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Letto in un’altra lingua / Nicolas Mathieu, Leurs enfants après eux (Premio Goncourt 2018)

Heillange non sembra una città immaginaria, appare più come un'isola, con un lago al posto del mare a separarla dal mondo. Esistono numerose isole, come spiegava Margaret Cohen, recalcitranti alle trasformazioni e ai cambiamenti: a ben vedere non è il caso di Heillange. Heillange è semplicemente passiva, un luogo in cui le cose sembra che accadano solo perché devono accadere, con il lavorio del tempo capace unicamente di generare un cambiamento ripetitivo e quasi indifferenziato. È qui, in questo spazio vuoto situato da qualche parte nell'Est della Francia, che è ambientato il romanzo di Nicolas Mathieu Leurs enfants après eux (Actes sud, 2018), insignito di recente, un po' a sorpresa, del prestigioso Prix Goncourt (il corrispettivo del nostrano Premio Strega).      Mathieu (1978), alla sua seconda prova da romanziere, ricostruisce in questa narrazione la crisi economica, sociale, quindi culturale di una zona che tra la fine degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta ha subito l'onta feroce della deindustrializzazione a seguito della chiusura definitiva della Metalor, l'acciaieria che per decenni aveva dato lavoro a tutta una comunità: «Durante un secolo gli...

Che ogni cosa trovi il suo posto / Sylvie Richterová: esilio

Sylvie Richterová è nata a Brno, che qualcuno ha definito «città più kafkiana di Praga». La stessa città dove sono nati Janáček, tra i massimi compositori del XX secolo, Skácel, uno dei grandi poeti moderni delle lettere ceche, gli scrittori Jan Trefulka e Antonín Kratochvíl, la scrittrice Vera Linhartová e i due romanzieri cechi più conosciuti al mondo: Hrabal e Kundera. Nel 1963 si trasferisce a Praga, dove studia lingue e letterature moderne. Nel 1971 sceglie di vivere, caso eccezionale nell’emigrazione dell’Est, in Italia, a Roma, dove  insegna lingua e letteratura ceca fino al 2009. La sua è una scelta d’amore. Un amore non proprio ripagato dal nostro paese. La bellezza della sua prosa, nel corso del tempo, è passata per lo più inosservata. Richterová, autrice oggi fra le più apprezzate in patria e in altri paesi, in particolare la Francia, ha scritto diverse raccolte poetiche, molti saggi raffinati e sei romanzi: Ritorni e altre perdite, pubblicato nel 1978 presso la Sixty-Eight Publishers di Toronto, la casa editrice fondata dallo scrittore ceco in esilio Josef Škvorecký; Figure dissipate (1979), Topografia (1983), Sillabario della lingua paterna (1986), tutti usciti...

Rivendicazioni / Personagge

Nelle lingue in cui è categoria manifesta, il genere grammaticale è servitù obbligatoria. Scrivi un rigo e hai già dovuto rendergli molti tributi. Fin qui, per esempio, una decina (lingua, f.; categoria, f.; genere, m. e così via). L’italiano è esuberante, in proposito. Non va dappertutto così.  Ci son lingue che fanno a meno del genere. Ce ne sono tante (e prossime all’italiano) in cui a una risorsa di variazione siffatta si ricorre più parsimoniosamente. Chi nasce e cresce in italiano subisce invece una mitridatizzazione. Assuefattosi al veleno, l’antico re del Ponto gli era insensibile. Chi parla italiano non è sensibile alla pervasiva presenza del genere grammaticale e, di norma, non l’avverte. “Una persona onesta”: persona è di genere femminile e l’accordo lo ribadisce più d’una volta. Quanto a riferimento, la “persona onesta” sarà poi dotata di baffoni a manubrio, di seno prosperoso, di qualsiasi altra caratteristica materiale o morale che la infili nella casella prevista all’uopo da una morale sociale variabile nel tempo. Nella politica britannica del Novecento, “una figura significativa” fu Margaret Thatcher tanto quanto Winston Churchill. La prima ne fu “un...

