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Denaro

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Come cambiano gli sponsor

Negli ultimi quindici anni, sull’onda delle esperienze che da diverso tempo sono maturate in alcuni Paesi dell’area europea e nordamericana (Svizzera, Francia, Stati Uniti), è molto aumentato da parte del mondo delle imprese e della finanza l’interesse per gli investimenti nella cultura; in questo cambiamento di rotta sono certamente complici i rapidi mutamenti dello scenario economico e sociale, nonché la necessità oggettiva di tutela del patrimonio artistico nazionale.   Per molto tempo l’investimento culturale nel nostro Paese è stato concepito e sentito come atto di puro mecenatismo, ponendosi il più delle volte come sostituto della sovvenzione pubblica e tralasciando spesso l’attenzione a un ritorno in termini di profitto o di immagine per l’azienda o l’istituto erogatori. Le risorse dei privati costituiscono certamente una delle leve che potrebbe far ripartire il sistema cultura in un’ottica di recupero e valorizzazione del patrimonio artistico-culturale del nostro Paese, anche, e forse soprattutto, in momenti di crisi e di emergenza.   Quale può essere dunque un...

L'impresa culturale: un'impresa sociale?

Se è vero, come prevede l’articolo 9 della Costituzione, che “la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica e tecnica”, la costante e drastica riduzione di risorse in questo settore impone inevitabilmente delle riflessioni su soluzioni innovative in grado di sostenere maggiormente l’ "economia della cultura".   Un ruolo di primo piano può essere svolto dalle imprese sociali, quali ad esempio le organizzazioni contenute nel libro primo del Codice Civile - associazioni (riconosciute e non), fondazioni e comitati – così come gli altri soggetti presenti all’interno del nostro ordinamento, quali le fondazioni di partecipazione e gli enti disciplinati dalla legislazioni speciale. Fra questi - tralasciando le “istituzioni culturali” definite come tali da specifiche disposizioni normative – si possono individuare le organizzazioni di volontariato, le cooperative sociali, le associazioni di promozione sociale, le Onlus e le imprese sociali ex lege.   Al riguardo, sia il D. Lgs 460/97, che ha istituito la figura delle organizzazioni non lucrative di utilit...

La cultura come risposta alla crisi

(Qui la prima parte)   Per un florilegio artistico   Non sono un economista, e quindi mi è difficile andare oltre alcuni spunti per tradurre in pratica l’analisi introduttiva. Esistono già molte ricette di sicuro valore, mi piacerebbe pertanto accennare solo ad alcune strategie che consentano al Paese di incentivare la propria domanda culturale: di offerta ce n’è molta, si vedano le statistiche sui libri pubblicati http://www.istat.it/it/archivio/62518  sugli spettacoli proposti (507.155 spettacoli di ballo in Italia nel 2007, Beretta, Migliardi 2012), nonché le considerazioni sul cinema: http://www.linkiesta.it/industria-cinematografica#ixzz2XDv9ztCX L’intervento pubblico deve allora essere finalizzato ad accrescere la domanda, partendo dalla formazione delle nuove generazioni: le scuole devono arricchire la propria offerta di percorsi artistici, magari pomeridiani, attingendo con forza ad associazioni culturali e volontari, in un’ottica di sussidiarietà. Pensando ancora ai giovani, credo che uno strumento sotto utilizzato in Italia sia il cosidetto edutainment: Art Attack, per intenderci....

