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Geografie

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Accademia Unidee / L’Italia di Mezzo

Uno dei maggiori problemi delle città è che non ci si è mai davvero accordati su cosa sia una città. Il dibattito di geografi, urbanisti, sociologi, antropologi, storici ne ha fatto spesso una questione disciplinare, per cui emergono interpretazioni – quasi tutte condivisibili – che fin dalla fine dell'Ottocento evidenziano aspetti quantitativi, di densità, di infrastruttura, di possibilità offerte, di serendipità.  Ciò detto, la preponderante vulgata europea è tuttavia ben convinta che il territorio sia chiaramente distinto in vaghissime zone dal nome "città", "periferia", addirittura "campagna", "provincia", "montagna"... Sostanzialmente mescolando rozzi nozionismi geografici o ingenue reminiscenze della scuola elementare che nei migliori dei casi provengono dalla favoletta di Esopo e dei due topi (VI secolo a.C.): la città è uguale al centro storico, tutto il resto è periferia (qualcuno talvolta la descrive con "le strade di terra e senza infrastrutture", come in certi film della Wertmüller, senza accorgersi che da Mimì metallurgico sono passati 50 anni e che le città si sono nel frattempo dotate di piani regolatori e conseguenti urbanizzazioni).   Fuori dalla...

Anna Wiener Bret Easton Ellis / Il Bianco e l'oscuro

Due libri ci trascinano nella valle oscura e nel bianco nebbioso della tecnologia. Si chiamano proprio così La valle oscura di Anna Wiener e Bianco di Bret Easton Ellis. Un "romanzo" e un'"autobiografia" (così li presentano i rispettivi editori, Adelphi e Einaudi) che raccontano come sta cambiando il modo di narrare nell'epoca dei social, oggi che possiamo raccontare qualsiasi storia in qualunque modo. Il libro di Anna Wiener è la vicenda di un apprendistato nella Silicon Valley, straordinario luogo propulsore della potenza di Internet, diventata la trama delle nostre vite. Quello di Ellis è il resoconto di come forme molto antiche dell'attività umana stiano modificando la loro natura grazie alla tecnologia, che trasforma in micidiali trappole le piattaforme social di comunicazione, sulla carta espressioni avanzate di democrazia. Tutti e due i libri fanno ricorso a un linguaggio ibrido, tra il romanzo e il saggio, tutti e due abbandonano moduli epici di narrazione, in storie dove non ci sono eroi e dove anzi la quotidianità esalta il senso dell'esperienza ordinaria, vero motore di esistenze altrimenti inghiottite nell'anonimato.   Nel...

Pretend it’s a City / Fran Lebowitz, il fumo e l’anima perduta di New York

Fran Lebowitz è dipendente dal fumo, che è un vizio da boomer. Non ha cellulare. Né internet. Però ha un numero di telefono domestico e un indirizzo fisico. Dice che tanto può bastare e davvero non le si crederebbe. A raccogliere le sue confessioni è Martin Scorsese, un altro boomer, che con Pretend it’s a City, docuserie in sette puntate appena sbarcata su Netflix, scende in campo per provocare. E si capisce come la scelta di questo network sia funzionale rispetto all’obiettivo: Netflix – lo vedremo – rappresenta la controparte ideale della partita di Martin e Fran. Che sono costantemente in camera, allo stesso tempo autori della serie e personaggi di essa, discutono incessantemente, ammiccano, scherzano, danno letteralmente corpo al fantasma del nemico, esibendo, di fronte al loro pubblico di millennial, il loro disallineamento, la loro “novecentesca” differenza. La città, il modo di muoversi e rappresentarsi in essa, di vivere i suoi spazi e attraversarla diventa, allora, misura dello scarto.      L’effetto comico e paradossale che, sulle prime, fa apparire Fran-senza-cellulare come uno strano fenomeno da baraccone passa, allora, velocemente, lasciando...

