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Un weird ante litteram / Arthur Machen, Il grande dio Pan

Ultimamente si è usata molto, e spesso a sproposito, la parola weird. Lo si è fatto perché in Italia è stata ritirata fuori di recente per descrivere mode letterarie che viste da vicino somigliano, in realtà, all’annoso dibattito sul fantastico degli anni Ottanta; ma un’influenza non indifferente nel ritorno in auge del termine l’ha giocata anche il New Weird di autori come China Miéville e Jeff VanderMeer, col loro mix di horror, fantasy e fantascienza. È esistito però un weird prima di queste voghe – una categoria letteraria e storica più o meno precisamente definita, che copre gli ultimi decenni dell’Ottocento (specialmente nell’Inghilterra vittoriana) e i primi del Novecento, e culmina col lavoro di Howard Phillips Lovecraft. Proprio Lovecraft ne ha dato una definizione estrosa ma, a ben guardare, sorprendentemente precisa:    Il vero racconto weird ha qualcosa di più dell’omicidio segreto, delle ossa insanguinate, o di una figura in un lenzuolo che, conformemente alle regole, agita delle catene. Deve esserci una certa atmosfera di terrore ansiogeno e inspiegabile verso forze estranee e sconosciute; e deve esserci un riferimento, espresso con una serietà e un senso...

Cultura del dar forma / Trix & Robert Haussmann: specie di spazi

Quando a un famoso architetto, durante il colloquio per diventare professore ordinario al Politecnico di Zurigo, fu chiesto, tra le altre cose, quale fosse l'edificio più bello che ci fosse in città e lui rispose il Kronenhalle Bar, il Presidente del Politecnico per un attimo trasalì. Ma la risposta dipanò con arguzia il filo di quella che sembrava sulle prime una matassa ingarbugliata. "È un posto in cui si può andare molte volte e imparare ogni volta qualcosa di nuovo grazie alla sapienza dell'architetto. Beh ovviamente si potrebbe, o forse è giusto dire dovrebbe, perdersi nei dettagli dello straordinario progetto di arredo di Robert Haussmann, che da solo prenderebbe persino più tempo di una sola serata.   Poi a una visita successiva si potrebbero ammirare le opere in bronzo che Alberto e Diego Giacometti hanno ideato per il bar; e un'altra serata se ne andrebbe rimirando i dipinti originali alle pareti appena sopra le nostre teste e per le quali il Kronenhalle è così famoso. Ma questo posto è qualcosa di più, si sa che da questo bar negli anni sono passati tutti gli intellettuali e gli artisti in città e si potrebbe spendere una serata ancora ad ascoltare aneddoti su uno...

Arsan di Luciano Pantaleoni / Teste quadrate: paesaggio e carattere

Perché gli abitanti della provincia di Reggio Emilia, sono chiamati “teste quadre”? In dialetto: “Testi quedri”. Se lo chiede Luciano Pantaleoni in questo libro stretto e lungo, Arsan (Incontri Editrice, 2021), che indaga i reggiani attraverso proverbi, modi di dire, storie, canzoni e filastrocche. L’origine letteraria dell’espressione si troverebbe nel poema eroicomico La secchia rapita di Alessandro Tassoni, nel canto IV, dove si narra che i soldati reggiani catturati nel castello di Rubiera, terra di confine, sarebbero stati liberati solo dopo essere stati percossi con l’asta di Marte, ragione per cui la loro testa avrebbe assunto la forma quadrata. Il tutto risulta un dileggio sullo sfondo di un conflitto che oppose reggiani e modenesi intorno al 1201 riguardo l’uso delle acque del fiume Secchia. Ci fu una guerra, o almeno un grosso scontro in armi, che vide sconfitti i reggiani. In realtà l’espressione, o epiteto, non è solo una presa in giro, ma vuol significare molte cose. Le teste sono sempre rotonde o arrotondate, e i reggiani pare che chiamassero i modenesi “musòun”, nocioni, per la loro testa ovale (delicocefala secondo Sandro Bellei nel Dizionario enciclopedico...