La cultura come risposta alla crisi

Il senso comune vede nella cultura un surplus cui si può facilmente rinunciare nel momento in cui diminuisce il reddito a disposizione e, ora che siamo al quinto anno di crisi, parlarne può sembrare inopportuno, a meno che non si abbiano solidi argomenti. Nonostante l’entità del disastro economico, si fatica a vedere analisi critiche che consentano di andare oltre l’attuale modello capitalista basato sullo sfruttamento della manifattura esternalizzata e sulla gestione del disequilibrio nel mercato dei capitali attraverso una finanza deregolamentata.  In questo doppio articolo (la seconda parte comparirà su doppiozero il prossimo mercoledì ndr) intendo in primo luogo dare delle solide giustificazioni a una politica di investimenti culturali, ricavandole in parte avendo sullo sfondo la crisi del sistema neoliberista, e cerco, in secondo luogo, di abbozzare delle strategie di sviluppo coerenti.   Da dove partiamo? Nel 2012 la produzione culturale italiana contribuisce al 5,4% della ricchezza prodotta, equivalente a quasi 75,5 miliardi di euro, nonché all’occupazione di circa un milione e...

L'impresa fuori dall'impresa

Il 15 settembre del 2008, i dipendenti della Lehman Brothers, banca d’affari americana, abbandonano la sede della società sulla settima strada di New York imbracciando scatoloni di cartone. Tra gli oggetti personali dei trader, si nasconde il velo che per decenni ha mascherato le storture del rapporto tra impresa e società (e del capitalismo nel suo complesso). Il 15 settembre del 2008 segna l’inizio, naturalmente solo metaforico e simbolico, della crisi finanziaria e poi economica in corso. Due anni dopo, Michael Porter, influente studioso di management e docente ad Harvard, scrive che il capitalismo è sotto assedio e che è necessario ridefinire il legame tra business e società. Pochi mesi fa, McKinsey, società di consulenza direzionale tra le più importanti (e connesse alla sfera politica ed economica), afferma in un articolo che il rapporto tra impresa e società, così come è impostato oggi, rischia di fallire. Nel mezzo, le più grandi imprese del mondo (Nestlè, Marks & Spencer, Tesco e i principali marchi di informatica ed elettronica, solo per citarne alcuni) avviano nuovi...

Le lacrime del servizio pubblico greco

Su El Pais giovedì è apparsa una foto. Ritrae un tecnico donna al mixer video. Il tecnico si sta asciugando le lacrime. Piange la chiusura della sua televisione. E' una foto che non può non commuovere e infatti è diventata subito virale in Rete. Ma questa immagine è ideologica, come tutte le narrazioni che in questi giorni si sono costruite attorno alla notizia della chiusura del servizio pubblico greco.     L'immagine della donna in lacrime ha due letture entrambe possibili. La prima è una lettura liberista: quella donna piange per colpa dei dirigenti pubblici incapaci di amministrare in maniera efficiente un bene comune. In tempi di crisi non si possono più sostenere sprechi simili. La seconda lettura è invece più socialista: quella donna piange per colpa delle politiche di austerità imposte dall'Europa alla Grecia: il taglio della spesa pubblica. Quali delle due letture è quella giusta? Probabilmente nessuna delle due. Vorrei provare a rimettere in discussione le retoriche attorno a questa notizia. La chiusura della radio-tv greca è l'occasione per tornare...

A piede Lìberos

Lìberos ha un anno di vita, ma solo da sei mesi è una vera start up. Quando siamo nati eravamo una buona idea tutta da sviluppare, un gruppo di lavoro su base volontaria che si muoveva a tentoni e una road map puramente ipotetica, che certo non prevedeva che arrivassero risorse economiche forti in tempi brevi. Grazie alla vincita del premio cheFare quei soldi sono arrivati subito, ma la nostra vera fortuna è che meritarli non è stato per niente facile: c'è voluta una lunga fase di riprogettazione che ci ha permesso di mettere meglio a fuoco gli obiettivi da raggiungere, le azioni da intraprendere e i tempi e le risorse non solo economiche di cui davvero disponevamo. Abbiamo scoperto così che l'organizzazione di queste informazioni si chiama business plan ed è uno strumento banale nella progettazione delle aziende; solo che noi non siamo un'azienda e se non ci fosse stato richiesto per la partecipazione al premio non l'avremmo probabilmente mai fatto, né creduto ci servisse; che se ne fa un'associazione no profit di una cosa che si chiama business plan? Con il senno di poi ci siamo chiesti quante sono le...

