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Scuola

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Materia per materia / Insegnare le scienze umane

Una storia edificante   Durante un consiglio di classe il professor Adalberto Somma che insegna matematica in un liceo delle scienze umane fa notare che l’allieva Piera Pieri è molto brillante nella sua materia e si chiede come mai non abbia frequentato il liceo scientifico. La conclusione che possiamo trarre da questa affermazione è che se l’allieva fosse stata molto brava in letteratura italiana e in latino avrebbe dovuto iscriversi al liceo classico e se fosse stata fortissima in lingua straniera forse avrebbe potuto iscriversi al liceo linguistico. Ma la domanda che sorge dopo questo racconto è: chi dovrebbe iscriversi al liceo delle scienze umane e che capacità, passioni e interessi deve avere? Quello in cui insegno è un liceo considerato “debole” per il riverbero della cultura idealistica di stampo crociano e gentiliano che ha sempre visto negativamente le scienze sociali. Le critiche di Croce e Gentile alla sociologia, alla pedagogia (si pensi alla battaglia persa da Maria Montessori in Italia) e alla psicologia pronunciate a convegni e vergate inizialmente sulle pagine di “La Critica” hanno lasciato un segno deciso che è presente negli angoli più impensabili della...

Materia per materia / Insegnare latino e italiano

Accelerare e chiarire sono, secondo me, i due verbi più adatti a descrivere l’effetto della pandemia sulla scuola (taccio di quelli più dolorosi). In un organismo complesso, stress prolungati e violenti accelerano il collasso delle parti deboli o invecchiate e chiariscono i processi e tessuti su cui è necessario intervenire. E Telmo Pievani ci ha dimostrato come l’evoluzione dei viventi lavori in modo imperfetto, riadattando il vecchio a usi imprevisti e rappezzando in modo creativo qua e là. Così fa anche la scuola, che è certamente viva e complessa. Scendiamo allora in un suo grumo di cellule: un liceo scientifico e linguistico lombardo, lontano dalle città; millecento studenti e una buona reputazione nel territorio. Aumentiamo l’ingrandimento fino a osservare l’esperienza di un insegnante di italiano e latino durante la pandemia e poco prima.   A scuola ci sono corpi   La prima cosa che la pandemia mi ha chiarito è che si insegna e si impara soprattutto con il corpo: quello dell’insegnante e quelli degli allievi, insieme nella stessa aula. Isaac Asimov lo aveva raccontato nel 1951 in The Fun They Had. Purtroppo, e forse inevitabilmente, anche dopo la pandemia nelle...

Materia per materia / Insegnare la storia

Già prima dell'emergenza Covid, e dei problemi emersi nei quasi due anni di Didattica a distanza, il modo in cui è insegnata la storia nella scuola italiana, segnata dallo stigma di materia  noiosa e nozionistica, era oggetto di grandi riflessioni a causa di una crisi in corso, che investe metodo didattico e canone dei contenuti: a maggior ragione, insegnare e imparare storia acquista ulteriore valore in un momento come questo, se – come io credo – dalle competenze storiche dipendono molte capacità di comprendere la realtà sociale. Non soltanto in nome dell'historia magistra e delle retoriche del “mai più” – a rischio di diventare trite, abusate, moralistiche –, ma perché nel decifrare e comprendere il passato si formano gli strumenti, la grammatica, la sintassi, il vocabolario per l'interpretazione del presente e la progettazione del futuro: gran parte della complessità della realtà si deve alla sua trasformazione nel tempo.   Ora, in una società schiacciata tra presentismo ingombrante e comparatismo selvaggio, tra anacronismi patenti e riferimenti identitari, le competenze storico-storiografiche e il metodo storico-critico sono risorse fondamentali e indispensabili....

