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Musica

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Jimi Hendrix all'alba / L’odore del napalm a Woodstock

Stando a un sondaggio dell’American Film Institute, la frase “mi piace l’odore del napalm al mattino” (I love the smell of napalm in the morning), proferita dal tenente colonnello Bill Kilgore nel film Apocalypse Now! di Francis Ford Coppola, occupa il 12° posto nella classifica delle cento battute più celebri della storia del cinema. A torso nudo ma col cappello del 9º Reggimento della Cavalleria Aerea ben piantato in testa mentre intorno ronzavano le pale degli elicotteri, il tenente colonnello Kilgore (interpretato da Robert Duvall) fungeva da coerente avamposto della follia che lo spettatore avrebbe poi incontrato nel colonnello Kurtz (Marlon Brando).   Un richiamo non olfattivo ma uditivo al napalm è quanto si sentì anche nell’aria di Woodstock il mattino del 18 agosto 1969 a conclusione del leggendario concertone rock. Iniziatosi il pomeriggio del 15 (venerdì), il festival avrebbe dovuto chiudersi domenica 17 con l’esibizione del chitarrista Jimi Hendrix. Ritardi di varia natura avevano però fatto slittare il programma fino al lunedì successivo, 18 agosto, e Hendrix fu chiamato a esibirsi intorno alle 9 del mattino (lo slogan del festival, a voler essere pignoli,...

Un pamphlet di Carlo Boccadoro / Analfabeti sonori

Esame di Stato conclusivo del primo ciclo di istruzione in una scuola secondaria statale di primo grado: per capirci, “esame di terza media”. All’orale si presenta una delle quattro/cinque allieve più brave. L’allievo può esporre liberamente una sua “mappa concettuale”, un focus cioè che riesca nell’esposizione ad attraversare fluidamente le varie frammentate discipline che trasformano il triennio in un via-vai di prof nell’aula di fronte a venti ragazzini abbastanza sconcertati da questo assurdo puzzle di “esperti di una conoscenza” che dovrebbero allenarli collegialmente ad acquisire un paio di competenze fondamentali, ovvero imparare ad imparare anche da soli, essere autonomi e coscienti nella loro collocazione sociale. L’allieva ha scelto come tema “Il Novecento”. Io sono “coordinatore della sottocommissione”, ovvero colui che fa le veci del Presidente di tutto l’esame di istituto, il dirigente scolastico. Cerco di fare il direttore d’orchestra, di indirizzare lo sguardo e la comunicazione verbale verso il collega della disciplina di turno. Eccoci alla Musica. Qualcuno prima di lei ha tirato fuori il famigerato flauto dolce di plastica e, mentre il collega attivava una base...

I giorni della gentilezza / Leonard Cohen e Marianne Ihlen

Nel settembre del 1960, grazie a un lascito ereditario, Leonard Cohen comprò una casa sull’isola greca di Hydra per 1500 dollari. Sull’isola era giunto qualche mese prima con l’intenzione di dedicarsi alla scrittura, confidando in un clima più mite rispetto al natio Canada e in un cielo meno avverso rispetto alla Londra dov’era sbarcato da poco. Cohen aveva appena compiuto ventisei anni ma era già autore di due raccolte poetiche: Let us compare mythologies, pubblicata nel 1956, e The Spice-Box of Earth, che l’editore di Toronto McLelland & Stewart avrebbe stampato di lì a poco.    Fra gli anni ’50 e gli anni ’60 l’isola di Hydra era diventata rifugio di artisti provenienti da ogni dove. Vi si potevano incontrare degli australiani (gli scrittori George Johnston e Charmian Clift), degli inglesi (il pittore Anthony Kingsmill), degli scandinavi (lo scrittore norvegese Axel Jensen e il poeta svedese Göran Tunström), degli israeliani (il giornalista Amos Elon) e persino un contingente di svizzeri estranei all’arte ma attratti dallo stile di vita mediterraneo (il banchiere Henri Bordier, l’uomo d’affari Maury Cohen e Alexis Bolens, già mercenario in Katanga e coltivatore di...