Sui Manzoni di Daniela Brogi e Silvano Nigro / I Promessi Sposi: un libro parallelo

Allo scrivere Pinocchio: un libro parallelo, c’è da credere che Giorgio Manganelli fosse sollecitato dalla circostanza che quello di Collodi è, strutturalmente, un libro «uno e bino» (anche se, all’atto di concepire il commento dal quale nel 1977 scaturirà quello che sarà uno dei suoi capolavori, il Manga non poteva in effetti conoscere il saggio di Emilio Garroni che, uscito due anni prima, quella doppiezza aveva codificato una volta per tutte). A guardia del suo appartamento romano, in Via Chinotto numero Otto, mitobiografia vuole fossero, appunto, due grandi Pinocchi di legno.   Sebbene Manganelli concepisse I Promessi Sposi come opera autocentrata e autotelica, centripeta anziché centrifuga, «tolemaica» insomma (così la definisce in un “a parte” di Laboriose inezie), e dunque squisitamente antipinocchiesca, c’è da credere che avrebbe avuto ragione di ricredersi: ove avesse potuto leggere i due bellissimi saggi che – usciti in parallela simultaneità lo scorso ottobre – pongono le basi per leggere finalmente – al netto degli obblighi scolastici che da sempre, nell’imporne lo studio, ne vietano il godimento – il romanzo di Manzoni (quell’altro,...

Sette sogni / William T. Vollmann, I fucili

È difficile, per chi studia e ama il lavoro di William T. Vollmann, non essere felice di questa sua rinnovata fortuna nel nostro Paese. La storia editoriale di Vollmann in Italia, come ho già avuto modo di notare, è stata piuttosto accidentata, e la decisione di Minimum Fax, nella persona di Luca Briasco, di ripubblicare quattro suoi romanzi e di fare uscire l’inedito I fucili (The Rifles; 1994) è lodevole e coraggiosa, e maggior merito le dà l’ottima traduzione di Cristina Mennella. Certo, un pessimista potrebbe anche dire che, se Vollmann non è diventato patrimonio di tutti i lettori di narrativa contemporanea quando è uscito un capolavoro del ventunesimo secolo come Europe Central (Mondadori 2010) allora è difficile che questo ritorno di fiamma arruoli più di qualche esoterico cultista del massimalismo letterario, com’è a giorni alterni il sottoscritto e come sembrano essere un po’ tutti i suoi recensori: ma occorre sforzarsi di vedere il bicchiere mezzo pieno.    Prendiamoci qualche istante per fare una domanda volgare, ma non superflua: di cosa parla I fucili? Tanto per cambiare, è difficile a dirsi. Di ghiaccio e di gelo, principalmente; delle vaste solitudini...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Vacanze brutte

Non credo che ci facciano così bene, le “vacanze”. «Vacanza» significa che manca qualcosa che prima o poi ci aspettiamo che ritorni. Dovrebbe essere una decompressione dopo una pressione. Questo meccanismo dello strizzarci e del rigonfiarci, come spugne, è la metafora della resilienza, che sicuramente è una delle virtù fondamentali per vivere. Ma applicato a un incontro sociale, di scambio cognitivo e affettivo come potrebbe essere la scuola non va molto bene. La vera mutazione sociale che vedo è che la scuola non è più per i ragazzi un “terzo tempo” dopo quello della famiglia e delle esperienze infantili o adolescenziali tra coetanei, in luoghi franchi o comunque in-dipendenti dai centri di educazione-controllo (famiglia, scuola). Non hanno più luoghi dove incontrarsi, condividere giochi, o litigi, o innamoramenti. Non giocano più a pallone nei cortili o nei prati.   Nei condomini con aree verdi è «vietato schiamazzare o giocare al pallone», perché si disturbano pensionati irascibili e misantropi che non hanno più i loro circoli dopolavoristici o sindacali o politici o religiosi. Siamo confinati nei nostri micro-appartamenti, dove le relazioni obbligate tra consanguinei o “...