Il romanzo di Albinati al cinema / La scuola cattolica: una censura superflua

La scuola cattolica è il film che Stefano Mordini ha ricavato dal romanzo di Edoardo Albinati, 1300 pagine di variazioni su unico tema: «nascere maschi è una malattia incurabile». La scuola cattolica è quella in cui i genitori della borghesia romana mandavano i figli nella speranza di metterli al riparo dalla violenza che – come recita una didascalia – nel 1975 è all’ordine del giorno. Ma, come spesso capita, fare di tutto per evitare un male è il modo migliore per finirci dentro fino al collo. In quegli anni alcuni istituti romani collezionavano criminali. Al Tiozzi, scuola privata di Monteverde, c’era la futura cellula dei NAR: i fratelli Fioravanti, Alibrandi, Anselmi, Bracci, Carminati. Il San Leone Magno, la scuola del film, era frequentato da due assassini, Izzo e Guido, e da Gianluigi Esposito, una vita a mezzo tra terrorismo nero e banda della Magliana.    All’inizio vediamo gli studenti in costume da bagno, sull’attenti attorno a una piscina dove il professore li passa in rassegna. Quando si mettono a fare flessioni, l’angolo di ripresa basso mostra un groviglio di gambe, schiene e nuche. Nell’ultima scena tre di quei ragazzi se ne stanno svestiti e abbandonati...

Un sistema scolastico per il XXI secolo / Una scuola di prima classe

Il rapporto scritto da Jacques Delors (1996) e Education at glance dell’OCSE (2002) costituiscono due tappe significative dell’interesse maturato da una corposa letteratura economica nei confronti dei sistemi educativi. All’istruzione è attribuita, infatti, una lunga serie di benefici sociali ed economici sulla base di numerose ricerche che hanno documentato come un buon livello di alfabetizzazione rafforzi la coesione sociale e la partecipazione democratica (vedi qui) nonché l’assimilazione delle tecnologie, l’adattamento ai processi produttivi e lo sviluppo delle abilità tecniche che contribuiscono alla crescita dell’economia. Non sorprende – osserva Federica Cornali – che le raccomandazioni per il miglioramento dei sistemi d’istruzione, il rafforzamento dell’inclusione scolastica e l’ampliamento dell’offerta formativa siano diventati il Leitmotiv preferito dalle istituzioni politiche e dalle organizzazioni con finalità di promozione sociale ed economica (UE e OCSE).   La pubblicazione di Una scuola di prima classe, scritto da Andreas Schleicher, direttore del progetto PISA, s’inserisce in questa stagione culturale. Scritto nel 2018, tradotto in italiano nel 2020 e...

Che il coito "fan vivace" / Capperi!

Se ne intende di capperi, la mia amica Toni. Lavora all’ortomercato e mi porta in dono quelli “super occhiellino”, i più piccoli e pregiati. Con leggiadra metafora sono chiamati anche “lacrimedde”, e i francesi li catalogano come nonpareilles, senza eguali, insomma. Perché anche i capperi, come le noci o le mele, hanno varie pezzature che ne determinano valore e prezzo. Vanno dal calibro minimo di sei-sette millimetri di diametro – i “super occhiellino”, appunto – ai mezzanelli o mezzani di 13 millimetri. Poi ci sono i cucunci, più grandi (fino a 20 millimetri), conservati con il picciolo e dal sapore meno intenso, che accompagnano i nostri aperitivi, ma questi non sono i boccioli del fiore bensì i frutti. I picciriddi che mi regala Toni vengono da Lipari, isola delle Eolie che, con Pantelleria e Salina, è vocata alla coltivazione della Capparis spinosa, pianta tanto buona quanto bella.     Si mostra con ciò accessoria la moda, lanciata da gourmets e chef stellati, di portare nel piatto fiori di piante più o meno note. Moda, come spesso accade, divenuta nel costume culinario dei comuni mortali così popolare, imitata e abusata, da risultare stucchevole. Inutile con...

Pantomima / Lewis Carroll e i concorsi scolastici

Mi sono laureata in filosofia nel 2009. A differenza, ad esempio, dei laureati in storia dell’arte o in beni culturali, che con esami integrativi potevano e possono insegnare italiano, storia e geografia nelle scuole superiori, chi si laurea in filosofia ha accesso a una sola classe di concorso per l’insegnamento: la a019, ex a037, ovvero storia e filosofia nel triennio dei licei. Se vuole insegnare italiano deve prendere una seconda laurea. Ho avuto la fortuna di entrare in una scuola di specializzazione dottorale, al San Carlo di Modena, che ho terminato nel 2013. Nel frattempo, non c’erano state forme di reclutamento per i docenti della scuola superiore di secondo grado. Nel 2012 è stato aperto un concorso per il TFA, ovvero il Tirocinio Formativo Attivo, che con esame di ammissione e 2500 euro garantiva un percorso abilitante: sono risultata idonea ma non vincitrice in Toscana.    Chiedo al lettore di seguire ancora un momento le mie vicende private, mi rendo conto per nulla interessanti, perché stiamo per arrivare al dunque: a fine 2013, sono entrata alla Scuola Normale Superiore di Pisa, per un secondo dottorato che ho terminato nel 2016. E proprio all’indomani...

