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Memoria

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Frosini/Timpano, Marco Cavalcoli / Ottantanove. Tra le macerie della postmodernità

Vuoto, assenza, funerale e anche distanziamento. Se aggiungessi il nome di una qualsiasi delle nostre città, potreste pensare a un nuovo articolo sul Covid-19. E invece no: sono le coordinate di senso e di spazio di Ottantanove, l’ultima produzione di Elvira Frosini e di Daniele Timpano, i Frosini/Timpano, affiancati per la prima volta in scena da Marco Cavalcoli dei Fanny & Alexander. Quella cifra non rappresenta il conteggio della cronaca, ma la parabola della Storia. Ossia, la Rivoluzione Francese del 1789 e, insieme, la caduta del Muro di Berlino del 1989. Gli artisti erano pronti a scandagliarne e a smascherarne le derive culturali, le distorsioni simboliche, le mitologie contemporanee, per mettere in crisi spietatamente e ironicamente le nostre vite “democratiche” e il nostro immaginario legato al concetto di rivoluzione. Era tutto pronto per portare in scena il passato e il presente, la storia francese e la storia italiana, la modernità e la postmodernità, con l’obiettivo di provare se e come una rivoluzione sia ancora possibile. Per di più il testo aveva già vinto nel 2019 la Menzione Speciale “Franco Quadri” nell’ambito del Premio Riccione. Non è bastato. Teatri...

Al di là dei confini delle nazioni / Per una filosofia delle migrazioni

  Un’immemorabile tradizione teorica sembra aver reso la politica ostaggio di una strana pratica di divisione, segmentazione e personificazione arbitraria del suolo, tale per cui si è finito per identificare come naturale e indiscutibile qualcosa che invece si dà (o almeno si dava) per accordo, storia, talvolta contesa. Tale teoria ha fatto così tanti danni che ancora oggi, non di rado, capita di ritrovarsi a far coincidere la propria appartenenza comunitaria al ristretto lembo di terra in cui si è nati, riconoscendo come consimili solo coloro i quali, sulla base di un’iscrizione alla nascita garantita da corredo genetico, appartengono allo stesso circoscritto suolo.  Con innumerevoli sforzi, i teorici di questa maniera di pensare il mondo si sono spesi in forbite elucidazioni per mostrare come il gesto inaugurale della politica sia anche la sua linea di orientamento: ovvero quel solco tracciato a terra che, grazie alla distinzione tra il proprio e l’esterno, riesce ad attribuire a ciascuno il proprio ancoraggio terrestre come primo e fondamentale premio per il più antico concorso cui la civiltà umana ha partecipato: quella corsa all’accaparramento sulla proprietà della...

Quando navighiamo le parole / Chandra Livia Candiani. Infanzia e poesia

Il mio angelo è un po’ teppistello fa gli scherzi brucia le ali degli altri angeli gioca alla Wii non sta mai fermo il mio angelo è molto rabbioso io e il mio angelo siamo uguali. Zoubayr, 9 anni   Le edizioni Dante e Descartes, in questo periodo sulla cresta dell’onda per Averno, della neonata Nobel Louise Glück, hanno recentemente pubblicato un mini scritto di Chandra Livia Candiani, L’angelo teppistello. Mini perché il libro fa parte della collana Storie in trentaduesimo. “All’insegna del piccolo formato per conto dei librai in fondo alla città” recita il colophon. Piccolo formato significa proprio piccolo: 4x5 cm, per un totale di 80 pagine. Che i librai stiano in fondo alla città (di Napoli) non è, credo, ininfluente, per una scrittrice che in un precedente libro sulla poesia e i bambini, Ma dove sono le parole (Effigie 2015), ha scritto che il luogo dove li incontra e a essi fa incontrare la poesia è “quella periferia dell'essere dove si sbaglia sempre, si è fuori luogo, si vacilla fortemente e si vive senza rete”.  L’angelo teppistello, si legge nel frontespizio, è apparso nel 2015 in “Rivista di psicologia analitica” (n. 40, vol. 92). Ottima l’idea di...