Antonio Riccardi / Tormenti della cattività ovvero l’enigma di esistenza e di poesia

Autore di parca produzione (le dita di una mano sono più che sufficienti a numerarne i libri pubblicati), Antonio Riccardi (Parma, 1962) è poeta di una ricchezza di motivi e di una forza di scrittura evidenti anche a una prima lettura e a una superficiale frequentazione.  Da poche settimane in libreria, il nuovo libro in versi di Riccardi, edito da Garzanti, si propone al lettore col suo titolo enigmatico: Tormenti della cattività. Titolo che forse un poco si dipana se proviamo a rovesciarne per gioco la semantica: felicità della libertà; a lettura conclusa, infatti, pare proprio stare in questa aspra contesa tra tortura e benessere e tra prigionia e libertà la chiave a doppia mandata che permette di “entrare” nel testo e di vederlo, mirabilmente, “funzionare”. È il testo stesso che, qua e là, suggerisce questa coppia di opposti come costitutiva e vitale spina dorsale del libro: “Felicità e tortura se solo sospiri / abbracciandomi ancora bagnata / nella nuvola del cloro” dove si comprende che a mettere in moto la felice-dolorosa dialettica è – vecchio fantasma dei poeti – Amor di Donna qui declinato più che nella coesistenza canonica di amore-odio in quella, appunto, di gioia...

Un crowdfunding per la poesia / Compatto: la voce di Baldini

Quando, negli anni Settanta del secolo scorso, mi capitò di ascoltare per la prima volta una lettura pubblica di Raffaello Baldini (in romagnolo e nella traduzione italiana), fui subito certo di avere di fronte qualcosa di speciale, e non solo per la qualità dei testi. Erano gli anni in cui in Italia fiorivano i festival di poesia; i poeti si trovavano sempre più spesso a dover comunicare da un palco (“dal vivo”, come si dice per la musica) con lettori in carne e ossa, senza la mediazione della pagina scritta. Ho detto dover comunicare non a caso: per molti, questo confronto era – ancor più che un’opportunità per esibirsi e per far conoscere la propria opera – una prova, un cimento al quale era difficile sottrarsi. Non tutti erano preparati ad affrontarlo (e neanche il pubblico). Le difficoltà non nascevano soltanto dai limiti performativi di questo o quell’autore, dalla sua scarsa inclinazione a farsi dicitore, attore-interprete della propria scrittura. L’ostacolo era più profondo: la poesia moderna nasce (in Occidente, è forse il caso di precisarlo) proprio da una sistematica rimozione della teatralità, della voce, della presenza fisica del poeta. Alle radici di questa “...

Polemiche gastronomiche / Montalbano e gli arancin*

L’arancin* è l’ornitorinco della cucina siciliana. Linneo non riusciva a catalogare questo curioso animaletto australiano in nessuna delle specie animali più comuni (anatra, mammifero, anfibio?). Analogamente i ricettari dell’Isola, supportati dal sapere diffuso, hanno sempre avuto qualche perplessità nel collocare questa tipicissima e bisunta polpettina di riso ora tra i primi piatti, ora fra lo street food, ora fra la sedicente rosticceria, finendo per scontentare tutti. Se tra i primi, non si serve quasi mai a tavola. Per la strada la si vede assai raramente. Al bar ha sempre un posto a parte nelle teche delle golosità native. L’arancin*, insomma, è una realtà a sé, e spesso finisce per costituire, magari moltiplicat* per se stess*, un pranzo in quanto tale, senz’altri annessi o connessi che la bibita per mandarl* giù con minore difficoltà.   È questa, con ogni probabilità, una delle ragioni per cui di ess* si discute all’infinito, al punto che ci si trova costretti a usare quest’espediente grafico un po’ furbetto dell’asterisco per evitare di connotarne anche soltanto il genere linguistico – la cui attribuzione, nell’Isola, suscita più polemiche di un derby calcistico...

