della religione nell’arte contemporanea, Johan&Levi Editore). O sarebbe più corretto dire arte contemporanea autenticamente religiosa, perché in realtà i riferimenti alla religione ci sono e tutto sommato non sono pochi, ma per lo più hanno l’intento evidente di provocare, scandalizzare o ironizzare. Di sicuro, come dice James Elkins, storico e critico d’arte, docente alla School of the Art Institute di Chicago, nessuna opera genuinamente devota entra nei circuiti del mondo dell’arte contemporanea di qualità, quella di cui si parla e si scrive, che i galleristi si contendono e vendono a prezzi di cui è meglio tacere la sensatezza. Motivo per cui i giovani artisti che aspirano (e chi non lo fa?) al successo e al mercato evitano l’argomento mantenendo in un ambito strettamente privato i loro eventuali interessi religiosi. A conferma che le convinzioni...

L'epistolario / Eugenio Montale e Sergio Solmi, una lunga amicizia

Ogni tanto arrivano nella casella della posta, come fossero relitti di un’epoca lontana, volumi di grandi dimensioni che raccolgono epistolari novecenteschi. È stato il caso nel 2020 del carteggio tra Gianfranco Contini e la casa editrice Einaudi, pubblicato, a cura di Maria Villano, dalle Edizioni del Galluzzo, mentre il 2021 si è chiuso con la pubblicazione dell’epistolario tra Eugenio Montale e Sergio Solmi, Ciò che è nostro non ci sarà tolto mai (Quodlibet), per le cure attente e sensibili di Francesca D’Alessandro e un’appendice di testi mai raccolti in volume a cura di Letizia Rossi. Si tratta di 338 lettere che i due si scambiarono tra il 1918 e il 1980, ma la parte più estesa dell’epistolario, la più interessante, riguarda gli anni Venti e Trenta. Mentre di Montale sono stati pubblicati diversi carteggi – i principali con Gianfranco Contini e Irma Brandeis (Clizia) –, sono poche le lettere note di Sergio Solmi, forse il più acuto critico letterario novecentesco, a sua volta poeta, squisito prosatore morale e personalità un po’ nascosta ma centrale nel nostro Novecento per l’amplissimo compasso di interessi, dalla filosofia alla fantascienza, e per l’estesa rete di contatti...

Babilonia Teatri / Ramy incontra Giulio Regeni

È come se nell’aria l’ossigeno si facesse rarefatto, e noi tutti fossimo chiamati a un respiro più concentrato. Quando Ramy Essam entra in scena al teatro Fabbricone di Prato, monta uno stato di allerta che tende le posture dei nostri corpi di spettatori. All’inizio di Giulio Meets Ramy Ramy Meets Giulio, una produzione del Metastasio teatro stabile della Toscana, c’era stata un’introduzione, un prologo dove gli intenti erano stati dispiegati e condivisi chiedendoci complicità, alla maniera del teatro documentario degli ultimi anni. Enrico Castellani e Valeria Raimondi, i Babilonia Teatri, vengono illuminati al lato del palco, seduti dietro a una consolle registica a vista dalla quale sembrano gestire le operazioni della scena. Inizia Raimondi parlando dei numeri delle stragi e dei morti, che fanno notizia solo se comprendono vittime italiane. Non vuole essere la cronista di numeri, dice, vorrebbe solamente “conoscere attraverso una lacuna”.    Forse ci aspettavamo un’indagine teatrale sulla vicenda di Giulio Regeni, il ricercatore assassinato nel 2016 i cui colpevoli non sono ancora stati processati a causa del susseguirsi di depistaggi, menzogne e lassismi di diversi...