L’auto-orientalismo italiano / Dal cinema di mafia al Made in Italy

L’“altrove” non è solo un luogo fisico. È il termine di una relazione che concorre, per differenza, a definire il “qui”. Tuttavia, a differenza dei grandi paesi coloniali, l’altrove rispetto al quale si definisce l’immaginario nazionale italiano non è esterno ai propri confini, ma fissato in un tenace catalogo di stereotipi che oppone Nord e Sud. Questa è una delle idee da cui muove l’ultimo libro di Emiliano Morreale, La mafia immaginaria. Settant'anni di Cosa Nostra al cinema (1949-2019), uscito per Donzelli nell’agosto 2020: “La Sicilia e la mafia sono un luogo in cui dislocare contraddizioni, un dispositivo che opera (come il sogno secondo Freud) per condensazione e spostamento”. Non solo nello spazio, anche nel tempo. La mafia è quasi sempre, nel cinema, “mafia d’una volta”. La storia del mafia movie è anche e soprattutto la storia di uno sguardo pubblico, d’un atteggiamento culturale nostalgico.    Questo sguardo si forma essenzialmente nel e attraverso il cinema, benché propaghi i suoi effetti ben al di là della sfera cinematografica. Secondo Morreale infatti, a parte pochi ma significativi riferimenti letterari (Sciascia, Tomasi di Lampedusa) e politici (...

Simmetrie / “Il canto delle balene” di Ferdinando Camon

Un fenomeno editoriale tipico di questi anni è la massiccia riproposizione sul mercato librario di autori italiani novecenteschi in cerca di un’ulteriore occasione di sdoganamento presso le nuove generazioni di lettori. In questo panorama, nel quale convivono recuperi sacrosanti e rilanci meno convincenti, degno di attenzione è il caso di Ferdinando Camon (Urbana, 1935), scrittore veneto che nel corso della sua lunga carriera ha sempre pubblicato con editori importanti, ricevendo numerosi riconoscimenti e attenzione da parte della critica. Nonostante gli sforzi isolati di alcuni editori, sembra che in anni recenti l’eredità di Camon non sia stata raccolta e che l’attenzione nei confronti di questo autore, che pure nel 2016 è stato insignito di un premio Campiello alla Carriera, sia diminuita. Per provare a spiegare almeno in parte questo fenomeno non ci si può esimere dal mettere sul piatto alcune questioni riguardanti l’evoluzione della cultura e della società italiana negli ultimi cinquant’anni. Per tracciare una prima costellazione di narratori e interlocutori affini alla narrativa di Camon basta scorrere l’indice del volume Il mestiere di scrittore, pubblicato nel 1973 e...

Un momento prima / Robert Capa a colori

L’immagine raffigura un gruppo di soldati francesi che avanza in ordine sparso lungo la diga di una risaia. Sono colti di schiena e in fondo s’intravede un blindato, poi le case di un villaggio. Siamo sulla strada per Thai Binh in Indocina e la fotografia è l’ultimo scatto di Robert Capa. È il 25 maggio 1954 e sono le ore 15. Tra poco Capa metterà il piede su una mina antiuomo e salterà in aria. Con lui voleranno la Nikon S e la Contax, i due apparecchi con cui sta ritraendo la guerra che la Francia conduce contro il generale Giap. Dien Bien Phu è caduta ed è in corso l’evacuazione dei feriti dell’esercito francese. Capa non doveva essere lì. A metà aprile si trova a Tokyo e sta fotografando. Accolto come un eroe dai suoi amici giapponesi, deve trascorrere tre settimane in quel paese. Perché è andato in Indocina a seguire questo conflitto che non è il suo, come gli ha detto John G. Morrison da New York al telefono: “Bob non fare questo lavoro, non è la nostra guerra!”? Life gli ha chiesto di sostituire il suo fotografo, Howard Sochurek, che ha chiesto un congedo di un mese per la malattia della madre. Capa ha risposto di sì, pensa che sia una buona proposta, ben pagata, e poi il...