Perifrasi / Mutamento e prevalenza del cretino

L’articolo determinativo è sempre più spesso soppiantato da una perifrasi: il fenomeno è stato già segnalato da Stefano Bartezzaghi, a più riprese e in diverse sedi. “Stasera discuteremo le normali difficoltà della comune vita di coppia” è ormai considerato modo moscio di esprimersi. Pare più turgido “Stasera discuteremo quelle che sono le normali difficoltà della comune vita di coppia”. C’è chi si spinge a “...quelle che sono le normali difficoltà di quella che è la comune vita di coppia”.  Articolo e perifrasi hanno grosso modo valore grammaticale equivalente. Ma la perifrasi è più enfatica ed è una maniera di prender tempo e d’allungare il brodo: Bartezzaghi lo ha osservato opportunamente e molto per tempo. I due aspetti non sono in alternativa. Prolissità e gonfiezza viaggiano spesso insieme e creano a volte espressioni paradossali. Raccogliendo qualche anno fa dati per una ricerca sul tema, a chi scrive è accaduto di incontrare un E veniamo rapidamente a quello che è il succo del discorso che non necessita in proposito di commenti.   Dal punto di vista grammaticale, la perifrasi è costrutto complesso. Ricorre a un pronome dimostrativo (quello). Gli attacca una...

Un libro di Stefano Jossa / L’ennesima lingua più bella del mondo

L’ennesima lingua più bella del mondo. Una tra le tante. Tutte, anzi. Vive e morte. Esistono lingue morte, lingue scomparse, lingue di cui non si sa più niente, lingue di cui si ignora persino che siano esistite, e altre che nessuno parla più, che sono dette morte ma non lo sono, perché nei libri continuano a vivere e qualcuno ancora le legge e scrive. Tutte bellissime. A volte, più ancora che “miseramente apodittica, stenta, scolorata, tetra, eguale, come piccoletto grembiule casalingo da rigovernare le stoviglie” (Gadda), sembra morta la stessa lingua che stai usando, che si dibatte scomposta davanti ai tuoi stessi occhi come in agonia emettendo suoni stridenti e senza significato e un odore di marcio che si attacca alle narici, ma nella quale non puoi evitare di identificarti e che non puoi non amare. Come non si può evitare di amare noi stessi più di ogni altra cosa e con la stessa intensità, perché “la lingua è, nella sua dimensione affettiva, sempre al superlativo”, come scrive Stefano Jossa nel suo recente La più bella del mondo. Perché amare la lingua italiana (Einaudi, 2018, p. 8).   Identificarsi con la lingua non comporta tuttavia identificarsi con i parlanti. Una...

O della poetica delle frasi fatte / Canta come parli

Fateci caso: molte delle canzoni americane della prima metà del Novecento recano, a mo’ di titolo, delle frasi fatte. Qualche esempio? It never entered my mind (Non mi è mai passato per l’anticamera del cervello; di Richard Rodgers e Lorenz Hart); Everything happens to me (Capitano tutte a me; di Matt Dennis e Tom Adair); You took advantage of me (Ti sei approfittato/a di me; di Rodgers e Hart); You’re driving me crazy (Mi fai impazzire; di Walter Donaldson); I could write a book (Potrei scriverci su un libro; di Rodgers e Hart); I don’t stand a ghost of a chance (Non ho uno straccio di possibilità; di Victor Young, Ned Washington e Bing Crosby), e via discorrendo. È un elenco lunghissimo, se non proprio sterminato.   Si tratta per l’appunto di frasi convenzionali, espressioni prese a prestito direttamente dalla quotidianità, né più né meno, come sottolinea Philip Furia ne The Poets of Tin Pan Alley (Oxford University Press, 1990), di come la poesia e più in genere anche le altre arti cominciarono a fare nei primi decenni del ventesimo secolo. Ci si stava cioè accorgendo di come la lingua di tutti i giorni, per di più nella sua forma più colloquiale, nell’uso ripetuto e ormai...

