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Geografie

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Festival di Castiglioncello / Artisti Inequilibrio

“Conosci tu il paese dove fioriscono i limoni?”, così cantava rosa dalla nostalgia la piccola guitta Mignon di Goethe, conosci il paese del sole, delle colonne che si rispecchiano in cieli azzurri, delle tarantelle e dei tamburelli, aggiungeva l’ozioso principe Leonce del medico Büchner quando il Romanticismo ormai rivolgeva contro sé stesso la propria coscienza infelice, la propria inconsolabile ironia. “O amato mio, con te vorrei andare!”, concludeva le strofe. Quel paese insieme reale (come l’Italia classica) e immaginario come l’aura di una tradizione che risuona e incanta attraverso i tempi, nel teatro si materializza ogni anno in un festival che apparentemente si tiene zavorrato ai fondamentali, il testo, la drammaturgia, il corpo dell’attore, del danzatore. Capace in realtà di creare macchine fantasmatiche che – molto meglio di rassegne dedicate all’esplorazione performativa di conflitti o visioni contemporanee d’artista (leggi per esempio il recente Santarcangelo) – entrano in profondità nelle tensioni che ci avvolgono.  Sono stato tre giorni nella “Costa degli Etruschi”, nella cittadina balneare del Sorpasso di Dino Risi, nella località dove villeggiavano Silvio D’...

Masscult e Midcult / Macdonald, Eco e la cultura di massa

Il libro del critico culturale statunitense Dwight Macdonald Masscult e Midcult è un piccolo classico che non era più disponibile per i lettori italiani, nonostante avesse dato origine, dopo l’uscita nel 1960, a un vasto dibattito in tutto il mondo. In Italia lo hanno analizzato, ad esempio, Umberto Eco e Gillo Dorfles. Bene ha fatto dunque l’editore Piano B a riproporre, con la cura e la traduzione di Mauro Maraschi, tale volume, già tradotto nel nostro Paese nel 1969 e nel 1997. Che cosa sosteneva Macdonald? Che a fianco della tradizionale distinzione tra la cultura alta (o Highcult), quella degli scrittori e dei musicisti importanti, e la cultura di massa (o Masscult), quella che viene sostanzialmente prodotta dai media, la notevole diffusione dei media di massa (cinema, radio, televisione) stava facendo emergere un nuovo tipo di pubblico che richiedeva un tipo di cultura appositamente realizzata: la cultura media o Midcult. Una cultura in grado di minacciare l’esistenza delle altre e basata spesso sullo sfruttamento delle innovazioni realizzate dalle avanguardie culturali per produrre e immettere sul mercato dei prodotti di natura esplicitamente commerciale. Non è infatti...

La musica nel tempo, di Ferdinando Fasce / Eravamo quattro amici

Le librerie strabordano di volumi sulla storia dei Beatles: sembrerebbe dunque inutile mettersi a scriverne uno nuovo sulle avventure dei quattro ragazzi di Liverpool, ma questa volta la prospettiva che ci viene proposta da Ferdinando Fasce è diversa dal consueto. L'autore non è musicista né musicologo, bensì professore di Storia contemporanea all'università di Genova: questo gli permette di tenere una sana equidistanza tra la visione acritica di certi fans strimpellatori appassionati e quella di alcuni demolitori di miti che pur di provare le loro tesi arrivano a sminuire la grandezza indubbia della band di Liverpool. Adottando uno stile di grande scorrevolezza, Fasce inserisce la progressiva ascesa mondiale dei Beatles all'interno del contesto dei cambiamenti rivoluzionari sociali che hanno caratterizzato la storia mondiale dalla fine degli anni 50 sino al 1970.  Un'eccellente ricostruzione dell'Inghilterra post-bellica serve a introdurre le singole biografie dei quattro futuri baronetti, e nelle pagine seguenti la cronologia degli avvenimenti è guidata con mano sicura e senza sbavature.    Curiosamente l'interesse per il fenomeno di ribellione giovanile e per i...

