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Un verso, la poesia su doppiozero / Rilke

Rainer Maria Rilke. Incerta, dolce, priva d’impazienza (unsicher, sanft und ohne Ungeduld).    È il verso che chiude la poesia di Rilke dal titolo Orfeo, Euridice, Hermes. Novantacinque versi che, con un andamento insieme drammaturgico e meditativo, con rilievi fortemente figurativi, rivisitano e interpretano il mito di Orfeo che scende nell’Ade per tentare di riportare tra i viventi la donna amata, sorgente e vita del suo canto: il cantore, a un certo punto del sotterraneo cammino, infrange il divieto di voltarsi, condizione imposta dagli dei, così Euridice è ripresa nel regno dell’oscuro. Scritto nel 1904, molto prima, dunque, della grande stagione delle Elegie duinesi e dei Sonetti a Orfeo, il testo poetico muove da un bassorilievo presente nel Museo Archeologico di Napoli che raffigura i tre personaggi del mito. Come nel verso qui scelto, così in tutto il testo poetico, Euridice appare avvolta in una sua lontananza, che è lontananza dal desiderio stesso.   Figura d’ombra: tuttavia abitata da un sentire che è come un’increspatura astratta di quel che è stato. Un dopo-la-vita che è percezione, ancora, della vita, ma da una soglia di sopravvenuta imperturbabile...

Letto in un’altra lingua / Alberto Laiseca, Los sorias

In uno dei suoi saggi brevi e illuminanti Ricardo Piglia osserva: «L’ambizione eccessiva come ricorso difensivo. […] L’obbligo a essere geniale è la risposta al luogo inferiore e alla posizione marginale». In queste righe Piglia si riferisce ad Arlt, Marechal e Gombrowicz, però avrebbe potuto citare anche Alberto Laiseca (1941-2016), uno scrittore che proprio l’autore di Respirazione artificiale ha contribuito in maniera determinante a far conoscere. Oltre all’ambizione eccessiva e all’obbligo della genialità, in Laiseca c’è un terzo elemento: un’inflessibilità degna del Kirillov dostoevskiano. Un aneddoto del giornalista Jorge Dorio lo conferma: «Laiseca entrava nelle pizzerie di Corrientes e si faceva dare la carta su cui servivano la pizza, la usava per scrivere, non aveva nemmeno un quaderno, le biro gliele regalavamo noi. Il manoscritto di Los sorias era un enorme involto di carte di diverso tipo legate con uno spago, se lo strizzavi colava olio… Una volta io e Ricardo Ragendorfer gli chiedemmo: “Perché non lo accorci un pochino, così magari un editore te lo pubblica?”. Lui si alzò tutto infuriato e ci gridò: “Mercenari, siete solo mercenari, come tutti gli altri!”».  ...

La biblioteca di Atlantide / “La fiaba russa” di Vladimir Propp

C’è un intero continente di saggi scomparsi che gli editori italiani non ristampano più. Eppure in mezzo a loro ci sono delle vere perle, libri che possono aiutarci a capire il mondo intorno a noi, anche se sono stati pubblicati quaranta o cinquanta anni fa; con questa serie di articoli proviamo a rileggere questi libri, a raccontarli e indicare l’aspetto paradigmatico che contengono per il nostro presente.   Vladimir Jakovlevič Propp nasce a San Pietroburgo il 17 aprile 1895 e muore a Leningrado il 22 agosto 1970. Come dire che, pur essendo rimasto sempre nella stessa città, la storia gli è passata davanti, e quei luoghi hanno assunto nel corso del (suo) tempo tutt’altro senso e ben diverso sapore. Certo, per un folklorista come lui, abituato a riflettere sulla distanza dei secoli, se non dei millenni, quei settantacinque anni del Novecento saranno state bazzecole. Resta comunque il fatto che i pesanti cambiamenti epocali di cui è stato testimone – la rivoluzione russa e il lungo regime politico-culturale sovietico che ne è seguito – hanno parecchio pesato sul suo lavoro a dir poco geniale. A trentatré anni, nel 1928, Propp pubblica quello che resterà il suo capolavoro,...