Cooperazione a Zurigo / Kalkbreite: una nuova frontiera dell'abitare

Nell'estate del 2014 ci siamo trasferiti dall'Italia a Zurigo e, complice la notizia di un nuovo figlio in arrivo, abbiamo iniziato a cercare una casa più grande, un'esperienza che, specialmente in questa città, può essere molto lunga e a tratti deprimente, se non si è foraggiati da redditi copiosi. Un'offerta risicata di case, prezzi costantemente in aumento e operazioni di gentrification sulle aree centrali ancora abbordabili sono tutti fattori che spingono fuori città, verso le aree più periferiche o i piccoli comuni del cantone, gli abitanti in genere e le famiglie con bambini, che necessitano di più spazio, in particolare. Io non conoscevo nessuno e vivere in centro, come ero abituata in Italia, mi avrebbe fatto sentire meno sola. Questo rendeva però la ricerca ancora più difficile coi soldi che avevamo a disposizione. In Svizzera infatti bisogna dimostrare che il costo dell'affitto non superi un terzo dei guadagni e – con prezzi che nelle aree centrali vanno in media dai 2.500 ai 5.500 franchi per alloggi sui 100 mq – iniziavamo la nostra avventura elvetica con qualche pensiero.   Kalkbreite @Michael Egloff. Nell'estate del 2014 a Zurigo intanto con una grande festa...

Semiotica del gusto / Perché anche la cucina è politica

Le cronache dell’epoca ci raccontano di come i re barbari si facessero un vanto del fatto di mangiare moltissimo, soprattutto cacciagione, e di bere molto vino, perché questo regime alimentare esaltava il loro statuto nomade e guerriero. Di contro, nell’antica Roma, la nobiltà d’animo e di censo era collegata all’essere parco e dedito a una dieta di verdure e cereali che testimoniavano di una civiltà superiore, avanzata, di tipo stanziale e dedita all’agricoltura. Pane e vino non esistono infatti in natura mentre i “barbari” avrebbero basato la loro dieta su selvaggina, bacche selvatiche e latte acido in quanto ancora vicini allo stato ferino. Si trova quindi in grande difficoltà il fedele biografo di Carlo Magno, Eginardo (Vita Karoli, IX sec.) il quale, come si direbbe oggi, deve costruire l’immagine del suo signore conciliando le due opposte culture del cibo e del potere: da una parte il re Franco di stirpe germanica che stramangia e tracanna vino per mostrare la sua forza in combattimento; dall’altra il restauratore dell’Impero Romano d’Occidente che si ispira quindi all’antica moderazione augustea fatta di fichi e pane nero.   Ma le agiografie, si sa, hanno le gambe...

Catastrofi imprevedibili / Il senso asiatico della Storia

Di recente, ha prodotto una certa impressione il fatto che, secondo le proiezioni più attendibili, l’economia della Cina raggiungerà quella degli Stati Uniti nel 2028, ben prima del previsto. Questo ha innescato una cascata di commenti sul XXI secolo come “secolo asiatico” (dopo il XX “secolo americano”, e i secoli precedenti, almeno dal XVI in poi, come “secoli europei”).    Questo non significa affatto che i cinesi (1/5 della popolazione mondiale) diventeranno presto ricchi come gli americani, né come noi europei. Secondo l’FMI, il PIL (prodotto interno lordo) pro capite della Cina, con 10.839 dollari, è oggi al 59° posto (su 187 paesi), mentre il PIL degli US, con 63.051 dollari pro capite, è al 5° posto. Questo vuol dire che in media un americano in media è sei volte più ricco di un cinese.  Quanto a noi europei, non dovremmo poi lamentarci tanto: i quattro paesi più ricchi del mondo sono tutti europei, per quanto piccolini (Lussemburgo, Svizzera, Irlanda, Norvegia) e due di questi fanno parte dell’Unione Europea. L’Italia, con 30.657 dollari a testa, occupa il 25° posto; ovvero, ogni italiano in media è circa tre volte più ricco di un cinese. (Le altre...