Se uno stato non crede nella cultura

Non servono le parole del ministro Bray pronunciate all’inaugurazione del Padiglione Italiano della Biennale d’Arte “C’è qualcosa che non funziona nel modo in cui lo Stato crede nella cultura” per capire quanto sia urgente un cambiamento di rotta in un settore cruciale per lo sviluppo sostenibile del nostro paese. La riduzione della spesa pubblica e delle sponsorizzazioni private destinate alle attività culturali ha messo in crisi un modello di produzione fondato prevalentemente sulla gratuità dei fattori produttivi, capitale in forma di contributi, lavoro in forma di volontariato. Allora la necessità di nuove forme di finanziamento si deve accompagnare alla ricerca di modelli e pratiche innovative per l’esercizio di attività culturali che siano in primo luogo attività economicamente sostenibili.   La cultura è dunque un ambito di applicazione dell’innovazione sociale e di sviluppo dell’impresa sociale, intesa in senso non strettamente giuridico, ossia come un’impresa che esercita un'attività economica organizzata ai fini della produzione di beni e servizi...

Roberto Casati. Contro il colonialismo digitale

Con l'intervento di Roberta Locatelli doppiozero, partendo dall'ultimo libro di Roberto Casati, apre una discussione attorno al cambiamento della lettura con l'avvento della tecnologia digitale.     Ho trovato il pdf di Contro il colonialismo digitale di Roberto Casati nella mia casella di posta durante un seminario in università sulla percezione uditiva. Non appena finito il seminario, ho iniziato a leggerlo, ma nel giro di dieci minuti ho avuto modo di abbandonare ancora l’app di visualizzazione dei pdf per controllare la casella di posta un paio di volte, prendere alcuni appunti per questa recensione, rispondere a un amico su skype, cercare sul sito dell’editore Palgrave un volume che ripropone i contributi, tra cui quello di Casati, a un convegno on-line sull’«e-text» che avevo seguito ai tempi ma di cui ignoravo la riedizione e poi nel mio archivio di pdf alla ricerca di un altro testo di Casati, attinente non al libro che stavo leggendo ma ai temi discussi poco prima al seminario. Alla fine, ho disattivato il wi-fi del mio iPad e ho iniziato a leggere per davvero. Quest’irrilevante cenno autobiografico illustra bene la tesi centrale del libro di Casati: l’...

Paolo Sorrentino. La grande bellezza

Questa non è una recensione di La grande bellezza. Non è nemmeno il tentativo di difendere un regista controverso. È un modo per capire come la bellezza sia diventata un argomento decisivo del nostro tempo, non più come modello estetico a cui tendere, ma come chimera da compiangere.     A Cannes, dove il film di Sorrentino è stato presentato in concorso, c’era un altro titolo centrato sulla bellezza e sul suo vano inseguimento: Behind the Candelabra di Steven Soderbergh (trasmesso pochi giorni fa negli Stati Uniti dalla HBO), storia della relazione omosessuale tra il celebre pianista Liberace e il suo aiutante-amante Scott Thornson. Liberace, che la generazione delle nostre nonne forse ricorda, musicista e showman celebre negli anni ’50 e ’60 come profanatore pop di musica classica, e negli anni ’70 e ’80, periodo in cui si svolge il film, ancora in grado di riempire locali di Hollywood e Las Vegas con un repertorio kitsch di virtuosismi sonori, lustrini, brillantina, pellicce, Rolls Royce in scena e candelabri poggiati sul pianoforte, il paccottigliaro e lucido Liberace (nel film interpretato da...

Vuoi tornare un'altra volta?

