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Memoria

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Carteggi amorosi / Hölderlin e Gontard, Lettere d’amore

“Il nostro animo già si conosceva ancor prima che ci vedessimo”   Johanna Susette Bruguier nasce ad Amburgo il 9 febbraio 1769. Rimasta orfana di padre a otto anni, viene descritta come una giovane e brillante studiosa di letteratura, lingue e musica. Nel 1786 viene data in sposa al banchiere francofortese Jakob Friedrich Gontard. e fra il 1787 e il 1791 partorisce 4 figli. Lo scultore Landelin Ohnmacht ne scolpisce un busto in alabastro dove la donna, i capelli raccolti all’indietro e la testa girata di tre quarti, rivolge uno sguardo enigmatico verso un punto indefinito. Il banchiere Ludwig Weerleder resta abbagliato dalla presenza di Susette, che considera la “donna perfetta”. Discute spesso con lei di arte e di letteratura. Tornato a Berna, si imbatte nel Frammento di Hyperion di Hölderlin, lo trascrive e ne invia una copia di suo pugno proprio a Susette. Prima ancora di conoscere il poeta, Susette legge così la sua opera in fieri, l’embrione dell’Hyperion.   Nel giugno del 1795 Johann Gottfried Ebel conosce Hölderlin a Heidelberg e lo raccomanda ai Gontard come precettore del figlio Henry. Il poeta accetta con entusiasmo il nuovo lavoro. Ospite del grande...

Due libri / Il respiro della Cina contemporanea

Pazza idea. Leggere libri di autori italiani sulla Cina e sull’Asia, e immaginare equivalenti libri sull’Italia e l’Europa: cosa se ne racconterebbe a un lettore lontano, ignaro, incuriosito da una vicinanza al nostro mondo che è di per sé una novità? Di questi tempi piovono, i libri sulla Cina e sull’Asia. Li scrivono bravi giornalisti e sinologi, era ora; leggendo trecento pagine ci si fa un’idea, a volo d’angelo. Per forza accade che il mio pensiero sia: si potrebbe scrivere sull’Italia o l’Europa così? Meglio: come sarebbe interessante riassumere in un solo volume il mio paese e l’umanità che mi circonda in questo momento di buriana. Quali temi sceglierei, dovendo spiegare il noi qui ora a un lettore cinese? E così come discettando di Cina ci si riferisce al confucianesimo, che data due millenni, come riferirsi qui al cristianesimo o all’illuminismo, al loro viaggio al termine nel mondo nostro, all’esaurirsi, sperando in un nuovo, meglio o peggio che sia.  Che poi la sensazione di esaurimento mi porta a guardare il bello dell’Asia oggi: il continente che ci ripresenta il movimento, la novità, lo sviluppo e perfino quel campo di forze antico: il progresso. ...

Viaggio nelle scene d’estate #4 / Emma Dante, Armando Punzo, Archivio Zeta: spazi oltre il vuoto

Ricominciare. Ripulire tutto e provare a disegnare nell’assenza un nuovo mondo. Andare oltre. Questa mi sembra la cifra dei tre ultimi spettacoli che racconto da festival e rassegne estive. Pupo di zucchero di Emma Dante, giustamente acclamatissimo al Festival di Avignone, dopo il debutto a Pompei lo abbiamo visto nell’arena shakespeariana di Teatro Due a Parma con il suo spazio nero tutto mentale, un viaggio in una memoria che si fa presenza incombente di vite passate abbordanti, incalzanti, invadenti con dolcezza e violenza. Armando Punzo con la Compagnia della Fortezza ha presentato Naturae. La valle dell’annientamento III quadro come sempre nel cortile del carcere mediceo di Volterra trasformato in un’abbacinante scatola geometrica bianca, segnando con i suoi detenuti attori e collaboratori un’altra tappa di un cammino, che persegue da qualche anno, oltre l’umano, oltre le viltà, i delitti, i ruoli che ci incatenano alla realtà, alla ricerca di un altro mondo più vivibile.   Sulla collina dell’Osservanza che domina Bologna Archivio Zeta ha presentato Il volto, episodio conclusivo di un viaggio nelle polifonie di Dostoevskij. L’ha disteso nello spazio reale, nel pratone...