Un libro postumo / Friedrich Glauser, Le vacanze di Studer

La letteratura talora presenta opere incompiute non tanto per volontà dell’autore quanto per la sua morte. Libri non finiti, canovacci lasciati nel cassetto e riscoperti da chi successivamente li ha aperti. Qualche volta compaiono al lettore senza modifiche come i Pensieri di Pascal o Bouvard e Pécuchet di Flaubert. Qualche altra invece, utilizzando indicazioni disseminate, qualcuno mette mano al testo, lo completa, lo riordina, si immerge in un’ispirazione non sua. Nel campo musicale è classico l’esempio della Turandot terminata da Franco Alfano in seguito alla morte di Puccini. Nel mondo letterario tra i casi più noti ci sono Hemingway con Festa mobile completata dalla moglie Mary, Kafka con America affidata a Max Brod, e Fenoglio, il cui Il partigiano Johnny fu coltivato dall’editore Einaudi che, oltre ad individuare il titolo, miscelò due stesure incomplete. Celebre è poi il caso di Il mistero di Edwin Drood di Dickens, che morì prima di aver svelato chi fosse l'assassino. Più autori si sono cimentati nella conclusione sfornando almeno 200 finali diversi. Fruttero e Lucentini diedero alle stampe anche un libro, La verità sul caso D., in cui hanno immaginato i più famosi...

Fauda, Baghdad Central, Tehran / Dolore e polvere

Fauda, in arabo, significa caos. In vocabolario Treccani, in senso figurato, significa grande disordine, confusione, di cose o anche d’idee, di sentimenti… in particolare disordine e grave turbamento nella vita sociale e politica. Nella primavera della cinematografia israeliana stanno pullulando produzioni di formidabile fattura: dopo il filone fortunatissimo dell’ortodossia ebraica (Unorthodox, o Shtisel di cui presto avremo la nuova stagione) ora c’è l’azione antiterrorismo, o spionistica. Di Fauda (Yes-Satellite Television, in onda su Netflix), scritta dal 2015 da Avi Issacharov e Lior Raz mi sono divorato in un binge watching psichedelico le prime tre stagioni, prodotte sino al 2020. Mio figlio era preoccupato, perché ha sentito per giorni urla in arabo e in ebraico, spari, motori in inseguimento, spari, urla, urla e spari, con la colonna sonora adrenalinica di Gilad Benamram, che aggiorna sulla bella scena della world music israeliana-palestinese questi giorni.   «Pa’, vedo che ti prende sta serie eh?» ogni tanto diceva mio figlio affacciandosi con la luce del giorno o della notte dallo spigolo: già, perché mi ha preso tanto? Perché, pur avendo studiato e studiando...

Una danza furiosa e immobile / Lettera sulla provincia

Il mondo è diventato tutta una provincia. Guardarlo come se ancora ci fosse un centro e un margine è un grande errore. Puoi mettere tutte le persone che vuoi dentro una città, puoi fare una città di sessanta milioni di abitanti, avrai comunque un luogo estremamente provinciale. Anzi, più ammassi persone in luoghi ristretti, più si evidenzia la miseria spirituale dell’epoca. Oggi dalle grandi città non arriva alcuna rivoluzione intima o civile. Si fanno le stesse cose che si fanno ovunque, solo con un passo leggermente più accelerato. Londra va di fretta per nascondere la sua fissità. La tecnologia ha accelerato il tempo e fermato il mondo.   Siamo dentro una danza furiosa e immobile. Il mondo è provinciale perché non crede alla grandezza, non crede al futuro. È un mondo di arbitri che pensano più agli errori degli altri che alle proprie prodezze. La provincia è un luogo dove non si gioca o si gioca in difesa. L’ignavia può darsi in purezza o nascosta da una frenesia inconcludente.  Il mondo è provinciale perché si è dato ai social, cioè ai giochi olimpici del futile, anche quando si dicono cose serissime. La Rete doveva renderci più liberi e invece è sempre più la...