Otto domande (3) / Università: contenuti e relazione

Gianfranco Marrone   La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?   Col buon senso, cosa peggio distribuita al mondo. Le piattaforme digitali hanno in un primo momento, diciamo nel 2020, scoraggiato gli incontri di tutti i tipi, dalle lezioni alle riunioni, dai seminari ai convegni. In un secondo tempo, più o meno col secondo lockdown del 2021, invece li ha fortemente incoraggiati, dato che, alla fin fine, è subentrato il fattore comodità ed economia. Faccio lezione, tengo la conferenza, partecipo alla riunione da casa, così appena finito faccio le mie cose, senza lo stress del traffico, la perdita di tempo dello spostamento e simili. Coi convegni, poi, tutto è diventato gratis: e si sono moltiplicati, con molte cose in contemporanea. Esito: seduti alla scrivania dodici ore al giorno. Prima eravamo stanchi per non potere far nulla, ora per fare troppo. In un modo come nell’altro, delirio. Basterebbe allora ricordare che gli...

Italia campione d'Europa / Fino all'ultimo rigore

La notte più lunga di questa tumultuosa estate europea si conclude coi calci di rigore, ancora una volta. L’Inghilterra è entrata in campo col coltello fra i denti e ha sorpreso gli azzurri di Roberto Mancini dopo pochi secondi di gioco, con una rete di Shaw che ha fatto temere il peggio. Tuttavia, pur essendo iniziata con i peggiori auspici, la partita ha lentamente cambiato verso. L’Italia ha attaccato con pazienza e testardaggine, senza perdersi d’animo. Si è affidata al talento di Federico Chiesa per tenere gli inglesi nella loro metà campo. È stata premiata nel secondo tempo, quando il cronometro sembrava scorrere troppo veloce verso il novantesimo. Quello di Bonucci non è sembrato un goal, ma una meta da rugby, sudata e liberatoria. Da quel momento, la sfida è diventata una lenta e inesorabile sfida alla sorte. C’è un’espressione tipica del gergo giornalistico che descrive uno dei meccanismi di fondo del calcio, uno sport dagli equilibri imperscrutabili e talvolta aggrappato alle follie del caso. Per capire come andrà a finire, devi quindi cercare – in un equilibrio precario fra la statistica e la cabala – i “segni” che ti permettono di identificare “la squadra del destino...

Otto domande (3) / Università: diffidare delle imitazioni

Tiziano Bonini   La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?   Non ci sarà un ritorno alla “normalità”. Molte riunioni, ricevimenti, seminari, continueranno a svolgersi tramite la mediazione di piattaforme, anche finita la pandemia, e questo può rappresentare un beneficio. Il rischio più grande invece lo corre la didattica: in molte università si vuole continuare con la didattica duale, sia in presenza che a distanza, che risulta in una didattica “diminuita” invece che “aumentata”. La mancanza di cultura digitale nelle università italiane sta portando a una spaccatura, la solita, trita e ritrita, tra apocalittici e integrati. I primi vorrebbero tornare a “prima”, gli ultimi magnificano le sorti progressive delle piattaforme. Invece dovremmo valutare la possibilità di sviluppare una didattica “aumentata” da supporti digitali (spazi di discussione online con gli studenti, piattaforme per l’archiviazione e la circolazione di...

Otto domande (2) / Università: cosa significa insegnare?

Franco Nasi   La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?   È stato certo faticoso imparare in poco tempo ad usare bene le piattaforme digitali nella didattica “attiva”, cioè non solo come archivio per i materiali da dare agli studenti. Il loro utilizzo forzato ha costretto a riorganizzare abbastanza radicalmente le lezioni. Sarebbe un peccato non trarre vantaggio dalle esperienze fatte. La didattica in presenza è essenziale, ma un uso più efficiente delle piattaforme digitali porterebbe vantaggi certi alla didattica.    Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?   Un insegnante è anche un po’ un attore. Deve comunicare, coinvolgere, motivare....

