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Palazzo Merulana / "La miccia sotto le pietre di Roma"

«A Roma l’amore per l’arte è più scontroso, forse il giudizio romano è infine un confetto da spezzare con la martellata, ma amore e giudizio non si conciliano mai a Roma. Meglio così che le braccia larghe quanto il Colosseo. (…) Per camminare sul suolo di Roma ci vogliono le gambe lunghe». È il 1943, Libero de Libero firma un articolo dal titolo “Belle Arti”. In piena Seconda Guerra Mondiale, ma sapendo che «in ambienti di innocua apparenza quali sempre appaiono i luoghi dell’arte, resisteva qualcosa che nei dizionari va sotto il nome di civiltà, per la quale milioni di persone possono benissimo sacrificare la propria vita», come precisò nel 1945 sulla rivista “Cosmopolita”. Lo riporta Lorenzo Cantatore, curatore del diario deliberiano Borrador (Nuova Eri, 1994), uno dei più luminosi del Novecento, nel catalogo “Libero de Libero e gli artisti della Cometa” (Palombi, 2014) realizzato per la mostra alla Galleria d’Arte Moderna di Roma nel 2014.    A distanza di qualche anno, la capitale annovera un nuovo spazio per l’arte: Palazzo Merulana. L’ex Ufficio d’Igiene è ora un delizioso edificio pronto a farsi, all’occorrenza, “hub culturale”. Il bianco contorna la salita sino...

Architettura, decorazione, scrittura / Carlo Scarpa bizantino

“Oh! Come balleremo, quel giorno! Oh! Come plaudiremo alle lagune, per incitarle alla distruzione! E che immenso ballo tondo danzeremo in giro all’illustre ruina [di Venezia]!” declamava Filippo Marinetti nel Discorso futurista ai Veneziani improvvisato al Teatro La Fenice nel 1910.  Se il desiderio dei futuristi si fosse avverato Venezia non avrebbe il problema delle moltitudini che invadono la laguna per ammirare i suoi monumenti architettonici, perché sarebbero stati sacrificati a un “supremo ideale estetico”. “È nella certezza che nella fatale e futura distribuzione del lavoro tra le razze, all’Italia solo sarà dato di rinnovare un supremo ideale estetico in cui potranno riconoscersi gli uomini superiori di razza bianca!”, scriveva Umberto Boccioni in Pittura e scultura futuriste (Dinamismo plastico) del 1914.  Cosa avrebbero mai edificato al posto di Venezia storica questi uomini di razza superiore? “Ponti metallici” e “opifici chiomati di fumo” annunciavano nei volantini lanciati dalla Torre dell’Orologio sulla folla l’8 luglio 1910. Alcuni ponti metallici in effetti sono stati costruiti e a Marghera anche molti opifici “chiomati di fumo”, ma le macerie dei palazzi...

Speciale Aqua / Il ruolo dell’acqua nei Promessi Sposi

Il primo personaggio che compare in scena nei Promessi sposi è, a rigore, l’Anonimo. Sì, proprio lui, l’Anonimo Narratore secentesco dalla cui prosa ampollosamente retorica e barocca Manzoni ha finto di trascrivere la sua storia, avendo cura di “rifarne la dicitura”. Non è una nostra scoperta, questa, bensì, in un saggio di circa vent’anni fa, di Giuseppe Pontiggia, grande scrittore e critico notevolissimo. Però. Però. In effetti c’è un però. L’Anonimo, con cui effettivamente Manzoni “lotterà”, come scriveva Pontiggia, per tutto il corso del romanzo, sta nell’introduzione. E, se si prende l’edizione quarantana dell’opera, uscita per i tipi di Gugliemini e Redaelli, si noterà che l’introduzione è, anche tipograficamente in quanto disposta su due colonne, nettamente staccata dall’opera, un autentico, letterale hors d’oeuvre. (Non si pensi che noi siamo in possesso di una simile rarità bibliografica: abbiamo semplicemente l’anastatica contenuta nel Meridiano curato da Salvatore Silvano Nigro nel 2002). Quindi possiamo tranquillamente affermare che il primo personaggio dei Promessi sposi è il lago di Como, di cui, come tutti sappiamo a memoria, è preso in considerazione, nel...