Fuoco e ghiaccio / Robert Frost, “Un illustre misconosciuto”

“And you read your Emily Dickinson/ and I my Robert Frost…”.  È in The Dangling Conversation di Simon & Garfunkel (1966) che ho sentito nominare per la prima volta Frost. Avevo diciassette anni, e della poesia angloamericana sapevo quel tanto che mi aveva trasmesso mia madre, insegnante di inglese: classici, soprattutto. Che si trattasse di un poeta importante me lo segnalava la sua presenza accanto a Emily Dickinson, la prediletta di uno dei due malinconici personaggi protagonisti della crepuscolare conversazione evocata da Paul Simon e Art Garfunkel.  La lettura di Conoscenza della notte e altre poesie, una scelta dei suoi testi uscita in quegli anni da Einaudi nella traduzione di Giovanni Giudici, mi lasciò piuttosto freddo. Di lì a poco scoprii T.S. Eliot e Wallace Stevens, e di Frost non mi occupai più. A quanto pare, non ero il solo. “Frost – scrive Ottavio Fatica nel volume appena uscito da Adelphi, Fuoco e ghiaccio, che comprende poesie scritte dal 1912 al 1962 – da noi è rimasto relegato in una penombra larvale. Un illustre misconosciuto”.    Eppure, non si può dire che Frost sia un autore “marginale” o “appartato”: fin dagli anni Dieci del secolo...

8 marzo / W la clitoride!

Intanto noi lo chiamavamo al maschile: il clitoride. E adesso che si sente dire al femminile, la clitoride, ci fa un certo effetto. Un misto di sconcerto ed entusiasmo. Sconcerto per il fatto, abbastanza umiliante, di non averci pensato noi prima: ce lo siamo tenute al maschile, come ci avevano insegnato e siamo andate avanti. Obbedienti come le brave ragazze che volevano che fossimo. Entusiasmo perché al femminile suona indubbiamente meglio.    W la clitoride, dunque. Organo tra i più misteriosi, non solo e non tanto nella storia della sessualità che lo ha ignorato per secoli, come se non esistesse o fosse pressoché invisibile: un minuscolo dettaglio di dubbio gusto e scarsa funzione. Dedicandosi a oggetti molto più ingombranti e soprattutto dominanti. Ma per l’anatomia vera e propria. Per la medicina e la fisiologia. Il clitoride era uno zero che non contava nulla. La clitoride avrà il compito di vendicarsi di tutta quella indifferenza, fino a dimostrare di essere il grande spauracchio di una cattiva coscienza secolare.    Siamo appena all’inizio. Varie questioni ci aspettano ai blocchi di partenza: il problema della sua grandezza. Quello della sia forma....

Una lettera da Trieste / I disegni di Sigmund Freud

All’amico e compagno di scuola Eduard Silberstein – che nelle lettere chiama Berganza, mentre per sé riserva il nome di Cipion, pseudonimi tratti dalla novella di Miguel de Cervantes, El coloquio de los perros – il ventenne Freud descrive la vita che ha iniziato a condurre a Trieste, dove una borsa di ricerca l’ha condotto alla locale Stazione Zoologica dell’Università di Vienna. In una lettera datata 5 aprile 1876 accenna agli spettacoli teatrali – in cartellone ci sono Francesca da Rimini e Otello – ma racconta soprattutto della “fauna” della città e del suo lavoro al servizio di quella che chiama “la scienza ammazza-bestie”. Sulla lettera manoscritta di otto pagine il giovane scienziato Freud schizza una serie di disegnini a corredo delle sue descrizioni. Si tratta di un vero e proprio caleidoscopio, spesso ironico, della vita di un ricercatore ventenne. Laddove i disegni hanno qualcosa di infantile, come di qualcuno che, non sapendo disegnare, si ostinasse comunque a farlo. (Qualche anno più tardi, nell’Interpretazione dei sogni, Freud racconterà di un collega che lo canzonò vedendo una delle tavole disegnate da lui stesso, riuscita in maniera così “misera”).    ...