Una conversazione con Michele Zappella / Scuola: dislessia, autismo e bullismo

Dopo aver ascoltato Pietropolli Charmet e il suo sguardo rivolto all’adolescenza, mi è sembrata un’occasione preziosa quella di poter rivolgere le mie domande a Michele Zappella, uno dei massimi esperti e studiosi di neuropsichiatria infantile, in prima linea, negli anni Sessanta (è nato nel 1936), per l’abolizione delle classi differenziali. Ha lavorato a Londra, negli Stati Uniti e in diversi istituti psichiatrici italiani, prima di diventare primario del reparto di Neuropsichiatria infantile dell’Ospedale Generale di Siena, incarico ricoperto per più di trent’anni. Continua a visitare bambini, a occuparsi di integrazione e proposte terapeutico-educative, e la sua voce sull’autismo è tra le più autorevoli del panorama contemporaneo. Tra i suoi libri vanno almeno citati: Il pesce bambino. Come la società degli adulti deve riapprendere ad ascoltare il bambino (Feltrinelli, 1977); Non vedo, non sento, non parlo. Autismo infantile: come i genitori possono guarire da soli i propri figli (Mondadori, 1984); (con Dario Ianes), Facciamo il punto su l'autismo (Erickson, 2009); (con Giuseppe De Luca), L'alba dell'integrazione scolastica (Carocci, 2013). Lo raggiungo in Skype e mi accoglie...

Otto domande (1) / L'università dopo lo scossone della pandemia

Alessandro Carrera   La pandemia è stata affrontata facendo ricorso alle piattaforme digitali. Questo ha reso il tema della cosiddetta “fatica digitale” (digital fatigue) più che mai attuale. Il ritorno alla normalità eliminerà il problema o ne cambierà solo i termini? Come pensate che occorrerà affrontarlo?   Ne cambierà solo i termini, perché delle piattaforme digitali non si farà più a meno. Anche stando in classe, sarà sempre più comune collegarsi con qualche studioso che si voleva invitare ma, o non ci sono i soldi per pagargli tutte le spese, oppure è lo studioso stesso che preferisce dare la sua lezione direttamente da casa. Si faceva anche prima, ma c’erano resistenze da entrambe le parti. Pareva che senza la presenza fisica non ci fosse davvero “l’evento”. Ora, quando ci sarà la presenza fisica, sarà davvero un evento.   Uno degli aspetti meno considerati della didattica a distanza è la scarsa cura del modo in cui i docenti si presentano davanti allo schermo (inquadratura dal sotto in su, sgradevoli contrasti di luce, sfondi casuali). Ritenete che sarà necessario intervenire, o la fine dell’emergenza renderà tutto questo superfluo?   Be’, io non mi...

Diario di un'insegnante / Scuola: scrutini e bocciature

Gli scrutini della seconda A si sono conclusi alle 21.40 di giovedì sera. Sei bocciati in una classe di venticinque. Sei bocciati sono tantissimi, sei persone rispetto alle quali domandarsi: abbiamo davvero fatto di tutto per vederli, ascoltarli, dare loro un posto, capire cosa stava accadendo e agire di conseguenza? No. Li abbiamo persi durante la dad, credo. Telecamere spente, connessi sì, connessi no, connessi ma assenti. Il tabellone dei voti lasciava poco spazio, nessun margine di intervento: tre debiti a settembre? Tre debiti a settembre a Ricardo che parla così poco e male l’italiano? Sono stata zitta e io non sto mai zitta in situazioni come questa: le cose sono spurie, c’è un altro lato da guardare – c’è sempre un altro lato da guardare –, ma erano tutte rosse le righe di quel dannato tabellone, a cosa potevo appellarmi?   Avremmo dovuto prenderci del tempo – abbiamo questo tempo? è previsto? – per dirci: questa classe è spaccata in due, che si fa? Nomi su uno schermo, nomi senza volto: come li vedi, come li raccogli, i silenziosi, quelli che in aula se ne stanno ai margini, i solitari? Non ci siamo interrogati sul punto in cui qualcosa si è inceppato. Dove abbiamo...

Una conversazione con Gustavo Pietropolli Charmet / Come stanno gli adolescenti?