Credo religioso e deragliamenti familiari / Crossroads di Jonathan Franzen

Norman Rockwell fa capolino a pagina 305, in Crossroads di Jonathan Franzen (Einaudi 2021, traduzione di Silvia Pareschi): "Quando gli Hildebrand erano arrivati in città, la vecchia drogheria all'angolo sembrava uscita da un quadro di Rockwell" scrive Franzen, evocando le celebri immagini dell'illustratore americano (1894-1978); "... ma poi il proprietario l'aveva rimodernata con orrendi laminati, aveva coperto di linoleum il pavimento di legno e installato luci fluorescenti. Nello stesso spirito di miglioramento l'albero di Natale all'interno del negozio era artificiale, con gli aghi argentei, neppure finto-verdi. Dietro il banco, chino sul cruciverba del Sun-Times, con una matita in mano, c'era un uomo sulla trentina dalle grandi orecchie...". Crossroads è un compendio dello spirito americano, frastagliato e conformista, rappresentato dalle rassicuranti immagini di Rockwell, ma è come se la neve, le uscite con le slitte, i regali di Natale, le crostate appena tolte dal forno, le calze di lana che accompagnano con il loro calore domestico la storia di una famiglia negli anni '70, avessero subito lo sfregio di un Francis Bacon, che decomponeva i volti, faceva urlare un papa,...

Il Nobel per la letteratura 2021 / Abdulrazak Gurnah o delle memorie fluttuanti

Tra il 1995 e il 2005, Garzanti ha pubblicato tre romanzi di Abdulrazak Gurnah. La casa editrice, prima che ci arrivassimo Gianandrea Piccioli e io, aveva pubblicato tra l'altro I figli della mezzanotte di Salman Rushdie (1984) e i romanzi di Michael Ondaatje, ma anche Io venditore di elefanti (1990), in cui Pap Khouma racconta il suo approdo dal Senegal alla Francia all'Italia (di recente Pap ha tradotto la Divina Commedia in wolof...). Nel 1994 Paradise era stato selezionato per il Booker Prize e per il Whitbread Prize; in Inghilterra Gurnah aveva un ottimo agente, oltre a insegnare letteratura inglese e postcoloniale all'Università del Kent. A ispirare la sua narrativa c'erano un'esperienza e una motivazione autobiografiche: anche lui aveva un passato da rifugiato, come decine e decine di milioni di esseri umani in tutto il pianeta. A vent'anni era stato costretto ad abbandonare la natia Zanzibar, dove era nato nel 1948, quando la minoranza mussulmana aveva iniziato a essere perseguitata dal governo della Tanzania. E questo ha dato necessità, verità e spessore alla sua scrittura.   Insomma, Gurnah era un autore apprezzato per la notevole qualità letteraria e affrontava...

Biennale Democrazia 2021, Torino / Reincantare il mondo. La vita fra umano e naturale

Andreas Weber partecipa alla Biennale Democrazia in collaborazione con il Goethe-Institut Turin e la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo ai seguenti incontri:   Reincantare il mondo. La vita fra umano e naturale 9 ottobre - ore 11.30 | OGR Sala Fucine Memory matters. Naturale, umana, postumana: una memoria rinnovata 9 ottobre - ore 18.00 | Complesso Aldo Moro Aula 1     Dopo la pioggia, faccio correre la mano tra i ginepri o tra le betulle per la gioia di sentire le gocce bagnate che colano sul palmo. Nan Shepherd, La montagna vivente   (traduzione di Carlo Capraro, Ponte alle Grazie 2018)   La pelle dei minerali   Ogni volta che alzavo gli occhi da ciò che stavo scrivendo, vedevo i licheni. Coprivano il tetto di fronte a me. Era un tetto basso, quasi piatto, incuneato tra muri di pietra grigia, coperto da tegole rossastre. All’inizio, quando avevo scelto quel posto per mettermi a scrivere davanti alla piccola finestra affacciata su un altro edificio, non avevo notato i licheni, li avevo scambiati per macchie nate dall’esposizione alle intemperie. Questi esseri – una composizione in un unico organismo di alghe e funghi – formavano chiazze rotonde...