“Yekatit 12” / I massacri del 1937: Addis Abeba e Debre Libanos

È da tempo che ci si pone il problema di ripensare il “calendario civile” italiano ricordando anche i crimini del colonialismo del giovane Regno d'Italia e le successive atrocità delle “avventure” imperiali fasciste del ventennio, deliberatamente rimosse nelle narrazioni mainstream e nelle immagini semplificate della memoria pubblica, come è avvenuto nel caso delle recenti “scuse” della famiglia Savoia per le leggi razziste antiebraiche del 1938 che ignorano completamente la questione coloniale, riproponendo persino nei toni e nel lessico ulteriori problemi concernenti l’“italianità”. Facciamo nostro il recente appello del collettivo Wu Ming, perché il 19 febbraio diventi una data significativa della memoria pubblica italiana. Per fare i conti con una delle pagine più terribili della storia nazionale.    1937. “Yekatit 12”, il dodicesimo giorno del mese di Yekatit, corrisponde al 19 febbraio. Il Viceré d'Etiopia Rodolfo Graziani subisce un attentato. Due partigiani eritrei lanciano otto bombe a mano sulle autorità italiane: i morti sono sette e i feriti una cinquantina, tra cui lo stesso Graziani che però ne esce vivo. I soldati italiani sparano indiscriminatamente sulla...

Ara Pacis / Le Radici di Josef Koudelka

Viaggiare è mettersi sulla via, la via verso un luogo o la via verso un tempo, l’ispirazione può venire tanto dallo spazio quanto dalla memoria. Ogni luogo di questo mondo conserva tracce del passato, in quelle tracce si può immaginare un uomo, una civiltà, o perfino un Dio. Per farlo occorrono due cose eminentemente umane: lo sguardo e la ragione. Ciò che non vede lo sguardo lo intuisce la ragione, e ciò che intuisce la ragione si trasforma in sguardo. Le fotografie di Josef Koudelka – in mostra fino al 16 maggio al museo dell’Ara Pacis a Roma – sono tutto questo. La raccolta è il resoconto di un duplice viaggio, nello spazio e nella memoria del Mediterraneo greco e romano. Radici – questo il titolo – è il risultato di numerose spedizioni condotte dal fotografo ceco tra Italia, Siria, Grecia, Turchia, Libano, Cipro e Cipro del Nord, Israele, Giordania, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Spagna, Francia, Albania e Croazia, nel tentativo di svelare l’enigma che si cela all’incrocio fra i concetti di origine e di bellezza.     Un viaggio in cui non si incontra mai l’uomo, ma solo la sua ombra remota, e in cui il protagonista assoluto della scena è il...

Luoghi, amici e storie / Marco Belpoliti. Pianura, eccetera

Una domanda che ci si può porre a proposito di Pianura, l’ultimo libro di Marco Belpoliti (Einaudi, pp. 280, € 19,50), riguarda il genere a cui appartiene. Che cos’è? Un libro di viaggi, di memorie, di descrizioni? Una raccolta di saggi, una galleria di ritratti, un’autobiografia? Un quaderno di appunti, un diario? D’altro canto, il titolo non contiene misteri. Tema dell’opera è la Val Padana, la pianura evocata dalla fotografia di Luigi Ghirri che illustra la sovracoperta: un albero che appena s’intravede nella nebbia, accanto a un’edicola sacra, di quelle che s’incontrano a tutti i crocicchi delle nostre campagne. La valle del Po, dunque, a partire dall’area emiliana dove si è svolta gran parte della vita dell’autore, nativo di Reggio Emilia, con importanti indugi sulla Romagna e sul delta del Po, e sporadiche incursioni verso l’Appennino, nonché nella Lombardia pedemontana (la Brianza), dove Belpoliti ha vissuto (molto meno presente la città di Milano, dove da tempo abita). Ad apertura di libro, una mappa disegnata dall’autore riproduce questo scenario geografico, e riporta i principali luoghi di cui si parlerà, a volte corredati da sommari appunti. Al centro Reggio, e poi...