Una luminosa resistenza / Nel deserto di Dolores Prato. Intervista a Jean-Paul Manganaro

Nata a Roma dalla relazione tra una vedova e un avvocato che non la riconosce come figlia propria, presto affidata dalla madre a due zii residenti nella città marchigiana di Treja (questa la grafia prediletta dall’autrice per l’attuale “Treia”), Dolores Prato nel corso di tutta la sua lunga vita (1892-1983) si dedica con testarda determinazione all’atto pratico della scrittura, imbastendo narrazioni sempre refrattarie ai confini di genere (racconto, romanzo etc.), nemiche del diarismo come dello sfogo intimo e che spesso prendono il via dalla sua esperienza biografica per fuggire immediatamente altrove: nei territori aspri, solitari e resistenti della migliore letteratura. Il capolavoro dell’autrice, Giù la piazza non c’è nessuno, libro di 1058 cartelle completato a circa novanta anni, è una maestosa, dirompente ricerca sui luoghi i nomi gli oggetti le visioni di un’infanzia che inizia “sotto un tavolino” della casa degli zii cui viene affidata dopo l’abbandono della madre e si snoda per le vie e gli angoli di Treja, le case, i profumi, i cibi, le parole della città, attraversandone i paesaggi umani e naturali, le emarginazioni e differenze sociali ed economiche che si fanno...

Anamorfosi / Ornamento, Juan Cardenas

Anamorfosi è “l’arte di rendere quasi irriconoscibile un’immagine attraverso una distorsione calcolata della prospettiva”.  Nonostante la moglie del protagonista affermi che bisogna “rinunciare all’interpretazione”, la parola chiave del romanzo di Juan Cárdenas, seminata tra le pagine a più riprese, suggerisce il contrario.  Ornamento – questo il titolo del primo libro pubblicato in Italia da SUR di un autore colombiano innegabilmente interessante – è esso stesso un’anamorfosi. Si tratta, leggendolo, di cogliere gli indizi per scoprire la prospettiva (o le prospettive) giuste. Si tratta, lasciandosi portare dalla strana e scomposta trama, di mantenere un leggero distacco per poter cogliere il dietro le quinte delle parole, o per dirla con Manganelli, l’ombra delle parole, pur correndo il rischio che, “come succede con l’anamorfosi, una volta rese comprensibili, le parole dicano molto meno di quello che suggeriscono nel loro stato deforme. L’aspetto rilevante dell’anamorfosi è la distorsione stessa, non la forma occulta”.   Cárdenas costruisce un mondo distorto eppure di poco lontano dal nostro, più vicino a una qualche piega del reale che al fantastico o alla...

“Il più integerrimo” / Superlativo assoluto

Sulle bocche e sotto le penne dei sì-dicenti, circola non da oggi “il più integerrimo” (si ponga, “magistrato”), sulla scia del già meglio ambientato e quasi florido “il più acerrimo” (si ponga, “nemico”).  Testimone chi scrive, tempo fa, “il più integerrimo” apparve per esempio sulle labbra di un popolare giornalista. In tema di superlativi, proprio uno dei massimi del momento. Il suo “il più integerrimo” orale ebbe corso in una trasmissione che ha come bacino d’utenza la crema del pubblico televisivo. Lo dicono le opportune rilevazioni, che giustificano d’altra parte lo sbardellato compenso accordato al suo conduttore. Nei giorni che seguirono l’exploit, il sismografo delle reti sociali non segnalò movimenti: niente commenti irridenti o vibranti indignazioni. Ideologi del buon italiano, accademici di complemento tacquero.   Del resto, in proposito le grammatiche si sono già pronunciate per il fatto compiuto, tenuto conto dell’irregolarità delle forme coinvolte. Qui non si verserà una lacrima. La lingua del sì non sarà irrimediabilmente sfigurata da simili inezie. Non è il caso di intonare un mesto “De profundis”. Né c’è da temere, per l’inconsapevole miserrimo, che il...