Mister Jelly Roll, di Alan Lomax / Non sparate sul pianista

Per un pianista che ha dato le spalle a migliaia di clienti armati nei postriboli di New Orleans, non essere morto sparato potrebbe già essere considerato un successo. Ferdinand Joseph LaMothe, in arte Jelly Roll Morton, sparato non lo fu mai, ma accoltellato alle spalle mentre armonizzava alla tastiera, sì. E non successe a New Orleans, bensì in uno squallido club di Washington, il Jungle Inn, di cui Morton era insieme co-proprietario, gran cerimoniere, pianista, buttafuori e, all’occasione, cuoco e cameriere. “Buttava sangue come un vitello sgozzato”, è la vivida immagine che ci consegnò la moglie Mabel. Morton poteva peccare di modestia, non certo di carattere. Era un creolo orgoglioso e sfrontato, che non amava farsi mettere i piedi in testa da nessuno, men che meno da teppisti e maleducati. Quando uno di questi si permise di usare un linguaggio poco urbano in sua presenza, Ferd non ci pensò due volte e lo prese a schiaffi. Un attimo dopo era in ospedale con degli impacchi di ghiaccio sulle ferite (“dicevano che avrebbe bloccato il sangue”, dichiarò imbufalita la moglie Mabel).   La vita di Jelly Roll Morton, “creolo di New Orleans e inventore del jazz”, è oggetto insieme...

L’Io, l’altro e la musica / Gilbert Rouget e i fenomeni di possessione

«Che cos’è infatti la possessione se non, in ultima analisi, l’invasione di campo della coscienza da parte dell’altro, cioè da parte di qualcuno venuto da “fuori”?», si domanda Gilbert Rouget ad un certo punto del suo Musica e trance. I rapporti fra musica e i fenomeni di possessione, la cui seconda versione francese – rivista e ampliata dall’autore nel 1990 – è stata recentemente pubblicata in italiano da Einaudi, dopo quasi quarant’anni dalla prima edizione dell’80, con una prefazione di Francesco Giannattasio che affianca quella “storica” di Michel Leiris. Pietra angolare degli studi etnomusicologici, il testo ha l’obiettivo di analizzare il rapporto tra musica e trance (ovvero quello stato transitorio, appunto, in cui il soggetto sperimenta un mutamento dell’ordinario stato di coscienza): un rapporto tutt’altro che semplice dato dalla natura eteroclita e proteiforme di tali fenomeni, descritti dall’autore come complessi sistemi di segni, che sembrano resistere e sottrarsi a qualsiasi forma di generalizzazione. Attraverso un approccio marcatamente strutturalista, Rouget costruisce una teoria generale che rende conto di questo caleidoscopico stato di cose grazie a una...

Una storia culturale / Ma che cos’è la “canzone italiana”?

“L’Eroe dei due Mondi”, “l’Apostolo”, “il Re galantuomo”: sui banchi delle elementari, negli anni Cinquanta del secolo scorso, così ci veniva insegnata la storia patria. Niente di molto diverso dalle figurine che compravamo in edicola prima di entrare a scuola.  “Tirèmm innanz!” “Qui si fa l’Italia o si muore!” “Obbedisco”: tutto si riduceva a una manciata di siparietti, di epici sketch, di frasi “storiche” da mandare a memoria come le risposte del catechismo (“Chi ti ha creato?” “Mi ha creato Dio”; “Chi è Dio?” “Dio è l’Essere perfettissimo ecc.”). Leggendo le non poche Storie della canzone italiana uscite negli ultimi decenni, ogni volta mi tornavano in mente quelle istruttive scenette, quei medaglioni tramandati identici di sussidiario in sussidiario. Come Cavour era “il Tessitore”, così Celentano era “il Molleggiato”. L’“ugola” di Claudio Villa o di Nilla Pizzi, il rivoluzionario “volo” di Modugno a Sanremo, l’“esistenzialismo” di Paoli, l’“ermetismo” di De Gregori, De André “cantore degli ultimi”, si ripresentavano (e ancora si ripresentano, ahimè) come nei vecchi libri di scuola l’imbarco dei Mille a Quarto o l’incontro di Teano. “Sono solo canzonette?” si chiedeva,...

