Categorie

Elenco articoli con tag:

Lingue

(326 risultati)

31 maggio 1930-31 maggio 2020 / Clint Eastwood, un cineasta contro

A novant’anni, Clint Eastwood è ormai un mostro sacro del cinema americano, praticamente intoccabile. Ma non è sempre stato così, soprattutto in Italia. Quando con Riccardo Bianchi avevamo deciso di dedicare una monografia all’attività di Eastwood come regista – la prima in italiano – nessuna delle case editrici che avevamo interpellato voleva pubblicarla: “Eastwood?! Ma state scherzando? Per carità!”. Questo succedeva nei primi anni Ottanta, prima che la Cinémathèque Française gli dedicasse una retrospettiva completa. Ancora oggi sarei curioso di vedere quanti sarebbero disposti a dire così, “di cuore”, che Ispettore Callaghan: il caso Scorpio è tuo! (Dirty Harry, 1971) di Don Siegel è un film meraviglioso.    Il libro siamo poi riusciti a pubblicarlo nel 1987, grazie all’Assessorato alla cultura del Comune di Varese, con il titolo Tutti i film di Clint Eastwood; e qualche anno fa, nel 2013, con l’aiuto dell’amico Alberto Crespi, l’abbiamo anche potuto ristampare con un nuovo titolo, Alba di gloria. Il cinema di Clint Eastwood dagli esordi a Heartbreak Ridge, per i tipi di Castelvecchi. All’epoca della prima edizione, Riccardo e io siamo riusciti perfino a...

Il mutuo appoggio / Kropotkin. Solidarietà invisibile

È stato rinfrancante leggere in questi giorni Il mutuo appoggio del geniale Pëtr Alekseevič Kropotkin (1842-1921), appena edito da elèuthera nella nuova traduzione di Giacomo Borella, la prima dall'originale inglese: non fosse altro perché ci libera da un cinismo in cui è davvero troppo semplice indulgere. Abbandonata in giovane età la corte russa, il principe che sarebbe diventato anarchico si mise in viaggio per la Siberia e la Manciuria. Qui raccolse una mole di osservazioni del mondo animale, sulle quali costruì un'ipotesi di fondo: insieme alla lotta reciproca, un fattore chiave dell'evoluzione è il "mutuo appoggio e reciproca difesa tra gli animali appartenenti alla stessa specie o, almeno alla stessa società". Darwiniano, Kropotkin chiarisce che senz'altro "la vita è lotta; e in questa lotta il più adatto sopravvive". Ma è il modo in cui si articola il combattimento a essere spesso frainteso: la competizione fra singoli per cibo e sicurezza è sovrastimata, tanto quanto è sottostimata la loro cooperazione.   Le pagine in cui Kropotkin descrive la solidarietà in azione fra gli animali sono splendide anche da un punto di vista letterario, e in esse vibra una sobria...

L'uso delle parole / Letteratura e giustizia

Legittimo impedimento, presunzione d'innocenza, patteggiamento, prove, indizi. Questi termini sono ormai parte del nostro linguaggio, e anche del nostro immaginario, di cui le parole sono sempre le spie. Da qui viene da chiedersi: la lingua del diritto è davvero così fredda, inerte e oscura, come a prima vista si potrebbe pensare? E in che rapporto sta il linguaggio della legge con quello della letteratura?  Le parole dei giuristi (legislatore, giudice, avvocato), più di altre, non si limitano a descrivere fatti, li provocano esse stesse. La lingua del diritto è potentemente creativa, poiché genera norme, atti amministrativi, contratti e sentenze: essa insomma ha conseguenze reali sulla vita delle persone, modificandola. Certamente come ogni linguaggio di settore, le parole dei giuristi sono caratterizzate da una terminologia e da un frasario tecnici, il cui uso è, in qualche misura, necessario, perché vi sono categorie e concetti che non possono essere espressi e comunicati con la lingua comune.   Tuttavia la letteratura è stata la prima ad accorgersi della potenzialità creativa di questa lingua gergale irta di stereotipi, di arcaismi, di frasi formulari. Non a caso (...