Letto in un’altra lingua / Sammy Gronemann, Tohuwabohu

Tohuwabohu (Caos) – I ed. 1920, ed. consultate: Reclam, Stuttgart 2000, pp. 378 – è il primo romanzo di Sammy (Samuel) Gronemann, drammaturgo, avvocato e giurista ebreo, nato a Strasburg, allora est della Germania, in una famiglia ortodossa in cui fu educato nell’amore per il popolo ebraico e nell’interesse per la difesa della condizione giuridica degli ebrei.   Germania, anni Venti    A Borytschev, appena fuori dalla sinagoga, un giovane studente di una scuola talmudica, Jossel, incontra giusto al di là dell’Eruv la giovane Chana Weinstein seduta su una panchina. La ragazza sta leggendo il Faust di Goethe, e Jossel si avvicina per farle notare che sta “contravvenendo al comandamento” tenendo fra le mani quel libro oltre il confine che “terminava qualche passo più in là, e dunque alla panchina su cui sedeva doveva essere arrivata trasportando qualcosa di proibito, anche se solo un libro”. Avvicinatosi per farle presente la trasgressione e il precetto, Jossel resta affascinato dall’aura di verità e dalla prontezza della ragazza, che lo ringrazia “per il gentile avviso”: “[…] chiese cosa poteva fare allora, una volta che la regola era stata trasgredita […] avrebbe...

Philippe Lançon, Le lambeau / Violenza, metamorfosi e rigenerazione

Quando non ce l'aspettiamo, quanto tempo ci vuole per sentire la morte che arriva? Sono le undici e venticinque, forse le undici e ventotto, del 7 gennaio 2015: il tempo sparisce nel momento in cui cerchiamo di raccontarlo, nell'inutile tentativo di ricostruirne ogni secondo. Philippe Lançon si alza, infila il suo cappotto; deve andare alla sede di Libération per scrivere un pezzo su La dodicesima notte, la pièce shakespeariana vista la sera prima in un teatro di Ivry, nella periferia parigina. La sala nella quale si è appena tenuta la riunione di redazione è piccolissima, come l'edificio che la ospita, come la via nella quale è situato l'edificio. Le parole sembrano correre come cani affamati da una bocca all'altra, nel migliore dei casi trovano una preda, nel peggiore si perdono tra un bicchiere di plastica vuoto e un foglio unto e scarabocchiato. Qualcuno fa una battuta, l'ennesima, seguono dei sorrisi, poi un rumore sordo, improvviso, «come di un petardo, e le prime grida all'ingresso a interrompere il flusso delle nostre battute e delle nostre vite» (Philippe Lançon, Le lambeau, Gallimard, 2018, p. 74). Eppure all'inizio l'impressione è quella di trovarsi al centro di una...

"Meschino attaccabrighe" / Le parole e parolacce che dicono i bambini

Dubito che possa passare come definizione scientifica ma, a grandi linee, le parole che scegliamo di usare nei momenti d'ira vengono da quella pozzanghera grigia che nel cranio diventa mare, inonda tutto il resto e fa restare a galla cinque parole in maiuscolo. Una manciata di parolacce facili, facili. È un discorso che vale per gli adulti così come per i bambini, tipo mia figlia. Lei ha quattro anni e c'è una cosa che più delle altre in questi giorni mi sta rendendo orgoglioso. Quando la sgrido e la costringo a fare qualcosa che assolutamente non vuole fare, e strepita per qualche minuto, poi, al culmine della disperazione, sfoga tutta la rabbia nei miei confronti con una pernacchia bagnata di saliva e lacrime. Non lo dico per apparire sadico ma per l'esatto contrario. Avrebbe potuto, ne avesse avuto conoscenza, sostituire quella pernacchia arrabbiata con parole tipo “babbo sei una merda”.   Certo, anche con “padre, siete stato meschino e irrispettoso dei miei giovani anni”, ma questa seconda frase sarebbe stata palesemente finta. Perché noi in casa non parliamo come nel caso appena citato anche se, d'altro lato, tra adulti non ci rincorriamo in cucina insultandoci...