Spazi post-sovietici / Tol’jatti, da città del futuro a passato prossimo

Nel 1930 lo scrittore M. Il’in (pseudonimo di Il’ja Maršak, fratello del più noto Samuil, poeta e autore di numerosi racconti per l’infanzia) scriveva nel suo Rasskaz o velikom plane ("Racconto sul grande piano"), libro per ragazzi sul primo piano quinquennale, che il centro della nuova città futura non sarà un castello o un mercato, ma una fabbrica. Soltanto un anno prima iniziava la costruzione della prima “nuova città”, Magnitogorsk, dove la vita del centro urbano ruotava attorno al nuovo stabilimento metallurgico, presto diventato uno dei principali punti di forza dell’industrializzazione sovietica. Apparvero altri luoghi sulla carta dell’Urss, nel corso dei decenni, sorti in virtù delle necessità economiche e produttive del paese: le naukogrady (città scientifiche), dedicate allo sviluppo della ricerca in vari settori dell’industria con possibili applicazioni militari – si veda il caso della prima, Obninsk, fondata nel 1946 e sede del primo reattore nucleare per scopi civili; le città chiuse, categoria dove rientravano parzialmente anche le naukogrady, ma comprendenti anche centri dedicati alla produzione d’armamenti, e, infine, le monogoroda, le monocittà, insediamenti dove...

Romanzo di Londra / Un Adamo fra le rovine

Nato sotto l’Impero asburgico nel 1893, Miloš Crnjanski, dopo aver combattuto nella prima guerra mondiale sul fronte galiziano-russo e su quello italiano entra in diplomazia. Nel 1940, ottenuti diversi incarichi in Portogallo, in Germania e in Italia,  decide di prolungare il suo esilio in Inghilterra. Tornerà a Belgrado, malgrado la sua avversione al comunismo, nel 1965. Poi, dal 1972 al 30 novembre del 1977, giorno in cui morirà di una morte lenta e volontaria, non scriverà più nulla.  Quasi tutta l’opera matura di Crnjanski è stata pensata e scritta da espatriato in un paese straniero, ai margini del dibattito politico e letterario jugoslavo, ai margini della società letteraria inglese e perfino ai margini della stessa comunità serba di Londra. Probabilmente a causa di ciò, la sua gloria postuma non ha mai raggiunto quella del suo grande compatriota Ivo Andrić, premio Nobel nel 1961.  Per Crnjanski e sua moglie Vida gli anni in Inghilterra furono privi di luce. E di questo si narra nel suo ultimo romanzo, Romanzo di Londra (1971).   Povertà, frustrazione e nostalgia sono le dee che visitano il minuscolo appartamento di Mill Hill, alla periferia di Londra,...

Modi del sentire / Solitari coricati

La sorella maggiore di un mio amico argentino che abita a Baradero, un paese di pianura sulla riva del fiume Paraná, appena è arrivata la pandemia da quelle parti, si è coricata sul letto, senza avere nessuna patologia o sintomo alcuno, e non si è alzata più, se non per le necessità. “Non è la prima in famiglia che da un giorno all’altro decide di chiudersi in camera e di restare ad ammuffire lì, sul letto, come un’ombra”, mi ha scritto Julián, il mio amico. “Anche mia nonna Joaquina un giorno”, continuava in una delle sue email, “come faceva nei periodi di calura, aveva annaffiato la terra davanti a casa per non fare svolazzare la polvere durante il passaggio delle macchine, e si era messa a letto per uno o due mesi. Le figlie le portavano da mangiare e lei si alzava appena dal materasso con il vassoio in mano, come avrebbero fatto, immagino, guardando le ricostruzioni, gli abitanti della casa del Moralista, a Pompei, sul triclinio. Si ipotizzavano le cose più strampalate sulla vita di mia nonna Joaquina: che fosse stata morsa da un serpente o che avesse contratto una malattia atrofizzante; non c’erano due sedie vicine che non fossero testimoni delle congetture più disparate. “E...