Radiogenie / Milk Wood, l'ultimo capolavoro di Dylan Thomas

«Il bosco gibboso degli amanti e dei conigli» evoca qualcosa di mitico.  Ci porta dritti a Llareggub, che forse è una cittadina gallese sul mare, ma è anche, se letta al contrario, un bugger all, espressione slang per esclamare in modo volgare un «nient’affatto» o «un c…!», sicuramente è uno dei più importanti luoghi fantastici nella mappa della letteratura novecentesca. All’ombra di questo bosco il mondo si ribalta: gli strambi appaiono sani di mente, i sogni indossano gli abiti della realtà e Capitan Gatto, uomo di mare, ormai cieco e addormentato nella cuccetta di una cabina, ci vede benissimo. Anche il giovane Robert Zimmerman, di fronte alla poesia di Dylan Thomas, rimase letteralmente stregato, tanto da presentarsi al suo pubblico, nel circuito di musica folk di Dinkytown, col nuovo nome di “Bob Dylan”.   Pubblicato da Einaudi, nella “Collezione di teatro”, è uscito da pochi mesi l’ultimo capolavoro di Dylan Thomas, Under Milk Wood con l’ottima traduzione di Enrico Testa, che segue la brillante, ma certo più datata, versione dell’anglista Carlo Izzo (edita da Guanda nel 1992, ma la traduzione è di una quarantina di anni precedente). La nuova traduzione di Testa è...

Chiamare a giudizio i vivi e i morti / Zong! Poema di una nave negriera

Zong! sembra l’urlo di una guerra per gioco tra piccoli indiani o l’onomatopea per significare la caduta di qualcosa di molto ingombrante che pure rimbalza. Invece è il nome olandese di una nave negriera salpata dalle coste nordafricane nel 1781, otto anni prima della Rivoluzione francese e quasi due secoli prima di I have a dream. Il capitano della nave aveva fatto il chirurgo per tutta la vita, si chiamava Luke Collingwood, ed era molto malato. La nave era carica di centosettanta schiavi e doveva arrivare in Giamaica con un viaggio di nove settimane al massimo, ma impiegò quasi quattro mesi a causa di un’infilata di errori elementari di navigazione. Com’è ovvio le riserve di acqua e di cibo non bastavano per tutti quei giorni, così alcuni uomini del carico morirono di fame e di sete, ed altri centocinquanta furono buttati in mare.   La storia di Zong! probabilmente inizia qui, a furia di rileggere questa riga: “ed altri centocinquanta furono buttati dalla nave”. Il punto è che all’origine della sciagura della Zong non c’è una narrazione, ma una interpretazione piuttosto lineare del contratto con l’assicuratore da cui – secondo il buon Luke Collington e il suo secondo James...

Volta per volta, caso per caso / Principianti, competenti, esperti

La competenza, questa sconosciuta. Se si tratta, con buona probabilità, di una delle questioni più discusse negli ultimi anni – in campo scientifico come politico, medico e mediatico, artistico e tecnologico – è proprio perché, alla fine, non abbiamo le idee chiare su che cosa essa effettivamente sia, come funzioni, che cosa significhi, come la si acquisisca. Sappiamo che l’expertise è uno strumento simbolico di potere, rimpallato fra forze opposte in campo, rivendicato di continuo dagli uni e parallelamente dileggiato dagli altri. Ma non sappiamo esattamente perché lo sia, né dunque come poter sedare gli animi, dando agli esperti quel che è degli esperti e ai dilettanti il brio per dilettarsi ancora.   Certo è che, in ogni caso, la pandemia non ha fatto che accentuare i conflitti in corso, ingrossando a dismisura – da un lato – la fideistica richiesta di professionisti cui delegare scelte sanitarie su larga scala, dunque politiche, e accentuando altresì – da un altro lato – l’onda anomala di coloro i quali rivendicano il diritto di decidere da sé, in nome di una libertà personale tanto vaga quanto perigliosa. La cosa ha radici antiche, manco a dirlo, collegandosi quanto meno...