Speciale Aqua / Il colore dell'acqua

Mi è capitato di bere dell'acqua da una bottiglia di plastica rossa: mi aspettavo un qualche sapore, forse di piccante, senz'altro qualcosa di tiepido, di caldo. Era davvero solo acqua, fredda, da frigorifero. L'ho travasata per curiosità in un bicchiere di vetro rosso scuro e mi è sembrata più accettabile: la trasparenza e la consistenza del vetro lasciavano all'acqua una sorta di autonomia dal contenitore. Mi è sembrato impossibile attribuire all'acqua da bere il colore del fuoco. L'acqua è forse bianca, verde, blu, non è rossa. Non lo è nemmeno più nel lago di Tovel da quando è scomparsa l'alga sanguinea; lo sarà forse nel mare «colore del vino», ma non pensiamo di berla, quell'acqua. Falcinelli scrive che il rosso della bottiglia dell'acqua minerale indica il frizzante – che forse è imparentato con il piccante – e che l'opposizione di freddo e caldo (rubinetto blu/rubinetto rosso) questa volta non c'entra: la tinta è all'interno del sistema e indica il grado di effervescenza.    Fontana. La storia dei colori, anziché aiutarci, sembra proporci nuovi paradossi, a cominciare dall'acqua nera di Omero: mélan hýdor, così la chiama più volte. I filologi, come gli antichi...

Scalate, dipinte e raccontate / Le Dolomiti di Dino Buzzati

Narrare era la più grande passione di Dino Buzzati, nei romanzi, nei racconti e negli articoli, nelle lettere e nei dipinti. Amava combinare l’espressività della parola con quella del tratto, fin da ragazzo, quando descriveva scalate ed emozioni nelle lettere al suo grande amico Arturo Brambilla. Accompagnava le parole con schizzi di figure umane e di montagne, a volte poche linee a volte disegni pensati ed elaborati. “Si prese l’abitudine di trovarci ogni domenica pomeriggio… si discorreva di scuola… ma soprattutto si tentava insieme l’esplorazione delle cose più belle che la vita sembrava prometterci: l’arte, la letteratura, la montagna, i misteri…”. Arturo aveva grandi possibilità, nello scrivere e nel dipingere, ma il carattere riservato e quieto gli impedì sempre di emergere come avrebbe meritato. Dino invece ebbe sempre un immenso desiderio di traguardi memorabili.  Buzzati è uno dei grandi narratori italiani del Novecento. Scrivere per lui era un mestiere e una passione, ma raccontava storie anche quando dipingeva, racchiudendo nella tela favole grottesche, sogni malinconici, desideri erotici e paure inesplicabili. Il mondo figurativo era parallelo alla scrittura,...

Cartoline dal 1968 / La Tartaruga. Storia di una Galleria

C’era una volta a Roma la galleria La Tartaruga, aperta nel 1954 da Plinio De Martiis, avvocato, impresario teatrale e fotografo. La sede era prima al numero 196 di via del Babuino, in una palazzina oggi sede di un albergo, e poi al primo piano di uno stabile ottocentesco, a Piazza del Popolo, appena sopra il caffè Rosati e il ristorante Il Bolognese. Il nome lo aveva suggerito l’artista Mino Maccari come omaggio a uno degli animali più longevi e adattabili, noto per la sua lentezza ma anche simbolo di saggezza e di sicuro approdo. Si era negli anni dell’euforia del dopoguerra; gli artisti, anche quelli più all’avanguardia, come Alberto Burri, facevano ancora quadri e Roma era una città cosmopolita in cui si fondevano il popolare e i prodromi del moderno: un centro di incontro di artisti, scrittori, registi, attori. La Tartaruga, che diventa subito un luogo di riferimento per l’avanguardia, debutta mostrando soprattutto la pittura della scuola romana. Poi, dal 1957, propone una programmazione dedicata agli artisti dell’astrattismo americano e dell’informale europeo. Dagli anni Sessanta è la volta di quei giovani (Mario Schifano, Tano Festa, Franco Angeli, Giosetta Fioroni, Cesare...