Realismo visionario / Cavazzoni e la madre assassina

«Sembra che il caso sia accaduto davvero nel 2010, a quanto assicura l’autore»: così riporta il risvolto di copertina di La madre assassina (La nave di Teseo, pp. 167, 18 euro), l’ultimo libro di Ermanno Cavazzoni. «Un fatto successo davvero», si legge ancora nella breve premessa, «che la stampa ha preferito ignorare perché non generasse emulazione fra i giovani».  Tutto vero, dunque? Difficile dirlo, quando si ha a che fare con uno scrittore che ha intitolato la sua raccolta di corsivi ed elzeviri Storie vere e verissime, spiegando che «ce n’è abbastanza nel mondo da dire senza aggiungere fatti o vicende inesistenti fino a farne un romanzo». A scanso di equivoci e a dispetto di tutte le asserzioni di verità, vale la pena chiarirlo subito: La madre assassina è senz’altro un racconto d’invenzione; del resto, la dicitura “Romanzo” si legge, per quanto un po’ in disparte, fin dalla copertina, sulla quale campeggia un’immagine leggermente inquietante, ricavata da un dipinto privo di titolo (1888) di Giuseppe Antonio Ferrari, che raffigura un bimbo dai calzettoni scarlatti e dallo sguardo assente, che tende la manina paffuta nel bianco circostante. Anzi, proprio la pretesa di...

Il mio lavoro non è ancora finito / Ligotti, macabro e sontuoso

Il mio lavoro non è ancora finito, uscito nel 2002 e vincitore dello Stoker Award, categoria long fiction, nello stesso anno, è l’ultimo volume della serie di pubblicazioni di Thomas Ligotti di il Saggiatore, dopo le raccolte di racconti Teatro grottesco (2015), Nottuario (2017) e La straziante resurrezione di Victor Frankenstein (2018), il saggio antinatalista La cospirazione contro la razza umana (2016), e la raccolta di interviste Nato nella paura (2019). A differenza di questi altri lavori, e un unicum nella carriera di Ligotti, Il mio lavoro non è ancora finito è un romanzo breve (o una novella, come si diceva una volta) che si accompagna a due racconti, Ho un progetto speciale per questo mondo e La rete dell’incubo.  Ci sono tanti modi per cominciare a parlare di un libro di Ligotti. Si potrebbe esordire dicendo che il suo schiacciante pessimismo ha ispirato i monologhi di Rust nella prima stagione di True Detective. Che è un grande recluso che non rilascia interviste dal vivo, non presenta i libri, e che pochissimi hanno visto di persona. Che è ormai una celebrità letteraria sia dentro al genere horror (visti i quattro premi Stoker accumulati, di cui uno alla carriera...

Quaderno 3 / Il bosco e l'asino bianco

In questo paese io vivo così. Mi alzo presto e lavoro tutta la mattina, traduco, scrivo, studio e leggo. E poi, dopo pranzo, comincio a sentire il richiamo del bosco. Una volta che ho fatto finta di non sentirlo, è arrivata una poiana a mugugnare fin sopra il vicolo dove abito. Ho un testimone. Ho dovuto dire: “Scusa, il bosco è arrivato fin qui a chiamarmi, devo andare.” Il bosco sta a non più di cinque minuti a piedi dalla cascina in cui vivo. Spero quindi che i vigili saranno clementi. Ha molta acqua, proprio tanti ruscelli, e alberi, soprattutto castagni, e muschio tantissimo. Ci sono anche gli ontani bianchi. E le querce. Poi in primavera ha avuto tanti fiori e foglie da smarrirsi, quasi non lo riconoscevo, perché sono arrivata che era ancora inverno. D’estate è stato zeppo di zanzare e tafani, è stata dura non frequentarlo per un po’, poi ho deciso di portarmi uno zampirone e di  sventolarmelo davanti alla faccia e alle spalle, un po’ faticoso, ma me la sono cavata. Ho visto un sacco di animali finché noi umani dovevamo sparire in casa, ho visto: rospi e ramarri, una cerva, vari cerbiatti, cinghiali e cinghialini, un ratto, volpi, aironi, poiane, ghiandaie, cornacchie e...