Atlante occidentale / Futuro

Il futuro di chi ci ha preceduto, a meno di non morire in una guerra devastante, o di finire in mezzo a un conflitto nucleare in piena Guerra Fredda, o di non cadere vittima della strategia della tensione, o di non ammalarsi, era un campo molto vasto. In qualche modo, sembrava dipendere dall'impegno personale: se lavorerò guadagnerò, se lavorerò di più e meglio guadagnerò di più, mi sposerò, comprerò una casa e vedrò crescere i miei figli, se non finiranno vittima di una siringa o dall'erba contaminata da un incidente nucleare. Andrò in pensione e mi dedicherò ai miei hobby circondato dai nipotini, sempre che non ci colpisca Al Quaeda nel frattempo, o il morbo della mucca pazza, o Unabomber. Adesso, il futuro è più o meno porsi un'asticella da superare molto vicina, diciamo, la settimana prossima. A meno che non sia la quarta settimana del mese. Allora bisogna arrivare a dopodomani. A forza di dopodomani, si può anche riuscire a vivere una vita intera. A meno che l'Isis, e Trump, e la Siria, e Putin, e gli alieni...  

Dialogo con lo scrittore cileno Pablo Simonetti / Vite vulnerabili

Nel mese di maggio Pablo Simonetti, tra le voci più importanti della letteratura cilena contemporanea, è stato a Torino, Napoli, Roma e Milano per presentare il suo libro di racconti Vite Vulnerabili, recentemente pubblicato in Italia da Lindau. Durante la sua permanenza, Simonetti ha accettato di dialogare con Doppiozero intorno a temi quali la scrittura, la forma racconto, la caratterizzazione di una certa tipologia di personaggi che contraddistingue i suoi racconti, l’incontro con Roberto Bolaño, la sua militanza nel movimento LGBT cileno.   Instituto Cervantes Milán, giovedì 24 maggio 2018    F. A. – Sono trascorsi quasi vent’anni dalla pubblicazione in lingua spagnola, per la casa editrice Alfaguara, di Vite vulnerabili. Ora Francesco Verde li ha magnificamente tradotti per Lindau. So che leggi anche in italiano, che effetto ti fa osservare questi dodici racconti attraverso una distanza che è doppia, temporale e linguistica? Che cosa è cambiato dal 1999?   P. S. – Sono rimasto felicemente sorpreso dall’interesse mostrato dalla casa editrice Lindau per la pubblicazione di Vite vulnerabili, mi ha dato l’opportunità di guardare questi racconti attraverso uno...

Mobilitarsi / Il razzismo non è un pretesto

In un contesto politico in cui si discute di censimenti su base etnica e di chiusura dei porti alle imbarcazioni che soccorrono i migranti nel Mediterraneo, si sta tornando a parlare, con una certa regolarità e dopo molto tempo, di razzismo. Sia chiaro, la riflessione sul razzismo italiano da parte degli addetti ai lavori non si è mai interrotta negli ultimi due decenni – ma sarebbe purtroppo illusorio attribuirle una significativa influenza sull’opinione pubblica. Nelle scorse settimane, invece, anche i media generalisti sembrano aver manifestato interesse per il tema – vedremo nel prossimo periodo se in modo meramente estemporaneo o, come c’è da sperare, in maniera più strutturale.  È impossibile prevedere in questo momento se la riapertura di una discussione esplicita sul tema (che parta cioè dal chiamarlo con il proprio nome, rinunciando ad eufemismi spesso distorcenti e tanto comuni in anni recenti) sortirà dei reali effetti sul dibattito politico. Forse proprio per tale motivo vale la pena di provare a decostruire da subito uno dei miti più comuni e diffusi rispetto al razzismo in Italia – vale a dire quello che lo vorrebbe come mero pretesto per l’applicazione di una...