Paradisi artificiali / Erbe, piante, funghi

Che cosa è una droga? “Una sostanza che invece di essere vinta dal corpo (o assimilata come semplice alimento) è capace di vincerlo, provocando, seppur in dosi insignificanti se paragonate a quelle di altri alimenti, grandi cambiamenti organici, psichici o di entrambi i tipi”. Così scrive Antonio Escohotado autore di una monumentale Historia general de las drogas (1999). Non la vedevano certamente così gli sciamani dell’antichità, gli estensori di trattati farmacologici, greci romani e arabi, o Ippocrate, Galeno e Avicenna. Per loro era ancora qualcosa d’altro. Cosa? Per capirlo bisogna partire dalle erbe. Quando Colombo e i suoi successori sbarcano nel Nuovo Mondo sono colpiti dal fatto che gli indigeni usino vegetali a loro sconosciuti per ottenere energia, oltre che celebrare i loro misteriosi e sanguinari riti. I loro nomi sono: cohaba, coca, peyote, stramonio, ololiuqui, caapi, tabacco, e altri ancora. A quel tempo in Europa la maggior parte di queste piante sono sconosciute. L’unica che fornisce risorse simili, ed effetti quasi analoghi, è la vite, o meglio il suo frutto, l’uva, debitamente lavorato e trasformato in vino, oppure i cereali fermentati, da cui si ottiene la...

Raduan Nassar / Un bicchiere di rabbia

La storia è delle più semplici. Siamo in Brasile, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, al tempo della dittatura militare. È sera, e un uomo, un agiato proprietario terriero, torna nella sua fazenda, dove dietro al cancello, ad aspettarlo, c’è una donna, di professione giornalista. L’uomo cena con un pomodoro salato, mentre lei lo aspetta. Poi insieme vanno a letto, dove trascorrono un’ardente notte d’amore.  L’indomani l’uomo nota un particolare nel giardino: delle formiche hanno aperto un varco nella siepe di ligustro. Le formiche sono ecodome, una specie particolarmente infestante molto temuta nelle campagne dell’America Latina. La visione della siepe sradicata sprigiona nell’uomo un’ira irrefrenabile che presto si riversa sulla sua amante, la quale nel frattempo sta semplicemente scambiando due parole con la governante: “[…] il suo sederino appoggiato al parafango dell’auto, mentre il chiarore del giorno le ridava rapidamente la disinvoltura di donnetta emancipata, il vestito di una semplicità ricercata, la borsa appesa alla spalla che le scendeva fino ai fianchi, una sigaretta fra le dita e due chiacchiere scambiate così democraticamente con la gente del popolo”....

Giugno 1940: Mario Rigoni Stern, Curzio Malaparte e Jean-Marie Bulle sul fronte italo-francese / Quella sentinella della memoria in Val Veny

C’è una casermetta in Valle d’Aosta, abbandonata da decenni; la si nota arrivando nei pressi del rifugio Elisabetta, sotto le Pyramides Calcaires, in Val Veny.  In tanti le passano accanto: escursionisti che si incamminano verso il Col de la Seigne e la Francia, alpinisti che pernottano al rifugio, famiglie in tranquilla passeggiata attraverso la piana del lago Combal. Le cime intorno sono imponenti, l’Aiguilles de Trélatête su tutte. I ghiacciai scendono a valle in pose maestose; il più vicino al rifugio è il Glacier de la Lex Blanche. Nubi vaporose si incagliano sulla guglia aguzza dell’Aiguille Noire. La scritta “Casermetta Seigne” è ancora visibile. L’interno è desolato: sporcizia di ogni genere, lattine, escrementi di animali. Eppure, nella costruzione adibita a stalla, gli anelli per i muli e le vasche ancora integre evocano vite e abitudini. Si possono immaginare i ragazzi in divisa che la occuparono durante l’ultima guerra, preoccupati per la loro sorte ma sorridenti per età e illusioni. Fare pochi passi tra quelle mura è pericoloso, ma il sentimento che prevale è una gran malinconia, perché quei soldati erano ragazzi pieni di vita e di speranze, e tanti di loro...