Le favole cominciano con “c’era una volta”. Nel film c’è una colonna sonora a carillon, un calesse trainato da cavalli bianchi, una specie di paradiso godereccio e kitsch, cibi abbondanti, donne vestite da uova di pasqua, bambini grassi e vocianti. A volte finiscono bene, le favole: quella di Luciano, il pescivendolo che sognava la tv, finisce con una risata enigmatica. Ma di chi si fa beffe quando, compromessa la vita reale, venduta la pescheria e abbandonata la moglie per seguire la sua ossessione, aggirate le telecamere di sorveglianza e l’occhiuta trafila di accesso, riesce finalmente a entrare nel sogno, sia pur da ombra o fantasma? Quando Reality di Garrone uscì pochi mesi fa, si disse che era un film fuori tempo massimo: il suo corrispettivo tivù era in declino, la nuova frontiera dell’apparire essendo ormai divenuta la connessione, lo sharing. Mentre la spettatrice seduta accanto a me commentava ad alta voce “che poi a Napoli così vivono, dieci persone per stanza”, pensavo che forse davvero Reality non affondava nel rapporto tra aspettative individuali e realizzazione materiale, nella ferita...

Nostalgia di Carosello?

Cosa vuol dire oggi "nostalgia di Carosello"? Eccoci di fronte al ritorno dello storico contenitore pubblicitario Rai, che per ora sarà trasmesso "in forma sperimentale". Sappiamo che si comporrà di commercial lungo formato - 70 secondi - e che la novità di questo Carosello - detto Reloaded - consiste nel suo declinarsi su diversi media (web, tv, cinema, social, radio).     La tenace affettuosa memoria del Carosello è un fenomeno costante in Italia almeno dal 1977, ultimo suo anno di programmazione. Di recente è stata celebrata con una mostra a Milano, mentre il Corsera proponeva una collana di dvd antologici. Sipra, la concessionaria di pubblicità Rai, vanta un sondaggio pressoché totalitario: il 98% degli italiani tra i 26 e i 35 anni pare ne aspetti il ritorno. Lecita la perplessità.   Nel ricordo, quello di Carosello è un mondo fanciullesco, fatto di pupazzi animati, canzoncine innocenti e ingenue gag. A guardarlo con gli occhi della pubblicità contemporanea, in verità, il suo linguaggio risulta alquanto impositivo: quegli insistiti primi piani dei...

Quando il lettore diventa utente

Il “futuro del libro” non è mai passato di moda. Per decenni scrittori, editori, informatici e designer si sono interrogati senza sosta sulle possibilità rivoluzionarie offerte dal libro elettronico in termini di ipertestualità, inclusione di contenuti multimediali e variabilità del testo. Mentre gli e-reader, primo tra tutti il Kindle, hanno reso possibile un’esperienza di lettura immersiva in ambiente digitale, l’iPad ha gettato nuova benzina sul fuoco del libro come app. Gran parte dell’attenzione è rivolta dunque alle opportunità relative alle modalità di fruizione e all’arricchimento dei contenuti, tuttavia ciò che effettivamente subisce le più radicali trasformazioni è il contesto dell’editoria digitale. Tali trasformazioni investono il significato profondo della lettura e le modalità attraverso cui il lettore si relaziona al libro sia come oggetto culturale che come bene commerciale.   Pur non essendo evidente, nell’ambito dell’editoria digitale il “futuro” è già qui (un’ottima ragione per smettere di...

L'allegria contro Pinochet

Può la Milano da bere sconfiggere una feroce dittatura? Nel Cile del 1988, fu una frivola campagna pubblicitaria a propiziare la vittoria del No a Pinochet?   Bisogna prepararsi a bei paradossi davanti a “No - I giorni dell’Arcobaleno” di Pablo Larrain (nomination miglior film straniero Oscar 2013, vincitore a Cannes della Quinzaine), film che promette di incrinare più di un’idea corrente. Per cominciare, quella che vede nel linguaggio pubblicitario la negazione di ogni valore umanistico, una sorta di baco della democrazia. E se fosse invece una risorsa inutilizzata?     “No” è anche il primo film del cinema moderno a raccontare il pubblicitario come eroe democratico grazie al suo lavoro, non perché abiura o cambia vita. Nessuna parentela col tormentato Kirk Douglas scolpito da Kazan in The Arrangement o con gli alienati di Olmi in Un certo giorno. Il che fa di René Saavedra, il giovane creativo del film, una vera perturbante novità culturale.   Anche la pubblicità è raccontata da una prospettiva inedita ai più. Non sistematico inganno o gesto...