I taccuini di Randolph Carter / Lovecraft prossimo nostro

Quando vede un nuovo volume di racconti di Howard Phillips Lovecraft, il suo cultore pensa, sconsolato: ancora?! Quante antologie devono uscire ogni anno di uno scrittore morto quasi un secolo fa, e la cui opera omnia si trova già agevolmente in commercio? Ma la verità è che questa è la frustrazione del collezionista che vorrebbe avere la certezza di non doversi più accaparrare nuovi volumi, e che ambirebbe invece a interfacciarsi, come sarebbe ideale, con un ambito meno brulicante di pubblicazioni.    Questo non può essere però il caso di Lovecraft, il più grande scrittore dell’orrore del ventesimo secolo e tutto sommato anche del ventunesimo, se è vero che viviamo, come hanno scritto Carl H. Sederholm e Jeffrey Andrew Weinstock, nella age of Lovecraft – ossia in una cultura pullulante di tracce, citazioni, rimandi diretti e indiretti all’orrore cosmico di HPL e ai miti di Cthulhu. In Italia, poi, dal 1960 (anno in cui Lovecraft compare in Storie di fantasmi di Carlo Fruttero e Franco Lucentini di Einaudi e Un secolo di terrore di Bruno Tasso della compianta Sugar), le comparse di HPL e le antologie e i volumi a dedicati sono semplicemente innumerevoli (per non parlare...

Il nuovo romanzo / Sally Rooney, Beautiful World

Sono le diciannove e zeroquattro, una giovane donna siede al tavolino di un bar, vicino alla finestra. Fuori, il sole sta tramontando sull’Atlantico. Alle diciannove e zerosei, la donna abbassa lo sguardo e si osserva le unghie. Il bar è tranquillo, ogni tanto lei lancia un’occhiata verso la porta. Alle diciannove e zerosette, entra un uomo che si guarda intorno e poi si avvicina al tavolino, e chiede alla donna se è Alice. Lui è un po’ in ritardo, ed è Felix.  Il nuovo romanzo di Sally Rooney, Beautiful World, Where Are You, che Maurizia Balmelli sta traducendo per Einaudi, presso cui uscirà all’inizio del prossimo anno, si apre come un film. La macchina da presa si muove lenta, e indugia sui dettagli e sui gesti: la camicetta bianca di lei, lui che sblocca e riblocca nervosamente il telefono, una scia di birra che scende dal bicchiere. Quando i due iniziano a parlare, muovendosi in punta di piedi sul terreno minato di quello che subito appare come un primo appuntamento, ce ne vengono descritte le reazioni – lei diventa un po’ nervosa mentre gli spiega perché si trova in quel paesino sulla costa, lui la guarda impassibile e poggia il bicchiere sul tavolo; la voce narrante...

L’ambiguità dell’orrore / Le strane storie di Robert Aickman

Quando vivevo in Inghilterra, una delle tappe obbligate in ogni gita era la visita alle bancarelle e alle librerie dell’usato: lungo il Tamigi, a Cambridge, in un’infinità di cittadine dell’East Anglia, ho rimpolpato i miei scaffali di quella che, dal punto di vista libresco, è la mia vera passione – gli horror. Più precisamente, in senso editoriale, amo gli horror da quattro soldi, dalle copertine chiassose e dai titoli improbabili, che finisco per comprare praticamente al metro – quelli, per capirci, immortalati in Paperbacks from Hell, il cui equivalente italiano sono i libri di Sergio Bissoli e Luigi Cozzi su I racconti di Dracula e KKK – I classici dell’orrore (quando mi sono trasferito a Toronto, invece, sono diventato cliente affezionato di una libreria dell’usato di College Street che questi romanzi li stipava direttamente su uno scaffale a forma di bara). In queste incursioni in Albione, dunque, oltre alla massa di libri più o meno sconosciuti, ho guadagnato l’immancabile James Herbert, un po’ di Clive Barker, un bel po’ del grande Ramsey Campbell, e più raramente la preda più ambita, e cioè Robert Aickman, uno degli scrittori più criptici, eleganti e sofisticati di tutta...