Lapsus da First Lady / Melania Trump: me ne frego!

Oggi tutta l’America parla della… – come chiamarla appunto? – di Melania Trump, che mentre saliva sull’aereo che doveva portarla al confine col Messico a solidarizzare con i bambini messicani che suo marito aveva separato dai loro genitori, indossava una giacca parka che portava sul di dietro una scritta vistosissima, “I Really Don’t Care. Do you?” Traducibile come: “Non me ne frega davvero niente. E a te?” Un coro di proteste: “Come è possibile che dici che ti importa il destino di tanti bambini migranti, e poi indossi una scritta in cui dici che non te ne importa niente?” L’ufficio stampa della First Lady si è affrettato a dire che quella scritta non voleva essere affatto un messaggio allusivo, era insomma un puro caso… Un invito a nozze per gli psicoanalisti. I quali dicono: “Ma certi messaggi si lanciano inconsciamente. Forse Melania non voleva dire consapevolmente che non gliene importava di niente, ma di fatto l’ha detto. È un atto mancato, su cui Freud scrisse un libro, Psicopatologia della vita quotidiana.” Qui Freud spiega come lapsus, amnesie, sbadataggini abbiano un senso: esprimono il vero desiderio di chi commette questi atti. Melania si è comportata come, per esempio...

Oggi al Festival di Pesaro / Stefano Savona. La strada dei Samouni

Un urlo silenzioso, lunghissimo, a questo somiglia il film di Stefano Savona, “La strada dei Samouni” che ha vinto a Cannes l’Oeil d’Or 2018, il massimo riconoscimento alla “Quinzaine des realisateurs” per il documentario. Se Stefano Savona, palermitano di nascita, archeologo di formazione, con un bouquet di premi collezionati negli ultimi vent’anni (Cinéma du Reel, Locarno, Bellaria, Donatello, e moltissimi altri), insegnante alla “Femise”, migliore scuola di Cinema a Parigi e al “Centro Sperimentale per il Documentario” a Palermo, ha vinto su concorrenti come Wim Wenders, Ming Zhang, Romain Gavras, Beatriz Seigner è perché il suo “La strada dei Samouni” ha qualcosa di indelebile.    Il film (chiamarlo solo documentario è riduttivo, anche se la schiacciante forza di un fatto vero qui prende tutto il peso anti-ideologico che gli compete) è la storia di una famiglia che Stefano Savona ha conosciuto nel 2009 sotto i bombardamenti dell’operazione israeliana “Piombo Fuso”. I Samouni erano fino ad allora una famiglia di agricoltori con dei magnifici oliveti e vivevano lontano dalla città, in un’area nota perché tranquilla e perché gli israeliani la conoscevano bene essendo...

Progetto Jazzi / Intervista a Claudia Losi

  L’associazione con questa intervista vorrebbe raccontare a tutti coloro che non saranno presenti all’inaugurazione di Voce a vento il senso del progetto, che rimarrà visibile fino al 24 settembre 2018 sul versante di Monte Bulgheria verso Licusati (Camerota).   Katia Anguelova: L’associazione Jazzi si occupa di studiare un nuovo modo di vivere la natura e del recupero dei percorsi lenti. In che modo ti ha influenzato la prima visita in Cilento, qual è stato l’impatto iniziale? Claudia Losi: Sono arrivata in una giornata di sole splendido, verso marzo 2017. I sopralluoghi sono iniziati dal mare, per poi salire in esplorazione sul versante del Monte Bulgheria verso Licusati, tra le sue rocce carsiche di un bianco accecante. Era primavera solo da pochi giorni ma già molta vegetazione era in fiore. Piante pioniere rigogliose e pronte a colonizzare nuovi siti. Poco alla volta ho raccolto informazioni ascoltando chi vive questi territori, amandoli e conoscendone le difficoltà, e da chi ne è ospite temporaneo ma legato a essi attraverso uno stretto giro d’affetti. Quello che più mi ha colpito per prima cosa è stata la pluralità di livelli di lettura possibili di questi...