Dalla mostra al Musée d’Orsay al rap delle periferie / Il giovane nero con la spada

In simultanea con la mostra Le modèle noir, de Géricault à Matisse attualmente in corso al Musée d’Orsay di Parigi (lo sarà fino al 21 luglio prossimo), in Francia è uscito un progetto multidisciplinare del rapper di origini congolesi Abd Al Malik, intitolato Le jeune noir à l’épée (il giovane nero con la spada). Il progetto è insieme un récit poétique, un disco di musica hip-hop e uno spettacolo di danza messo in scena da Abd Al Malik proprio nelle sale del Musée d’Orsay ad inizio aprile con il coreografo e ballerino del Burkina Faso Salia Sanou.   Multidisciplinare il progetto di Abd Al Malik e multidisciplinare la mostra, a metà strada fra storia dell’arte e storia delle idee. L’intenzione dei curatori è quella di sovrapporre l’immaginario che emerge dalla rappresentazione delle figure di colore nell’arte visiva alle questioni estetiche, politiche, sociali e razziali che presiedono questa rappresentazione, il tutto su un arco di tempo che va dal 1794, anno dell’abolizione della schiavitù in Francia, ai nostri giorni. Tre in particolare le fasi storiche su cui si concentra la mostra: i decenni immediatamente successivi all’abolizione della schiavitù (1794-1848), gli anni...

Oltre la coreografia / Alessandro Sciarroni: il riso il corpo

Visto all’indomani dell’incendio che ha devastato la cattedrale di Notre Dame, in scena all’interno del Festival Séquence Danse presso il Centquatre di Parigi dove il coreografo Alessandro Sciarroni è artista associato, Augusto si apre a una visione inevitabilmente mediata dall’irrompere di un’attualità portatrice di un senso di rottura. Un senso di rottura e, insieme, una necessità di riconfigurazione e ricostruzione che apparentemente sta assediando, allo stesso tempo, anche la danza. Questo parallelismo servirà qui come mappa di orientamento dentro la visione di Augusto, lo spettacolo che, il prossimo 21 giugno, verrà presentato alla XIII edizione del Festival Internazionale di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia in occasione della consegna del Leone d’Oro alla carriera assegnato quest’anno proprio ad Alessandro Sciarroni. Le sue produzioni, una quindicina di opere che sfidano le categorie delle arti dal vivo, ridisegnano i confini della danza proponendo strade inusuali, talvolta inedite, arricchendo la nozione di coreografia e aggiornandola al suo “estremo contemporaneo”, un corpus eterogeneo e intensamente inclusivo.   Per chi scrive, dunque, lo spettacolo è...

1958-1982: venticinque anni di canzoni italiane / Ed ognuno ha il suo corpo

Di musica mi sono occupato ogni giorno tante ore al giorno per 30 anni: dirigevo un mensile che ha cessato le pubblicazioni quattro anni fa perché non lo comprava più abbastanza gente per pagare il mio stipendio. Da allora con la musica il mio rapporto si è fatto difficile: non ho più messo un disco di vinile sul mio giradischi, li ho regalati al mio figlio dj e compositore; non ho più messo cd nel mio lettore cd: stanno prendendo polvere; ogni tanto ascolto la radio in auto, ma sono molto esigente e spengo quasi subito. Quindi posso dire che non ho elaborato il lutto. Quando a scuola i ragazzi vogliono ascoltare musica cedo raramente, in occasioni pre-vacanziere, per curiosare cosa stanno ascoltando, reggo come loro solo tre minuti di pezzi che hanno un testo interessante, una storia che dice qualcosa ben raccontata nel videoclip. Si può dire quindi che nella mia regressione abbia setacciato l’essenza di quello che la musica mi può ancora dire: parole più che melodie, storie più che ritmi, emozioni più che canti. Quando ho letto i primi report sulla mostra NOI… non erano solo canzonette (pensata da Gianpaolo Brusini con la consulenza storica di Giovanni De Luna e quella...