Jean Malaquais. La città distopica

Un autore è “radicale” quando ha la capacità di andare alla radice delle cose, di ricercare la sua identità, di rimanere come “rumore di fondo” per dirla con Calvino, anche quando gli eventi dominano la scena imponendo la loro produzione di senso. Jean Malaquais è uno di questi. La sua radicalità è testimoniata dalla vita vissuta che, al contrario di quella del protagonista del romanzo ora letto, La città senza cielo (Cliquot, Roma, 2019), fatica ad essere riassunta come una successione coerente di eventi.  Si chiamava in realtà Wladimir Malacki, ebreo polacco arrivò in Francia nel 1926, imparò il francese, si dedicò ai mestieri più disparati (minatore in Provenza, lavapiatti a Dakar, lavoratore nei mattatoi di Les Halles). Deciso a partecipare alla guerra di Spagna, entrò in contatto con il Partido Obrero de Unificación Marxista, e in particolare con la Colonna internazionale Lenin composta da simpatizzanti stranieri. Durante questo periodo incontrò André Gide, con cui instaurò un rapporto non sempre lineare. Inizialmente cannoneggiò contro di lui con alcune lettere livide di rabbia e rimproveri per un’idealizzazione romantica che gli era estranea in quanto convinto...

Ecologia della Parola / Il piacere della conversazione

Ecologia della Parola. Il piacere della conversazione di Anna Lisa Tota, uscito questo inverno per Einaudi, è un libro impegnato, militante. Arriva come una vera e propria assunzione di responsabilità da parte di una rappresentante del mondo dell’accademia (Tota è professoressa ordinaria di Sociologia della Comunicazione a Roma III) di fronte al dilagare, nelle conversazioni faccia a faccia così come in quelle costantemente rilanciate dai media vecchi e nuovi, di una comunicazione patologica, fomentatrice di divisione e di odio. Prendere la parola, per Anna Lisa Tota, significa, allora, scegliere di mettere in gioco il proprio patrimonio di studi e di letture, per rivolgersi a un pubblico più ampio della nicchia dei lettori di libri scientifici, in vista di una missione civile superiore. Il libro, infatti, si presenta come un invito a riconoscere i segni della disfunzione nel modo di conversare di ognuno. È questo un modo peculiare di agire politicamente nella società, nella convinzione che promuovere un miglioramento della qualità della conversazione dei singoli contribuisca a migliorare la qualità della vita di tutti. Ma cosa significa conversare meglio? Già dalle prime pagine...

Solo il tempo dirà se il tempo dirà / Ben Lerner, Topeka School

«Quando cade la prima neve a Topeka, a Berlino, a Brooklyn, dando al mondo esterno la sensazione di un vasto interno, bisogna avere una mente da inverno, voltare la testa verso i fiocchi che si accumulano sul davanzale – Adam obbedì, e vide un passero che saltellava fra i ramoscelli – e tornare alla scena primaria della propria infanzia.» Tra gli scrittori della sua generazione (è nato nel 1979) Ben Lerner è uno dei più interessanti, uno dei più bravi. Poeta, narratore, saggista, dotato di grande capacità retorica e di gestione del linguaggio, gli è stata data più volte l’etichetta di scrittore del futuro. Più precisamente, si è detto che la letteratura di Lerner pare venire dal futuro. Ma che significa scrivere dal futuro? Probabilmente nulla. Di certo Ben Lerner è uno scrittore innovativo, capace di usare tutta la tradizione poetica e narrativa, che conosce a menadito, reinventandola, inserendola nel nostro tempo, attraverso il superamento della trama rendendola secondaria rispetto al linguaggio, alla capacità dialettica dei personaggi, ai dialoghi potentissimi, colti, lunghi ma mai dispersivi. Lerner secondo  me è uno scrittore del presente, la sua è la letteratura del...