Ritorno a Mango Street / I messicano-americani di Sandra Cisneros

Nepantla è la parola azteca che indica la dimensione dell’in-between. Il territorio nel mezzo, dove i confini si rimescolano e il nuovo prende forma. È la chiave che schiude le porte della cultura chicana, luogo per eccellenza fluido di lingue e tradizioni, a partire dall’opera di Sandra Cisneros di cui La Nuova Frontiera rimanda in libreria La casa di Mango Street (traduzione Riccardo Duranti, 128 pp.). Ormai un classico contemporaneo, è il libro che ha traghettato nell’immaginario collettivo la realtà dei messicano-americani nella voce incantevole della sua protagonista – Esperanza Cordero, la bambina che vorrebbe chiamarsi Hope perché in inglese il suo nome suona “come se le sillabe fossero di latta e facessero male quando sbattono sul palato”.    Tra fiction e memoir, Mango Street la coglie nell’attimo di sospensione tra infanzia e adolescenza – nel turbamento di un tempo che tramonta e la fantasia che si affaccia al futuro. A rendere unico l’arco del suo crescere, la complessità dello spazio fisico e mentale in cui si dipana. Quello di Esperanza è un microcosmo che trabocca di personaggi, affetti, vita. La sorellina Nenny compagna di avventura, la madre amatissima....

Un libro di Mario Bellatin / Shiki Nagaoka, o il trionfo della finzione

Benché la sua notorietà non abbia mai superato i confini degli studi specialistici e la sua opera non sia ancora adeguatamente conosciuta, il giapponese Shiki Nagaoka è uno tra i più grandi scrittori del XX secolo. Enigmatica e renitente figura di culto come il prussiano Benno von Arcimboldi, Nagaoka continua a essere un intrigante rompicapo per molti critici e ricercatori.   Con la recente pubblicazione di Shiki Nagaoka: un naso di finzione, dello scrittore peruviano-messicano Mario Bellatin (Autori Riuniti, trad. di Vittoria Martinetto), anche il lettore italiano, lo specialista come l’appassionato di lettere straniere, può lasciarsi guidare nei domini della ricerca letteraria alla scoperta di questo singolare personaggio dal naso smisurato. Scoprirebbe, per esempio, che alcuni importanti nomi del panorama artistico mondiale attinsero alle teorie di Nagaoka sull’interazione tra la parola e l’immagine, tra la letteratura e la fotografia. In particolare, il regista Yasujirō Ozu (1903 – 1963) ne fu così influenzato da tradurle in movimento nel film Tardo autunno, del 1960. Inoltre, pare che l’autore messicano Juan Rulfo (1917 – 1986), conosciuto come uno dei maestri della...

Complex TV / Loki eroico imbroglione

Nel 2011 Jason Mittell (professore di American Studies and Film and Media Culture al Middlebury College, Vermont, Usa) comincia a scrivere una serie di articoli accademici che per la prima volta cercano di comprendere la narrazione seriale televisiva da un punto di vista critico: Mittell ha poi raccolto gli articoli nel librone che Minimum Fax ha tradotto nel 2017: Complex Tv. Teoria e tecnica dello storytelling delle serie tv; l’autore scriveva nell’Introduzione: «Uno dei motivi per cui le caratteristiche formali delle serie tv sono sempre state ignorate è la convinzione che lo storytelling televisivo sia semplicistico.   I television studies si concentrano di solito sull’importanza dei generi narrativi, delle situazioni ripetitive, delle spiegazioni ridondanti e dei vincoli strutturali dettati dalle interruzioni pubblicitarie e da una rigida programmazione. Benché molti programmi di oggi seguano effettivamente questi parametri (anche se con maggior flessibilità rispetto a quella ammessa da certi critici), le innovazioni degli ultimi due decenni hanno portato alla diffusione di un modello di complessità narrativa che è specifico del mezzo televisivo e che deve essere...