Un libro di Maddalena Mazzocut-Mis / Teatro, mito e conflitto

Il volume di Maddalena Mazzocut-Mis Teatro da leggere. Mito e conflitto (Le Monnier, 2020), come dice il titolo, è teatro senza scena, senza attori e senza pubblico. Sembrerebbe una contraddizione. Si sa, la parola teatrale – almeno quella che nasce come un sogno letterario nell’intimità di una stanza – aspira a diventare realtà nelle voci e nei gesti delle persone in carne e ossa che si esibiscono in uno spazio fisico. Anche i testi di Maddalena Mazzocut-Mis, in effetti, sono nati per la rappresentazione (e peraltro sono andati in scena più volte), tuttavia a un certo punto della sua carriera l’autrice ha ritenuto necessario destinarli appositamente alla lettura, invitandoci a fruirne in modo silenzioso e privato, un modo diverso da quello abituale.   Per inquadrare al meglio la specificità del volume bisogna considerare che dietro le opere teatrali di Mazzocut-Mis (Teatro da leggere ne raccoglie dodici tra quelle scritte nel corso di più di un decennio) c’è un lungo percorso di studiosa, che ha all’attivo numerosi libri dedicati ai problemi dell’estetica. La riflessione e la ricerca, nel metodo compositivo dell’autrice, precedono la creazione vera e propria. Quando la...

Un'arte della complessità / Edgar Morin e il cinema

"Da ogni spettacolo cinematografico mi accorgo di ritornare, nonostante ogni vigilanza, più stupido e più cattivo" scriveva Theodor W. Adorno. Nella sua critica radicale alla società e al capitalismo il sociologo tedesco invitava a diffidare di tutto ciò che è "leggero e spensierato, di tutto ciò che si lascia andare e implica indulgenza verso la strapotenza dell'esistente" (Minima moralia, 1954). Quando Edgar Morin, il filosofo francese oggi centenario (è nato nel 1921) scriveva i suoi articoli sul cinema, tra il 1954 e il 1960, ora raccolti in Sul cinema. Un'arte della complessità, a cura di Monique Peyrière e Chiara Simonigh, Raffaello Cortina editore, 2021), Marshall McLuhan non aveva ancora pubblicato Gli strumenti del comunicare, che uscirà in America nel 1964.   Ed è singolare notare che Morin, tesserato del Partito Comunista Francese, superando la critica alla società borghese della Scuola di Francoforte e anticipando i temi cardine del cattolico McLuhan, indirizzerà le sue riflessioni verso il rapporto dialogico tra l'immaginario del cinema e il "pensiero che si interroga", contro una certa ideologia che guardava con sospetto "tutti i media che non fossero il libro...

”Autoritratto di un fotografo” / Ferdinando Scianna, uno, due e tre

La seconda immagine che si vede nel libro ritrae la strada dove è nato a Bagheria. Scattata nel 1959, quando aveva 16 anni, è stata presa quasi rasoterra e ritrae il selciato della via con le case sullo sfondo fuori fuoco. In primo piano lo scolo che raccoglie le acque piovane e le avvia verso il basso; c’è lì ancora un poco d’acqua reflua che fa luccicare il percorso del liquido all’ingiù per la pendenza. Un punto di vista inatteso, un po’ come se un attore avesse fotografato il palcoscenico dove recita, perché la via, stando anche ai ricordi di Ferdinando Scianna è il luogo dei suoi giochi, uno spazio che ritorna spesso nelle sue immagini. La prima immagine che apre questo Autoritratto di un fotografo (Contrasto, pp.205, € 22,90) raffigura infatti il fondale di quel teatro della vita: una casa con affacci e scale esterne, una donna anziana che si sporge e un bambino appena mosso in primo piano.   Scianna è un fotografo con una spiccata vocazione teatrale: è attirato dalle scene, che fotografa quasi sempre frontalmente, come se sullo sfondo ci fosse una quinta, l’elemento scenico che definisce lo spazio dove si muovono i suoi soggetti. La scena naturalmente c’è sempre, come...