Franco Fabbri / È tutta musica popolare

Un omino con l’ombrello, sul quale sta per piovere dal cielo un grande piano a coda: questa la copertina dell’ultimo lavoro di Franco Fabbri, Non è musica leggera (Jaca Book, 2020). A prima vista, il titolo non è di facile interpretazione. Si parlerà di musica leggera, nel libro? Dati i precedenti dell’autore, sarebbe legittimo supporlo. Ma allora, perché la negazione? Forse si vuole sostenere che la musica “leggera” non è affatto leggera (che è cioè importante, rilevante)? Anche questa ipotesi non è fuori luogo. Ma se questi fossero gli intenti, perché far rappresentare nell’illustrazione la musica leggera da uno strumento tanto pesante, tanto legato a quella cosiddetta “classica”?  A chiarire le cose è l’autore stesso, nell’introduzione. I lettori che conoscono i suoi lavori sulla popular music, argomenta Fabbri, potrebbero aspettarsi un nuovo contributo agli studi in questo campo; invece, il volume raccoglie saggi e interventi (dal 1984 al 2015) dedicati a quella che convenzionalmente si chiama musica “colta” (o “eurocolta”). È questa la musica “non leggera” cui allude obliquamente il titolo. I compositori di cui si parla vanno da Mahler a Bartòk, da Weill a Ligeti, a...

Tenere aperto il mistero / Dialogo su Dio

Gabriella Caramore ha insegnato alla Sapienza di Roma, ha scritto molti libri – La fatica della luce, Pazienza e, insieme a Maurizio Ciampa, Croce e resurrezione – e ha curato e condotto per molti anni – dal 1993 al 2018 – una trasmissione di Radiotre, Uomini e profeti, trasmissione che potremmo definire profetica. L’Italia è un paese di tradizioni cattoliche, e sappiamo che “cattoliche” vuol dire molte cose differenti. Ma l’Italia è sempre stata spartita da due forme di clericalismo: i religiosi non parlavano il linguaggio dei laici e i laici non si interessavano di religione, e anzi credo anche oggi rimanga una grande ignoranza su questa realtà antropologica. Già da questo punto di vista credo che questo libro, La parola Dio (Einaudi), sia importante, perché Gabriella Caramore intreccia, con grande abilità, cose profonde a nozioni di base. Ad esempio già nelle prime pagine sottolinea come il nome Dio non si dica in un solo modo: nella Bibbia ebraica Dio si dice in molti modi, non può essere esaurito. E il Nome al di sopra di ogni nome è il nome impronunciabile che non può essere detto. Uomini e profeti quindi ha parlato di religione da parte non solo di credenti ma anche di...

San Lorenzo / La Nave Argo

Sulla pagina di un manoscritto carolingio, oggi a Londra (British Library, ms. Harley 647), una nave è disegnata con parole. Piccoli cerchi punteggiano l’imbarcazione, alcuni sulla poppa ricurva, altri sul doppio timone, altri ancora accanto lungo la chiglia e sul capo di banda.     Il resto dello scafo è tracciato appunto da parole latine, alcune in inchiostro scuro, altre in rosso. È una poesia figurata, tema a cui Giovanni Pozzi nel 1981 aveva dedicato un saggio straordinario per Adelphi. Che cosa ci fa una nave così congegnata, e oltretutto senza alcun marinaio, su un codice medioevale? È la mitica nave Argo: per spiegare la sua presenza su una pergamena degli inizi del IX secolo occorre intraprendere un itinerario solo in apparenza complicato. L’antico mito racconta che il re Pelia ordinò a Giasone di raggiungere la Colchide (la regione del Caucaso) e di riportargli il Vello d’oro, il prodigioso manto dorato di un ariete alato. Questa, a dir la verità, è solamente la rapida sintesi dell’intricata serie di vicende che precedono la partenza di Giasone, per non parlare delle peripezie che attendono l’eroe durante e dopo il lungo viaggio.   L’imbarcazione...