Lettere dal confino / Contro le virgolette (ma anche contro gli a capo)

Detesto le virgolette. Le accetto, ma dovrei dire le tollero, soltanto come segno grafico di un dialogo. A volte, per non dire sempre, lo scrittore deve uniformarsi allo stile dell'editore. Sin dall'inizio segnalavo i dialoghi con un sobrio trattino ma nel tempo le virgolette hanno vinto anzi stravinto. Le virgolette sono il simbolo della volgarità contemporanea. Neanche gli accapo andrebbero lasciati all'editore. Kafka non andava a capo. Perché un libro è soltanto scrittura. Uno spartito non va mai a capo, si volta pagina. La vita dello scrittore è grama e piena di sconfitte. Si combattono singole inutili battaglie, piccole enclave dentro una battaglia già persa. No, le virgolette non andrebbero mai usate. Non andrebbero scritte né accennate con la punta delle dita, non andrebbero neanche pensate. Se un uomo pensa con le virgolette toglietegli il saluto. A quelli che le annaspano in aria davanti ai miei occhi stupefatti non rispondo affatto, annichilito dalla loro incoscienza. I poeti si prendono una grande responsabilità andando a capo così di frequente ma per l'appunto scrivono dei versi, chiamati così nella loro completezza concatenata che deve avere un suo perché. Se questo...

Il clima cambia (anche la lingua) / “Negazionismo” e “negazionista”

Chi ha curiosità per i vivi mutamenti linguistici sarà felice di osservare quanto sotto i suoi occhi sta accadendo in questi anni, in questi mesi, addirittura in questi giorni a negazionismo e negazionista.  Ambedue comparvero nella lingua della storiografia circa settanta anni fa. Valevano ciò che i dizionari ancora registrano in proposito con uniformità. Allora e nel séguito, con negazionismo si designò criticamente e con deplorazione connotativa una “forma estrema del revisionismo storico che reinterpreta[va] circoscritti fenomeni della storia moderna, spec. con riferimento ad avvenimenti connessi al nazismo e al fascismo, arrivando a negarne l’esistenza o la veridicità”. Così, per es., la voce del Grande dizionario italiano dell’uso, promosso da Tullio De Mauro e pubblicato venti anni fa, quando ancora, evidentemente, della frana non si vedeva segno né annuncio.   Negazionista era quindi un “fautore, [un] sostenitore del negazionismo”, come lo si è appena definito. In particolare e rigorosamente, era negazionista chi metteva in dubbio la fondatezza della ricostruzione storica del sistematico sterminio di Ebrei, altre minoranze e oppositori politici messo in atto dai...

A 10 anni dalla morte della cantante argentina / Mercedes Sosa: folklore ed esilio

Nel breve ciclo di conferenze dedicate al tango pubblicate di recente da Adelphi, Jorge Luis Borges a un certo punto usa l’espressione guitarra trabajosa per sottolineare come nei tango da lui amati la chitarra dia “sempre l’impressione di fare fatica”. Borges sostiene che la chitarra entrò nel tango prima del bandoneon ma dopo il pianoforte, il flauto e il violino, e si serve dell’annotazione per confutare l’idea secondo cui il tango sarebbe nato in periferia e nelle osterie, dove la chitarra regnava sovrana.   Borges tenne quel ciclo di conferenze nell’ottobre del 1965, lo stesso anno in cui Jorge Cafrune presentò una quasi sconosciuta Mercedes Sosa al festival del folklore di Cosquín, dandole notorietà nazionale. Poco più di due anni prima, l’11 febbraio 1963, a Mendoza, un gruppo di artisti fra cui la stessa Mercedes Sosa, il poeta Armando Tejada Gómez e il compositore e primo marito della Sosa, Manuel Óscar Matus, avevano presentato il Manifiesto Fundacional de Nuevo Cancionero, un documento programmatico volto alla promozione di una nuova forma di canzone popolare che fosse, nelle parole di Mercedes Sosa, “espressione dell’uomo argentino del nostro tempo”. In quei mesi...