Scarabocchi 2021 / Scrittori e scarabocchi

È on line il programma completo di Scarabocchi 2021!    Nel 1946 Tonino Guerra pubblica la sua prima raccolta di versi nel dialetto di Santarcangelo. È intitolata I scarabócc (Faenza, Lega, prefazione di C. Bo), come i versi che all’interno recitano: Quést l’è al murài/ e quést l’è i scarabócc /ch’a féva da burdèl /se calzinàz, /da mén da ch’ò tachè / andè dri me braz /par fè una réiga lònga /e quèlch invrócc. (Questi sono i muri / e questi sono gli scarabocchi /che facevo da bambino sui calcinacci / da quando ho imparato / a seguire il braccio / per fare una riga lunga e qualche ghirigoro): un omaggio all’infanzia e alle cose da nulla come i graffiti sui muri di paese. Poco meno di dieci anni dopo, nel 1955, Cesare Zavattini pubblica un racconto che riassume l’ambiguità e la meraviglia dello sguardo infantile sulla realtà (Il pittore Asvero, in I tre libri, Milano, Bompiani). Asvero guarda un suo dipinto con il nipote: sotto i loro occhi il quadro si anima, fantasia e realtà si confondono. Ciò che è ‘dentro’ e ‘fuori’ l’immagine si anima in una mobilissima prospettiva inversa, sogno e fantasia cancellano il limite dell’opera, il margine della tela e del foglio. L’...

Paesaggi politici / Antropocene, Mediterraneo e giardini

Sembra che a Pantelleria, definita dai dépliant turistici “la perla nera del Mediterraneo”, si trovi una versione in miniatura del paradiso terrestre. Rispetto a Lampedusa, che gli onori della cronaca ci rimandano – tristemente – come un territorio dove è agevole sbarcare, Pantelleria ha costoni scoscesi lungo quasi tutto il suo perimetro. Nelle lunghe settimane battute dal vento, ai mercanti di ossidiana che la frequentavano da millenni sarà parsa inavvicinabile o, se già lì, impossibile da lasciare. Seneca, il primo dei suoi visitatori illustri, ne parlava come di “deserta loca et asperrima”, e ancora nel Settecento il geologo Donald de Dolomieu (prima di dare il suo nome alle Dolomiti alpine) dovette rinunciare ad approdarvi a causa delle alte onde che da troppo tempo la circondavano. Così, fu usata a lungo come luogo di confino per criminali o prigionieri politici; ed è stato necessario l’arrivo di Gabriel García Márquez, che se ne innamorò inserendola in diversi suoi racconti, per invertire la tendenza e fare di quest’isola vulcanica, arida e, appunto, ventosissima un luogo cool e anticonformista, frequentato da tossici in cerca di pace, nudisti scapestrati e variegati...

Trent'anni attraversando l'università / Giuliano Scabia girovagante e poetico

Massimo Marino si è recentemente chiesto, nel recensire su doppiozero la mostra dedicata ai cinquant’anni del Dams di Bologna, cosa si capisca oggi della creatività in un’epoca in cui la commercializzazione di ogni aspetto della vita ha trasformato i creativi in imprenditori di se stessi. Per capire da dove venga la domanda il libro di Giuliano Scabia Scala e sentiero verso il Paradiso (Usher 2021, pp.220, €20) offre un contesto che, almeno per l’Italia, è molto utile. Non so quanto del coraggio di Giuliano Scabia e del suo girovagare poetico e teatrante arrivi a chi non ha lavorato con lui. A Giuliano interessava soprattutto rendere i suoi studenti capaci di esprimere. A me sono molto chiare quindi le pagine che conosco anche in altro modo: il suo complicato dialogo con Gianni Celati, il suo ispirare, guidare e aiutare tanti che come me lo incontravano nell’università. In fondo, in modo molto più radicale di quello che lui desiderava, far esplodere la relazione tra il teatro e il mondo. Da un lato ci sono le rappresentazioni e le messe in scena più varie, dai giochi dei bambini ai balli popolari, dalle fiabe ai filò, dall’altra tutto ciò che in qualche modo si oppone, persistendo...