Una mostra all'Hangar Bicocca / Chen Zhen, corti circuiti

A.S. – Cara Maria, ho bisogno di immaginare di scrivere a te, ho bisogno della parola “cara” e della fiducia nelle domande. Mi sono fermata all’Hangar perché è il primo museo che ha aperto qui a Milano, perché amo molto quegli spazi, la sensazione di un “più grande”, e poi perché mi ritaglio sempre, in conclusione, quel tempo in cui sostare sotto I sette palazzi celesti di Kiefer. Ma mi sono fermata anche perché ricordavo che ci avevi detto che avresti voluto parlare di Chen Zhen su “doppiozero”, prima che tutto chiudesse. Così ho pensato che di lui conoscevo soltanto le coordinate geografiche: Shangai prima, Parigi poi, un certo tempo in Tibet. Niente altro.  Quando mi avvicino a un artista che non conosco attraverso, prima, tutto lo spazio. Passo in mezzo alle installazioni, cammino fino alla fine. Non seguo un ordine: vago. Poi ritorno indietro e solo allora leggo, provo a capire, fotografo quello che vedo. L’esito del mio primo camminamento è sempre ingarbugliato, e non so se le parole che ora ti isolo siano state le sole.    Chen Zhen Jue Chang, Dancing Body – Drumming Mind (The Last Song), 2000 (detail) Installation view, Pirelli HangarBicocca, Milan, 2020...

Un libro di Pietro De Marchi / Con il foglio sulle ginocchia

Le raccolte di scritti sono, per così dire, libri postumi, anche nel caso in cui l’autore è in vita e gode di buona salute. Vale anche Con il foglio sulle ginocchia (Edizioni Casagrande) di Pietro De Marchi che mette insieme una serie di saggi e divagazioni, editi e inediti, degli ultimi vent’anni. Docente di letteratura italiana nelle università di Zurigo e Berna, autore di libri di poesia, in ultimo Le carte delle arance (Casagrande, 2016), De Marchi è meno noto come autore di prosa ma, quando avviene, la singola parola ha un peso specifico elevato e De Marchi si iscrive nella tradizione dei tanti poeti italiani che sono stati ottimi prosatori e critici letterari. L’autore appartiene a una geografia letteraria che ha i suoi estremi tra Zurigo, a nord, e Pavia, a sud, e un possibile punto mediano a Giubiasco, il paese, ma ormai è una conurbazione, alle porte di Bellinzona. È lì che De Marchi posa l’occhio sulla scritta TENDE DA SOLE, LAMELLE, ROLLADEN. Nello spiegarci che “rolladen” significa “tapparelle”, in quella mescolanza fantastica tra italiano e tedesco che rende quella terra un nostro primo possibile esotico, nota che il cartellone pubblicitario è un “endecasillabo già...

“Piccole storie dal centro” / Shaun Tan, il sasso degli sguardi

In Primavera, estate, autunno, inverno, e ancora primavera… il regista Kim Ki-Duk, recentemente scomparso, mette in scena il ciclo delle stagioni e della vita – della via – per la saggezza. Sullo schermo guardiamo un bambino che viene affidato al Maestro (prima di divenire, un giorno, egli stesso un Maestro) mentre si diverte a maltrattare alcuni minuti animali. Cattura dapprima un pesce di piccola taglia, grande come una sua mano, gli lega attorno al corpo una corda sottile cui è appeso un sassolino e poi, ridendone, lo guarda tentare di riguadagnare il suo ambiente, nuotando ovviamente con estrema goffaggine. Il bambino poi fa lo stesso con altri due animali, una rana e un serpentello, e ancora li osserva divertito camminare, strisciare, fendere l’acqua con addosso quel peso. Il mattino seguente, al risveglio, il piccolo si ritrova con un masso legato alla sua schiena: il Maestro, che aveva osservato tutto, gli chiarisce che per purificarsi deve tornare da quegli animali e liberarli, sempre che siano ancora vivi. La lezione è eloquente e metaforica. Al termine del film, un secondo bambino è affidato al nuovo Maestro (il bambino inziale del film) che abita l’isola galleggiante...