Inequality for all

The Guardian ha pubblicato un articolo dove si parla in termini entusiastici di un documentario presentato al Sundance Film Festival. Si tratta di Inequality for All di Robert Kornbluth. È un film indipendente che ha come tema l’economia degli ultimi 60 anni e come star l’economista Robert Reich. La tesi di Reich è semplice e radicale (e, verrebbe da dire, largamente condivisibile): la finanza ha distrutto l’economia di produzione, concentrando la ricchezza in mano a pochissimi ed erodendo in maniera sempre più drammatica la condizione della classe media.   Non ho ancora visto il film, ma mi colpisce molto l’enfasi di Carole Cadwalladr, la giornalista, nell’argomentare che sembra impossibile che il cinema si occupi di un argomento del genere riuscendo a produrre un film non solo chiaro e comprensibile, ma anche carico di emozione. Naturalmente, io penso invece che se c’è una forma di comunicazione (di arte) che può parlare di ogni cosa in modo semplice ed emozionale è proprio il cinema. Sarà che io stesso sto lavorando con Giorgio Mastrorocco a un film di montaggio incentrato sull...

Lavoro 2.0

Si fa un gran parlare, nell’ambito dei discorsi sull’innovazione sociale, delle cosiddette “nuove forme di lavoro”. Viviamo una sempre più visibile trasformazione del mondo del lavoro che mette al centro dei processi di produzione del valore dinamiche strettamente culturali. È il risultato di un processo iniziato con l’“industria culturale” di adorniana memoria e che arriva ai giorni nostri con un’eredità pesante e controversa fatta di lavoro “creativo”, comunicazione come modo di produzione, società dell’informazione.   Questa trasformazione, tuttavia, non è accompagnata da un contemporaneo mutamento delle modalità di offerta e ricerca di lavoro. Soprattutto il lavoro non è “mutato” nei modi in cui si svolge: lavorare con la cultura e nella cultura ha per sua stessa natura una logica diversa di gestione del tempo e dello spazio. Necessita della coltivazione del tempo libero, essendo ontologicamente costruito sulla “passione”. In definitiva, mette a valore universi culturali e di significati nei modi più disparati, chiedendo...

La sottile linea rossa tra cultura e innovazione

In principio era il mercato; libero, razionale, votato alla massima utilità. Questo spazio prima fisico poi virtuale ha ridisegnato l’assetto sociale ed economico europeo a partire dalla nascita dell’impresa, alla fine del Settecento. Quanto è accaduto è storia nota, ma la crisi, non solo finanziaria ma anche etica e sociale, che ha travolto il sistema produttivo mondiale e le grandi democrazie occidentali, ha rimesso in discussione il ruolo giocato dalla cultura nelle politiche di sviluppo di organismi complessi come i governi nazionali e sovra-nazionali.   La novità non è più rappresentata dalla forza economica del settore culturale, essendo ormai ampiamente conosciuti i dati che mostrano la vitalità di questo comparto e l’enorme potenziale competitivo insito nelle attività ad elevato contenuto culturale e creativo. Non ci sorprende più apprendere che uno studio preparato per la Comunità Europea e apparso nel 2010 con il titolo The entrepreneurial dimension of the culture and creative industries, metta in luce come nel 2008 le industrie culturali abbiano generato il 4.5% del...