1600 anni / Se Venezia vive, di Mario Isnenghi

Venezia è senza dubbio la città italiana più famosa al mondo, mito che ingloba pure quello della sua fine. Il lockdown, che lo scorso anno ne ha svuotato le strade, pareva realizzare l’apocalisse universale spesso coniugata alla Serenissima nel moderno. Contro tale identificazione mortuaria insorge adesso con foga caparbia Mario Isnenghi in Se Venezia vive, da poco in libreria. Lo storico ritratta le proprie posizioni di adolescente vicino a Pompeo Molmenti, strenuo difensore tra il secondo ‘800 e gli inizi del ‘900 della Venezia d’antan.  Il partito degli esteti, tra struggimento e malinconia, si fa paladino del rovinismo e della fatiscenza, nell’ossessione del “com’era, dov’era”. Da qui le bocciature ai progetti architettonici pur prestigiosi come quelli di Wright nel 1953 e di Le Corbusier nel 1964, per una paradossale fedeltà a forme determinate in un ambiente tanto composito ed ecclettico. Illustri i traghettatori del misoneismo, come John Ruskin e Robert Browing, terrorizzati alla prospettiva che ponti, condutture del gas e strutture in ferro omologhino Venezia a Liverpool.    Dalla parte opposta stanno i cultori del movimento, gli sventratori del piano...

Un classico, ormai / Tutte le identità, e le donne, di Romain Gary

Georges Simenon confessa in Lettera a mia madre (1974) che non l'aveva mai capita. Soprattutto non accettava che lei avesse sempre voluto appartenere al mondo della "piccola gente", lui che aveva imparato a descriverlo così bene, quel mondo, ma dal quale aveva fatto di tutto per affrancarsi. Aldo Busi invece la capiva, sua madre, fino a ritrarla nei vari libri in pagine di sconvolgente bellezza. Walter Siti ha provato a ucciderla, letterariamente, in un paio di romanzi. Peter Handke ha ricomposto l'esistenza mancata della madre suicida nel suo libro più bello, Infelicità senza desideri (1988). Gli scrittori che parlano della madre si misurano con una narrazione tra verità e artificio, perché le vite raccontate non sono quelle dei personaggi di invenzione. Simenon, Busi, Siti, Handke hanno avuto madri, stando ai loro ricordi, con esistenze banali e avare di affetti, spese in tentativi di salvare le apparenze, quasi sempre estranee al sangue del loro stesso sangue, ma alle quali i figli sono tornati, per restituirle spesso in pagine senza pudore, come ha fatto Roland Barthes in Dove lei non è (2009), che rinvia a Proust, alla morte della...

Un libro di David Le Breton / Antropologia sentimentale della bicicletta

Raffaello Cortina Editore ha pubblicato questa primavera A ruota libera. Antropologia sentimentale della bicicletta dell’antropologo e sociologo francese David Le Breton (trad. di Paola Merlin Baratter). Come dichiara apertamente il titolo è un saggio che indaga il mondo della bicicletta, attraversandone le stagioni storiche per arrivare alla visione contemporanea del mezzo a due ruote, protagonista ormai da qualche tempo di una palingenesi socio-culturale che trova nel calembouresco neologismo francese, Vélorution, una felice sintesi semantica.   “Una bicicletta salverà il mondo” è un facile slogan dei nostri tempi, al punto che, come tutti gli slogan – il bio, il vegetarianesimo, il chilometro zero… – porta con sé il rischio di svuotarsi della sua potenziale carica, appunto, rivoluzionaria e rotolare inutilmente nella retorica della comunicazione.  In verità il concetto di Vélorution ha quasi mezzo secolo, come spiega Le Breton: nacque infatti nel clima post-sessantottesco che argomentava la necessità di un ritorno alla qualità della vita, soprattutto urbana, opponendosi radicalmente al predominio della società dei consumi, alla crescita produttiva incondizionata e al...