Naufragi / Ospitalità, incrocio di cammini

Ci sono alcune parole che nel nostro tempo, e in particolare nei nostri giorni, sono offese. O straziate. Perché svuotate di senso, respinte nell’insignificanza, rinviate a quella coscienza dell’umano ritenuta puro orpello di anime belle. Parole ritenute altro dalla politica. Altro dalla decisione politica, che in un preteso stato di necessità richiede fermezza e ruvidezza e maniere forti. È del resto sulla voce tuonante e sulla presenza incombente che si costruisce il consenso, e si raccoglie il frutto delle disseminate paure. Tra le parole oggi rese pallide, e restituite all’inerzia di un lessico depotenziato della sua energia, c’è la parola ospitalità. Rinviata a una corretta e igienica pratica alberghiera, destituita di quel riconoscimento forte del tu che è suo vero ritmo, sua ragione. Sottratta anche al disegno del noi, di un noi festivo, che in essa prende forma e vigore. Liberata da quel passaggio miracoloso dall’hostis all’hospes, dall’estraneità alla prossimità, che è scritto invece nell’origine del suo nome. In ognuna delle lettere che compongono il suo nome.    Una frase di Edmond Jabès coglie il tragico di questo svuotamento del nome ospitalità e l’urgenza...

Note sulla Biennale di Venezia / Lo spazio rende liberi

Il Padiglione Britannico, un austero edificio in stile neopalladiano firmato dall’architetto Edwin Alfred Rickards risalente al primo decennio del 1900, è trasformato – con l’aiuto di un ponteggio metallico – nel gigantesco supporto per una terrazza di legno montata al livello del tetto. Raggiungibile mediante una lunga scalinata esterna, la piattaforma (denominata icasticamente Island e progettata dagli architetti Caruso St John in collaborazione con l’artista Marcus Taylor) consente ai visitatori di osservare i Giardini della Biennale dall’alto, riposarsi sulle sedie che vi sono disposte, prendere il sole o sorseggiare il tè che viene puntualmente servito alle 16.      Nelle Corderie dell’Arsenale, l’architetto portoghese Álvaro Siza dispone una panchina di marmo di forma semicircolare, impreziosita da un elemento scultoreo astratto collocato in posizione asimmetrica. La panchina è fronteggiata da un muro bianco altrettanto curvo, che offre a chi si sieda un orizzonte definito ma percettivamente infinito, e configura nel suo complesso uno spazio intimo, benché aperto e penetrabile.   Al termine della lunghissima navata delle medesime Corderie, l’architetto...

Estetica della modernità / Stile Olivetti

Non si smette di parlare di Olivetti. Libri, mostre, le palinodie di Carlo De Benedetti che non si rassegna a passare alla storia come il cattivo che ha cancellato quello che oggi appare un sogno: un modello di impresa che pratica la responsabilità sociale, che inventa uno stile italiano diffuso in tutto il mondo, che innova, con un po’ di fortuna, la tecnologia delle macchine da ufficio e approda all’elettronica. Continuano anche a circolare leggende, più volte smentite, sulla sua fine, ma è bene piuttosto concentrarsi sui libri usciti negli ultimi mesi. In particolare quelli di Elena Tinacci, Mia memore et devota gratitudine. Carlo Scarpa e Olivetti, 1956-1978 (Edizioni di Comunità) e di Caterina Toschi, L’idioma Olivetti 1952-1979 (NYU Florence-Quodlibet). Entrambi i libri raccontano i tre decenni in cui si raggiunge l’apogeo dell’azienda di Ivrea (Adriano Olivetti muore nel 1960) e il suo lento declino, pieno però di momenti e di occasioni memorabili. Il cuore dei due libri tocca la creazione di uno ‘Stile Olivetti’, un’estetica della modernità che non smarrisce il filo della tradizione.     La Tinacci, ricostruendo il rapporto tra Olivetti e Carlo Scarpa, mette in...