Brevemente risplendiamo sulla terra / Ocean Vuong

Ocean Vuong è nato in Vietnam nel 1988. Se non lo conoscete, andate a leggere Cielo notturno con fori d’uscita, il suo primo libro di poesia, pubblicato dalla Nave di Teseo nel 2017: trentacinque poesie folgoranti che raccontano l’infanzia negli Stati Uniti, New York, l’omosessualità, la madre, la nonna, un padre assente. La copertina mostra un gruppo familiare seduto su una panca: due donne, una madre e una figlia, e un bambino piccolo che guarda fisso in camera. Si trovano in un campo profughi nelle Filippine, stanno aspettando di potersi trasferire negli Stati Uniti. Le autorità hanno scoperto che la madre è di sangue misto, figlia di un soldato americano e di una raccoglitrice di riso, e la famiglia è stata costretta ad abbandonare il paese. Si lasciano alle spalle un paesaggio di guerra, anche se non riusciranno a lasciarsela veramente indietro. Per la madre e la nonna la guerra non è mai finita, ed entrambe continuano a portarne il peso sulle spalle e nei gesti quotidiani: “Da ragazzina, dall’alto del boschetto di banani, hai visto l’edificio della tua scuola collassare dopo un raid americano al napalm. Avevi cinque anni, non hai mai rimesso piede in una scuola. La nostra...

Su Netflix / Tiger King, Trump e i simulacri

L’inglese ha un’espressione, guilty pleasure, che in italiano è solo parzialmente resa dalla traduzione abituale: “piacere proibito”. Se nella formula italiana si associa il piacere, molto cattolicamente, alla violazione di una regola o prescrizione, in quella anglosassone, particolarmente viva in America, l’esito è diverso. Il piacere che si prova dalla visione di un prodotto basso, trash, è “guilty”, letteralmente: “colpevole”. La valenza che siamo soliti associarvi è semplice: ci si sente in colpa del godimento ricevuto da una forma di intrattenimento volgare, facile, grossolana eppure diabolicamente appagante.    Qui, parlando di Tiger King, uno degli show di maggior successo mai pubblicati in questi anni di video on demand, proverò a riflettere sull’espressione in un significato ulteriore. Il piacere che produce è colpevole non solo in senso psicologico ma morale. E la sua colpa è presto detta: contribuire disinvoltamente alla normalizzazione di profili e comportamenti che avremmo, fino a poco tempo fa, definito aberranti. Reggetevi forte: c’entra anche Trump, e non di striscio.        Alcune parole per inquadrare l’oggetto per i pochi che...

Mondi scomparsi / Judith Schalansky, Inventari, perdite e scoperte

Sono giorni di perdite. Di perdite così grandi, che si accumulano come macerie alle nostre spalle, e come macerie ingombrano anche il nostro sguardo sul futuro, tanto che ci sembra di non poter vedere o pensare nient’altro. Ciascuno è impegnato a contare le proprie e quelle dei propri cari, della propria comunità, e solo con difficoltà riesce ad alzare lo sguardo, a pensare a orizzonti più ampi, e quasi solo con spavento. Eppure dovremmo essere abituati alla perdita. Viviamo da sempre di cose perdute, di quelle che sono state nostre o ci hanno solo sfiorato, e di quelle che nemmeno immaginiamo che siano andate perse. Ancora macerie. Montagne di macerie, e di storie. Interi continenti che galleggiano come isole in oceani sconosciuti.  In giorni come quelli che stiamo vivendo ne ritornano a ondate, a volte con strazio o nostalgia, altre, poche, con un sorriso. Molte sono cose e momenti che avevamo cancellato come di poco conto, niente su cui valesse la pena soffermarsi, anche solo fantasie, progetti istantanei caduti immediatamente e che ora, taglienti, ne trascinano con sé altri nel varco aperto, a seguirli, tanti, e di tutt’altra natura. E poi si pensa anche ai luoghi dove...