Incontro Gustavo Pietropolli Charmet rigorosamente a distanza, come in dad, dietro a uno schermo. Non ha bisogno di grandi presentazioni: è noto il suo lavoro con gli adolescenti e i suoi libri credo siano lettura cui non possa sottrarsi chiunque lavori – insegnante, formatore, psicologo, educatore – con i ragazzi. Ho letto il suo Il motore del mondo, uscito ad agosto e già recensito su queste pagine, ma la ragione per cui gli domando un appuntamento è che, come ho raccontato, sono in un vuoto di senso che rende difficile il mio tempo in classe e mi fa pensare urgente la necessità di interrogare la scuola, quanto accaduto, dove siamo e cosa questo tempo ci ha mostrato in modo più evidente di prima.    AS: Professore, come stanno gli adolescenti? Come è stato questo tempo di restrizioni, di frequenza con i coetanei ridottissima, a stretto contatto con la famiglia: cosa ha determinato? GPC: Come stanno? La pandemia ha fatto due vittime: gli anziani li ha fatti fuori, e gli adolescenti li ha malmenati. Non lei direttamente, ovviamente, perché gli adolescenti non hanno nemmeno visto la morte e la malattia atroce; in primo piano hanno visto le misure preventive, le...

Un percorso kafkiano per la scuola / Per un pugno di CFU

Primo passo. la consapevolezza   Un giorno ti svegli, a 45 anni, e decidi che insegnare a scuola ti piacerebbe davvero, che pensi di avere molto da dare, di avere la passione e le competenze giuste, acquisite in anni di incontri, conferenze, lezioni, viaggi della memoria. Così ho cominciato ad informarmi, scoprendo subito una cosa che forse per molti è ovvia, ma non per me: pur avendo ottenuto l'Abilitazione Scientifica Nazionale, che mi abilita appunto all'insegnamento universitario, non posso insegnare nella scuola pubblica secondaria. Per farlo, ovvero per entrare in una “classe di concorso”, devo sostenere alcuni esami integrativi. In sostanza il mio curriculum mi consentirebbe di insegnare solo Storia, che però non esiste come insegnamento singolo, e per insegnare Storia + 1 materia a scelta (tra Filosofia e Italiano), devo dare gli esami integrativi universitari delle altre materie. Più 24 Crediti Formativi (CFU) su argomenti pedagogici-didattici che dovrebbero servire a formare meglio l'insegnante.  La cosa sembra ragionevole. Per insegnare filosofia o italiano bisogna conoscere la materia. Ma per insegnare, è logico che si debba possedere una conoscenza di...

Introduzione inedita a "Canzoniere mio" / Chi sia la poesia

Carissima, una quindicina d’anni fa, ti ricordi? avevamo parlato di lui, il canzoniere mio, e ti avevo chiesto di aiutarmi a capirlo. A Bologna sotto le due torri abbiamo letto in pubblico Opera della notte – e inoltre hai scritto pagine profonde sulle poesie dentro i libri di Nane Oca, poesie che a Venezia, a Ca’ Foscari, hai letto magistralmente, quasi cantandole. Eppure non sai dove collocarmi, nella poesia, nel teatro, chissà.      Mi sono sorte domande, dubbi – e qualche lume. Mi sembra di aver capito che le categorie con cui gran parte della critica di oggi (non solo italiana) lavora sono inadatte o insufficienti per capire cos’è veramente fin dalle origini la poesia – il suo corpo incandescente, furioso, “impressionante”.      Ricordi quando ti ho parlato di Dioniso e Orfeo, mentre stavo cercando di decifrarli e capirli nel nostro teatro bolognese dove ogni tanto apparivi?    Dioniso e Orfeo, due nomi maschera per stringere insieme due vie che sono la medesima e indicano l’azione dell’in-canto, il canto-ritmo del fare dei pastori, allevatori, agricoltori, scalpellini, costruttori di case e templi, deforestatori di tanto tempo fa,...

Diario di un'insegnante / Scuola. Che pesci pigliare?