Musica e bromuro / Ira Gershwin. O del vernacolo in canzone

In Mark Twain at Bayreuth, saggio altrimenti noto come At the Shrine of St. Wagner (Al santuario di San Wagner), apparso sulla Chicago Daily Tribune il 6 dicembre 1891, Mark Twain raccontò di un soggiorno a Bayreuth dove, lo spazio di qualche giorno, s’immerse nella musica di Richard Wagner. Al termine del soggiorno, quando lo scrittore espresse tutta la sua soddisfazione per essersi musicalmente rigenerato grazie alla bontà delle esecuzioni vocali, s’imbatté in un critico che s’affrettò a rintuzzare il suo entusiasmo: “Cantare! Quello non era cantare; quelli erano vagiti, era uno stridore di nullità di terzo grado, rifilateci per far girare l’economia!” Un rilievo che invece di infastidirlo gli confermò una ricorrenza: sempre la stessa storia, si disse Mark Twain, ogni volta che apprezzo qualcosa di artistico, significa che era di qualità scadente.   In un articolo pubblicato sull’ultimo numero della rivista trimestrale Raritan, lo storico della musica e direttore artistico Joseph Horowitz prova a tracciare un parallelo fra l’uso del vernacolo in Mark Twain e nel compositore Charles Ives (Mark Twain, Charles Ives, and the Uses of Vernacular Intelligence), sottolineando fra...

Adorno ce l’ha con il jazz

Se c’è una questione che ha per lo più lasciato perplessi anche i più strenui difensori del pensiero filosofico di Theodor Wiesengrund Adorno è il suo giudizio negativo sul jazz. Le sue critiche alla musica d’intrattenimento in quanto espressione e prodotto dell’industria culturale possono essere accettate o, almeno, comprese senza troppe difficoltà. Certamente c’è stato chi, come Hans Robert Jauss, ha preso le distanze dall’austerità dell’estetica della negatività, che, polemizzando contro l’arte destinata al consumo di massa, ha accusato di irrilevanza e volgarità la nozione di “piacere estetico”. Secondo Adorno, infatti, quella offerta – o piuttosto: propinata – dai prodotti artistici dell’industria culturale è una esperienza degradata, “gastronomica” e “pornografica” che rinnega l’ambiguità enigmatica, utopica e scandalosa che caratterizza l’arte autentica. Tuttavia, questa tesi, per lo meno nella sua unilateralità, può senz’altro essere discussa e precisata; ma, di per sé, con buona pace di Jauss, non è ingiustificata: soprattutto se intesa alla luce dell’idea secondo cui, come Adorno scriveva riprendendo Stendhal, quella offerta dall’arte è una promesse de bonheur, non la...

5 aprile 1994 / Kurt Cobain. Un colpo di pistola

C'è un aspetto divertente, che trascende l'imbarazzo del momento, nell'avere la possibilità di scambiare due parole – perlopiù timidi ringraziamenti, la richiesta di una dedica – con una persona la cui immagine ha campeggiato sul muro accanto al proprio letto durante gli anni dell'adolescenza. Si tenga presente che l'età in questione è quella della definizione della propria identità per immedesimazione, e che il momento storico era quello in cui la scelta dei propri modelli avveniva sulla base di una suggestione, di una affinità elettiva, veicolata dalla musica quale forma del linguaggio improntata sull'immediatezza più assoluta. Quanto all'immagine, Lee Ranaldo, with is mild mannered look on, ha sempre avuto l'aspetto di un tipo ordinario, persino durante quella manciata di anni, ormai lontani, in cui i Sonic Youth sono stati il gruppo rock sicuramente non più noto, ma di gran lunga più influente del pianeta.    Trovarselo davanti con i suoi sessantatre anni ben portati, al termine di una serata nel corso della quale egli ha ripercorso, davanti a un pubblico raccolto, le tappe della sua quarantennale carriera di artista perennemente in bilico tra cultura pop e...