La serie di Phoebe Waller-Bridge / “Fleabag”: un sacco di pulci agli Emmy Awards

Fleabag, in inglese, significa “sacco di pulci”. La drammaturga, sceneggiatrice, attrice inglese Phoebe Waller-Bridge ha intitolato così la sua formidabile serie tv prodotta da Amazon, di cui si sono potute vedere già due stagioni sulla piattaforma Prime Video. Dello storytelling di molte serie tv forse è opportuno riparlare, perché resta tignoso il pregiudizio che una narrazione non scritta non sia letteratura. Se io cedo alcune ore del mio tempo per leggere un saggio o un romanzo sono un intellettuale. Se vado a un festival di cinema per vedere un film d’autore che in sala non ci andrà mai perché nelle sale ci vanno soprattutto i blockbuster sono un intellettuale. Se leggo e guardo graphic novel sono un intellettuale. Ma se sullo stesso divano spendo 12, 20, 30 ore per una serie tv scritta, diretta e prodotta magistralmente, se seguo i miei personaggi per ore e ore sprofondando in uno stato modificato di coscienza durevole quanto la lettura di Guerra e pace sono un perdigiorno.      It’s an old story. Decenni di battaglia per i popular studies hanno portato nelle università inglesi e poi scandinave e poi americane le sottoculture, e di lì sono figliati gli studi...

A cosa somiglia? A niente / Nader Ghazvinizadeh, Addio vint

All’inizio della Morte di Ivan Il’ič, un amico e collega del magistrato viene intrattenuto dalla vedova. Apparentemente la donna vuole condividere il dolore; ma dietro il galateo, che entrambi rispettano senza ingannarsi neanche un po’ sulla sua natura di guscio vuoto, l’intento è quello di capire se può spillare allo Stato qualche soldo in più della pensione. Intanto l’amico, apparentemente concentrato sulla tragedia di Il’ič, è in realtà tutto occupato dal pensiero che le lungaggini funebri gli impediranno di giocare la solita partita serale. “Addio vint”, dice lo sguardo che si scambia con un altro collega. Il vint sarebbe una forma di whist russo: alcune traduzioni riportano anzi proprio il termine “whist”. Ma all’orecchio italiano la prima espressione suona più suggestiva, specie se si vuole ricavarne un titolo. È quello che ha fatto Nader Ghazvinizadeh, ponendo sotto il suo sigillo quattro racconti di ambientazione bolognese usciti in primavera per la casa editrice Bébert e illustrati da Andrea Bruno. L’espressione viene evocata nel terzo, Dare a Cesare, quando il narratore (anche lui un uomo di legge come Il’ič) sta per sedersi in un caffè a fare una partita col calciatore...

Limiti e libertà / Manuel Puig, l'indefinibile

“Quel tanto di vita in più che si conquista leggendo non discrimina tra grandi opere d’arte e letteratura d’intrattenimento, fanno parte della mia vita e la scalinata di Odessa dell’Incrociatore Potemkin e inseguimenti alla diligenza visti nel più smandrappato dei western” scriveva Umberto Eco in un articolo, pubblicato sul Corriere della Sera, che si intitolava “Perché leggendo vi allungate la vita”.  Libri e film, quale che sia il loro valore artistico, arricchiscono la memoria di ricordi ed esperienze altrettanto nitidi che il vissuto.    Nell’immaginario dello scrittore argentino Manuel Puig, certamente i ricordi della cittadina di provincia in cui era cresciuto s’intrecciavano con quelli dei film visti al cinema anche due, tre volte a settimana assieme alla madre – e anche con lo sguardo entusiasta di lei, o con il fascino ineguagliabile di quelle attrici bellissime, gli restituivano per la prima volta l’immagine di donne certo ancora non indipendenti ma da cui traspariva un’ombra di ribellione e una lezione di libertà. Tutto ciò, insomma, che contribuì a costruire il suo immaginario, il suo sguardo sul mondo, il suo modo di percepire – e restituire – la...