Intervista con il sociologo Grigory Yudin / Un movimento contro la guerra in Russia

Il 24 febbraio, la Russia ha cominciato la guerra in Ucraina. In quello stesso giorno, sono cominciate le proteste in tutta la Russia. È difficile chiamarle manifestazioni di massa, anche se in definitiva quasi 6,500 persone sono state arrestate (in Russia, questo genere di assembramenti è di fatto vietato, e le autorità perseguono persino individui che fanno picchetti solitari). Anche il sociologo Grigory Yudin è stato arrestato ed è finito in ospedale in seguito a una protesta contro la guerra a Mosca. La corrispondente speciale per Meduza Svetlana Reiter ha discusso con Yudin il motivo per cui non ha senso dire che le proteste in Russia siano “piccole” – e perché Yudin crede che gli studiosi e gli intellettuali debbano assumere una posizione dettata da principi morali. [Meduza è un organo russo di informazione indipendente con sede in Lettonia, che pubblica sia in inglese che in russo. Di recente è stato preso di mira dal Cremlino e ha invitato i suoi lettori e le sue lettrici dall’estero a sostenerlo. NdT]   Quando abbiamo cominciato a pianificare questa intervista, hai avuto da ridire sulla mia affermazione che le proteste contro la guerra fossero piccole: “Non così...

La quintessenza del romanzo americano / Les Edgerton, Tempi difficili

Spesso, la letteratura non è affare per azzimati arzigogolatori di storie. Edward Bunker è lì a dimostrarlo. Con Educazione di una canaglia, Animal Factory, Come una bestia feroce, lo scrittore di Hollywood, morto nel 2005, ci ha lasciato romanzi forti come colpi di lama. Del resto, lui non ha mai provato a nascondere il suo passato da ergastolano, visto che conosceva meglio la topografia delle galere che quella del mondo libero. Ci era entrato a 17 anni, ne aveva bruciati quasi 18 dietro le sbarre con l’accusa di essere un falsario, un estorsore. Di avere trafficato droga e rapinato banche.       Eppure, il “Delitto e castigo” dei bassifondi americani l’ha scritto lui. Perché, a differenza dei narratori laureati, dei letterati che raccontano la realtà senza mai sporcarsi le mani per davvero, Bunker ha tracciato, secondo James Ellroy, l’osannato autore di noir come Dalia nera e American Tabloid, un’analisi “acuta e vera della psicopatologia criminale”. Parlando di rapine a mano armata e altre attività criminali non ha attinto “alla realtà, esagerandola e travisandola”. Si è limitato a raccontarla “con precisione e rigore dei dettagli”.         Un...

Dizionario Meneghello / Amaluàmen

Libera nos amaluàmen: queste parole sono l'inizio, il centro e anche la fine di un libro che riassume tutti gli altri di Luigi Meneghello. Tutto parte dal titolo: Libera nos a Malo, dove Malo si intende il paese-parrocchia in provincia di Vicenza in cui lo scrittore da bambino ha vissuto prima della seconda guerra per diventare poi un buon soldato poi un bravo partigiano, e infine scrittore e professore a Reading, nella contea di Berkshire del Regno Unito. Sappiamo che nella maggior preghiera del cristiano, questa è la conclusione del Padrenostro in latino: Ne nos inducat in tentationem: sed libera nos a Malo. Amen" (non indurci in tentazione, ma liberaci dal male. Così sia). Ora il Padrenostro è la preghiera che nella tradizione è stata detta per la prima volta da Cristo a suo Padre, e tradotta in greco e in latino nei Vulgata di un gran padre della chiesa: San Girolamo, sempre rappresentato con una pietra a battersi il petto e una berretta da cardinale ai piedi, in mezzo a un deserto infernale.    Ma nella pratica quotidiana bisogna pensare che le parole del Padrenostro erano recitate in fretta, in un latino maccheronico, nelle messe, nei rosari, nelle funzioni...