Silenzio, di John Cage / L’orecchio dissoluto

Dietro Silenzio di John Cage, di cui Il Saggiatore ha da poco pubblicato una nuova edizione (traduzione di Giancarlo Carlotti, una prefazione inedita in italiano di Kyle Gann, 318 pagine, € 42,00) non c’è, stando all’autore, una volontà di stupire, ma una pulsione poetica. Il libro fu pubblicato per la prima volta nel 1961, quando Cage aveva quarantanove anni e una fama circoscritta alla cerchia dell’avanguardia colta d’America. Raccoglie una serie di articoli, di conferenze e di saggi scritti da Cage sull’arco di un quarto di secolo, 1937-1961. In un recente articolo apparso sul New Yorker a firma Burkhard Bilger (Extreme Range – The vocal experiments of Roomful of Teeth), Brad Wells, fondatore e direttore dell’ensemble vocale Roomful of Teeth, citando il compositore olandese Louis Andriessen, sottolinea come il grande progetto della musica del Ventesimo Secolo sia consistito nel liberare gli strumenti dai suoni che erano loro prescritti. John Cage fu, di quel progetto di liberazione, uno dei più convinti sostenitori. Non solo si preoccupò di liberare gli strumenti dai suoni ch’erano loro prescritti (si pensi soltanto al pianoforte preparato di cui fu, se non proprio l’inventore...

Forsythe: vedere alla voce del verbo danzare / A Quiet Evening of Dance

A Quiet Evening of Dance di William Forsythe, andato in scena in prima nazionale al Teatro Grande di Brescia e poi al Teatro Valli di Reggio Emilia, è un capolavoro omogeneo, essenziale e dotato di grande trasparenza. La serata, composta da cinque brevi composizioni, tra cui figurano due nuove creazioni, ha un carattere introspettivo, intimo ma anche ironico che si concilia perfettamente con la capacità di pensare e scrivere la coreografia dell’artista americano nato a New York nel 1949.  La complessità cristallina dell’architettura dello spettacolo non è causa della riuscita della serata, ma un effetto che – pur nel suo essere direttamente, piacevolmente “scenico” – non corrisponde a un desiderio di ostentazione di un qualche tipo di sfarzo intrinseco. La drammaturgia della coreografia composta da William Forsythe si dispiega davanti al pubblico esattamente come è, senza fronzoli: organica, aperta, leggibile, chiara. Le volute tracciate dai virtuosismi dei danzatori, le maestrie tecnico-compositive e l’evoluzione di natura costantemente inventiva dei movimenti corporei sono espressione, sullo schermo della superficie esterna dello spettacolo, dell’esito di una ricerca molto...

A 50 anni da Je t’aime… moi non plus / Il piacere fu donna (ma il dispiacere restò degli uomini)

Diciamo la verità: da un genere musicale che ha esortato al sesso fin da quando stava in fasce ci si poteva francamente aspettare di più. L’orgasmo di Robert Plant in Whole lotta love degli Zeppelin non era male, ma la sua repentinità e la cornice esoterica dentro cui si compì poteva insinuare il sospetto che il rock fosse più incline a infliggere sevizia che non a suscitare piacere. The great gig in the sky dei Pink Floyd era l’ideale se volevi attirare l’attenzione dei vicini, ma in quell’estasi astronomica c’era già, in nuce, lo stordimento del new age e il sesso tantrico a beneficio di una civiltà orfana di liturgie (le candele, l’incenso, gli abbracci di luce). Quanto a Orgasm (a.k.a. Poem) di Prince, il primo istinto è sempre stato quello di abbassare il volume e aprire a caso una poesia di Giorgio Baffo o i sonetti lussuriosi dell’Aretino. Insomma, e per farla breve: di orge, toccatine, versetti e sospiri vari il kamasutra del rock è pieno, ma se restringiamo il campo agli amplessi veri e propri, quelli in cui ci si prende il tempo, preliminari e tutto quanto, allora la scelta è quasi obbligata.   Je t’aime… moi non plus fu pubblicata da Serge Gainsbourg cinquant’anni...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Si! può! fare! (un nitrito per la poesia)