«Cose dell’altro mondo» / Kafka nell’Italia del 1933

La prima traduzione italiana del Processo di Kafka è uscita nella collana «Biblioteca europea» della casa editrice Frassinelli nel 1933 ed è rimasta l’unica per circa quarant’anni. È la traduzione che in Italia hanno letto quasi tutti, da Landolfi a Buzzati, da Vittorini a Fortini, da Calvino a Pasolini, da Elio Petri a Federico Fellini. Fa parte a pieno titolo del nostro repertorio letterario, come le versioni pavesiane di Moby Dick e Dedalus, uscite nella stessa collana, o quella di Berlin Alexanderplatz, firmata due anni prima dallo stesso Alberto Spaini. Nel presentarla, il direttore della «Biblioteca europea» Franco Antonicelli la vantava come una «novità assoluta», e non aveva torto: l’edizione francese del Processo, che di fatto avrebbe dato avvio alla fortuna internazionale di Kafka, sarebbe apparsa solo alcune settimane più tardi. L’unico suo romanzo tradotto in una lingua straniera era The Castle (1930), pubblicato a Londra da Willa e Edwin Muir, mentre la Metamorfosi restava confinata al circuito, prestigioso ma ristretto, delle riviste letterarie, come la «Revista de Occidente» di Ortega y Gasset (1925) e la «Nouvelle Revue Française» di Jean Paulhan (1928).  Oggi...

Dialogo con I. B. Siegumfeldt / Paul Auster, Una vita in parole

James Joyce negli anni Venti è a Parigi, ad una festa, una donna gli si avvicina e gli chiede se può stringere la mano a chi ha scritto l’Ulisse. Joyce, prima di offrire la mano destra, la alza, la scruta e dice: «Signora, mi permetta di ricordarle che questa mano ha fatto anche molte altre cose». L’aneddoto termina qui. Il siparietto cala. Tutto è lasciato alla fantasia della donna. Il punto, però, è un altro; il punto è che qui, il doppio senso spiana la strada a se stesso, e nonostante le mani di tutti, ogni giorno, compiano gesti come aprire e chiudere una porta, piegare asciugamani, estrarre soldi dal portafoglio e scostare le coperte del letto, si è portati a pensare ad altro. Joyce, scrive Paul Auster riportando questo aneddoto in Diario d’inverno (p.132), probabilmente, voleva che la donna pensasse «al gesto di pulirsi il culo, di mettersi le dita nel naso, di masturbarsi a letto di notte, di ficcare le dita nella fica di Nora». L’amabile Nora Barnacle, aggiungiamo noi.   La meccanica razionale, newtoniana, di tutta la letteratura di Paul Auster si consuma nella brace di questo aneddoto: l’analisi sul gesto della mano, la frase rifinita ad hoc del protagonista, il suo...

Una conversazione / Elif Shafak: voci di Istanbul

“Vivevamo fianco a fianco con ebrei, greci, armeni... Da ragazzo andavo a comprare il pesce da pescatori greci. Il sarto di mia madre era armeno, e mio fratello lavorava per un ebreo. Eravamo tutti mescolati. […] Perché Istambul non è una città […] È una città nave. Viviamo tutti su un vascello! […] Siamo tutti passeggeri, andiamo e veniamo a gruppi.” Così scriveva Elif Shafak, la più grande scrittrice turca tradotta in cinquanta lingue, nel suo libro più famoso, La bastarda di Istanbul, nel 2007. Oltre a essere una narratrice straordinaria, Elif è una militante e una testimone del laboratorio che è Istanbul e della possibilità di cambiare e riorientare una globalizzazione che, inevitabile, finora ha prodotto più danni che benefici.  Elif, insieme a Zadie Smith, nata nel suo stesso giorno quattro anni dopo, e Jonathan Franzen, ritiene che gli scrittori non possano e non debbano voltarsi dall'altra parte di fronte al riavvolgimento autoritario e cinico del mondo. Sa intimamente che il pendolo oscilla e che grazie a lei e a coloro che, come lei, si impegnano per risvegliare le coscienze degli umani dal torpore in cui sono calate, il mondo può ricominciare a pulsare con un ritmo...