La lettura di Riccardo Panattoni / Gli amori immaginari di Kim Ki-duk

Lo scorso gennaio, durante la cerimonia dei Golden Globe, Bong Joon-ho ha esortato il pubblico americano a «superare la barriera dei sottotitoli» per scoprire il meglio del cinema straniero, con parole che possono essere lette come un invito a sorpassare una soglia testuale, sede di differenze (e diffidenze) linguistiche ma anche culturali, oltre la quale l’esperienza della visione rivela la sua essenza universale: «I think we use only just one language: the cinema». Sulla rivista britannica Sight and Sound, commentando la scelta di affidare a Bong Joon-ho il ruolo di guest editor del numero di marzo, l’editoriale di Mike Williams richiama proprio questo concetto, e si riferisce al regista coreano come a uno dei «visionari più creativi» del cinema contemporaneo. Bong Joon-ho, dal canto suo, ha compilato una lista di venti registi emergenti intitolata “20/20 Vision”, introdotta da un’affermazione sorprendente: «Già nel vedere il secondo film di Wong Kar-wai, Days of Being Wild (1990), abbiamo forse potuto sognare nelle nostre menti In the Mood for Love (2000)».   La stessa intuizione può essere verificata su Bong Joon-ho, ad esempio sulla scorta dei ben tre episodi che in...

Lessico / Voci del virus

abbraccio. "Ti abbraccio", "un abbraccio", "un abbraccione", con la variante distinta di "un forte abbraccio" che è da compagni – sinistra Pd e soprattutto oltre. Persino più del bacio (che è altrettanto sconsigliabile se non di più), l'abbraccio è il simbolo di ciò che affettivamente ci è negato dal virus, segno di quanto costituisse una figura centrale nella –> prossemica (reale o –> enunciata) in vigore nella –> società. Comprensibile perciò la debolezza di chi saluta per iscritto (o addirittura in videocall –> online) e aggiunge la clausola "abbracciamoci anche se non si può".   "andrà tutto bene". Il mantra ottimista ha fatto la sua comparsa al Nord, nei primi giorni di preoccupazione, su post-it applicati a portoni e pali della luce e spesso vergati da mani apparentemente infantili o comunque giovani. Poi lo si è letto su striscioni, fuori dagli asili chiusi, come un hashtag panoramico. Poi è stato adottato da qualche adulto. Infine, col peggiorare dell'emergenza, dichiarato a dir poco idiota e anche offensivo. Come sempre i deploratori non hanno distinto fra enunciatori ingenui, il cui ottimismo incondizionato è sempre benedetto, ed enunciatori senzienti e...

Cuba: una famiglia esplode nel paese imploso / Carlos Manuel Álvarez, Cadere

“Non cerchi di aggrapparti a niente, ti abbandoni alla corrente, come un corpo rotto, fino a che ti impigli in un giunco o qualche mulinello ti trascina o ti assesti su una secca, e poi l’ultima cosa che pensi è che è andata, ora ti addormenti, e che quello, che ora ti addormenti, è l’ultimo pensiero che fai, e che poi nella tua testa non ci sarà nient’altro, e poi, in effetti, non c’è nient’altro.” Una nuova generazione di scrittori attraversa e rinnova la letteratura sudamericana. Poeti, specialisti del cuento o del romanzo, hanno tutti tra i trenta e i quarant’anni, o poco più, conoscono la storia imponente e sofferta dei loro paesi d’origine, così come quella dei loro padri letterari e la rispettano, ma vogliono dimostrare che si può scrivere in maniera diversa. Scrittori come il colombiano Juan Cárdenas, l’uruguaiana Vera Giaconi, l’argentino Federico Falco, la messicana Brenda Navarro e la cilena Nona Fernández (di queste ultime due abbiamo parlato proprio su Doppiozero qui e qui), l’elenco potrebbe proseguire ancora  a lungo, mi limito ad aggiungere Carlos Manuel Álvarez, cubano, nato nel 1989, autore di Cadere (Sur 2020, traduzione di Violetta Colonnelli), un piccolo...