Progetto Jazzi / Gerhard Rohlfs. Il professore che amava camminare

Continua l’intervento di doppiozero a sostegno del Progetto Jazzi, un programma di valorizzazione e narrazione del patrimonio culturale e ambientale, materiale e immateriale, del Parco Nazionale del Cilento (SA). Pubblichiamo qui una serie di ritratti di camminatori e camminatrici, a partire da quello del linguista Gerhard Rohlfs; persone che hanno legato il proprio lavoro - più una passione che una professione - all'attività del camminare.   Gerhard Rohlfs, filologo, linguista e glottologo, nato a Berlino nel 1892, sviluppò le sue ricerche e organizzò il suo pensiero camminando, come lo scrittore Robert Walser. Insegnò filologia romanza nelle Università di Tubinga e di Monaco di Baviera. Ricevette l’incarico di studiare i dialetti del Sud Italia da Jakob Jud e Karl Jaberg, due romanisti svizzeri, e prese quindi parte alla realizzazione dell’AIS (Atlante linguistico ed etnografico dell’Italia e della Svizzera meridionale).   Ho appreso dal libro di Salvatore Gemelli, Gerhard Rohlfs. Una vita per l’Italia dei dialetti, che il filologo tedesco era figlio di un vivaista e che, durante la sua infanzia, si divertiva a imparare a memoria nomi di piante e animali. Era già, nei...

Fare la fila, ascoltami bene e cose così / La lingua che parla

Ogni tanto in classe mi piace giocare con gli studenti usando le differenze più evidenti tra una lingua e un’altra. In particolare tra l’italiano e l’inglese. Una di quelle che metto subito in chiaro è collegata al detto “Si dice il peccato ma non il peccatore”. In Inghilterra fa così “Love the sinner, hate the sin”. Il significato vorrebbe essere simile ma le parole che lo esprimono sono in parte diverse e proprio ciò che cambia da una lingua all’altra diventa materia del nostro gioco.  La lingua inglese ci chiede chiaramente di amare il peccatore e di odiare il peccato. Ci chiede, attraverso due imperativi che esprimono due sentimenti contrapposti, non solo di non fare coincidere la persona con il suo peccato ma addirittura di abbracciare l’una e rifiutare con il sentimento più radicale l’altro.  In italiano nessuna traccia dei verbi amare e odiare. La nostra lingua ci prescrive chiaramente di non dire il peccatore. Non c’è nessuna relazione con il perdono o l’amore, basta non dire il nome di chi ha peccato, non identificarlo.    Quando chiedo agli studenti cosa c’entra con tutto questo la lingua inglese e le sue strutture grammaticali e sintattiche la prima...

Scalate, dipinte e raccontate / Le Dolomiti di Dino Buzzati

Narrare era la più grande passione di Dino Buzzati, nei romanzi, nei racconti e negli articoli, nelle lettere e nei dipinti. Amava combinare l’espressività della parola con quella del tratto, fin da ragazzo, quando descriveva scalate ed emozioni nelle lettere al suo grande amico Arturo Brambilla. Accompagnava le parole con schizzi di figure umane e di montagne, a volte poche linee a volte disegni pensati ed elaborati. “Si prese l’abitudine di trovarci ogni domenica pomeriggio… si discorreva di scuola… ma soprattutto si tentava insieme l’esplorazione delle cose più belle che la vita sembrava prometterci: l’arte, la letteratura, la montagna, i misteri…”. Arturo aveva grandi possibilità, nello scrivere e nel dipingere, ma il carattere riservato e quieto gli impedì sempre di emergere come avrebbe meritato. Dino invece ebbe sempre un immenso desiderio di traguardi memorabili.  Buzzati è uno dei grandi narratori italiani del Novecento. Scrivere per lui era un mestiere e una passione, ma raccontava storie anche quando dipingeva, racchiudendo nella tela favole grottesche, sogni malinconici, desideri erotici e paure inesplicabili. Il mondo figurativo era parallelo alla scrittura,...