Sopravvivere / Andrés Neuman, Frattura

“A terra le cose giocano a modo loro. Guadagnano una piastrella, aspettano il proprio turno, si arroccano. Le correnti generano mulinelli, disordini microscopici. Un foglietto trascina il suo origami fallito. Il gelato che si scioglie sulla panchina è stato rotondo. Un accendino dà fuoco alle polveri che passano. Accanto alle macchinette, un paio di auricolari rimpiange le proprie orecchie. È appena caduto dai pantaloni del signor Watanabe, mentre si frugava nelle tasche e si recava infastidito a comprare il biglietto. Quando il suolo smette di essere suolo, gli auricolari cominciano a serpeggiare in mezzo ai passi: un fuggifuggi in stereo. L’accendino rimbalza, invoca la propria fiamma. La pallina di gelato allarga la sua ombra. Il foglietto allenta la pressione, dispiegando un testo che nessuno legge.” Nell’agosto del 1945 l’aeronautica militare degli Stati Uniti sganciò, a distanza di tre giorni l’una dall’altra, due bombe nucleari sulle città di Hiroshima e Nagasaki, in Giappone. Le bombe avevano nomi deliziosi, lo sappiamo: Little boy, la prima, e Fat man, la seconda. Morirono centinaia di migliaia di civili, senza contare quelli che morirono dopo, per tacere di tutti quelli...

Una storia centenaria / “Poltrona”: una parola di tempi calamitosi

“Carica o impiego, spec. di grado elevato, che si suppone comporti un lavoro poco faticoso e molto redditizio”: questa definizione di poltrona compare, come terza, nella relativa voce di edizioni recenti del Vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli, con l’ovvia precisazione che si tratta di un valore figurato, connotativo, non denotativo. Dal Dizionario etimologico della lingua italiana di Manlio Cortelazzo e Paolo Zolli si apprende tuttavia che lo Zingarelli la offre, immutata, sin dalla sua edizione del 1922. Non è un dettaglio trascurabile. È al contrario una spia che chiama l’attenzione.   Per essere fatta oggetto di una registrazione lessicografica a quella data e per stare lì dove da allora si trova, poltrona con il valore qui pertinente, non soltanto figurato ma, com’è facile intendere, anche spregiativo, doveva essere d’uso corrente già negli anni precedenti: gli anni che seguirono la Grande guerra. Si può stare certi che gli storici della prosa giornalistica e della lingua della politica, se volessero, potrebbero fornirne loquaci attestazioni. Li si invita alle opportune ricerche. In quel contesto sociale e culturale e in scritti effimeri probabilmente...

Una scepsi tentata dalla speranza / L’ombra delle parole e le traduzioni dei classici

Le traduzioni vivono in forme plurali. Non sono monocratiche né monolitiche. Si può sorridere se qualche versione di un’opera letteraria è definita “canonica” o “autorizzata”. Quando sento dire che i libri tradotti “invecchiano” perché “la lingua si evolve” penso sempre a quella diffrazione percettiva che ci coglie quando siamo seduti in treno, in attesa di partire, e di colpo un accenno di vertigine, ecco, ci si muove: meno di due secondi per capire che non siamo noi a spostarci – ci voltiamo, è il treno accanto al nostro che è partito. Inventare una metafora per descrivere il tradurre è sempre un esercizio sdrucciolevole, ma se volessimo dar fede a questa prospettiva dovremmo dire che un classico è un treno che sta fermo, mentre noi – la nostra lingua attuale, sempre in mutamento – siamo sul treno accanto, su quello che si muove. Dubito però che questa sia una descrizione affidabile; pur nella sua novità apparente, pur nel suo appello all’occasione quotidiana, pecca di dogmatismo. Ho il sospetto che anche l’originale sia plurale, esposto a una molteplicità di interpretazioni storiche, oggetto mobile nei marosi del tempo e degli sguardi, e che sia molto rischioso versarsi toto...