Se uno di loro è assente due, tre, cinque giorni e chiedo che ne è di lui nessuno ne sa niente. Ma come? Siete compagni e non volete neanche sapere se sta bene? Se è scappato di casa? Se è in ospedale. No. Nessuno si frequenta di pomeriggio o nel week-end, e solo qualche maschio ha il suo piccolo branco con cui fa la ronda al massimo per alcuni isolati del quartiere. «Professore, cosa ha fatto durante le vacanze di Natale?». Ve lo dico soltanto se poi dopo anche voi mi dite cosa avete fatto. Mariella è andata a Milano: bene, cosa hai visto? «Niente». Come niente? «Eh sono scesa alla stazione e ho cominciato a camminare». Hai visto negozi, musei? Sei andata a vedere le vetrine di via Montenapoleone? «No, giravo.» Aurelia è andata in montagna due o tre giorni: non c’era un fiocco di neve, tranne quelli sparati dai cannoni sulle piste da sci. «Ho fatto qualche camminata». La maggior parte di loro è stata a casa, andava a letto tardi, e crollava con lo smartphone sul naso nella cameretta. E la mattina dormiva ad libitum: «Io mi alzavo sempre a mezzogiorno!». Nessuno è tornato al paesello, né al Nord, né al Centro, né al Sud, né tanto meno in Romania, Moldavia o Egitto o Tunisia o...

Il suono di Elvira Di Bona e Vincenzo Santarcangelo / L’oggetto singolare

Le discipline analitiche tendono fatalmente all’oggettivazione, un orientamento determinato in gran parte dal modello visivo. È anzitutto l’atto del vedere che ci offre la possibilità di fissare ciò che per natura è transitorio e mutevole. È cosa nota. Così come è noto che il passaggio da un’intelligenza pratica, sensibile a una rappresentativa è una delle fasi di transizione più importanti nella crescita di un bambino. Solo da quel momento è in grado di appropriarsi della cosa vista, di costruire ciò che Jean Piaget definiva l’oggetto permanente. Un oggetto che continua a esistere anche quando non lo si può più vedere. Un oggetto che, divenuto concetto, pensiero, parola, garantisce la base per una nozione di mondo stabile e predicabile. I rischi aumentano solo quando, crescendo, il pensiero inizia a creare se stesso, comincia ad alimentarsi del pensiero che lo ha formato in un inarrestabile gioco dell’intelletto che non riesce più a vivificarsi nel presente. Ma come resistere alla tentazione di pensare – e di dire – le cose, quando queste restano lontane dalla realtà, celate nella sfera dell’impensato?    La musica, il suono, la dimensione dell’ascolto, del sentire,...

Born to come back / La voce di Bruce Springsteen

Per trovare una voce bisogna averla cercata a lungo. Quando, alla soglia dei settant’anni, una delle rockstar più amate del pianeta confessa di aver scoperto la propria voce nel padre, è l’impalcatura stessa del rock che rischia di venire giù. Di tutti i luoghi, il soggiorno di famiglia. A un certo punto, durante lo spettacolo che Bruce Springsteen ha tenuto al Walter Kerr Theatre di Broadway nel corso dell’ultimo anno, il cantante lo ammette serenamente: io sono Mister Born to Run, nato per correre (dal titolo della canzone e del disco che lo resero famoso), volevo fuggire da tutto, prendere l’autostrada e non tornare più, ma oggi abito in New Jersey, a dieci minuti dalla casa in cui sono nato. Se Bruce Springsteen rincorse la voce del padre è perché, dice, “quella voce aveva qualcosa di sacro. Quando non sapevo che vestito indossare, sceglievo delle tute da lavoro, le stesse che mio padre metteva in fabbrica. Tutto ciò che sappiamo della virilità è ciò che abbiamo visto e imparato dai nostri padri, e ciò che io vedevo in mio padre era l’eroe, oltre che il mio peggior nemico”. Racconta poi di aver sognato il padre poco dopo la sua morte. Douglas Frederick Springsteen è seduto in...