Un delitto efferato / Bob Dylan. Murder Most Foul

Con un messaggio sul suo sito www.bobdylan.com e poi su vari social media, Bob Dylan ha annunciato l’uscita di questa sua canzone, Murder Most Foul, dedicata all’uccisione del presidente John Fitzgerald Kennedy a Dallas, Texas il 22 novembre 1963. La canzone, postata su youtube e ripresa da vari siti, è la prima in otto anni firmata da Dylan (dall’uscita di Tempest, 2012) e stando alla voce e dall’arrangiamento sembra registrata non più di cinque anni fa. “Murder most foul”, il delitto più efferato, è una citazione dall’Amleto di Shakespeare (Atto I, Scena 5; lo spettro del padre descrive la sua morte ad Amleto) e tutta la canzone, come è nello stile di Dylan, contiene moltissime citazioni da canzoni e film, riferimenti letterari e storici, in particolare relativi all’assassinio di Kennedy il riferimento alla “collinetta erbosa” o grassy knoll verrà immediatamente compreso da chi è convinto che proprio dietro quella collinetta della Dealey Plaza di Dallas si celasse un tiratore scelto) ma non solo. L’ultima parte è una vera e propria litania, in cui Dylan invoca il disc jockey Wolfman Jack (Robert Preston Smith, 1938-1995) perché suoni, come lamento funebre per il presidente...

Jhumpa Lahiri / L’interprete dei malanni

Mi rendo conto soltanto adesso, mentre mi accingo a scrivere per il ventesimo compleanno di questo libro eccellente, che mi è già capitato di festeggiare senza accorgermene i suoi primi dieci anni di vita. L’ho fatto quando, nell’autunno del 2009, lo comprai per un euro a Roma, pescandolo nel disordine polveroso dei libri usati, e lo lessi subito, in un pomeriggio e una lunga piacevole serata. Non c’è modo migliore, secondo me, per rendere omaggio a un libro.   Dell’autrice allora non sapevo niente, mi sedusse il volume, che portava tutti i segni di un uso intenso: copertina smanacciata, righe sottolineate con punti esclamativi a lato. Ma decisivo fu il titolo. Sapevo di aver comprato un libro di racconti e i racconti, si sa, non nascono necessariamente per stare insieme, ciascuno potrebbe avere una vita solitaria e autosufficiente. Costringerli in un volume a volte può sembrare persino un abuso, se qualcosa non segnala che la convivenza ha ottime ragioni. Mi sembrò subito che Interpreter of Maladies lanciasse quel segnale anche nella felice traduzione italiana di Claudia Tarolo, del tutto aderente all’originale grazie alle radici greco-latine di interpreter e di maladie. Un...

Re-imparare a immaginare / Per una clinica del presente

In una poesia intitolata Lezione di anatomia Arrigo Boito narra di un professore di medicina intento a dissezionare il corpo di una giovane donna. Tutto il componimento si gioca sul contrasto tra la freddezza del chirurgo, mentre estrae gli organi per mostrarli ai suoi studenti, e l’immaginazione del poeta. Boito vede davanti a sé un corpo ancora caldo e possibile e pensa “agli eterei / della speranza / mille universi!”. Quelli a cui rivolge la mente sono universi aperti da un altro sapere, un sapere fecondo, che si mescola con la magia, con il mistero e, in ultima analisi, con la vita. Tuttavia al medico e agli studenti quella donna appare solo come un cadavere freddo, come il mero oggetto della loro osservazione, da sottoporre all’analisi della disciplina. Così di fronte all’orrore della dissezione di quel corpo giovane e bello, Boito inveisce contro la scienza ottocentesca: “Scïenza, vattene / co’ tuoi conforti! / Ridammi i mondi / del sogno e l’anima”.    Dopo un secolo e mezzo nelle università e nelle scuole si dissezionano ancora cadaveri. Il pensiero di scienziati, filosofi, sociologi, psicologi, economisti e persino quello degli attivisti – che nel loro stesso...