Clorofilla / Gigli, a piene mani!

Stan bene «sugli altari e in processione» i gigli, scriveva Corrado Govoni (Dove stanno bene i fiori). Difficile, in effetti, toglier loro quel sentore misto d’incenso, quella dolcezza molle, un po’ guasta, intrisa d’umidor di chiesa, con cui s’accampano nel nostro immaginario. S’aggiunga poi – e il guaio è fatto – l’iconografia cimiteriale del fiore spezzato sugli avelli di giovani vittime, cadute troppo presto sotto l’impietosa roncola della signora morte, nostra sorella, certo, ma che si preferirebbe abbracciare non dico mai, però almeno dopo una lunga e piena vita. Proprio un giglio schiantato al mezzo del gambo era inciso a rilievo sul marmo chiaro della lapide della mia omonima, fidanzata di papà e sorella maggiore di mamma, falciata poco prima delle nozze da un pirata della strada rimasto impunito. Capirete che questa storia famigliare, dai tratti pascoliani, che gettò tutti i componenti del clan in un lutto insuperato, anzi, tenuto vivo con quotidiane e obbligate visite al camposanto anche di noi figlie incolpevoli della mala sorte, capirete – dicevo – che ci mise del suo ad alienarmi la bulbosa in questione.      Nemmeno l’inflazione di trombe immacolate o...

Visite guidate (4) / Antonello da Messina, la "Pietà" del Prado

In numerose opere del Quattrocento e del Cinquecento, in particolare nordiche, sono raffigurate sante che tengono un libro in mano, mentre lo stanno leggendo o vi hanno appena distolto lo sguardo per immergersi in qualche preghiera o meditazione, o visione o fantasia: lo Sposo celeste, il peccato, il premio o la punizione, una profezia, un supplizio, un’estasi… di materia per farlo non ne manca. In alcune, tra la mano e il libro è interposto un panno, a proposito del quale una volta mi sono chiesto se serve più a proteggere da possibili contaminazioni il volume, sacro e prezioso, o la mano che lo regge, dal bruciante contatto che emana la sua sacralità. Una riflessione analoga mi è venuta in mente a proposito di un dettaglio della Pietà di Antonello da Messina del Museo del Prado, non molto diffuso, a mia conoscenza.  Il quadro è uno dei due di questo soggetto del pittore siciliano, entrambi dipinti durante il soggiorno a Venezia del 1475-76, in dialogo, o piuttosto competizione, con la pittura là dominante, in particolare con Giovanni Bellini, in cui pure troviamo esempi di questo dettaglio (vedi il Cristo morto sorretto da due angeli del 1465-70 della figura 5). ...

San Lorenzo / Navi immobili e senza marinai

Perché flagellare il mare? Incatenarlo? Perché mai punirlo? L’episodio deve esser accaduto verso il 480 a. C., stando a Erodoto (7.33-37). Per capire questo singolare gesto, bisogna prendere da capo il racconto dello storico antico. Serse, il sovrano persiano, stava per invadere la Grecia con i suoi eserciti. La zona più conveniente per passare dall’Asia all’Europa era il lungo stretto dell’Ellesponto, che mette in comunicazione il mar Egeo, il mar di Marmara e, attraverso il Bosforo, il mar Nero. Qui le due coste sono straordinariamente vicine una all’altra, in particolare tra le località di Abido (l’odierna Çanakkale in Turchia) e quella di Sesto, dalla parte opposta.       I Persiani non costruirono un ponte in muratura, ma adottarono una soluzione tecnica che arriverà fino ai nostri giorni: un ponte di navi. Navi che non vanno per mare, ma restano immobili, e senza marinai, a sostenere pesi enormi.  I lavori – grandiosi tanto più che si trattava di un ponte doppio – erano iniziati ed erano arrivati a un buon punto, quando una tempesta distrusse tutto. E’ questo il momento in cui il re persiano “tremendamente indignato, ordinò che l’Ellesponto venisse...