1 marzo 1922 - 1 marzo 2022 / Beppe Fenoglio. Corpo

La scrittura di Beppe Fenoglio, la tonalità delle sue pagine, il respiro delle sue narrazioni si intrecciano profondamente con il paesaggio delle Langhe e con la città di Alba, dove Fenoglio è nato cento anni fa il primo marzo 1922, e da cui nell’arco della sua vita non si è quasi mai allontanato. Nello straordinario patrimonio di immagini fotografiche dell’amico Aldo Agnelli, Fenoglio compare spesso ai margini di uno dei sentieri che ha percorso nei giorni del suo arruolamento fra i partigiani azzurri dopo l’8 settembre del ’43, con in tasca una matita e i fogli di uno di quei taccuini che suo padre, Amilcare Fenoglio, usava per i conti di bottega nella macelleria a pochi passi dal Duomo. I boschi sulle colline intorno ad Alba, i rittani in cui trovare rifugio, le cascine dei contadini, le cense, i filari di viti, i ciliegi, gli olmi, i sentieri fangosi attraversati durante la Resistenza e soprattutto l’Alta Langa di San Benedetto Belbo, dove una parte della famiglia aveva le sue origini, sono il grande corpo a cui Fenoglio si affida, ascoltandone le voci e assorbendone tutti gli umori.   Non si tratta propriamente di un paesaggio osservato, quanto piuttosto di una materia...

I ricordi di Isaku Yanaihara / I miei giorni con Giacometti

Mi sarebbe piaciuto enormemente posare per Alberto Giacometti, me lo sono anche immaginato, o anche per Henri Matisse. Leggendari. Non so se avete mai posato per un ritratto, non uno scatto, una posa lunga, per un servizio fotografico o un dipinto. È un’esperienza profonda, destabilizzante, autoanalitica, anche se non si vuole. L’essere sotto lo sguardo fisso altrui, lungamente, è da provare. Molti l’hanno descritto, sono osservazioni famose. Io ne ricordo almeno due, molto diverse tra di loro. Una è stata recente, dal fotografo Stefano Ferrante, un ritrattista specializzato. Situazione classica: mi ha messo su uno sgabello con un fondale nero alle spalle e mi si muoveva tutt’intorno scattando. Prima pensavo ad assumere l’aria che avrei voluto dare di me, ho pensato a certi ritratti che mi venivano in mente, alle osservazioni di Barthes nella Camera chiara (“Mondrian: come si può avere l’aria intelligente, senza pensare a niente di intelligente?”), ai tanti ritratti di Breton che inventava sempre qualcosa di allusivo, a certi ritratti fatti da Mulas, a tanti altri; dopo venti minuti ho pensato di non pensare più a niente e di abbandonarmi a ciò che vedeva Ferrante, che ci avrebbe...

Due libri / Szeemann dentro la testa degli artisti

Primavera 1969. In un piccolo, tranquillo museo svizzero, la Kunsthalle di Berna, si inaugura una mostra di giovani artisti internazionali, per lo più ancora sconosciuti al mondo dell'arte. Molti realizzano le loro opere proprio in quel momento: c'è chi lancia piombo fuso lungo lo spigolo tra il pavimento e la parete di una sala; chi appiccica grasso animale negli angoli; chi stacca un metro quadrato di intonaco da una parete; chi appende al muro ritagli di feltro; chi sfonda la piazza davanti al museo con una palla da demolizione; chi lascia un telefono sul pavimento con la scritta: se suona, puoi rispondere e parlare con l'artista.   Sono solo alcuni esempi, ma bastano a rendere l'idea del terremoto che avrebbe scatenato quella mostra, destinata a diventare il simbolo del cambiamento epocale che in quel momento stava sconvolgendo l'arte. (I nomi degli artisti citati sono, nell'ordine: Serra, Beuys, Weiner, Morris, Heizer, De Maria; tutti entrati poi nelle storie dell'arte assieme agli altri 63 presenti, tra cui: Andre, Anselmo, Boetti, Haacke, Hesse, Kosuth, Kounellis, LeWitt, Long, McLean, Merz, Nauman, Oldenburg, Pascali, Pistoletto, Ryman, Smithson). Il titolo completo...