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1929-2019 / Ágnes Heller: filosofia, rivoluzioni e vita quotidiana

Ágnes Heller, una delle più importanti filosofe del secolo scorso e dei primi diciannove anni del Duemila, è morta nuotando nel lago di Balaton il 19 luglio. Aveva novant'anni e l'acqua era il suo elemento più congeniale. A Budapest tutte le mattine si tuffava nella piscina della sua casa, ma poi quando era in giro per il mondo e trovava uno specchio d'acqua, non esitava un secondo: una volta a Fano, con il suo fraterno amico Francesco Comina, nel mare, ma le piacevano anche i laghi e una volta si era tuffata persino nel Rio delle Amazzoni. Al pari di Derrida, Bauman, Goytisolo, è stata una “sradicata”: già a quindici anni, lei ebrea, fu rinchiusa nel ghetto di Budapest, strappata ai suoi affetti. Poi fu censurata, licenziata dall'università, e infine costretta a rifugiarsi in Australia a causa del fondamentalismo comunista. Infine, nell'ultimo periodo della sua vita, quando dopo il crollo del Muro era finalmente potuta tornare a Budapest, è stata continuamente osteggiata e minacciata di morte per la sua implacabile opposizione a Orbàn. Suo padre, un anarchico squattrinato quanto morale, intriso di filosofia, poesia, musica, arte, rifiutò di convertirsi al cristianesimo per...

Nel giorno del cinquantesimo anniversario dell’allunaggio / Dalla luna. XX lettera di Giacomo Leopardi

Prima parte, lo sbarco.   Miei carissimi amici, italiani, europei, terrestri tutti, e voi Armstrong, Aldrin e Collins Scrivo anche a voi perché in notti come questa non ci ricordiamo d’esser morti e saltiamo come lepri alla luna o come que’ miei morti di Ruysch risuscitati nell’anno grande e matematico. Eppure non ho facoltà di parlare solo per un quarto d’ora! È pur vero ch’io vi scrivo, dunque non posso dirlo con certezza. In effetto la poesia, la letteratura, la filosofia come me, non possono parlare altrimenti che rispondendo a qualche persona viva. Vivemmo. Che fummo?
 Che fu quel punto acerbo
che di vita ebbe nome? 
Cosa arcana e stupenda oggi è la vita al pensier nostro, e tale qual de’ vivi al pensiero
 l'ignota morte appar.
 Cantiamo di mezza notte come galli! Qui, nella sfera celeste, navigando verso la luna. È certo e manifestissimo e ingenito non solo ne’ poeti ma universalmente negli uomini, un desiderio molto efficace di vedere e toccare e aggirarsi tra gli astri come faccio io adesso: il Leopardi ritorna per calcare il cammino anzi il volo dei tre, cinquant’anni addietro. Celebro la vostra impresa, opra ardita, immortal; volo anch’io, vedendo meco viaggiar la...

1925-2019 / Andrea Camilleri: un arcitaliano

L’Italia è un’ultra-nazione o, in altri termini, una nazione di varietà. La nazione italiana è varia in tutto, perché è anzitutto varia la sua espressione. E c’è niente che dica meglio cosa si è del modo con cui ci si esprime? Si apre bocca e il gioco è fatto: funzione emotiva, la chiamò Roman Jakobson, e non perché avesse a che fare (principalmente) con le emozioni, ma perché chi emette parola, non fa in tempo a emetterla che ha già detto di sé (e anche per tale ragione l’analisi dell’espressione, per chi sa farla, è ovunque uno spasso: in Italia, inenarrabile). C’è (stato) qualcuno che si è illuso di farla una, l’Italia. Non c’è riuscito, ovviamente, ma, ci fosse riuscito, avrebbe ipso facto decretato la fine dell’Italia che o è varia o non è e, se talvolta è parsa o pare una, è perché ci ha fatto e ci fa (altro tratto italiano caratteristico). Sulla scorta, c’è (stato) anche qualcuno che si è illuso d’essere (o di rappresentare) l’arcitaliano, pensando di riassumere in sé tutti i tratti dell’essere italiani. Ha così mancato di cogliere il pertinente, perché l’arcitaliano non c’è (stato) mai e di arcitaliani ce ne sono (stati) sempre numerosi e vari. Uno di questi è stato...

Federer-Djokovic / La più lunga finale di Wimbledon

Perché avrò mai accettato di raccontare lo scontro Federer-Djokovic di Wimbledon, io che non guardo il tennis da anni? L’ho giocato in gioventù, bloccandomi sulle giuste impugnature delle racchette a seconda dei colpi, troppo meccaniche le mie esecuzioni per avere la prontezza di rispondere nel modo giusto, al momento opportuno. Certo, il fascino dell’epica dello sport. E poi – non si può negare – la trigonometria del campo in lieve salita di David Foster Wallace, e il vento bastardo del centro dell’Illinois, e quei campioni minori così bene raccontati...   Primo ostacolo: non ho Sky, l’incontro è in esclusiva sulla rete a pagamento e lo streaming pirata ormai è difficile, forse impossibile (almeno per le mie competenze). Ti devi accontentare di quelle smilze dirette scritte tutte gergali, con qualcosa di magico perfino, a furia di drop, a rete, incroci, passanti, controbalzo, come ogni cronaca sportiva. Il linguaggio che deve convincere e forse accendere i cuori. Qui, il sangue continuerà a circolare abbastanza tiepido a lungo. Sono accolto a casa di amici. Ore 15. Pubblico compassato, sugli spalti: ci sono anche i principi reali Kate & William, entrambi in azzurro come...