«Ero straniero e non mi avete accolto» / Il prossimo, il lontano e l'accoglienza dei profughi

La coerenza di Salvini   «Sono un cristiano coerente», ha risposto Matteo Salvini al twitter di Gianfranco Ravasi (anche lei, eminenza!?), che in relazione al respingimento della nave Aquarius aveva scritto, parafrasando in negativo Mt. 25,43:  «Ero straniero e non mi avete accolto». «Amerai il prossimo tuo», si dice nel Vangelo. Io non sono credente e non mi intendo di questioni interne alla chiesa; mi intendo un poco di filosofia politica ed è su questa base che vorrei commentare l'episodio. Forse Salvini intende il precetto alla lettera, perché no. Prima il prossimo dunque. La massima si addice al «primanostrismo» elaborato da Salvini, una specie di variante paesana del grido «America first!» di Donald Trump. Il popolo italiano deve pensare ai suoi terremotati, disoccupati e indigenti, altro che a quelli che vengono da lontano, profughi, migranti e rifugiati che invadono il Bel Paese per godere della pacchia (sic) e farsi una crociera (sic sic sic).   Chi è il prossimo?   Ora, bisogna sapere che il conflitto noi/loro, vicino/lontano non è certo stato inventato oggi, anzi ha una lunga storia filosofica che spesso si è trovata di fronte a quesiti analoghi:...

Teatro cinema musica ambiente / Borgo in festa nel Salento

Salento di mare e di cieli indaco, Salento di pizzica, di terra rossa e di ulivi. Salento vicino, troppo vicino all’Ilva di Taranto, al petrolchimico di Brindisi e ai loro venti tossici. Salento scempiato dalla Xylella che brucia gli ulivi a macchia di leopardo, ora ad Alezio, sulla costa ionica, ora a un centinaio di chilometri nel brindisino, a Oria, e molti sono convinti che si tratti di untori che inoculano il batterio. Salento insidiato dall’inutile impianto Tap, il gasdotto che arriva dal confine tra Turchia e Grecia, attraversando l’Adriatico, per sbarcare a Melendugno e sradicare piante secolari, in uno dei luoghi di terra e di mare più belli, una costa rocciosa piena di resti archeologici che vanno dall’età del bronzo al medioevo, dai Messapi in contatto con la Creta di Minosse ai Bizantini e oltre.   Proprio vicino a Melendugno si è aperta l’estate delle sagre del Salento con Borgo in festa, una tre giorni di musica, teatro, cinema, artigianato, cibo, arte, discorsi, nel paesino antico di Borgagne. Dall’1 al 3 giugno si è svolta, nella piazza, nelle corti delle vecchie case contadine, davanti al castello, una sagra anomala, che non mira tanto a fornire l’immagine...

Fondazione Beyeler / Giacometti, Bacon: la cenere e la carne

Il 13 luglio 1965 Alberto Giacometti incontra a Londra Francis Bacon, che conosce e ammira il lavoro dello scultore svizzero. È grazie alla pittrice Isabel Rawsthorne, per un periodo amante di Giacometti e amica comune, che si incontrano: la donna, una figura carismatica che fa parte dell’avanguardia parigina, posa come modella per entrambi gli artisti; la sua presenza avvicina i due ed è testimoniata in alcune opere in mostra, tra cui Femme au chariot (1945) e Portrait of Isabel Rawsthorne Standing in a Street in Soho (1967). Al tempo, Bacon non è il solo grande artista a guardare con rispetto alla produzione di Giacometti: la cronaca racconta che Pablo Picasso, dopo la guerra, si sia recato in visita allo scultore e gli abbia comunicato “Sono venuto qui per dirti che ci sei solo tu” (Giorgio Soavi, Alberto Giacometti. Il sogno di una testa, Mazzotta, 2000, p.  20).    I due giganti si sono incrociati poche volte nella loro vita, ma l’appuntamento del 1965 è documentato dalle foto scattate da un giovane Graham Keene, durante l’allestimento della personale di Bacon alla Tate’s Gallery di Londra. Vediamo la testa arruffata, piena di segni dello svizzero, un volto che...