Porto, orto e arte / Reimmaginare Palermo, ricodificare Manifesta

Molti confidano che Manifesta cambierà Palermo, e io tra questi, ma sono invece certo che già Palermo ha cambiato Manifesta. E la micro-storia delle relazioni tra Palermo e Manifesta può dare indicazioni preziose ad altre città che scelgano la strada di un diverso presente fondato sull’arte, sulla cultura e sulla creatività, sulla partecipazione e sul welfare culturale, sulla rigenerazione urbana e umana. Perché Manifesta 12 a Palermo è un utile laboratorio per sperimentare la improrogabile territorializzazione delle politiche culturali e creative.   L’incontro con Palermo, ormai due anni fa, ha cambiato Manifesta facendole compiere una metamorfosi di cui le persone e la cultura locale sono stati i catalizzatori. La relazione di Manifesta con Palermo – con il Comune e l’Università, con gli studiosi e i giovani talenti, con gli artisti e gli attivisti, con le associazioni e i cittadini – è stata dirompente per una Biennale innovativa come quella inventata da Hedwig Fijen ventiquattro anni fa e che ha fatto del nomadismo e della fluidità la sua cifra politica e sociale, prima che artistica. Approdando nella fluidità plurale, creativa, conflittuale, policroma di Palermo ne è...

Baryshnikov/Brodsky Orlando/Calamaro e il resto / Napoli Teatro Festival

Un’occasione sprecata? (Francesca Saturnino)   Qualche giorno fa mi è capitato un incontro particolare. Tornavo con amici dal “dopo festival” del Napoli Teatro Festival, una serie di concerti serali negli splendidi giardini di Palazzo Reale. Tra via Toledo e Piazza Trieste e Trento, tanti ragazzini dei Quartieri Spagnoli – massimo quindici anni a testa – in due o tre per ogni motorino facevano sempre lo tratto di strada e tornavano indietro. Curiosi, ci siamo messi a chiacchierare con alcune ragazze della giovane paranza: ci hanno spiegato che si trattava della moderna evoluzione dell’antichissima forma di struscio serale con tanto di corteggiamento/scelta del rispettivo partner tramite “guardata” durante quei giri in motore. Ci hanno chiesto da dove venivamo e perché eravamo lì: così è venuto fuori il teatro. Ecco che compare Chicca, la più grandicella che gestisce un centro estetico in zona: alla parola teatro si è letteralmente illuminata. Ci ha raccontato di aver fatto, a un certo punto nella sua giovanissima vita, un laboratorio e che quest’esperienza non se la scorda più. Se potesse, ci ha detto, ne vorrebbe “ancora”.    Laboratorio Food Distribution della...

Country dark / Il sogno cupo di Offutt

“La linea degli alberi era sparita e la cima delle colline si confondeva con l’arazzo scuro della notte. Era nero come la pece, com’è sempre in campagna. Chiuse gli occhi sentendosi al sicuro.” Capita, se siamo particolarmente fortunati, durante la lettura di un libro di commuoverci o di avvertire – ad esempio – un dolore fisico; quasi mai non sapremo collocare quei momenti in un punto preciso del racconto, è più facile che arrivino a coacervo di una serie di pagine, di azioni svolte dai personaggi, dall’alternanza dei capitoli, dal passo e dal ritmo che l’autore imprimerà alla storia. In Country dark di Chris Offut (trad. Roberto Serrai, minimum fax 2018), la commozione, la pietà e il dolore esplodono in un punto preciso del romanzo.    Ci troviamo nel 1964, all’inizio della seconda parte del libro: una coppia di pubblici ufficiali, Hattie e Marvin (oggi li chiameremmo assistenti sociali), si reca a casa della famiglia di Tucker, il protagonista (noi lo abbiamo lasciato un paio di pagine prima e una decina d’anni più indietro quando sta per sposare la sua Rhonda) e vengono accolti da Jo, una delle figlie, che li avverte del fatto che la madre non sta benissimo. Entrano...