28 settembre 1930 - 5 luglio 2019 / Ugo Gregoretti: inventore di linguaggi

Una delle consuetudini estive è diventata, negli ultimi anni, la trasmissione Techetecheté, in onda dopo il TG 1. È seguitissima sia da chi si riposa dopo una giornata spossante, sia da chi è negli ozi di una vacanza o esce poco di casa – e col caldo ancora meno. Si tratta di un grande successo costruito sugli inesauribili archivi della RAI, ma soprattutto è un album di famiglia collettivo in cui la prima domanda dello spettatore, davanti all’attore di prosa, alla soubrette o al presentatore, è: “Sarà ancora vivo?”. Qualcuno è ancora vivo, fortunatamente; ma in definitiva la trasmissione è una sorta di album dei morti. Corrado, Mike, Sandra e Raimondo sono come dei parenti che ci ricordano i nostri veri parenti. Meno noto, ma certo non dimenticato da chi ha più di quarant’anni, anche perché era spesso in video, è stato Ugo Gregoretti, morto a Roma pochi mesi prima del suo ottantanovesimo compleanno (era nato il 28 settembre 1930).   Gigi Proietti con Ugo Gregoretti sul set dello sceneggiato “Il circolo Pickwick”, 1968   Mi è capitato di frequentarlo per qualche tempo all’inizio degli anni Novanta. Allora lavoravo per la televisione, e in quel periodo lui stava facendo...

Schisi. Una nuova collana di ebook / Secondo Natura

Nella creazione del programma culturale di Matera 2019 Capitale Europea della Cultura, ampia attenzione è stata data alla relazione tra l’Arte e la Scienza con l’individuazione di un tema specifico. Il tema Futuro Remoto rappresenta una riflessione sul rapporto millenario con lo spazio e le stelle; un rapporto che, ripercorrendo anche i passi di Pitagora, uno dei residenti più illustri della Regione Basilicata, esplora l’antica bellezza universale della Scienza. Si mettono a confronto pratiche antichissime con modelli di vita fruibili, capaci di influenzare le idee di cultura e di sviluppo dei prossimi decenni provando a rispondere all’annosa domanda: C’è una schisi tra Arte e Scienza, una separazione e una distanza tra le due? Le dimensioni principali del fitto rapporto tra Arte e Scienza di cui ci occupiamo sono: l’Arte e la Scienza come prodotti dell’evoluzione biologica e culturale; l’Arte e la Scienza come fonte reciproca di ispirazione; l’Arte come canale significativo della comunicazione della Scienza.   Matera 2019 Capitale Europea della Cultura e Doppiozero hanno creato, a sostegno dei progetti del programma culturale, una piccola collana di cinque e-book denominata...

Contro l’analfabetismo economico 5 / Le fregature dei minibot

Quanto sono ingenui gli italiani? Non molto, a giudicare dalle dichiarazioni di Matteo Salvini. “Non saranno monete alternative all'euro, quelle le usiamo al Monopoli”, ha detto ai giornalisti il 6 Giugno. Si riferiva, ovviamente, ai minibot, inseriti sottobanco dagli esperti della Lega in un documento di indirizzo votato alla Camera dei deputati.   Matteo Salvini avrà tanti difetti, ma sicuramente sa fiutare da che parte tira il vento. Le sue precipitose smentite rivelano che gli italiani dei minibot non si fidano per niente. Pare che l’idea sia stata partorita da Claudio Borghi, noto sostenitore della teoria che l’uscita dal sistema Euro sia per l’Italia una scelta intelligente e pure indolore. I minibot servirebbero, secondo Borghi, Giorgetti, e altri esponenti del governo, soltanto a pagare i debiti della pubblica amministrazione. Ma perché un’impresa che vanta crediti nei confronti dello Stato dovrebbe accettare un pagamento in minibot? Risposta: perché li potrebbe poi utilizzare per saldare alcuni debiti, in primo luogo le imposte. Presentata in questo modo sembra una magnifica partita di giro, nella quale lo Stato dà con una mano e riscuote con l’altra. Che si tratti...