Un ricordo / Pierre Guyotat, scrittore dall’universo tormentato dalla carne

«En ce temps-là, la guerre couvrait Ecbatane» (A quei tempi la guerra copriva Ecbatane). Così inizia Tombeau pour cinq cent mille soldats (Gallimard) che nel 1967 ha segnato e cambiato profondamente la scena poetica francese, suscitando insieme scandalo e ammirazione. Con una spinta tanto potente quanto era sovversiva la sua ambizione, questa epopea radicata nella memoria traumatica della guerra d’Algeria, che però non viene mai nominata, era l’opera di un ragazzo di 27 anni, autore molto precoce di due primi romanzi apparsi presso l’editore Seuil Sur un cheval (1961) e Ashby (1964): Pierre Guyotat, morto nella notte tra il 6 e 7 febbraio di quest’anno, all’ospedale Saint-Antoine, aveva 80 anni. Rientrato straziato dall’Algeria nel 1962, dopo gli Accordi di Evian, là si era spogliato di quello che avrebbe potuto essere. Se nel suo libro successivo Eden, Eden, Eden (Gallimard, 1970) raggiunge la bellezza del serpente, la lingua usata in Tombeau… si rivela già allucinatoria fino all’insostenibile, ma estremamente materiale, mai astratta. Un canto marmoreo si innalza al presente perpetuo, mostrando la verità di corpi sessuati intrappolati nella guerra, nel terrore, nella...

Un uomo che non c'è / Dag Solstad, Ma Singer chi è?

«Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche di lunedì». È lo straordinario incipit di Camminare di Thomas Bernhard (Adelphi, 2018, traduzione di Giovanna Agabio); piccolo indimenticabile libro di cui molti lettori hanno subito la fascinazione e sono poi rimasti affezionati. Il ritmo ossessivo di Bernhard – l’apparente semplicità con cui tiene insieme i fili dei due amici che camminano e parlano e pensano e raccontano mentre lo fanno e sottolineano e tengono il lettore sottobraccio con i continui «disse Oelher», prima di scaraventarlo di nuovo lontano, con una nuova sequenza ipnotica di frasi – è un miracolo letterario. Camminare mi è tornato in mente appena ho cominciato a leggere il nuovo e molto bello romanzo di Dag Soltad: T. Singer (Iperborea 2020, traduzione di Maria Valeria D’Avino), proprio per il ritmo ossessivo con cui lo scrittore norvegese inquadra il protagonista in una certa scena. Accade nelle prime venti pagine, in particolare qui:  «Singer parla con B in modo diverso che con K perché conosce K e B in modi diversi, e il rapporto che si è creato tra Singer e B si basa...

Scienza e dissenso / La lingua nel tempo del Coronavirus

Termine di un lessico tecnico-scientifico, coronavirus è, come parte del discorso, un nome comune: “s[ostantivo] m[aschile] […], invar[iabile] - Gruppo di virus a RNA, morfologicamente caratterizzato da una frangia di proiezioni superficiali a guisa di corona. I c[oronavirus] patogeni per l’uomo sono responsabili di affezioni acute delle prime vie respiratorie, compresa una forma di raffreddore”. Ecco quanto ne dice la voce del Supplemento al Lessico universale italiano dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana. La pubblicazione rimonta al 1985: è dunque escluso che il riferimento al raffreddore stia lì a fare volontaria ironia. Capita tuttavia che l’ironia sia ultra-umana e se ne impipi delle volontà. Col tempo, può così comparire persino in una voce enciclopedica, inattesa.   Coronavirus ce ne sono allora tanti: come tipi, s’intende; che siano d’altra parte tanti come repliche di ciascun tipo va da sé: diversamente, non si parlerebbe in proposito di rischi di epidemia o, addirittura, di pandemia. La gente del mestiere può trovarsi così nella necessità di battezzare un tipo o un altro, per dirne e scriverne univocamente. Tra competenti, ciò può diventare indispensabile, come...