Le idee non valgono niente

Le idee non valgono niente. Letteralmente. Eppure la retorica delle buone idee prolifera: avere idee sarebbe l’unica strada possibile verso l’innovazione, e quindi per l’uscita dalla crisi sociale ed economica che non sembra volersene andare più. Capita sempre più spesso di sentire frasi come: “Mi alleno ad avere almeno una buona idea a settimana”. Tutti vogliono essere speciali, tutti vogliono avere idee speciali ed una chance di essere un genio, anche solo per 15 minuti. Questo grande quadro naif della creatività ha come figure centrali i guru-imprenditori della tecnologia: è grazie alle idee che le nuove popstar Steve Jobs, Bill Gates e Mark Zuckerberg sarebbero diventate gli artefici del mondo in cui viviamo.   Quello che sembra sfuggire a molti è il fatto che le buone idee oggi si trovano dappertutto: strabordano dai gruppi di discussione su Facebook; vengono sparate al ritmo di 140 caratteri su Twitter; vengono prodotte e rilanciate dai blog di decine di migliaia di media guru, opinionisti ed esperti. Secondo Kevin Kelly, fondatore di Wired e tra gli osservatori più autorevoli dei mondi digitali...

Olivetti

Questo articolo fa parte di una serie di riflessioni  sulle esperienze di innovazione sociale del passato, nell’ambito del bando cheFare. Ci è sembrato interessante iniziare dall’esperienza di Olivetti ad Ivrea.   Oggi si tende a ricordare con nostalgia e rimpianto gli anni Cinquanta, radice del nostro boom economico, periodo virtuoso in cui si costruivano le autostrade, si estraeva il petrolio italiano e si passava dalla Lambretta alla 600. Tutto vero, ma si dimenticano le schedature alla FIAT, l’emigrazione che proseguiva verso il Belgio e l’Australia, la presenza ossessiva della Chiesa di Pio XII e i costi del lavoro che facevano dell’Italia quel che è oggi l’Estremo Oriente. Anni di ferro, in cui i più elementari diritti civili previsti dalla (nuova) Costituzione faticavano a trovare applicazione.     Un’aurea eccezione arrivava da Ivrea dove la Olivetti di Adriano viveva il suo periodo d’oro, esportando l’Italian style nel mondo attraverso i suoi negozi progettati da grandi architetti (BBPR, Scarpa, Albini, Gardella), in attesa di costruire fabbriche firmate da Kahn...

L’economia etica

Che tipo di sviluppo possiamo immaginarci dopo la società industriale? È palese che il paradigma industriale/consumista che abbiamo ereditato dal Novecento è ormai in crisi. I mercati sono saturi; i margini di profitto si stanno ritraendo; l’ideale di una perenne crescita consumista sta perdendo legittimità; negli ultimi trent’anni, i capitali si sono spostati sempre di più verso i mercati finanziari. In altre parole, il paradigma industriale mostra tutti i sintomi che lo storico Giovanni Arrighi ha identificato come segni della fine di un ciclo d’accumulazione. Come Adam Smith alla fine del Settecento e Henry Ford nei primi del Novecento, dovremo essere in grado di intravedere i primi segni di un nuovo modello.   La molteplicità di pratiche che rientra nel campo dell’innovazione sociale si organizza secondo due tendenze che risultano dalle nuove tecnologie d’informazione e comunicazione: la riduzione dei costi di transazione e la riduzione della scala ottimale per la produzione materiale. Con Internet - e particolarmente con i media sociali - l’organizzazione di processi di produzione e...

Ivano De Matteo. Gli equilibristi

Ivano De Matteo ha fatto un film importante. Ovvero: ha trattato un “argomento” importante, ha portato l’attenzione su una realtà difficile e ancora troppo ignorata, ma non ha fatto un film che passerà alla storia per la sua “importanza” cinematografica. Questo no. E un po’ dispiace che non abbia trovato, appunto, un equilibrio di merito tra la forma e il contenuto.   La storia è forte e paradigmatica: una famiglia con due figli e due stipendi medio bassi può faticosamente farcela, perché l’unione fa la forza, ma con formula identica ed opposta, la separazione è debolezza. Si sopravvive in due, si muore separati: “il divorzio è per ricchi, non per i poveracci come noi”, sentenzia un compagno di sventure del protagonista. Ed è proprio così: con 1.200 euro al mese di stipendio il matrimonio non è più una scelta ma una galera, dalla quale non si può più uscire, pena la discesa negli inferi della povertà. Una volta pagati gli alimenti non resta molto. Ricominciare, dignitosamente, non è possibile, così Giulio...