Diario / José Saramago o prima le voci

Ho avuto la fortuna di incontrare José Saramago diverse volte tra il 1994 e il 2003. Ne è nato un lungo dialogo, tra Venezia, Parigi e la lontana Rejkyavík, rivisto dall’autore, tanto disponibile quanto scrupoloso in ogni cosa che scriveva. Saramago era dominato da una paziente responsabilità verso tutti coloro che lo leggevano con attenzione. Ricordo che a Rejkyavík, dove naturalmente era l’ospite più importante del festival letterario che si tiene ogni due anni nella capitale islandese, dopo una lunga relazione, si sottopose a un tour de force di più di un’ora rispondendo in modo dettagliato e semplice a non so quante domande che venivano dal pubblico. Finita la sessione, dedicò un’altra ora buona ai suoi lettori firmando le copie del suo ultimo libro. Ricordo che il suo volto, coperto in parte da un paio di grandi occhiali, come quello di una tartaruga si inchinava lentamente verso la pagina, per poi altrettanto lentamente rialzarsi ogni volta per mettere a fuoco lo sguardo dei suoi ammiratori e ammiratrici. Forse l’aver debuttato a quasi sessant’anni (Una terra chiamata Alentejo uscì nel 1980) e la consapevolezza che l’uomo più saggio che aveva conosciuto, suo nonno, «non...

I fantasmi del vecchio sud sotto nuove spoglie / Jesmyn Ward. A casa dopo l'uragano

Bois Sauvage è il genere di posto da cui i turisti girano alla larga. Un pugno di case sul delta del Mississippi flagellate da miseria e uragani, dove il futuro è un lusso e il divario tra bianchi e neri somiglia a un precipizio. Eppure Jesmyn Ward, afroamericana, unica donna a vincere due volte il National Book Award, in un breve giro di anni è riuscita a farne uno dei luoghi più frequentati dall'immaginario americano.  Inutile cercare Bois Sauvage sulla carta geografica, anche se è facile immaginarla in DeLisle, dove Ward è cresciuta e di recente ha fatto ritorno. Come la contea di Yoknapatawpha immaginata da William Faulkner, cantore ineguagliato del Mississippi, Bois esiste solo nel reame della fiction – terreno gravido di storie che hanno il sapore inconfondibile della realtà. Non per caso NNEditore che ha pubblicato in italiano i due libri di Ward vincitori del più prestigioso premio letterario americano – Canta, spirito, canta (239 pp.) da poco in libreria e Salviamo le ossa (316 pp.) – li ha raccolti sotto la dicitura Trilogia di Bois Sauvage.  Come Faulkner, di cui molti la considerano l'erede, Jesmyn Ward affonda il racconto nelle pieghe della sua terra. Piega...

“Aver incominciato tutto tardi” / Elvira Navarro, La lavoratrice

Il titolo di un libro, che sia scelto dall’autore o dalla casa editrice, serve, oltre che banalmente a nominarlo, a suggerire una chiave interpretativa, un accento o un’intonazione da mettere al testo.  Così accade spesso di chiudere un romanzo, dopo aver raggiunto l’ultima pagina, e imbattersi nuovamente in quella parola iniziale con disposizione ovviamente diversa da quando il libro ancora non si era srotolato sotto i nostri occhi e non aveva svelato mondi e personaggi. Giunti al termine, a seconda di com’è andato questo srotolamento di parole, durato alcuni giorni o settimane, il titolo diventa rivelatore di qualcosa che prima era sfuggito, o conferma un sospetto di significato, o al contrario prende in contropiede e retrospettivamente confonde, e quella confusione può essere bella e gravida se apre a dubbi, domande o contraddizioni, oppure fastidiosa quando smaschera un titolo che serviva solo ad ammaliare o più prosaicamente a vendere.   Nel caso di La lavoratrice (in lingua originale La trabajadora), titolo del romanzo di Elvira Navarro, proprio perché riferito a un romanzo scritto oggi, suggerisce da subito l’atmosfera cui andiamo incontro. A tutt’altra idea...