Un libro di Oliviero Ponte di Pino / Teatro futuro

Mentre la curva dei contagi da Covid-19 tende a risalire e, purtroppo, pare ci si avvii oramai verso una quarta ondata pandemica, si fa strada il sospetto che quelli che stiamo vivendo non siano tempi ‘eccezionali’, neanche per il teatro. Il libro del giornalista, critico teatrale e programmatore culturale Oliviero Ponte di Pino Un teatro per il XXI secolo (Franco Angeli, 2021), “scritto di getto durante il lockdown tra il 20 dicembre 2020 e il 6 gennaio 2021” (come spiega l’introduzione), offre uno sguardo accelerato e ‘a mosaico’ sugli ultimi vent’anni di cultura scenica, su pratiche artistiche e riforme di settore, su mutazione dei linguaggi e grandi rivolgimenti socio-politici. Lo fa, appunto, “riavvolgendo il nastro” e scegliendo di illuminare solo alcuni “fotogrammi-chiave”, che possano restituire il senso di un avvicendarsi – nel panorama teatrale italiano e, in minima parte, anche europeo – di differenze e particolarità, tanto dei percorsi individuali quanto degli orizzonti collettivi.   Se a dominare il dibattito teatrale durante le chiusure dell’anno scorso sono state riflessioni, polemiche e interrogazioni sulla liveness, ovvero sul valore che potevano avere le...

I racconti del Carabo (2) / Memorie di un entomologo

Sono io quest’uomo di mezza età che nel cuore della notte si dedica al piacere solipsistico dello studio della sistematica dei carabi. Chino sulle scatole entomologiche aperte, al bagliore dello schermo del computer, con una pipa spenta in bocca computo le specie, redigo liste, compio viaggi immaginari nelle regioni di reperimento e cattura, invio mail agli entomologi e acquisto esemplari su ebay. Sono davvero io che mi perdo in queste liste di nomi cui godo nel vedere corrispondere specifici esemplari, chitine essiccate e accuratamente preparate su cartellini? Colui che si smarrisce nell’osservazione delle catenulazioni delle elitre e che traduce studi evolutivi che ne spiegano la formazione. Pinze, forbici, spilli, etichette, date, nomi. Un universo classificatorio che riempie il silenzio, intervallato dal suono frusciante delle poche vetture che transitano per strada. Finché la stanchezza non ha la meglio sulla poesia di queste reliquie, la fiacchezza non socchiude la vista, io in questi frammenti scorgo il mondo intero. Finché l’alienazione non arriva a tal punto da non distinguere più me quasi vivo da loro non del tutto morti, finché nella mente il confine non diventa confuso...

Gadget / Gaudisney a Milano

Il gadget: oggetto sovrannumerario che vanta eredità di un certo rilievo (il feticcio) e che esclude o elude il valor d’uso (“non serve”), ma che produce forme forti o deboli di affezione (feeling) o di piacere. A volte non se ne può fare a meno (godimento). In ogni caso, aggregato alla merce come interessato “regalo”, quando non merce esso stesso. In tal caso, supplemento assoluto, portatore di una enigmatica quota di plus-valore o di plus-godere. Di incerto statuto istituzionale e formale (arte? design? semplice divertimento?) passa al di sotto di ogni forma di classificazione. Pare che oggi questa specie di oggetti proliferi, e che se ne possano trovare a ordini di grandezza assai diversi, dal minimo del pupazzetto di IKEA al massimo del Museo. Eccone un esempio.   C’è la facciata di una casa, in Corso di Porta Romana, a Milano. Dipinta in un colore giallo pallido è una casa d’epoca, di gusto vagamente barocco: in alto, un abbaino con un timpano e una finestra con cornice a rilievo che presenta un curioso fregio a occhiello. Più sotto, una finestra a forma di trifoglio, anch’essa decorata, poi una piccola apertura buia, una specie di colombaia. Ai fianchi della parte...