Cosa chiediamo a un poeta? / Kae Tempest: sopravvivere all’amore

Cosa chiediamo a un poeta? Maestria letteraria, certo. Ma se non si spende nella sua verità, se non si spoglia di ogni dissimulazione, se si nasconde come un romanziere dietro una storia ben strutturata, ci delude. La “lirica” sarebbe il “canto”, un gorgheggiare di sentimenti condivisibili, una lettura, un ascolto in cui il poeta è capace di relazionare, di affabulare ciò che il lettore non sa dirsi. Alla poesia si chiede molto, e richiede molto, in un’era in cui la lettura stessa diventa una opzione sempre più difficile, lontana dalla frammentazione dell’attenzione digitale. Uscendo dalla parola muta, negli anni Sessanta la Beat Generation ha gettato il corpo del poeta nei reading dei club di San Francisco, nel sudore di ormoni astanti, spesso contrastanti, tracciando l’unica strada contemporanea per la poesia: il ritorno alle origini greche, ancestrali della parola cantata o detta dal vivo ad alta voce. Un reading non può essere una tormentosa esportazione sonora di un testo concepito nella bolla asettica della letteratura scritta. Deve ridarsi al teatro, e alla musica, alla prossemica, alla qualità performante di una voce speciale, allenata a tutto il pentagramma dei volumi e...

Le traduzioni che hanno cambiato la storia / I funamboli della parola

Come tutti gli antichi mestieri, anche l’arte del tradurre ha nella cultura cristiana occidentale il suo santo patrono: San Girolamo, autore nel V secolo di quella Vulgata oggetto di tante polemiche con Agostino, e diventata testo canonico della Chiesa cattolica più di mille anni dopo essere stata scritta, quando il Concilio di Trento decise di adottarla come versione latina ufficiale della Bibbia. Oltre al santo protettore, e nonostante le apparenze che potrebbero far pensare a un mestiere poco pericoloso, l’arte della traduzione ha anche una lunga serie di martiri e di caduti sul lavoro, a cominciare dall’umanista francese Étienne Dolet torturato, impiccato e bruciato sul rogo a Parigi nel 1546.   Dolet fu accusato di ateismo per avere aggiunto tre parole “rien du tout” (assolutamente nulla) a un passo sulla morte dell’Assioco attribuito a Platone, mettendo così in dubbio, almeno secondo i suoi carnefici, il dogma dell’immortalità dell’anima. Forse è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso di una vita vissuta sempre al limite dall’autore di uno dei testi canonici della storia della traduzione (La manière de bien traduire d’une langue en autre, 1540) che...

Un classico, ormai / Tutte le identità, e le donne, di Romain Gary

Georges Simenon confessa in Lettera a mia madre (1974) che non l'aveva mai capita. Soprattutto non accettava che lei avesse sempre voluto appartenere al mondo della "piccola gente", lui che aveva imparato a descriverlo così bene, quel mondo, ma dal quale aveva fatto di tutto per affrancarsi. Aldo Busi invece la capiva, sua madre, fino a ritrarla nei vari libri in pagine di sconvolgente bellezza. Walter Siti ha provato a ucciderla, letterariamente, in un paio di romanzi. Peter Handke ha ricomposto l'esistenza mancata della madre suicida nel suo libro più bello, Infelicità senza desideri (1988). Gli scrittori che parlano della madre si misurano con una narrazione tra verità e artificio, perché le vite raccontate non sono quelle dei personaggi di invenzione. Simenon, Busi, Siti, Handke hanno avuto madri, stando ai loro ricordi, con esistenze banali e avare di affetti, spese in tentativi di salvare le apparenze, quasi sempre estranee al sangue del loro stesso sangue, ma alle quali i figli sono tornati, per restituirle spesso in pagine senza pudore, come ha fatto Roland Barthes in Dove lei non è (2009), che rinvia a Proust, alla morte della...