Cosa rimane infine delle nostre vite? / Mamma è matta, papà è ubriaco

La gravosa domanda che mi sono posto, chiudendo l’ultima pagina di Mamma è matta, papà è ubriaco (Iperborea, traduzione dallo svedese di Andrea Berardini) di Fredrik Sjöberg, autore divenuto famoso qualche anno fa con L’arte di collezionare mosche, è: cosa rimane infine delle nostre vite?  Cosa rimane di tutto il tempo che viviamo e di tutte le cose che facciamo per riempire questo tempo? Cosa dell’immane sforzo che esercitiamo per tessere relazioni, affetti, per imparare un’arte o un mestiere? Cosa delle parole che abbiamo pronunciato e scritto, delle nostre ambizioni frustrate, dei nostri talenti e della nostra stupidità? E quali fattori determinanti condurranno tutta questa quantità sterminata di oggetti, luoghi, fatti, ricordi e dicerie legate al nostro nome a svanire nel nulla, a dissolversi nel tempo, a farci – da ultimo – dimenticare?   Credo che sia questa l’ambizione profonda che ha mosso Sjöberg nel voler ricostruire la vita dimenticata del pittore danese Anton Dich, nato a Copenaghen nel 1889, vissuto tra Göteborg, Parigi, la Costa Azzurra, Leopoli, e morto nel 1935 a Bordighera, nel cui cimitero è tuttora sepolto. Un pittore di cui, come si dice in questi...

Un’autobiografia mancata / Lawrence Ferlinghetti, Little Boy

No, no, no, Lawrence, questo non ce lo dovevi fare. Hai compiuto cent'anni, ti è toccata l’incredibile fortuna, alla tua età, di avere ancora la testa lucida e la mano che corre sulla tastiera, che cosa ti impediva di scrivere semplicemente la storia della tua vita, solo i fatti, bastavano quelli e l’avremmo letta più che volentieri? Perché non ci hai raccontato davvero la tua giovinezza strana, di orfano italiano sballottato tra famiglie francesi e americane, dei tuoi anni a Parigi da studente alla Sorbona, del tuo ritorno in America, della fondazione di City Lights su quell’angolo di Columbus Avenue a San Francisco, di tutti i tuoi incredibili incontri? È vero, sei il Ringo Starr della Beat Poetry, quello che da solo magari non era niente di speciale, ma al momento giusto stava nel posto giusto, e non basta la fortuna, ci vuole il talento di capire che qualcosa sta succedendo e che anche tu la fai succedere, ti vogliamo bene per questo, non lo sai?   Perché invece hai voluto darci un libro come questo Little Boy (trad. di Giada Diano, Firenze, Edizioni Clichy, 2019, pp. 240), che ci fa rimpiangere tutto quello che avresti potuto fare invece? Inizia come l'autobiografia che...

Maternità / Brenda Navarro, Case vuote

“Non ho mai voluto essere madre, essere madre è il peggior capriccio che possa venire in mente a una donna.” Brenda Navarro è nata nel 1982 in Messico, dove si è laureata in Sociologia ed Economia femminista, ha poi conseguito un master a Barcellona sugli Studi di genere e nel 2016 ha fondato un gruppo di donne che promuove la scrittura femminile dal nome #EnjambreLiterario. Si occupa perciò da sempre di donne, femminismo, della difesa di certi inalienabili diritti, soprattutto del racconto di questi. Nessuna storia esiste finché non viene raccontata. Navarro, mi pare di capire, pensa che la donna debba raccontare, debba essere raccontata come raramente è stato fatto, debba poter dire l’indicibile. E certe volte l’indicibile è la meraviglia, altre è il dolore profondo. I personaggi che immagina devono cambiare il punto di vista di capitolo in capitolo. Nessuna donna è uguale all’altra, nessuna voce si somiglia. Ogni storia ha sempre due lati, in mezzo c’è una corda; una donna tira da un lato, un’altra molla dall’altro, poi ricomincia a tirare. Non avevo mai sentito parlare di Brenda Navarro finché non mi è stato recapitato il suo romanzo Case Vuote (Giulio Perrone Editore, 2019,...