30 maggio 1941-28 luglio 2021 / Roberto Calasso, editore e scrittore

Memè Scianca e Bobi sono gli ultimi due libri di Roberto Calasso, usciti ora nella Piccola Biblioteca Adelphi. È significativo che il grande editore e scrittore appena scomparso abbia sentito l'esigenza di comporre un dittico come questo: un'autobiografia e un concomitante ricordo di Bobi Bazlen, quasi che lui e il cofondatore della casa editrice fossero, in qualche modo, una cosa sola, e l'uno non potesse ricordare il proprio passato senza implicare e coinvolgere l'altro. Precisiamo subito che Memè Scianca è il nome che Calasso, non sa nemmeno lui quando, ma molto presto scelse per se stesso. Un nome singolare che non rievocava né eroi né cavalieri, piuttosto malavitosi. “Scianca” potrebbe alludere più che altro a una infermità. “Memè” è tronco e buffo come “Totò”, ma è anche uno dei soprannomi del barone di Charlus, nella Recherche. Calasso la lesse a tredici anni, su suggestione del suo caro amico veneziano Enzo Turolla (che fu poi professore di storia della critica all'Università di Padova).   Autobiografia abbiamo detto, ma non lineare, non è un itinerario tracciato su una mappa. La memoria è fatta di buchi, crivellata da crateri vulcanici. Calasso si è fatto qui scriba...

Pudore e sfrontatezza / Pasolini e Paolo di Paolo: coast to coast

La lunga strada di sabbia è il titolo di un reportage, firmato da Paolo di Paolo e Pier Paolo Pasolini, pubblicato nell’estate del 1959 sul mensile Successo. Lo scopo è quello di mostrare un Paese in vacanza, al mare. “In tre puntate i nostri inviati percorreranno i tremila chilometri delle coste italiane, annotando e fotografando gli aspetti meno consueti e più originali delle nostre vacanze. Come in un film sfileranno, nel racconto di Pasolini e nelle foto di Paolo di Paolo, quei volti e quei fatti che soltanto un’inchiesta così lunga può documentare”, si legge nel sommario, ben in evidenza, nel mezzo della prima pagina di Successo.    In realtà, lo scrittore e il fotografo non si conoscono. Arturo Tofanelli, direttore del periodico, deve rassicurare Pasolini, dicendogli che Di Paolo collabora al Mondo di Mario Pannunzio, e spiegare poi a Di Paolo che il suo compagno di viaggio è “l’intellettuale emergente più interessante della cultura italiana”, al suo esordio come inviato.   Abituati a una cesura netta tra una cultura “alta” e una di livello mediocre, veicolata però da media ad alto e pervasivo impatto, siamo meravigliati nello scoprire che nei rotocalchi,...

29 luglio 1921 - 29 luglio 2021 / Il gatto, la civetta e Chris Marker

Immaginiamoci a Tokyo, nel quartiere di Shinjuku, appoggiati al bancone del bar “La Jetée”. A pochi passi da noi, un signore dai tratti orientali e uno dai tratti europei. Il primo è Toru Takemitsu, compositore, il secondo Chris Marker, cineasta e viaggiatore. I due discorrono in inglese. “We Japanese have a very special relationship with cats” dichiara il primo, mentre il regista vede passare davanti agli occhi immagini di gatti e di whisky. Più tardi Marker annoterà le immagini e i ricordi evocati dalla frase dell’amico musicista: appunti che saranno raccolti nel libro fotografico Le Dépays (1982) di cui proponiamo qualche passaggio. Marker parla del suo “spaese” (invenzione linguistica da dépaysement, spaesamento), del suo Giappone immaginato, guardandosi allo specchio e rivolgendosi a un «tu romanzesco» per calcare la distanza tra il sé stesso che ha scattato le fotografie tra il 1979 e il gennaio ‘81 e il sé stesso che scrive nel febbraio dell’anno successivo.     “È Toru Takemitsu che te lo ha detto ieri sera, nel piccolo bar di Shinjuku. Venendo da uno dei più grandi musicisti viventi, la confidenza è preziosa. Dietro di lui, disposte l’una dopo l’altra, le...