B. Synger, “Bohemian Rhapsody” / La leggenda del santo frontman

Bohemian Rhapsody, il biopic di Bryan Singer sul compianto e fiammeggiante leader dei Queen, rispecchia senza troppa fantasia il modello delle vite dei santi: umili natali, vocazione, illuminazione divina, miracoli, traversata del deserto, tentazione dei diavoli, pentimento, morte e risurrezione. Ogni tappa è scandita in modo didascalico. Il dialogo con la redentrice che lo salva dal suo lato più sinistro avviene in modo canonico, sotto una pioggia scrosciante. I diavoli che lo tentano sono più esterni che interni e, come quelli di Sant’Antonio, si presentano in forme esteticamente ripugnanti: la loro guida, Paul (Pender, manager personale di Mercury, interpretato da Allen Leech), è sufficientemente viscido. Mary (Austin, la prima fidanzata, nel film Lucy Boynton) ha le fattezze di una santa. Taylor, Deacon e May, suoi compagni nella band, assomigliano di più ai quattro evangelisti (con il manager Jim Beach nel ruolo del quarto) che non ad altrettanti artisti rock: anche i numeri contano. Mai si videro quattro rockstar più pudiche, pudibonde e moderate nei loro comportamenti.    Il film ignora completamente il percorso artistico di Freddie e il contesto musicale-...

Il così fan tutte di Mozart al San Carlo di Napoli / Dialogo con Riccardo Muti

Da trentaquattro anni Riccardo Muti non dirigeva un’opera a Napoli, sua città d’elezione. Riporta ora al San Carlo il Così fan tutte di Mozart con la regia di Chiara Muti, sua figlia, con la quale aveva già collaborato in passato. L’inaugurazione della stagione era attesissima non solo per il ritorno in una città che gli è molto affezionata, ma soprattutto perché Muti non dirige opere in forma scenica dal 2015.  La prima al San Carlo (il teatro più bello del mondo, come il direttore d’orchestra ama ripetere) ci offre l’occasione per parlare della musica di Mozart, di Napoli e dell’Italia, di fronte a uno squisito caffè. Fuori splende il sole, ma il mare è in tempesta.   B. Perché per ritornare a Napoli la scelta è caduta su Così fan tutte? R. Offrendo la regia a Chiara che non solo è cresciuta ascoltando la musica di Mozart ma lo conosce bene anche grazie a Strehler e Ronconi, mi sembrava naturale che la scelta cadesse su quest’opera. Si tratta di una coproduzione con l’Opera di Vienna (dove la si ascolterà nel 2020, in seguito andrà a Tokyo, NdR). Il fatto che il Così fan tutte si svolga a Napoli non ha molta rilevanza: come saprà, un musicologo mi raccontò che la...

O della poetica delle frasi fatte / Canta come parli

Fateci caso: molte delle canzoni americane della prima metà del Novecento recano, a mo’ di titolo, delle frasi fatte. Qualche esempio? It never entered my mind (Non mi è mai passato per l’anticamera del cervello; di Richard Rodgers e Lorenz Hart); Everything happens to me (Capitano tutte a me; di Matt Dennis e Tom Adair); You took advantage of me (Ti sei approfittato/a di me; di Rodgers e Hart); You’re driving me crazy (Mi fai impazzire; di Walter Donaldson); I could write a book (Potrei scriverci su un libro; di Rodgers e Hart); I don’t stand a ghost of a chance (Non ho uno straccio di possibilità; di Victor Young, Ned Washington e Bing Crosby), e via discorrendo. È un elenco lunghissimo, se non proprio sterminato.   Si tratta per l’appunto di frasi convenzionali, espressioni prese a prestito direttamente dalla quotidianità, né più né meno, come sottolinea Philip Furia ne The Poets of Tin Pan Alley (Oxford University Press, 1990), di come la poesia e più in genere anche le altre arti cominciarono a fare nei primi decenni del ventesimo secolo. Ci si stava cioè accorgendo di come la lingua di tutti i giorni, per di più nella sua forma più colloquiale, nell’uso ripetuto e ormai...