Il fiume senza sponde / Juan José Saer, per una letteratura fluviale

All’inizio del secondo quarto del XVI secolo, grossomodo mentre in Europa Lutero redige le sue tesi, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico una spedizione diretta alle Indie guidata da Juan Pedro Díaz de Solís per conto della corona spagnola, allora sul capo del “Cattolico” Fernando II d’Aragona, porta per la prima volta uomini del vecchio continente a solcare un nuovo mare, dulce, come ebbe subito a battezzarlo proprio Solís dopo averne assaggiato le acque. Lo stesso mare che poi, derubricato a fiume e temporaneamente celebrato come Río de Solís, prese infine la denominazione di Río de la Plata, fiume dell’argento, da cui il nome quanto mai ingannevole della nazione che ne segue la sponda sud, l’Argentina. Più che un nome, «un flagrante abuso verbale, perché in tutto il territorio nazionale non c’è mai stato un solo grammo di quel metallo». Se, infatti, «la denominazione Mar Dulce corrispondeva a una certa verità empirica, e quella successiva di “río de Solís” aveva una ragione commemorativa, […] il nome definitivo di Río de la Plata non indica altro che una chimera» (Juan José Saer, Il fiume senza sponde, trad. it. di Gina Maneri con gli allievi della scuola di specializzazione...

Letto in un'altra lingua / Ricardo Piglia, L'utopia della forma

La lettura dello scrittore   “Noi non vogliamo interpretare, ma raccontare quello che manca nella narrazione”, scrive Ricardo Piglia in Teoría de la prosa (p. 58). A questa affermazione fa eco un passo analogo in L’ultimo lettore: certi lettori russi, dice Piglia, i formalisti (Šklovskij, Ejchenbaum), “ci interessano particolarmente perché definiscono la relazione con un testo in funzione di come è stato costruito, e pongono problemi legati alla costruzione e non problemi riguardanti l’interpretazione” (p. 148).   Leggere da questa posizione, scrive Piglia, vuol dire “leggere come se il libro non fosse mai finito” (L’ultimo lettore, p. 149). Questa posizione riguarda la ricerca di una prossimità, da parte del lettore, con il punto di vista della composizione. Essa implica uno slittamento del transfert che definisce la fruizione letteraria: “il lettore ammirevole non si identifica con i personaggi del libro, ma con lo scrittore che ha composto il libro” (p. 149). Questa posizione definisce le condizioni della lettura dello scrittore: si tratta prima di tutto di un’intenzione e solo secondariamente di un punto preciso dello spazio in cui collocarsi – il lettore, in questo...

La parte inventata, di Rodrigo Fresán

“Meglio che ascoltiate soffiare il vento, anche se in realtà il vento non soffia. Il vento fa un’altra cosa, per la quale non è stato creato un verbo preciso, giusto, corretto. Il vento – più che soffiare – corre. Il vento corre su sé stesso. Il vento non è circolare, è un circolo.” Ogni tanto compare un libro che ci ricorda che le possibilità della letteratura non sono ancora esaurite. Un libro, per intenderci, che ci spinge a togliere la bandierina dal confine che credevamo d’aver raggiunto, la mappa non era finita, il sud è più a sud, il nord è molto più in là. Un’opera, infine, che ci porta a rinegoziare i motivi per cui leggiamo. Quando esce un romanzo così ogni lettore deve essere contento, perfino chi non lo leggerà. L’ogni tanto è il 2019, il libro è La parte inventata di Rodrigo Fresán (Liberaria 2019, traduzione – superba – di Giulia Zavagna). Non è catalogabile: è postmoderno ma ha pure il sapore di un classico, è pop e non lo è. Fresán fa ridere e commuovere come Foster Wallace, ha il passo e la tenuta di scrittura di Bolaño e di Cortázar (ma non somiglia a nessuno dei due, ha solo la stessa rilevanza), la capacità di disorientarti di Borges. È argentino ma scrive come...