Wall Street e Silicon Valley / Noi credevamo. I due capitalismi

Nello Barile  in un recente intervento su Doppiozero mette a confronto i due capitalismi, quello della speculazione finanziaria di Wall Street e quello della controcultura digitale californiana, mostrando bene il dilemma della fase attuale.  Questo nostro tempo rende estremi i fenomeni che hanno accompagnato nell’ultimo secolo (1921-2021) il capitalismo e le sue interpretazioni. Nel 1921, in un famoso enigmatico frammento, Walter Benjamin sostenne che il capitalismo è una nuova religione, i cui sacerdoti sono Nietzsche e Freud: la nuova religione dell’individuo, cui siamo indotti a credere attraverso il debito-colpa, il meccanismo indebitante illimitato e senza remissione che ci accompagna fino allo stato di disperazione del mondo. In ideale risposta, scriveva John M. Keynes nel 1925: “noi credevamo che il capitalismo moderno fosse capace non solo di mantenere i livelli di vita attuali, ma di portarci là dove saremmo stati liberi da preoccupazioni economiche. Oggi noi dubitiamo che l’imprenditore ci porti in una terra migliore di quella in cui siamo”. Quattro anni dopo esplodeva la grande crisi del 1929. Poi la ricetta keynesiana dello Stato interventista ha salvato il...

Un anno dopo / Fastidi cinesi

Strano gennaio. Un sottile senso di fastidio, direi invidia, mi pervase nel vedere le immagini della festa in piazza a Wuhan, per il capodanno, tutti tranquilli con molte mascherine, a ricordare al mondo che lì la nottata è passata. Capodanno occidentale, calendario gregoriano, non capodanno lunare: e quindi cosa festeggiano? Non ho mai fatto il nostro capodanno in Cina, e devo farmi aggiornare dagli amici: sì il primo gennaio è festivo. Come diceva qualcuno, se la partita è questa, cosa fai, non giochi? Giocano. Del resto in tutto il mondo ormai si usa il calendario cristiano, per quello cinese stiamo per entrare nel 4718, per quello islamico siamo nel 1442, per quello ebraico nel 5781, e via dicendo, induisti, buddhisti, copti e chissà, quel che non poté il colonialismo lo ha completato la globalizzazione.   Viaggiai in paesi musulmani da giovane, arrivammo fino a Kabul con mezzi di terra a diciassette anni, 1970 A.D., e i calendari mostravano, a noi che avevamo imparato a leggere i numeri dell’alfabeto arabo (che non sono i numeri arabi), date inusuali: eravamo davvero in un altro mondo. Al giorno d’oggi – bella locuzione questa, eh?, si usa perfino nel mio dialetto: al dì...

Perdere / L'intimità che fa paura

Dieci ragazzi si ritirano in una casa in campagna per sfuggire la pandemia. Immersi nella natura passano le giornate tra balli, giochi, cibo e racconti. Decidono per la vita, per il gruppo, per un’intimità fresca, lontana dalle case di origine. Il dispositivo di questa nuova intimità non è lasciato al caso, ma segue una regola precisa: ogni sera, ogni giovane inventa una storia che gli altri commentano. In una atmosfera di libera espressione creativa e di vita, dieci ragazzi, inventano dieci novelle per dieci giorni; a turno ogni giovane stabilisce l’argomento del giorno all’interno di un grande contenitore tematico che riguarda la capacità del soggetto di superare le avversità: ecco il congegno salvifico del Decameron. Non è la prima volta che si parla del Decameron in questi giorni pandemici, dato che il libro di Boccaccio fu scritto dopo la peste che invase l’Europa nel 1348. Eppure, oggi, potremmo mai prendere sul serio un plot del genere? Sebbene si tratti di finzione, non ci sembrerebbe troppo irrealistico che dieci ragazzi contemporanei, a cui non abbiamo offerto una grande dimestichezza con l’organizzazione del quotidiano, se la possano cavare in un luogo isolato, lontano...