Fra Songbook e dischi a tema / Ella Fitzgerald e Frank Sinatra: night and day

Settant’anni fa, nel settembre del 1950, Ella Fitzgerald incideva il suo primo album, Ella sings Gershwin, un disco in formato 10 pollici – 25 centimetri di diametro – di sole otto tracce, quattro per lato, tutte composte da George Gershwin. Durata complessiva: venticinque minuti e sedici secondi. Il disco fu prodotto da Milt Gabler e registrato a New York in due sedute, l’11 e il 12 di settembre. Vi figuravano dei classici come Someone to watch over me, How long has this been going on e But not for me, ma anche delle canzoni meno battute come Maybe o Soon.   Due anni prima, il 18 giugno del 1948, la CBS (Columbia Broadcasting System) aveva presentato nelle sale del Waldorf Astoria di New York un nuovo formato di disco in vinile a microsolco, il cosiddetto Long Playing o Long Play, un formato che avrebbe presto soppiantato il 78 giri in gommalacca. Ella Fitzgerald nel 1950 era già una veterana della canzone e aveva alle spalle svariate incisioni con Teddy Wilson, Benny Goodman, Chick Webb, gli Ink Spots, Louis Armstrong e Louis Jordan. Poco più che trentenne, aveva già attraversato l’era dello swing e quella del be-bop, dimostrando da un lato di saper tenere testa al ritmo...

Arte popolare / Miguel Torga: l'universale è il locale meno i muri

Tutto iniziò quasi vent’anni fa. La strada che mi portò a esplorare più da vicino il Portogallo, la sua letteratura e, in particolare, l’opera di Miguel Torga, fu segnata dall’incontro con Keith Botsford, un grande spirito, per usare un’espressione obsoleta, impronunciabile nel nostro tempo, che ha fatto della rapida obsolescenza del significato delle parole un programma pedagogico.  All’epoca, a dire il vero, non ero completamento a digiuno di letteratura portoghese. Durante gli anni ottanta, mentre frequentavo l’università, ero stato testimone, dopo la pubblicazione de Il libro dell’inquietudine, della riscoperta di Pessoa e dei suoi eteronomi. Cosa che mi spinse a farmi un’idea del modernismo dello stesso Pessoa e dei suoi amici Sá-Carneiro, Almada Negreiros, Santa-Rita Pintor.   Mi incuriosì anche la pittura di Amadeo de Souza-Cardoso. Poi, agli inizi degli anni novanta, mentre ero in Francia, mi appassionai ai romanzi di José Saramago (che preferivo a quelli di José Cardoso Pires e di António Lobo Antunes). Riuscii a conoscerlo e, per circa un decennio, tenemmo una relazione epistolare costellata da alcuni dialoghi che poi pubblicai. Sempre in Francia conobbi Nuno...

Piante, salice, canna, bambù, paglia, terra / Architetture del dopo

Costruire con le piante, salice, canna, bambù, paglia, terra: è questo il sottotitolo dell’ultimo lavoro di Maurizio Corrado, architetto, studioso e docente universitario, creatore di iniziative culturali, uno dei massimi esperti italiani del rapporto tra mondo vegetale e architettura. Un sottotitolo che è una dichiarazione di intenti e che, ponendo il focus sui materiali da costruzione cosiddetti “verdi”, dà il segno di un approccio concreto volto al costruire e all’abitare, accentra l’attenzione sulla riscoperta di tecniche tradizionali.   Se ogni sottotitolo ha il compito e il merito di restringere gli spazi all’immaginazione, suggerendo la direzione che il titolo lascia incerta, questo forse non è del tutto vero per il testo di Corrado. Architetture del dopo (DeriveApprodi 2020) non si rivolge infatti soltanto a coloro che, all’interno di saperi di una specifica tèchne, sono interessati alla costruzione di spazi abitativi, alla loro funzionalità, alla loro estetica, alla loro cultura, all’architettura insomma, ma anche a un pubblico più vasto, a chiunque abbia interesse a comprendere, e a dare forma, a quello che diciamo quando parliamo di sostenibilità, ecologia, nuove...