Cristian Marazzi, domani alle OGR a Torino / Breve storia della carta di credito

La prima era di cartone, come in un gioco per bambini. E con la firma, esibita da Frank X. McNamara in un ristorante di New York, il Majors Cabin Grill, dove non aveva potuto pagare il conto tempo prima, poiché s’era dimenticato il portafoglio a casa. Pagò la moglie, secondo la leggenda. Era il 1949 e la Seconda guerra mondiale era terminata da quattro anni, l’economia americana andava a gonfie vele e la Cortina di ferro si stendeva in Europa a separare l’Ovest filoamericano dall’Est a egemonia sovietica. La carta di credito, invenzione del capitalismo americano, suo coronamento nell’epoca dei consumi allargati, comincia così, con un debito e un’idea fulminante. McNamara è un imprenditore e subito ne discute a tavola con il suo avvocato e futuro socio: creare una carta che sostituisca il denaro e che sia portatile, semplice da usare.   L’8 febbraio 1950 nasce la Diners Club. Il club della cena, dato che serve per pagare senza denaro in 27 tra ristoranti e alberghi di New York. McNamara ci investe 1,5 milioni di dollari. I membri iniziali sono 200. Ma perché l’idea del circolo riservato diventi un fatto di massa serve una banca. Nel 1960, dopo dieci anni di espansione, ma...

Speciale Appennini / Gli Appennini di Silvio D’Arzo

Non mi è mai piaciuto Silvio D’Arzo. Difetto mio, certamente, oltre ogni possibile giudizio estetico. Semplicemente non sono mai riuscito a farmelo piacere, nonostante lo abbia letto a diverse età, così come non ho mai sopportato la retorica che avesse scritto in Casa d’altri un racconto perfetto secondo la definizione originaria di Eugenio Montale. Ho poi tentato di ricredermi diverse volte – con scarsa fortuna peraltro – l’ultima in occasione di una lettura pubblica degli amici Giovanni Lindo Ferretti e Clementina Santi, estimatori, tra i tanti, del D’Arzo. Il punto è che parla degli Appennini e di Cerreto (Silvio D’Arzo, all’anagrafe Ezio Comparoni era cerretano da parte di madre) con una sensibilità che non ho mai ritrovato nelle cose, o meglio che non sono mai riuscito a immaginare nella realtà. Non tanto per la mia di sensibilità, che naturalmente è quella di un altro mondo rispetto a quando lui scriveva, ma nemmeno quella sfiorata attraverso le parole e i tanti racconti familiari ascoltati nell’infanzia e in gioventù. Una sensibilità “verista” quella del D’Arzo che ritrae un mondo misero e preindustriale ormai al suo declino – D’Arzo, nato nel 1920, scrive il racconto a...

Concavo-Convesso / La lampada Falkland di Bruno Munari

Era reduce da uno dei suoi frequenti viaggi in Giappone, Bruno Munari (1907-1998), innamorato com’era del minimalismo zen espresso dalla cultura di quel paese, quando, nel 1964, ricevette da Bruno Danese la commissione del progetto di una lampada. Gli si chiedeva che fosse innovativa sia dal punto di vista della forma che da quello dei materiali, senza che tuttavia risultasse troppo costosa. Gli si chiedeva, insomma, che fosse un oggetto “alla Munari”, dotato di tutti i requisiti che l’artista milanese (o sarebbe meglio dire il designer? Oppure l'operatore visivo, come lui stesso preferiva definirsi? Sul tema si legga qui il saggio di Marco Belpoliti) riteneva indispensabili per un buon progetto. Doveva quindi essere semplice, efficiente, caratterizzata da un minimo ingombro per lo stoccaggio e da una massima resa formale, ma soprattutto, doveva diffondere una ‘bella luce’. Gli era anche richiesto che fosse lavabile e facile da montare. A quel tempo, in commercio, con caratteristiche simili esistevano soltanto le lampade giapponesi in carta di riso, o più semplicemente di carta. Ma erano troppo fragili, assorbivano molta luce, ingiallivano, non erano lavabili e, soprattutto, si...