Fondazione Prada / The Black Image Corporation

Nel novembre 1942, l’uomo d’affari John H. Johnson fonda a Chicago, insieme alla moglie Eunice, la Johnson Publishing Company. Gli inverni della città sono noti per essere tra i più implacabili degli States e quell’anno non fa eccezione: signori e signore afroamericani, elegantemente vestiti, con cappelli abbinati e tailleur impeccabili, vanno e vengono dal quartier generale dell’editore, circondati da automobili cromate e sigarette al mentolo. Una scena tipica della vita urbana cittadina, se non fosse che Johnson ha un’idea imprenditoriale molto precisa e piuttosto rivoluzionaria: creare delle riviste dedicate esclusivamente alla borghesia nera americana che, per la prima volta, avrà un modello di lifestyle a cui ispirarsi e una narrazione, e potrà finalmente trovare legittimazione attraverso i media.   La Johnson Publishing Company inaugura le pubblicazioni del patinato mensile Ebony, nel novembre del 1945, e prosegue con il settimanale Jet, nato nello stesso mese del 1951. Da allora, la storia editoriale del gruppo è continuata senza interruzioni fino al 2011, anno di ingresso di JP Morgan come socio di minoranza della compagnia, che coincide con una fase di crisi: oggi...

Festival Aperto di Reggio Emilia / Platel-Cassol: la morte in scena

La leggenda narra che un anonimo committente si sia presentato alla porta di Mozart nel cuore della notte indossando una maschera e un mantello scuro, offrendo una sacca con cinquanta ducati per comporre in quattro settimane una messa da requiem. Allo scadere delle quattro settimane l'uomo tornò per ritirare la composizione che Mozart non aveva ancora completato così gli offrì altri cinquanta ducati dandogli altre quattro settimane di tempo. Mozart morì poco dopo, il 5 dicembre del 1791, lasciando il suo ultimo capolavoro incompiuto. La portò a termine il suo amico e collega Franz Xaver Süssmayr, incaricato dalla vedova del compositore austriaco.  Da qui una serie di controversie sull'autenticità dell'opera. Il teorico musicale Piero Buscaroli ha addirittura ipotizzato che il Requiem sia rimasto incompiuto non a causa della morte del suo autore, come vuole la tradizione, bensì per una scelta deliberata di Mozart stesso. C'è anche chi sostiene che sia stato Antonio Salieri, secondo un’altra leggenda lo storico rivale di Mozart, a commissionare il lavoro, tanto da indurre nel giovane compositore l'idea che il Requiem fosse per lui, già malato da tempo.     Giocando...

Cinquant’anni di canzoni italiane d’amore / Romantic Italia

Lucio Dalla una volta ha detto: “Le canzoni poi sono una cosa minima ma quando ti agguantano …”. Lo disse durante il concerto Work in progress raccontando la commozione e l’invidia che provò ascoltando per la prima volta Santa Lucia di De Gregori. Dalla parla per un paio di minuti – se dovesse venirvi voglia di cercare il video su youtube non lo trovereste più, purtroppo, ed è un peccato, perché Dalla sapeva anche raccontarla oltreché cantarla – e riesce a portarci dentro quel pezzo in una maniera unica. Lucio, ascoltatore in quel momento, come tutti noi, dovette accostare la macchina e fermarsi perché la canzone lo aveva agguantato. “Se fossi uno stronzo vi direi che ho pianto, ma siccome sono uno stronzo ve lo dico”. Questo frammento mi è tornato in mente appena ho cominciato a leggere l’introduzione a Romantic Italia (minimum fax, 2018) che la stessa Giulia Cavaliere scrive. Ho capito che l’autrice ha ben presente l’importanza di quella cosa minima e di come ci accompagni, ci aiuti, ci rappresenti, ci dica qualcosa di noi, ci sconvolga e chissà che altro ancora nel corso della nostra vita. Siamo fatti della stessa melodia delle canzoni che abbiamo ascoltato, arrangiati più o...