BookMarchs – L’altra voce / Tradurre in classe

Il progetto del Traduttore in classe e, nello specifico, la pubblicazione del racconto di Jack London L’apostata testimoniano una scommessa: portare i temi della traduzione e la pratica del tradurre in tutte le articolazioni dell’obbligo scolastico, ossia a studenti che si stanno formando e, per lo più, non sono ancora approdati a una scelta lavorativa precisa. Non sono studenti universitari né allievi di master e scuole per i mestieri dell’editoria, a volte non sanno se non vagamente che cosa sia la traduzione, chi siano i traduttori e in cosa consista il loro lavoro; quasi sempre il loro unico esercizio di traduzione si identifica nella temibile versione di latino e greco, esercizio in cui sono chiamati essenzialmente a dimostrare la loro conoscenza delle regole grammaticali senza preoccuparsi della vitalità o efficacia della resa. Non sanno che il tradurre è un atto creativo che li rende “autori aggiunti” o vicari rispetto al testo originale, e presuppone un lavoro di immersione nella lettera, intesa come carne della parola, una comprensione profonda che è anche un gesto ermeneutico, una possibilità interpretativa, e una ri-creazione, nella lingua d’arrivo, di una voce che...

Applausi nel cassetto / Ana Blandiana: scrittrici e spie

La Securitate voleva fare di Herta Müller una spia. La delatrice perfetta, di cui nessuno avrebbe mai sospettato. Ma la futura Premio Nobel per la letteratura, ogni volta che la convocavano al posto di polizia, si aggrappava alla poesia per trovare il coraggio di dire no. Recitava i versi degli autori amati, a bassa voce, come fossero giaculatorie. E non cedeva nemmeno quando la chiamavano cagna, puttana. O la irridevano minacciandola: “Racconteremo a tutti delle orge che fai con i tuoi amici”.      Herta Müller, però, non aveva fatto i conti con quelli che Michel Foucault, nel suo libro Sorvegliare e punire, chiama “i mezzi del buon addestramento”. Ovvero, gli strumenti che il Potere usa per piegare al proprio volere chi si ostina a pensare liberamente. Infatti, quando molto tempo dopo riuscì ad abbandonare la Romania e a espatriare in Germania, si trovò di nuovo al centro di sospetti infamanti. I tedeschi vociferavano che la scrittrice fosse una spia della Securitate mascherata da dissidente. Non si fidavano di quella donna venuta da Bucarest, figlia di un nazista morto a 50 anni bruciato dal troppo alcol.      Adesso, non era più il regime...

“La sposa del mare” e “Notti insonni” / Amity Gaige e Elizabeth Hardwick, scrittrici indefinibili

C'è una frase in Notti insonni di Elizabeth Hardwick (Blackie edizioni, 2021) che rinvia a un altro libro, di un'altra americana, Amity Gaige, La sposa del mare (NN Edizioni, 2021) e che sollecita riflessioni sulla scrittura delle donne. La Hardwick, a un certo punto, dice: "Biglietti, migrazioni, preoccupazioni, proprietà, debiti, cambi di nome... e così dal Kentucky a New York, poi a Boston, fino al Maine... certo, non ha la stessa enfasi di: 'ho avvistato il vecchio nostromo dalla barba bianca sul ponte e mi sono arruolata per il viaggio'. In fin dei conti sono una donna, io!", rimpiangendo che alle donne non sia consentito scrivere un romanzo di avventura, condannate come sono a raccontare la quotidianità. Nel suo libro niente nostromi, navi o imprese oceaniche. La Hardwick viene descritta dalla sua massima estimatrice, Joan Didion, come l'autrice di una "cronaca incessante del flutto di fondo nella vita di famiglia... un'osservatrice del nucleo casalingo, una lettrice costante del testo domestico". Una che dice "Ho sempre cercato, per tutta la vita, l'aiuto di un uomo". Ed ecco la saldatura con l'affascinante romanzo di Amity Gaige dove la protagonista,...