Questo, codesto / Prendere le distanze

“ — Vuoi che te lo dica? — replicò Pinocchio [...]. — Fra i mestieri del mondo non ce n’è che uno solo che veramente mi vada a genio. — E questo mestiere sarebbe? — Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo — Per tua regola — disse il Grillo-parlante con la sua solita calma — tutti quelli che fanno codesto mestiere, finiscono quasi sempre allo spedale o in prigione”. Nelle parole assegnate al Grillo-parlante dalla penna di Collodi, il “mestiere” che Pinocchio dichiara di preferire passa da “questo” a “codesto”, da una battuta all’altra del dialogo. Perché?   La risposta è intuitiva. La saggia bestiolina apprende nel dettaglio cosa pensa il burattino scriteriato e aspirante gaudente e cambia atteggiamento. Da un’attitudine neutra e interrogativa passa a una presa di distanze. Lo scarto è netto ed è espresso in maniera molto sottile e naturale: da un dimostrativo all’altro, da “questo mestiere”, non marcato, a “codesto mestiere”, marcato. I “codesto” e simili nelle Avventure di Pinocchio sono solo un decina e soltanto la ricorrenza menzionata ha un tale rilievo contrastivo. La maestria di uno scrittore consiste appunto...

Rifugiata nella vita e nella scrittura / Ágota Kristóf. Scrivere per ricostruire identità

La Trilogia della città di K., di Ágota Kristóf è un romanzo composto da tre romanzi, con circa gli stessi personaggi, con gli stessi protagonisti, con ambientazioni simili, ma le vicende narrate sono diversissime tra loro, le storie che i due protagonisti raccontano del loro passato e del loro presente non coincidono mai, nemmeno nei nomi. In Il grande quaderno sono due gemelli lasciati dalla madre alla nonna materna in una casa alla periferia di una città dove si spera non sentiranno le asprezze della guerra, quelle della vita le sentiranno molto invece. La nonna li chiama “figli di cagna” e li instrada in una vita di asperità. È scritto tutto in prima persona plurale, sono i gemelli, ancora senza nome, che raccontano.   In La prova è Lucas che parla, in terza persona singolare. Inizia con il primo atroce giorno dalla divisione da Claus, ma iniziano anche i dubbi se Claus esista o meno. In La terza menzogna la narrazione è alla prima persona singolare, io, ed è Claus che racconta la sua vita e il ritorno di Lucas.   Nelle sue tre parti il romanzo sfida la logica del lettore, gioca col senso apparente della storia, accenna senza rivelare tempi e luoghi della Storia,...

Almodóvar, “Dolor y Gloria” / Per amore di finzione

Malgrado fosse un’abitudine diffusa e la famiglia Almodóvar vivesse in umili condizioni, tanto da mandare il figlio in seminario pur di farlo studiare, quando Pedro, a otto anni, si è trasferito coi genitori in Estremadura non ha mai abitato in una grotta, al contrario di quello che racconta il suo ultimo film. È un dettaglio da mettere subito in evidenza, per cominciare a capire il tipo di rielaborazione narrativa e cinematografica compiuta da Dolor y gloria. Che usa materiali autobiografici, ma non è, prima di tutto, la messa in scena di una confessione o di un resoconto retrospettivo. È un progetto più complesso, in un certo senso anche più ambiguo e perciò più bello, perché è un’opera su come possiamo entrare in contatto con il nostro passato, con i desideri e le sofferenze che lo hanno fatto esistere, con i buchi reali e metaforici da rammendare, o con le ferite da far chiudere, servendoci, lungo il corso della vita, di immagini, finzioni, romanzi o disegni di noi stessi che, come in uno spettacolo pirotecnico, non sono mai fermi, o identici, ma possono spostarsi, variare e amalgamarsi, al pari dei colori che, nei titoli di testa – la prima cosa che vediamo – si mescolano e...