Domani alle 19 al Teatro Franco Parenti (MI) / Intervista a Primo Levi

Domani giovedì 5 luglio al Teatro Franco Parenti (via Pier Lombardo, 14) di Milano, alle ore 19.00, incontro con Marco Belpoliti in occasione della presentazione del volume Primo Levi, Opere complete III. Letture di Gioele Dix.   Fino alla metà degli anni Settanta, Levi è interpellato soprattutto per parlare della sua esperienza di deportato raccontata in Se questo è un uomo e nella Tregua. Poi, accanto agli interventi di testimonianza, intensificati soprattutto negli incontri con gli studenti, entrano in gioco i discorsi sul proprio essere scrittore (anzi, chimico e scrittore), e sono dichiarazioni preziosissime per comprendere a fondo il suo rapporto con la letteratura. Inoltre, questi testi contengono molte notizie biografiche non altrimenti note. Levi parla distesamente anche di questioni scientifiche, di politica, dei suoi rapporti con l'ebraismo. Questo libro di interviste è dunque uno snodo fondamentale per conoscere la figura intellettuale e morale di Primo Levi. Uno strumento che restituisce la voce allo scrittore, conversatore sempre acuto, pacato e gentile, estremamente lucido anche quando parla a braccio, come si vede nei testi sbobinati da registrazioni di...

Bellezza e abisso / Lettera da Vienna

Da uno schermo nella metro, alla fermata Museumquartier, il telegenico e azzimato primo ministro Sebastian Kurz ribatte sul suo tasto: basta migranti, bisogna intervenire, bloccare il flusso! L’onda xenofoba da Vienna va verso est, trovando consonanze in Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria. Insomma negli stati che un tempo erano parte dello sconfinato mosaico dell’Impero Austroungarico, franato clamorosamente dopo la Prima Guerra Mondiale. Quest’anno, in celebrazione della fine del conflitto e per l’anniversario della morte di Egon Schiele, il tema è quello canonico della Finis Austriae, che tanto venne alimentata da persone che venivano da altri luoghi della Cacania in cerca di fortuna alla grande capitale, suscitando spesso reazioni altrettanto poco benevole. Il titolo complessivo di un programma che dura un anno intero è Bellezza e abisso. Schiele è al centro di una strepitosa esposizione del Giubileo al Leopold Museum, in cui è possibile per la prima volta vedere molte opere prima tenute negli archivi. La superficie preferita dall’artista era infatti la carta e, come ci informa la solerte curatrice dell’archivio Verena Gumper, il tempo massimo di esposizione per questi delicati...

Saggi / Saul Bellow. Troppe cose a cui pensare

I libri di Saul Bellow sono fiumi in piena che trascinano con sé tutto quello che trovano al loro passaggio. Rappresentando la vita come una corrente inesauribile di vicende tragicomiche, trasformano subito ogni problema, oggetto o figura in una storia. “C’era una volta…”: così i suoi parenti, ebrei russi emigrati nei sobborghi di Montreal e poi della Chicago proibizionista, rispondevano ai “perché?” del piccolo Saul. Bellow lo racconta in Troppe cose a cui pensare, una magnifica raccolta di saggi composti tra il 1951 e il 2000 e tradotti oggi da Luca Briasco per Big Sur. Impulso irresistibile a narrare, e umorismo ebraico che custodisce nel riso il mistero del mondo: ecco le radici, intrecciate fino ad apparire indistinguibili, che hanno permesso allo scrittore di dare nuova linfa al romanzo nell’età della sua decrepitezza. Le opere di Bellow, col loro concerto debordante di voci, volta a volta sorprendono, divertono, commuovono. Più difficile dire se ci convincano del tutto; come è difficile dire se sulle sorti della letteratura, specie romanzesca, possano tranquillizzarci le opinioni fiduciose che l’autore esprime in questi pezzi. Il fatto è che Bellow, non meno di noi, resta...