Dal Plan de Abajo al deserto del Sonora / Jorge Ibargüengoitia, Le morte

Edito in Messico nel 1977 e apparso in Italia per la prima volta nel 1979 presso l’editore torinese La Rosa, Le morte, di Jorge Ibargüengoitia (1928 – 1983), è stato recentemente ripubblicato da La Nuova Frontiera, nella traduzione di Angelo Morino. Non saranno in pochi coloro i quali, essendo a conoscenza del suo valore all’interno del canone ispanoamericano novecentesco, lo includeranno nel proprio elenco di recuperi ormai inderogabili, perché il romanzo è considerato tra i più belli dell’autore, se non il migliore, secondo Francesca Lazzarato, che ne parla nella sua prefazione a un altro libro di Ibargüengoitia, Messico, istruzioni per l’uso (SUR, 2018). Le morte quindi torna ad arricchire il panorama delle uscite di narrativa straniera, oltre la logica del ripescaggio, affinché i lettori di altre generazioni abbiano l’opportunità di scoprirlo.    Nella nota saggistica intitolata “I denti d’oro di Blanca”, Angelo Morino racconta la genesi del libro. Individua l’atto fondativo della geografia immaginaria in cui si svolge l’azione di Le morte nel romanzo precedente, uscito in Messico nel 1975, Estas ruinas que ves. Qui, come spiega Morino, il protagonista Francisco...

150° anniversario della nascita / Novità di Proust. Una Recherche senza madeleine

A volte mi chiedo: ma gli studiosi di Proust, nella loro caccia agli inediti, sono incredibilmente favoriti dalla Fortuna, oppure sono guidati da una sovrumana, rabdomantica abilità che li orienta verso giacimenti sconosciuti di lettere, agende, abbozzi, quaderni, taccuini, racconti cestinati e manoscritti d’ogni sorta? Probabilmente c’è del vero in entrambe le ipotesi. Ma la Fortuna un po’ c’entra, o comunque il Caso, quel Caso che nella Ricerca è tra i protagonisti; quello che fa inzuppare a Marcel la madeleine nella tazza di tè e mette così in moto tutta l’immensa macchina narrativa del romanzo. Vediamo qualche esempio, tra i più recenti, di questi doni inattesi della Fortuna. Il 6 aprile del 2005 muore il principe Ranieri III di Monaco, il fascinoso e sorridente vedovo di Grace Kelly. Che cosa c’è nella cartellina custodita gelosamente nel suo comodino? Qualche cimelio hitchcockiano? Le più belle foto di scena di Delitto perfetto? Macché: quattro lettere e un telegramma di Marcel Proust, risalenti all’estate del 1920. Non indirizzate al principe, naturalmente, che allora non era ancora nato, ma a suo padre, il conte Pierre de Polignac (1895-1964), divenuto proprio nel 1920...

Per una semiotica marcata / Paolo Fabbri, Biglietti d’invito

Il due giugno del 2020, poco più di un anno fa, veniva a mancare Paolo Fabbri, eccezionale testimone dell’avventura intellettuale semiotica novecentesca. A un anno da quel triste giorno si moltiplicano proposte e progetti che provano a unire i puntini dei tanti percorsi imboccati nel corso della sua vita di studioso, ricercatore, intellettuale. A far da fil rouge fra queste iniziative è una chiamata alla riflessione intorno al problema di come continuare, ovvero di come mettere a frutto la sua eredità materiale (le migliaia di libri che stanno diventando una biblioteca a Palermo) e spirituale. È in questo quadro che si inserisce Biglietti d’invito. Per una semiotica marcata, a cura di Gianfranco Marrone, appena pubblicato nella collana Campo Aperto di Bompiani. Libro che ha un titolo tutto un programma, i cui esiti riverberano in me attraverso il filtro potente delle memorie personali (sono uno fra i tanti studenti folgorati dai suoi “biglietti d’invito”) frammisto al senso umano di mancanza che si prova quando si perde una persona cara. Ogni riflessione generale, allora, non potrà che presentarsi a me attraverso questo filtro e questa enigmaticità.    La prima cosa che...