Rappresentazione e verosimiglianza / Almodóvar: dolor, gloria, impegno

Sulla scrivania di Salvador Mallo (Antonio Banderas) c'è un grande leggio, sul quale è appoggiato un libro con una fotografia in bianco e nero per copertina. Raffigura una donna che cammina sola lungo i binari della ferrovia, vestita di nero, a lutto; in testa ha il fazzoletto nero che, fino agli anni '60, usavano le donne spagnole più umili. Si tratta di un romanzo di Agustín Gómez Arcos, Ana no, scritto in francese nel 1977, durante l’esilio parigino dell’autore, ma pubblicato in Spagna soltanto trent’anni più tardi. Narra la storia di una donna che ha perso il marito e i due figli più grandi nella Guerra Civile. Dal sud estremo, in Almería – terra natia dell'autore – cammina da sola verso il nord, dove si trova il figlio più piccolo, incarcerato perché antifranchista. L'eroismo della madre, l'estrema povertà del dopoguerra, l'atmosfera mentale di un viaggio iniziatico e al tempo stesso definitivo, sono elementi che ritornano in parte anche nell'ultimo film di Almodóvar, Dolor y gloria.     Questa volta il regista manchego accompagna lo spettatore con immagini, parole e suoni a lui cari: non come in una semplice collezione di situazioni, ma come una sorta di filo...

Viaggiare / Olga Tokarczuk, I vagabondi

«Volo da Irkutsk a Mosca. Si decolla da Irkutsk alle otto del mattino e si atterra a Mosca alla stessa ora – otto del mattino dello stesso giorno. Questo è il momento esatto in cui sorge il sole, quindi si vola per tutto il tempo all'alba. Si rimane in questo singolo istante, grande, tranquillo, espanso come la Siberia. Dovrebbe essere il momento per la confessione di un'intera vita. Il tempo scorre all'interno dell'aereo, ma non fuoriesce all'esterno.» Il viaggio è una luce sempre accesa, è un’ansia, è una ricerca, il viaggio è la solitudine estrema e il suo contraltare. Il viaggio è una persona che ne incontra un’altra, il viaggio è la storia personale che si mescola a quella degli altri. Il viaggio è un odore, una vaga speranza, è una possibilità da rinnovare ogni giorno. Il viaggio è il fuso orario che cambia, un riparo, una doccia non fatta, un letto ricevuto in regalo. Il viaggio sono mani che si toccano, spalle che si sfiorano, sono gli aeroporti, i porti, sono i treni, sono le banchine delle stazioni.   I viaggi sono l’unica vera casa che abbiamo, sono tutto quello che impariamo, sono poi quello che lasciamo. Il viaggio è cultura ed è aver cura. Il viaggio è...

Cannes 2 / Quentin Tarantino Plays Itself

“L’architettura qui è molto coerente: c’è quella francese vicino a quella spagnola, vicino a quella Tudor, vicino a quella giapponese […] Qui è tutto pulito perché non buttano via la spazzatura, la riciclano negli show televisivi”. È la famosa scena di Io e Annie in cui Woody Allen si rende protagonista di una delle sue celebri tirate contro Los Angeles, la città che i newyorkesi amano odiare. O almeno questo è il luogo comune che ha contribuito a costruirne la reputazione di città per eccellenza dell’America frivola, disimpegnata, culturalmente parvenu, persino reaganiana. L’architettura e l’urbanistica sono come spesso accade la cartina da tornasole, e la condanna per Los Angeles è senza appello: esempio di una nuova configurazione iperurbana a misura di automobile dove non esiste unità di senso, dove gli stili abitativi si giustappongono senza regola e il kitsch la fa da padrone.    Bisognerebbe leggere Città di quarzo (Manifestolibri, 1983) di Mike Davis – uno dei più grandi saggi di geografia sociologica su una città –, o Los Angeles: l'architettura di quattro ecologie di Reyner Banham (Einaudi, 2009), o vedere il film capolavoro di Thom Andersen Los Angeles Plays...