Tunisia: l’onore dei soldi

Ti svegli una mattina a Milano, sali sulla moto, vai a Genova, imbarchi la moto, ventiquattro ore di nave e sei a Tunisi. L’odore è il solito dei paesi arabi, la luce bianca riflessa sull’asfalto. Poi nove ore di viaggio, un giorno, e sei nel deserto, a sud, alle porte del mare di sabbia. Nove milioni di metri quadri di niente e al massimo, qui e lì, qualche pozza d’acqua che chiamiamo oasi, usando un eufemismo.   Una di queste si chiama Tozeur, una cittadina vecchia di migliaia di anni, poco più di uno sbuffo di case intorno a una selva di palme, alle porte di un interminabile Sahara, in mezzo a un niente sordo e a un caldo senza appello. Ci coltivavano i datteri, da millenni, inseminando le palme a mano, maschio-femmina, dato che di api (sagge) da quelle parti non c’è traccia. Ora fanno i soldi con i turisti. O meglio, li facevano, prima che la rivoluzione araba riducesse il turismo al lumicino di qualche incosciente (il sottoscritto), e le città a un conglomerato di alberghi abbandonati, con finestre appese ai cardini come panni alle mollette.   E così Tozeur adesso è poco più di...

Ragazzo, non fare il giornalista!

Avete mai visto un diciottenne con un quotidiano in mano? Pensateci: avete mai visto una persona fra i quattordici e i venticinque anni entrare in edicola? Se è successo, avete assistito a una rarità. Non si tratta di criticare gli adolescenti di oggi e il loro presunto disinteresse verso la cultura. Tra quelli della loro età, chi si vuole informare e intende leggere le notizie (e ce ne sono) lo fa su internet. Gratuitamente.   A nessun ragazzo passerebbe mai per la testa di andare in edicola ad acquistare un quotidiano. Perché farlo? Le notizie sono lì, gratis sul computer e sul cellulare. Siano essi appassionati di calcio o perché no, vogliano interessarsi per la prima volta alla politica o agli affari esteri (esiste ancora questo tipo di giovani, anche ai giorni nostri, e non bisogna metterlo in dubbio), lo farebbero su internet. Mai e poi mai andrebbero in edicola a comprare la Gazzetta dello Sport, la Repubblica o Internazionale. D’altronde sono tutti e tre accessibili su internet. Certo, hanno alcuni contenuti a pagamento, ma quello che lasciano disponibile gratis sulla rete è più che sufficiente per...

Otto per mille: quanto fa?

Otto per mille fa tanti soldi! Davvero tanti! Un esempio? Il denaro ottenuto nel 2007 (il dato è relativo a qualche anno prima: ci vuole sempre qualche anno prima di ottenere i liquidi, e qualche altro prima di conoscere i risultati!) è stato quasi un miliardo di euro. Una grande somma per essere ottenuta soltanto con una piccola firma.   Ma che cos’è l’otto per mille? È semplicemente una piccola parte delle imposte (non del proprio reddito, ma del gettito complessivo delle imposte!) che il cittadino è chiamato a versare in favore di una comunità religiosa a sua scelta. Ma proprio perché la goccia diventa un mare sarebbe bene che ciascuno sapesse a chi la devolve. Invece mi accorgo con sorpresa che, anche solo tra le persone che conosco, non tutti sanno come funziona il meccanismo. Alcuni, atei convinti, che mai in vita loro vorrebbero contribuire al sostentamento di alcuna chiesa, pensano che sia sufficiente non destinare a nessuno la loro quota di otto per mille sulla dichiarazione dei redditi, e lasciar vuota l’apposita casella, perché la loro pur piccola parte di gettito fiscale non vada a...