Polo del ‘900. Archivi con-nessi / Dall’8 settembre a Cefalonia

Alle ore 19.45 dell'8 settembre 1943 il Maresciallo Pietro Badoglio, nominato dal re Vittorio Emanuele III capo del governo al posto del destituito Mussolini, proclama solennemente per radio l'armistizio con gli Angloamericani, aggiungendo sul finale che “le forze italiane reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza”. L'ambiguo messaggio, su cui si sono scritti fiumi d'inchiostro, spinge la maggior parte dei soldati a dar corso al profondo impulso del “tutti a casa”, icasticamente reso dal film di Comencini, magari intercettati e incarcerati dai nazisti come appare in questa fotografia:   Militari italiani catturati dall’esercito tedesco e avviati alla deportazione, ca. 1943. Alcuni comandanti (come per esempio Junio Valerio Borghese), specie dopo la creazione della Rsi, si schierano contro la “vergognosa capitolazione” e il tradimento dell'“alleato germanico”.   Manifesto della Repubblica sociale italiana, 1943.   Alcuni dichiararono la morte della patria, altri ancora invece valutarono la possibilità di un nuovo inizio. Di qui il costituirsi delle prime bande partigiane come a Cuneo nello studio legale di Duccio Galimberti; ma i primi...

BookMarchs – L’altra voce / Tradurre in classe

Il progetto del Traduttore in classe e, nello specifico, la pubblicazione del racconto di Jack London L’apostata testimoniano una scommessa: portare i temi della traduzione e la pratica del tradurre in tutte le articolazioni dell’obbligo scolastico, ossia a studenti che si stanno formando e, per lo più, non sono ancora approdati a una scelta lavorativa precisa. Non sono studenti universitari né allievi di master e scuole per i mestieri dell’editoria, a volte non sanno se non vagamente che cosa sia la traduzione, chi siano i traduttori e in cosa consista il loro lavoro; quasi sempre il loro unico esercizio di traduzione si identifica nella temibile versione di latino e greco, esercizio in cui sono chiamati essenzialmente a dimostrare la loro conoscenza delle regole grammaticali senza preoccuparsi della vitalità o efficacia della resa. Non sanno che il tradurre è un atto creativo che li rende “autori aggiunti” o vicari rispetto al testo originale, e presuppone un lavoro di immersione nella lettera, intesa come carne della parola, una comprensione profonda che è anche un gesto ermeneutico, una possibilità interpretativa, e una ri-creazione, nella lingua d’arrivo, di una voce che...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (13) / Bambini in manicomio

Qui è l’orrore. Ben oltre quello che possiamo immaginare. Un bubbone putrescente tenuto nascosto nel sottosuolo della nostra storia. Troppo a lungo.  Parlo dei “manicomi dei bambini”, discarica di vite difficili, o rifiutate. La loro esistenza si è protratta fino ai primi anni settanta, quando le mura dell’istituzione manicomiale hanno cominciato a sgretolarsi.  Il frenetico sviluppo del paese nel corso degli anni cinquanta, si era spento da tempo, ma da quelle terre estreme non è mai passato. Lì tutto è rimasto fermo, la violenza esercitata uguale nel tempo. E uguali nel tempo il disagio e la sofferenza. Adriano Sansa, giudice al Tribunale dei minori di Torino a metà degli anni sessanta, ha raccontato l’“enorme turbamento” entrando a Villa Azzurra, il “manicomio dei bambini” di Torino: “C’era un silenzio assoluto, questi bambini erano dei piccoli adulti tristi”. “Reparto 10, 36 bambini e ragazzi – si legge in La fabbrica della follia, racconto del manicomio e delle sue vite – completamente abbandonati in uno stato di totale inerzia. Non sono integrati in alcun modo, né è prevista alcuna attività di gruppo o ricreativa. Vi sono ragazzi ricoverati da diversi anni che non...