“Classe aspirazionale” / Il nuovo consumo vistoso

L’intensa crisi economica che si è sviluppata in Occidente a partire dal 2008 ha profondamente cambiato il mondo dei consumi. L’acquisto dei beni di consumo di massa ha ridotto la sua importanza e hanno assunto una sempre maggiore centralità le scelte di tipo etico e culturale. Ma il consumo nelle attuali società capitalistiche rimane fondamentale e soprattutto è ancora regolato da quei meccanismi che l’hanno sempre fatto funzionare. Uno dei più importanti di tali meccanismi è quello basato sulla funzione di status symbol dei beni ed è stato individuato dal sociologo ed economista Thorstein Veblen nel primo volume che ha pubblicato, La teoria della classe agiata, uscito negli Stati Uniti nel 1899 e tradotto in italiano nel 1949.   Veblen è nato nel 1857 in una fattoria del Wisconsin, dove i nonni si erano trasferiti dalla Norvegia. Il giovane Thorstein è stato perciò notevolmente influenzato dalla cultura della comunità norvegese in cui viveva, in particolare da quella visione morale puritana e direttamente discendente dalla religione protestante che dominava in tale comunità. Pertanto, a suo avviso, la principale caratteristica del consumo è la sua natura vistosa e...

Guidati dallo sguardo di Lévi-Strauss / Cartolina dalla British Columbia

Da qualche giorno mi sento accompagnato dallo sguardo di Lévi-Strauss. Può sembrare strano, ma io non lo avevo mai sentito familiare: adesso sì. Perché ho capito cosa deve essere stato per lui scoprire le culture indiane della British Columbia. Qui lo ha portato il suo maestro, Franz Boas, piccolo, robusto, infaticabile tedesco che nel corso della sua vita ha raccolto una quantità immensa di materiale, miti, oggetti, parole, mappe, arte, economia, vita delle numerosissime tribù di questa parte di mondo. Che stavano quasi sparendo, spazzate via dall’ingordigia dei coloni e della corona inglese. Se uno pensa alla perdita che abbiamo tutti subito (anche se spariti non sono gli indiani, anzi sono adesso in piena ripresa, ma dopo centocinquant’anni di tentativi di cancellarli). La perdita di un’altra maniera di stare al mondo, sperimentata nel corso di 14mila anni, in una relazione di reciprocità con la natura circostante che sembra ineguagliabile, se non da altre culture indigene. Qui aveva dato vita a una ricchezza incredibile di risorse, a una cultura della ridistribuzione e del dono circolare. Se uno pensa al fatto che al posto di questa varietà di lingue (più di 50 nella sola...

Dal trailer al film / In tempo reale. “Mektoub My love: canto uno”

Cercando su YouTube “Mektoub My Love Trailer Originale Ufficiale”, il rimando è a un unico video. Guardandolo, si ha l'impressione di un testo a carattere amatoriale, sospetto autorizzato principalmente dall'uso della musica off, che suona giustapposta al punto tale da ascriverlo quasi fra i videoclip. Tuttavia, la versione italiana ne ha rispettato forme e contenuti.      In realtà, a ben vedere, il silenziamento brutalmente artificiale del suono in (o forse più naturale dei consueti stralci di dialogo lasciati liberi di ricompattarsi alla ricerca di un discorso coerente?), fa sì che i labiali, privi di corrispondenza audio, facciano emergere la sua imperfezione e contemporaneamente la sua volontarietà. Il risultato sembra essere qualcosa di diverso da un trailer, qualcosa che trailer non è, o, per lo meno, non per come siamo abituati ad intendere comunemente questi testi.    Il video ci appare più vicino a quello che potrebbe essere un teaser, con tutta la vaghezza che questo stesso termine si porta dietro, per almeno due motivi: dura poco (un minuto e mezzo), e non ci racconta nessuna storia, dando piuttosto l'idea di presentare prevalentemente...