I cinocefali di Aleksej Ivanov / Uomini e bestie, contadini e santi

I santi sono permalosi e spesso vendicativi. Si offendono in particolare quando viene confuso il giorno della loro morte. Litigare con loro è pericoloso. (Aron Gurevič, Contadini e santi. Problemi della cultura popolare nel medioevo)   Un affresco effigiante San Cristoforo con la testa da cane (cinocefalo secondo la tradizione bizantina) in un rudere di chiesa di villaggio, a sua volta ridotto a brandelli, dev’essere salvato dall’incuria che disgrega la provincia russa post-sovietica e trasferito in un museo. Tre giovanotti moscoviti, scelti in base ai risultati di un algoritmo, sono incaricati dell’impresa e lasciano la capitale per la provincia. Questo è l’assunto, colmo di ottime intenzioni e lodevoli propositi, che sta alla base di una delle narrazioni più complesse, articolate e intriganti della letteratura russa contemporanea. (Aleksej Ivanov, I cinocefali, Voland, Roma 2020, € 20. Traduzione, cura e postfazione di Anna Zafesova).   San Cristoforo cinocefalo nella tradizione bizantina. Ivanov (classe 1969) scrisse il suo Psoglavcy nel 2011 e in patria fu subito grande successo. A prova del fatto, forse, che il grosso pubblico dei lettori russi ha raggiunto una...

Piatta è piatta / Pianura

Il danese e le centurie   Piatta è piatta. Su questo non c’è alcun dubbio. Si stende a perdita d’occhio interrotta solo da filari di pioppi e piccoli boschetti sopravvissuti alle trasformazioni agricole dell’ultimo secolo e mezzo. Se provi a camminare, la cosa migliore è seguire uno dei tanti canali che tracciano direttrici dentro il piatto senza fine. Non procedere lungo la strada, perché potrebbe essere pericoloso anche di giorno, sebbene raramente passi qualcuno, e quando sfreccia un’automobile lungo il rettifilo, è meglio scendere nel fossatello laterale e lasciarla passare, anche a costo di bagnarsi le scarpe, perché, salvo i mesi caldi, un po’ d’acqua reflua c’è sempre.   Il fatto è che non è bene stare sull’asfalto a fare da bersaglio. Dato che qui nessuno cammina lungo la strada, le vetture si lanciano ad alta velocità, una piccola ebbrezza da queste parti – tutti piloti in Emilia – e manco ti vedono. Tu sei un puntino all’orizzonte, un puntino che non si vede neppure, al massimo sei poco più grande di un moscerino e quando t’inquadrano sul vetro del parabrezza, sono già oltre e probabilmente ti hanno urtato; se ti va bene, sbattuto giù nel canale. Dove è meglio...

Pensare altrimenti / Scambiare, donare

Dove si cerca di dire che in fondo siamo meno egoisti di quanto pensiamo e che in fondo doniamo più di quanto crediamo, perché è solo così che creiamo relazioni.   Se quella che oggi chiamiamo “economia” in principio era solo un’attività di sussistenza, con il trascorrere del tempo ha assunto un ruolo sempre più centrale, al punto da prendere, in molti casi, il posto della politica. La progressiva “occidentalizzazione” del mondo sta provocando una diffusa colonizzazione dell’immaginario economico, che ci porta a vedere tutto in un’ottica mercantile in cui ciascuno cerca di ottenere il massimo guadagno con il minimo costo. Estesa questa visione all’intero genere umano, si ottiene il cosiddetto homo oeconomicus, un essere razionale che agisce perseguendo fini utilitaristici e, pertanto, profondamente egoista.  Eppure non è sempre stato così, come ha dimostrato Karl Polanyi. In molte società l’economia era – e in certi casi è ancora – inserita all’interno di un sistema di valori in cui non sempre gli individui perseguono il massimo guadagno, ma a volte rispondono a principi che possono portare in direzione diversa.  L’economia è quindi moralmente vincolata...