Poesia totale / Adriano Spatola: parola incendiaria

«Per il poeta l’eredità è un fatto scontato. [...] Egli si sente in dovere di assumere a tutti i costi il ruolo di manipolatore del fantasma». Queste righe appaiono nel 1969 in un articolo di "Quindici", la rivista del Gruppo 63 che verrà disfatta poco dopo. A pubblicarle è Adriano Spatola (1941-1988), protagonista di quella stagione italiana dove tutto è squassamento, rozza o sottile agitazione dei sedimenti, degli scismi, dei luoghi claustrali della lingua. Inesausto fabbricatore di scritture – tra cui un unico romanzo “parasurrealista” (L’Oblò, Feltrinelli 1964) –, Spatola è stato a sua volta editore e fondatore di riviste come "Malebolge" (1964-1967), trillo inaugurale che fu per Spatola un vero e proprio laboratorio dal quale incominciare il lavoro di paziente incrinatura della letteratura. Sterilità in metamorfosi, poesia inserita nel primo numero e dedicata a Corrado Costa, è quasi un programma sulla radice incendiaria che la parola porterebbe in sé: «Di ciò che stato detto / si sa che è stato detto perché bruci nel mondo.»     Perché tornare a parlare di Adriano Spatola a più di trent’anni dalla sua morte? A che ragione tentare una svelta biografia che finirebbe...

Carteggi amorosi / Sonata a tre. Cvetaeva, Pasternak, Rilke

Dal castello di Muzot, l’8 giugno 1926, Rainer Maria Rilke scrive a Marina Cvetaeva una lettera alla quale acclude una poesia, Elegia, a lei dedicata. Ecco l’inizio: «Le perdite nell’universo, Marina, le stelle precipiti! / Non l’accresciamo noi, dovunque mai ci scagliamo, / in quale mai stella! Nel cerchio sempre già tutto è contato. / E anche chi cade non scema il numero sacro. / Ogni rinuncia precipite cade all’origine e sana. / Sarebbe dunque tutto un giuoco, vicenda d’eguale, / non un nome mai, né forse un segreto frutto? / Onde, Marina, noi mare! Abissi, Marina, noi cielo!» (SSG, pp. 94-95). Dal tono estatico e stregato, simbolico ed enigmatico, dei versi rilkiani, possiamo partire per una breve conversazione su quell’involontario e commovente romanzo epistolare che tre poeti, essenziali nella storia della poesia del Novecento europeo (Marina Cvetaeva, Boris Pasternak, Rainer Maria Rilke), intessono nel corso dell’anno 1926 e che in Italia viene pubblicato con il titolo di Il settimo sogno. Lettere 1926 (Editori Riuniti, Roma, 1980).    Quel magico anno è la storia di una “Sonata a tre” dove la musica delle parole sostituisce, nella pienezza dell’impulso lirico, la...

Cambiamenti climatici e cultura civile / Luca Mercalli, Salire in montagna

Da tanti anni Luca Mercalli è una voce molto ascoltata e seguita sui temi ambientali e dei cambiamenti climatici. La sua competenza scientifica si accompagna a meno note passioni e conoscenze letterarie e storiche. È noto il suo allarme per dati ormai acclarati e condivisi: il surriscaldamento del clima dovuto alle emissioni di CO2 sta determinando un pianeta più caldo, tra 2 e 5 °C in più a fine secolo, con conseguenze catastrofiche per biodiversità ed equilibrio ambientale; i ghiacciai alpini saranno pressoché estinti verso la metà di questo secolo e i fiumi europei avranno meno portata idrica in estate, con riflessi su agricoltura e produzione energetica; l’area del Mediterraneo è destinata a divenire torrida d’estate; gli eventi estremi, alluvioni e tempeste, aumenteranno di intensità e frequenza con maggiori danni per le attività umane; il livello dei mari è in aumento e a fine secolo potrebbe essere di circa un metro più elevato, per luoghi come Venezia e il delta del Po sarà la fine; la cementificazione sta riducendo la disponibilità di suolo agrario fertile, rendendo inoltre più fragile il territorio in caso di calamità naturali o forti piogge; inquinamento, plastica e...