Fabio Camilletti / Italia lunare: gli anni sessanta e l’occulto

Questo saggio denso e molto ricco racconta di un viaggio fatto in Italia. Ma non è la solita Italia del sole e del mare, del buon cibo, dei mandolini e della dolce vita. È invece un’Italia infestata da vampiri, da fantasmi, da indemoniati, piena di posseduti, di medium, ricca di trame occulte e di complotti tessuti nell’ombra. Tutto il contrario del luogo comune intorno al Bel Paese, dunque.  L’arco temporale del racconto va sostanzialmente dalla fine degli anni Cinquanta all’inizio dei Settanta del secolo scorso. L’autore intraprende questa ricognizione dell’“occultura” (termine reso celebre da Christopher Partridge) italica di fine secolo – ventesimo – consapevole che essa può rivelarsi come una cartina di tornasole delle tensioni e dei desideri di un paese in trasformazione. Del resto anche all’epoca della Rivoluzione francese mesmeristi e magnetizzatori avevano avuto un ruolo non inferiore a quello esercitato dai teorici dell’Encyclopédie. Il discorso relativo all’occulto è come un prisma che riflette e incorpora tensioni sociali e politiche di un paese e però le ricodifica al di fuori dei regimi discorsivi di provenienza. Insomma, studiando le figure dei vampiri di certi...

Salvus / Salvia, salvatrice!

Non preserva dalla peste bubbonica, benché probabile protagonista del bouquet di «erbe odorifere» che alcuni fiorentini portavano sotto il naso per cercare scampo alla «pestifera mortalità» del 1348: «andavano attorno, portando nelle mani chi fiori, chi erbe odorifere e chi diverse maniere di spezierie, estimando essere ottima cosa il cerebro con cotali odori confortare» (Decameron, Introduzione, 24).  Certo è che della salvia Boccaccio fa materia di novella per la giornata degli amori infelici dove, per paradosso, è causa di morte:   Era in quella parte del giardino, dove Pasquino e la Simona andati se ne erano, un grandissimo e bel cesto di salvia; a piè della quale postisi a sedere e gran pezza sollazzatosi insieme, e molto avendo ragionato d’una merenda che in quello orto ad animo riposato intendevan di fare, Pasquino dal gran cesto della salvia rivolto, di quella colse una foglia e con essa s’incominciò a stropicciare i denti e le gengie, dicendo che la salvia molto bene gli nettava d’ogni cosa che sopr’essi rimasa fosse dopo l’aver mangiato. E poi che così alquanto fregati gli ebbe, ritornò in sul ragionamento della merenda, della qual prima diceva. Né guari di...

Antropologia del presente / Il ritorno della portinaia

C’era una volta la portinaia. E c’è ancora. Ma è molto cambiata: ha altre fattezze, altre funzioni, tutt’altro senso. Nel bel tempo andato – quello che grosso modo esiste solo nell’immaginario popolare e mediatico, sempre in cerca di dubbie età dell’oro – la portinaia era una figura al tempo stesso misera e mitica, mitica perché falsamente misera: chiusa nel suo impenetrabile gabbiotto dal quale fuoriusciva odor di cavoli e di un unto imprecisato e penetrante, la portinaia gestiva, fondandola, la comunità dell’edificio di cui stava a guardia. Tutto il viavai dal portone era controllato tanto distrattamente quanto minuziosamente: lei sapeva tutto di tutti, e faceva finta di nulla, salvo poi spettegolarne col primo venuto, sia esso residente in loco o in numeri civici là accanto. Il segreto era la sua arma vincente: acquisendone a più non posso, era pronta a venderlo al miglior offerente, nella migliore strategica occasione.    Il suo ruolo era insomma molto chiaro, e prescindeva dalla sua funzione sociale apparente: più che occuparsi dall’edificio, dal punto di vista fisico, s’occupava semmai dei suoi abitanti, diffondendo e inventando su di loro rumors d’ogni sorta,...