Oggi in classe erano presenti solo in cinque. Cinque non è il settantacinque percento di venticinque. Non ce la facciamo più, dice Sara, sono tutte verifiche. "Non si sta a casa" l’ho già detto troppe volte; che "non è la via" lo abbiamo ribadito; ci abbiamo anche pensato insieme, riflettuto insieme.  Ha senso che io lo ripeta? Ha senso che dica che è sbagliato, che è importante avere fiducia nella parola e nel confronto con gli insegnanti? Loro lo sanno già che è sbagliato, ma.  Siamo pieni anche noi adulti di cose che sappiamo, ma.     E poi Giulia sta male. La mamma e il papà vedono Giulia stare male e sanno che Giulia dovrebbe andare a scuola: saltare è la mossa meno opportuna, in un anno così in bilico, con matematica e latino sotto. Ma Giulia sta male in un modo che la mamma e il papà di Giulia, arrivati a questo punto, cosa possono fare? Possono davvero ignorare quella disperazione? Però, mamma e papà di Giulia, non è insultare gli insegnanti che farà stare meglio vostra figlia; non è pensare che la colpa sia tutta loro, la soluzione; non è non vedere che quella disperazione non è a misura dell’ostacolo - e dunque c’è dell’altro che avrebbe dovuto esser...

Lezioni di letteratura russa / Nabokov: Tolstoj sì, Dostoevskij no

Stati Uniti, 1940: Nabokov è da poco arrivato in America e si trova a fare lezione a studenti americani. Cosa sanno della letteratura russa i suoi studenti? Su quali traduzioni possono contare? Quali difficoltà dovranno affrontare? Nell’ultimo breve saggio delle Lezioni di letteratura russa, dopo averli condotti «attraverso il paese delle meraviglie di un secolo di letteratura», Nabokov tira le fila del suo corso ed elenca alcune difficoltà che gli studenti si troveranno di fronte: non sanno leggere il russo, hanno a disposizione traduzioni «abominevoli» e devono districarsi in una massa «amorfa e mostruosa di cose mediocri il cui unico scopo è politico». A guidarli in questa selva c’è il professor Nabokov, tra i più popolari della Cornell University, dove dal 1948 insegna come professore associato nel corso sui Maestri della narrativa europea e in quello di Letteratura russa in traduzione. Visto il successo delle lezioni, e forse anche per facilitare lo studio dei suoi studenti, Nabokov mette in cantiere la pubblicazione delle sue lectures, progetto che viene però abbandonato e ripreso, dopo la sua morte, da Fredson Bowers, curatore sia delle Lezioni di letteratura del 1980 (la...

Diario di un'insegnante / Scuola: un aprile che sembra giugno

L’atmosfera è più o meno quella degli ultimi giorni di maggio di un anno ordinario: la luce della primavera; le finestre aperte e i rumori dall’esterno; le aule deserte a metà, o al 75%, con il loro senso di precarietà.   È difficile restare concentrati, è difficile “fare sul serio”. Per loro come per noi.  Ma che cosa è "fare sul serio"?  Insegno da più di dieci anni, dalla filosofia al sostegno, frequento gli adolescenti come psicologa nel lavoro di ascolto, e non sono mai stata così in difficoltà come in questo anno che mi sembra finito anche se finito non è.     Ada, l’ultima volta che l’ho vista, ha avuto tre attacchi di panico in una settimana. Era un mese fa. Poi la Dad. Ada non ha mancato nemmeno una lezione on line; interveniva; i miei tentativi di mostrare lo spazio di apertura – se mai ne avesse sentito il bisogno – sono stati lasciati cadere. Così, adesso che Ada e il suo corpo magrolino sono ritornati in classe, ho pensato: sarà questione di giorni? Ne avrà ancora? Ne ha avuti? Ada, come diavolo stai?  Ma la relazione tra insegnante e studente non è una relazione che passa per “Ada, come diavolo stai?”. C’è...

Neolingua / Prof

Nell’italiano corrente prof è forma scorciata di professore, di professoressa e dei rispettivi plurali. L’accorciamento risuona frequentissimo nel parlato, in interazioni comunicative ormai quasi prive di limiti, quanto a registro, e ricorre anche con abbondanza nello scritto, come si vedrà. Le forme non scorciate ne subiscono un’estesa concorrenza. Il prof di cui si sta dicendo non è il prof giovanilistico e contestatario registrato dai dizionari come “gergale” nel corso della seconda metà del secolo scorso. Per dirla con un paragone up to date, se fosse un virus, si potrebbe dire che pur appartenendo forse allo stesso ceppo (ma c’è da dubitarne), non è lo stesso virus. È differenza di pedantesca sottigliezza: la si destina ad altra sede e ad altro momento, caso mai.  Qui interessa il prof presente, quello emerso con prepotenza nel parlato quando il Novecento cominciava a declinare. Lo ha fatto come forma di appello e sopra labbra ancora più fresche di gioventù di quelle del predecessore novecentesco cui si è alluso: “Prof, posso uscire?”; “Prof, ieri non ho potuto studiare”; “Che voto mi ha dato, prof?”. La funzione di appello gli ha fatto da incubatrice e, come in una...