La società post-pandemica / In che mondo vivremo

È possibile una teoria sociale della pandemia? Non una teoria epidemiologica ma sociale: come la società si ammala, come la società reagisce, come eventualmente guarisce. Se questa teoria è possibile, essa deve incrociare dimensione macro e dimensione micro. A scala macrosociale la pandemia colpisce tutto il popolo (pan demos) del mondo, e soprattutto quello riunito nei grandi assembramenti umani delle città.  È lì che il contagio più che altrove circola grazie al contatto sociale. Quel “con” che ci tiene insieme nelle comunità urbane si traduce in un “dis”-valore che ci allontana, e richiede una “dis”-tanza fisica. Occorre allora esplorare la dimensione micro, psicosociale. Quella più interna alla persona, la sua nervenleben. Si tratterebbe di una teoria assai complessa perché l’incrocio tra le due dimensioni macro e micro è essenziale, eppure difficilissimo. In passato pochi l’hanno fatto, l’ultimo è stato Talcott Parsons a metà Novecento. Da allora ci accontentiamo di teorie di medio raggio.   Si capisce allora perché finora gli scienziati sociali abbiano evitato di trattare quel che è stata la pandemia, e soprattutto che cosa succederà dopo la pandemia. Per approccio...

Un addio - con una lettera di Eugenio Barba e dell’Odin Teatret / Ferdinando Taviani: studioso militante

Aveva qualcosa del guru, Ferdinando Taviani, del combattente comunero latino-americano e andino con i suoi poncho, gli eterni sandali, i berretti colorati. Non so perché, lo associo a Garabombo, il personaggio di vecchi romanzi di Manuel Scorza, invisibile come Taviani, Nando per le innumerevoli tribù teatrali che ha frequentato. Garabombo era invisibile alle autorità cui presentava le proteste della sua comunità andina; Taviani era un accademico capace di scomparire nel teatro e di riapparire di lato, nel “fra” come ebbe a scrivere di Giuliano Scabia, spostando ogni volta i dati delle questioni, aprendo squarci inaspettati, anche ferite, che avrebbero generato idee e comportamenti. Non so cosa significhi: ma non esiste una voce di Wikipedia su di lui. Così lo hanno ricordato Eugenio Barba e i suoi compagni dell’Odin Teatret.   Arrivederci, fratello di lavoro   Il 4 novembre è morto Nando Taviani, pensatore e studioso originale di teatro, fratello di lavoro dal 1969 di noi tutti all’Odin Teatret. Era il nostro consigliere letterario, co-autore di testi e ispiratore di progetti che hanno reso il nostro gruppo teatrale un incoraggiamento e una vocazione per molti altri....

Election2020 / Non è colpa dell'America

Chi avrà il coraggio di dirlo per primo? Se l’onda blu non ha travolto l’America è perché il racconto era sballato. Perché il paese descritto in questi mesi dai media, negli Stati Uniti come oltreoceano, esiste solo nel regno dei sogni. È l’idea di chi vive nei campus universitari, a New York o a San Francisco. La proiezione di un desiderio, la favola bella degli intellettuali e dei radical chic. Poi c’è l’altra America e non è così. La si può odiare, disprezzare, fingere che non esista o tutti e tre insieme – ma c’è e va a votare. “Ogni volta che vedo qualcuno in tv dire ‘sono scioccato, sono scioccato’, dico ‘La ragione per cui siamo a questo punto è la tua mancanza di immaginazione”, affermava di recente l’artista Barbara Kruger, celebre i suoi intrecci di aforismi e immagini, a proposito della pandemia e di questi “tempi orribili”. Vale anche per lo shock che ha incollato milioni di persone in tutto il mondo alle mappe degli Stati Uniti che – oddio – nella notte elettorale hanno cominciato a tingersi di rosso anziché avvitarsi in un’ondata trionfale di blu.   Invece bastava un pizzico di immaginazione. Bastava trovare il coraggio dell’onestà e farsi qualche domanda, a...