Là, al di sotto del cavalcavia della tangenziale / La paura fa paura

Le collettività sono costituite per garantire il benessere dei pochi a danno dei molti, dice Ettore, che è arrivato a Milano da Reggio Calabria e poi è finito a vivere per strada. Ha perso tutto col gioco d’azzardo e adesso non gli resta niente. La vita cosiddetta civile garantisce ai comuni mortali il triste vantaggio di essere distrutti dai propri simili invece che dai rigori della natura. È laureato in sociologia, Ettore. Mi dice che la cultura, anche quella, è al servizio del denaro e, dice, con terminologia propria, come nei libri abbia imparato chi abusa di chi, con quale pretesto, con quali mezzi, con quale ideologia, con quale profitto.  Sono in tanti lì, al di sotto dell’enorme cavalcavia della tangenziale est di Milano, periferia del capoluogo lombardo dove le case cedono posto ai campi, luogo ideale da dove iniziare un viaggio nella disperazione. E lì, al di sotto di quel cavalcavia, all’ombra dello svincolo per l’aeroporto di Linate, sono accampate una quarantina di persone che vivono fra la polvere e i rifiuti. Oltre loro, non molto distanti, in direzione del Parco Forlanini, è acquartierato un gruppo di profughi afgani, e in direzione opposta, in Rubattino, sono...

Suq festival, dal 15 al 24 giugno a Genova / Improvvisamente il Mediterraneo (e altro ancora)

Il successo di una manifestazione che si ripete da vent’anni in una città culturalmente non facile come Genova deve avere ragioni profonde o inaspettate. Un evento peraltro dalla durata non indifferente (dieci giorni) che all’inizio di ogni estate indugia e trattiene le serate di turisti e residenti. Circa settantamila le presenze nell’edizione dell’anno scorso e numeri altrettanto elevati in quelle precedenti. Un successo che si fa forte della partecipazione di ospiti di assoluto prestigio; e poi parole e idee che potrebbero essere sufficienti a spiegare l’interesse che i Genovesi dimostrano alla manifestazione. sebbene quest’interesse, da solo, probabilmente non basterebbe. Certamente giova la posizione, di indubbio fascino, specie dopo il tramonto, quando le prime ombre si allungano sul Porto Antico, e dal mare risalgono sentori antichi fino a quel momento coperti dal calore estivo e dalla vita urbana che corre a pochi metri. È del resto in queste ore, a due passi dal Bigo di Renzo Piano, dai Magazzini del Cotone e dalla antica darsena, che Genova sembra ricongiungersi alla sua storia, riacquistare la sua identità – fragile quanto evidente – di città sospesa tra mare e monti. È...

Emma Dante a Siracusa / La ridicola caduta di Eracle

All’inizio del secolo scorso, fu Duilio Cambellotti a inaugurare con le sue scene le rappresentazioni classiche al teatro greco di Siracusa. Da allora, la rassegna dell’INDA dedica una specifica attenzione alla scenografia (su questo argomento si veda il recente Le città del Teatro Greco di Vittorio Fiore e Vito Martelliano), sollecitando nomi del calibro di Massimiliano Fuksas e Arnaldo Pomodoro a ripensare lo spazio antico. Emma Dante, chiamata a dirigere l’Eracle di Euripide nella stagione 2018, arriva alla prova siracusana con le idee chiare anche su questo aspetto. Affida la scenografia a un architetto di formazione, ma attore di professione: Carmine Maringola, presenza irrinunciabile negli spettacoli della Dante degli ultimi anni. Il risultato è un impianto scenico di forte impatto visivo ma –contrariamente a quello che spesso accade in contesti orientati alla spettacolarizzazione – in stretto rapporto funzionale alla visione della regia. A chiudere idealmente il semicerchio delle gradinate è un enorme cimitero marmoreo, con una moltitudine di ritratti appesi sui loculi tombali e croci di legno: è il palazzo regale di Eracle, e diverrà il luogo deputato a raccogliere le...