Berta Isla e non solo / Intervista a Javier Marías

Nonostante Javier Marías costruisca trame elaborate e persino avvincenti, il suo non è un mondo di fatti bensì di congetture, di tormentate interpretazioni, di ipotesi controfattuali. Quel che accade occupa uno spazio variabile a seconda dei romanzi, ma quanto sarebbe potuto accadere impegna più scrittura, più dedizione dell’autore, e alla fin fine è ciò che rende pregevolmente inconfondibile il suo avanzare verso un climax che non costituisce, patentemente, lo scopo cui tendono i suoi libri. Nell’ultimo, intitolato a una dei due protagonisti, Berta Isla (traduzione di Maria Nicola, Einaudi) le svolte dell’intreccio hanno un ruolo fondamentale; ma, ancora una volta, è ciò che non appare, quel che la superficie dei fatti non evidenzia, a imporsi in primo piano. Già l’incipit del romanzo, che torna con quasi identiche parole nel capitolo conclusivo, dice qualcosa dell’incertezza che colonizza la mente della protagonista: “Per molto tempo non avrebbe saputo dire se suo marito era suo marito… A volte pensava di sì, altre volte di no, e a volte decideva di non pensare e di continuare a vivere la sua vita con quell’uomo che assomigliava a lui…” Non che l’identità del protagonista...

Dall'esterno dell'interno / Donne nel Sessantotto

I colori del Sessantotto   Se la foto sulla copertina di questo libro (AA. VV., Donne nel Sessantotto, il Mulino, Bologna 2018, pp. 292) fosse a colori, si coglierebbe subito una caratteristica dell'abbigliamento sessantottino o appena successivo; che era per tutti, soprattutto per ragazze e ragazzi, colorato e variopinto, altro che le poche sfumature di nero e grigio che ci si mette addosso ora, neonati compresi. Le ragazze della foto portano camicette a fiori, a quadretti, in tinta unita, giacche, giacchette e pantaloni di cui si possono immaginare i vari colori. I loro corpi non sono più inamidati nei terribili «completini», composti da golfino a maniche corte e girocollo sotto, sopra un cardigan coi bottoncini, indossati su gonna immancabilmente a piegoline, insomma il look di una ragazza che frequentava un liceo classico milanese a 16-17 anni. Dopo il '68 anche questo cambia, perché il '68 fu anche la libertà di vestirsi in maniera spontanea, comoda, fantasiosa, colorata e meno rigidamente divisa per sessi (lo insegna qui il saggio di Paola Cioni su Mariuccia Mandelli detta Krizia dal nome di personaggio di un dialogo socratico). Fu la possibilità per noi adolescenti di...

Verso ovest di Bruno Cartosio / Ristoricizzare la mitologia del Far West

Chi conosce il lavoro di Bruno Cartosio è abituato a saggi impegnativi dedicati principalmente alla dimensione sociale della storia degli Stati Uniti. Con Verso ovest. Storia e mitologia del Far West (Feltrinelli, maggio 2018, pagine 439, € 28) Cartosio presenta un altro lavoro ampio e ambizioso, proponendo una sintesi “alta” di trent’anni di ricerca nelle biblioteche universitarie e negli archivi del Sudovest e del Nordovest: Albuquerque e Santa Fe in New Mexico, Laramie in Wyoming e Denver in Colorado, nonché la Columbia University di New York. Il risultato è un volume unico nella storiografia italiana, ma non solo in quella. Già in Da New York a Santa Fe. Terra, culture native, artisti e scrittori nel Sudovest (1846-1930), pubblicato da Giunti nel 1999, Cartosio aveva mostrato di avere una conoscenza diretta, d’archivio, della storia sociale e culturale del West; in quel caso il focus era costituito dal solo Sudovest e dagli artisti, scrittori e antropologi che dal secondo Ottocento al 1930 si erano spostati verso la terra affascinante del New Mexico. Nell’agile Contadini e operai in rivolta. Le Gorras blancas in New Mexico (Shake 2003) presentava lo studio di una...