La terza via / Dad. Life on Mars?

È uno dei capolavori di David Bowie: una ragazzina triste e sola che si lascia catturare da uno schermo argentato e dal freakiest show di una successione demenziale di immagini che scorrono davanti ai suoi occhi – un film noioso, che lei ha già vissuto dieci volte; finché da spettatrice, diventa lei stessa creatrice di immagini allucinatorie: che si susseguono demenziali come le precedenti, perché questo film lo ha già scritto dieci volte. Chissà se lo sa che è il suo, il best selling show? Sarà forse su Life on Mars? Reso più saggio e triste dalla maturità, Bowie ricordò questa canzone come una piccola storia di alienazione quotidiana: credo che oggi la troverei piuttosto triste, concluse il Duca Bianco. È quello che accade anche a me: questa canzone che mi accompagna da quarant'anni, mutando significato col trascorrere del tempo, oggi mi sembra di una infinita tristezza. Sono io che faccio lezione davanti a un PC, o sono le mie studentesse e studenti sul rovescio (nel sottosopra, mi verrebbe da dire) dello schermo, soli dentro una stanza e tutto il mondo fuori (come quella studentessa morta d'infarto durante la DaD, sola nella stanza, senza che nessuno se ne accorgesse, perché...

Integrazione e contrapposizione / Un elogio della DAD

Ribadiamo subito un punto fuori discussione. La didattica in presenza è insostituibile, non solo per la sua efficacia nella trasmissione del sapere ma anche, forse soprattutto, per via delle forme di socialità che solo la scuola in quanto luogo fisico rende possibili. Il fatto che la didattica in presenza sia insostituibile, tuttavia, non significa che quella a distanza sia una cosa indecente, come si sente dire tutti i giorni da un coro di voci critiche, talora indignate, che va dalla destra sovranista alla sinistra radicale. Proviamo allora  a metterla così: la didattica in presenza è insostituibile, è vero, ma è anche integrabile con la DAD, senza danno e forse con molti vantaggi. Non foss’altro perché la DAD è una modalità di trasmissione del sapere destinata a confermarsi e a rafforzarsi. Non facciamoci illusioni, su questo. Chiediamoci piuttosto in che modo potremmo renderla migliore. Proverò a motivare la legittimità di questa richiesta con due gruppi di considerazioni, seguite da una scenetta finale che potrebbe servirci a comprendere meglio da che parte stiamo.   Per capire l’equivoco su cui si fondano le critiche alla DAD basta riflettere sul fatto, molto...

Scarabocchi. Il mio primo festival / Scuolette di campagna

Entriamo in casa di amici, in un ufficio: sulla parete, sul frigorifero, su uno specchio, fissato con nastro adesivo o con una puntina, c’è il disegno di una bambina o di un bambino. È un’esperienza che capita a tutti di fare almeno una volta. Quello appeso sarà il disegno della figlia, del nipote, un ricordo da portare nel quotidiano per rallegrare la giornata, per ripensare a momenti insieme? “Bello!” diciamo. “Di chi è?”  Oggi è normale che i disegni dei bambini, gli scarabocchi facciano mostra di sé, e non solo a scuola. Ma è sempre stato così? Abbiamo sempre guardato con occhio indulgente e curioso gli “sgorbi” dei nostri figli e di quelli degli altri? Li abbiamo sempre appesi alle pareti come quadri di cui andare orgogliosi?     Una serie di fotografie scattate da Mario Schifano nel 1992 ci mostra una classe II di scuola elementare di Roma, la “Tavani Arquati”, in visita al suo studio. Chinati a disegnare sul pavimento, raccolti attorno a un tavolo con colori e strumenti per la pittura, concentrati a dipingere sulla parete, questi bambini sono diventati artisti come il loro ospite, lavorano con lui nel suo spazio più intimo: lo studio. In uno scatto di gruppo...