Baryshnikov/Brodsky Orlando/Calamaro e il resto / Napoli Teatro Festival

Un’occasione sprecata? (Francesca Saturnino)   Qualche giorno fa mi è capitato un incontro particolare. Tornavo con amici dal “dopo festival” del Napoli Teatro Festival, una serie di concerti serali negli splendidi giardini di Palazzo Reale. Tra via Toledo e Piazza Trieste e Trento, tanti ragazzini dei Quartieri Spagnoli – massimo quindici anni a testa – in due o tre per ogni motorino facevano sempre lo tratto di strada e tornavano indietro. Curiosi, ci siamo messi a chiacchierare con alcune ragazze della giovane paranza: ci hanno spiegato che si trattava della moderna evoluzione dell’antichissima forma di struscio serale con tanto di corteggiamento/scelta del rispettivo partner tramite “guardata” durante quei giri in motore. Ci hanno chiesto da dove venivamo e perché eravamo lì: così è venuto fuori il teatro. Ecco che compare Chicca, la più grandicella che gestisce un centro estetico in zona: alla parola teatro si è letteralmente illuminata. Ci ha raccontato di aver fatto, a un certo punto nella sua giovanissima vita, un laboratorio e che quest’esperienza non se la scorda più. Se potesse, ci ha detto, ne vorrebbe “ancora”.    Laboratorio Food Distribution della...

Intanto il gatto di Schrödinger è morto / Pierre Bayard, Il existe d’autres mondes

«Biforcazione: separazione, nella Storia o in una vita individuale, tra più percorsi possibili. A ogni biforcazione nascono universi differenti» (Il existe d’autres mondes, Minuit, 2014, p. 153). Potremmo affermare che la biforcazione intrapresa da Pierre Bayard, quella della finzione teorica, dà vita a un universo alternativo che tenta di infrangere quella linea di demarcazione che da sempre separa la teoria dalla finzione. Questo modello ibrido ricompone la frattura tra due istanze in apparenza dicotomiche, mettendo a punto un mélange inestricabile che nasce nel momento in cui il narratore impone un’enunciazione in prima persona. Bayard, professore di letteratura francese all’Università di Parigi VIII e psicanalista, considera tale approccio fondamentale per rimettere il soggetto al centro delle discipline scientifiche, precisando, durante un intervento al Collège de France (11 maggio 2017), che «non ci sono parti di finzione nel libro teorico. È il narratore che è fittizio. È un personaggio che prende la parola e destabilizza l’enunciazione classica dei testi teorici o a carattere scientifico. E si tratta anche di prendersi un po’ meno sul serio». È un’esperienza intellettuale...

Parola / La vera parola del momento

Ci si faccia caso, la parola del momento non è una delle tante gettate come petardi e mortaretti (in attesa magari di farsi bombe vere e proprie) che fanno tanto rumore e attirano l’attenzione. La parola del momento è parola, tema che si sta gonfiando con un uragano di parole. Non c’è nessuno che non abbia parole da dire e non c’è nessuno che non abbia da dire parole sulle parole. E le parole crescono sulle parole, in un contesto sempre più parolaio.   C’è chi dice parole cattive. Le dice e mentre le dice si guarda, compiaciuto. Mentre le dice, si ascolta soddisfatto. Non ci vuole molto a capire e del resto non nasconde di dirle anzitutto per vedere l’effetto che fanno: su se medesimo e sugli altri. Ma appunto non di nascosto. Apertamente. Guardarsi, ascoltarsi è un’attività sociale. Se non lo si fa sotto gli occhi di tutti, è come non farlo. Sembra narcisismo, ma non lo è. Del resto, bruttini e piuttosto avanti negli anni come complessivamente si è, chi avrebbe mai veramente il coraggio di specchiarsi? Ci si scorda sempre, quando si parla di narcisismo dilagante, che Narciso era carino. La circostanza non ebbe certamente scarso peso nella sua predilezione: magari ce ne...