Il Sessantotto in poltrona / La poltrona Sacco di Zanotta

Nel 1968, mentre la contestazione giovanile dilagava nelle università e per le strade di molti paesi del mondo, tre designer trentenni, due torinesi e un genovese, Piero Gatti (1940-2017), Cesare Paolini (1937-1983) e Franco Teodoro (1939-2005), si presentarono da Aurelio Zanotta con in spalla un sacco di plastica pieno di palline di polistirolo. Volevano lanciare una sfida con un'idea di poltrona semplice e anticonvenzionale. In fondo il Sessantotto, con il suo motto “l’immaginazione al potere”  – come  Jean-Paul Sartre ebbe a definire l’anima del movimento studentesco, in una sua conversazione con Daniel Cohn-Bendit, leader del movimento all’Università di Nanterre, dove tutto è nato – ha provocato anche la sovversione del vecchio ordine stabilito nel campo delle sedute, mettendo in discussione le tradizionali e rigide poltrone borghesi. Ed ecco allora nascere la poltrona più morbida, più rivoluzionaria e non conformista che si potesse immaginare: Sacco, una anti-poltrona, in verità, “destrutturata e autogestibile”, provocatoria e innovativa, espressione degli ideali di libertà e di creatività che animavano l’anno in cui ha visto la luce....

Fino al 29/7 alla Cinémathèque française / Chris Marker. L’onnivedente

Il luogo di lavoro del vecchio Chris Marker era una sorta di Aleph borgesiano, un fitto intrico di cavi, telecamere, registratori, computer, impianti audio e, soprattutto, un gran numero di schermi. Sedendosi nel mezzo di questo panopticon situato nell’est parigino, Marker poteva avere una visione completa del mondo. In questo ultimo ritiro della rue Courat, l’artista non aveva ancora rinunciato a esercitare il suo mestiere: guardare il mondo, registrarlo, montarlo e rimontarlo. In questo spazio della visione totale, egli aveva persino adibito alcuni videoregistratori alla registrazione ininterrotta di programmi televisivi, soddisfacendo quel bisogno di accumulazione spasmodica di immagini che aveva sempre contraddistinto la sua carriera. Sugli scaffali, organizzati in appositi raccoglitori, Marker conservava meticolosamente fotografie, cartoline, pubblicità, fotogrammi ed ogni altro tipo di immagini, montate in collages, accostamenti, contrappunti ironici. Una sorta di atlante warburghiano della memoria, che però non si preponeva alcuna sistematicità; esso era, piuttosto, ispirato all’associazione libera tipica di Dada e dei surrealisti.      La Cinémathèque...

On the road / Via Emilia psichedelica

Il passato non esiste – si dice – siamo noi a ricrearlo. Sarà anche vero, ma di certo è esistito. E, alla fine, ci sono due modi per incontrarlo: far sì che entri nel nostro tempo, oppure andare noi verso di esso. Sono due metafore che disegnano itinerari simili solo in apparenza, in realtà opposti.  Un passo di Walter Benjamin spiega in che cosa consista la prima direzione: “Il vero metodo per renderci presenti le cose è rappresentarcele nel nostro spazio (e non di rappresentare noi nel loro). (Così fa il collezionista e così anche l’aneddoto). Le cose, così rappresentate, non tollerano in nessun modo la mediazione ricavata da ‘ampi contesti’. È questo in verità (…) il caso anche della vista di grandi cose del passato – cattedrale di Chartres, tempio di Paestum: accogliere loro nel nostro spazio. Non siamo noi a trasferirci in loro, ma loro a entrare nella nostra vita”. Siamo dunque davanti al contrario dell’abusato “viaggiare nel tempo”: è l’immanenza del passato nelle sue testimonianze materiali che impatta, per così dire, il nostro tempo e la nostra quotidianità; è a questo punto che il passato, lontano o lontanissimo che sia, rivela la sua fisionomia e, non di...