Readymade e pittura / Duchamp con Matisse

Calvin Tomkins è stato – ed è tuttora, compie 95 anni in dicembre, si legga l’intervista su Maurizio Cattelan, nel volume della collana “Riga” dedicato all’artista (Quodlibet, Macerata 2019) – un critico d’arte di grande sensibilità e qualità. Non di quelli più noti perché hanno cavalcato chiavi interpretative forti, bensì di quelli che hanno puntato sul rapporto arte-vita. Ha incentrato tutta la sua attività su “profili” o vere e proprie biografie, per riviste e collane editoriali. Di lui conosciamo in Italia il bellissimo Vite d’avanguardia (su John Cage, Leo Castelli, Christo, Merce Cunningham, Philip Johnson, Andy Warhol – Costa & Nolan, Genova 1983) e la splendida biografia di Robert Rauschenberg (Johan & Levi, Monza 2008).   __title__   L’incontro con Marcel Duchamp è stato determinante, lo dice esplicitamente nell’intervista che introduce il volumetto appena uscito Marcel Duchamp. Le interviste pomeridiane (Postmedia, Milano 2020) – un’intervista, sia detto tra parentesi, che vale da sola il prezzo, come si suol dire. Ha capito subito che Duchamp non concepiva l’arte separata dalla vita e invece distaccata da quella che fanno credere che essa sia, senza...

Anne Boyer, Non Morire / Dolore, vulnerabilità, mortalità, sfinimento, cura

“Poi la gente sparisce, gli amici si inabissano, gli amanti si danno alla latitanza, togliendoti ogni possibilità di adorarli di nuovo, i colleghi ti evitano, i rivali diventano indifferenti, i tuoi follower di Twitter non ti seguono più” (p. 71). Voglio cominciare a scrivere a proposito del libro Non morire di Anne Boyer, premiato con il premio Pulitzer 2020 per la non fiction, con queste specifiche parole. Non riesco, infatti, a togliermi dalla mente l’imbarazzo, la colpevolezza e, anche, la sporcizia esistenziale provate, in quanto individuo in buona salute, durante i tre anni che hanno condotto un mio caro amico dalla scoperta di un tumore estremamente aggressivo alla sua morte. Ricordo in maniera nitida le difficoltà comunicative e il senso di profonda inadeguatezza dovute al fatto che i miei problemi quotidiani erano veramente insignificanti e irrisori dinanzi a una lunga e dolorosa trafila di sedute di chemioterapia, diagnosi mediche, perdite di capelli, speranze disattese in pochi minuti e via dicendo. Dopo la sua morte ho pensato costantemente a quanto lo spazio pubblico, in cui cresciamo e da cui ricaviamo i principi che regolano il nostro vivere comune, identifichi in...

Galleria Raffaella Cortese / Franco Vimercati. Tête à tête con la zuppiera

Una zuppiera è una zuppiera è una zuppiera potrebbe essere il titolo di una delle più famose serie fotografiche di Franco Vimercati. Il fotografo ed artista milanese la realizza dal 1983 al 1992. Per dieci anni non fa altro che inquadrare questo oggetto e riprenderlo in molti modi diversi: a fuoco, sfuocata, grande quanto il formato della foto, più piccola, che emerge da un uniforme sfondo nero, ruotata sul proprio asse a differenti gradazioni, riassorbita dal bianco dello sfondo. È una piccola zuppiera sbrecciata e consunta dall’uso; la forma arrotondata e la patina opaca la rendono un oggetto immediatamente familiare, quasi legato alla terra, alla civiltà agricola, ricorda il fotografo.  La serie di circa cento scatti scatena immagini ipnotiche la cui potenza attrattiva non è affatto facile da spiegare. Sono semplici, consuete, ordinarie, eppure l’intelligenza visiva di Vimercati riesce a farne un racconto adatto per tutti gli sguardi, anche per quelli più distratti e incapaci di concentrazione. È come se dicesse: “io so chi si nasconde dietro il tuo volto, conosco la tua frenesia; so come sei frettoloso, come pretendi di comprendere ogni cosa e come sei insofferente all’...