Ritratto 8 / Levi, conversazione con signora

Anno 1967. Primo Levi riceve il Premio Bagutta per il suo primo libro di racconti, Storie naturali, uscito l’anno precedente da Einaudi. Il 15 gennaio a Milano Riccardo Bacchelli, presidente della giuria, lo incorona vincitore. A riprendere la serata c’è una fotografa milanese, Carla Cerati, che ha da poco iniziato a lavorare come fotogiornalista. Nel 1966 è a Firenze e fissa con la sua macchina la devastazione delle acque dell’Arno. Proprio lì sono annegate le residue copie di Se questo è un uomo stampate nel 1947 da De Silva in deposito della Nuova Italia. Carla Cerati scatta un intero rullino al Bagutta, da cui trae alcune immagini. L’anno dopo realizza con Gianni Berengo Gardin nei manicomi italiani un reportage che resterà memorabile: Morire di classe, edito da Einaudi.   La casa editrice torinese ha stampato il libro di Levi con un altro nome in copertina: Damiano Malabaila. Uno pseudonimo però smentito dalla presentazione nella quarta di copertina, che identifica l’autore dei racconti con chi ha firmato Se questo è un uomo e La tregua. L’uso dello pseudonimo è stato suggerito da Roberto Cerati, direttore commerciale della editrice, marito di Carla. La ragione...

1930 - 2019 / Michel Serres, o della gioia di pensare

“Il mare e la matematica”: mi piace pensare che le coordinate entro le quali Walter Benjamin iscriveva l’opera di Paul Valéry si adattino ancor meglio all’avventura del pensiero di  Michel Serres che ci ha da poco lasciati. Nato ad Agen nel 1930, nel Sud ovest della Francia dove le rive della Garonna annunciano le onde dell’Atlantico, Serres entra nella scuola navale, ma ben presto rinuncia alla vita militare, per non cedere, ai tempi della crisi di Suez, alla logica di morte. Dalla terra catara delle origini aveva tratto il senso acuto di una storia umana in preda alle potenze del male e la volontà ferma di costruire una filosofia che fosse anche ricerca delle vie della pace: se il vero significato di filosofia, chiedeva, fosse “sapere dell’amore” più che “amore del sapere”? Amava ripetere che il filosofo che lo aveva maggiormente ispirato era Simone Weil, da lei aveva attinto il rifiuto della forza, quell’atteggiamento di “ritegno”, quel trattenersi che anche l’uomo contemporaneo dovrebbe apprendere dal Dio di Simone, di fronte ai rischi di una tecno-scienza diventata thanatocratica, affidata alla logica delle armi. Non amava la polemica, il cui etimo risale a polemos, la...

Cannes 3. I premi / Figure del desiderio a Cannes

Ha un che di simbolico il fatto che il Festival del Cinema di Cannes di quest’anno sia caduto proprio nei giorni in cui tutto il mondo stava parlando dell’ottava stagione di Game of Thrones. Mentre sulla Croisette si vedevano i film dei mostri sacri del cinema d’autore come Pedro Almodovar, i fratelli Dardenne o Terrence Malick, ovunque sui social network si discuteva dell’epilogo della serie tv più seguita degli ultimi anni. Ed è ormai un fatto – basta lavorare nella scuola o nell’università per rendersene conto – che per le nuove generazioni l’esperienza cinematografica sia ormai un’esperienza residuale, che viene fatta raramente e solo da una minoranza già predisposta per via di un capitale culturale pregresso. L’impressione insomma, è che il più grande festival del cinema del mondo, parli ormai sempre più dai margini dell’immaginario contemporaneo (e il che è, beninteso, sia un bene che un male). Mentre le sale sono riempite da prequel, sequel, reboot di film del passato, da film con comici delle TV, o da blockbuster con supereroi e film d’animazione, l’esperienza della visione casalinga attraverso gli streaming service sta penetrando lentamente ma inesorabilmente nel nostro...

Addii / Bruno Ganz: recitare l'utopia

Bruno Ganz con le ali, sopra Berlino. O con i baffetti corti, alla Hitler. Con un recente barbone bianco. Queste sono le immagini che forse rimarranno negli occhi di chi ha appreso, ieri mattina, della morte dell’attore svizzero, reso popolare dal cinema ma nato nella fatica dialogica del teatro, tra i sogni di un’epoca che sembra ormai lontana. Giovane, vestito tutto di nero, si vede nella parte del dottore in uno dei drammi urticanti di Thomas Bernhard, L’ignorante e il folle, che si svolge nella prima parte nel camerino di una cantante che interpreta la mozartiana Regina della notte, pronto a lanciarsi in lunghe tirate con lo stile dell’ossessivo squarciante autore austriaco sulla differenza delle personalità artistiche rispetto agli altri esseri umani, continuamente sospese tra la meraviglia e la patologia, l’eccezione che rivela l’anima e apre i crepacci dell’ansia, come in equilibrio su una fune da cui si può facilmente cadere nel vuoto nero.   L'ignorante e il folle   E lui, Ganz, è stato un grande artista, maestro della sottrazione, di una sprezzatura che portava le note più aspre con un’eleganza all’apparenza non incrinabile. Era cresciuto in quella...

Addii / Bobò: il disordine e l’archetipo

«Se ne è andato Bobò. Lo straordinario uomo che avevo incontrato 22 anni fa nel manicomio di Aversa sordomuto e analfabeta è morto. Così all’improvviso. Ci mancherai Bobò. Ci mancherai». Così Pippo Delbono ieri sera, venerdì 1 febbraio, dava la dolorosa notizia della scomparsa di Vincenzo Cannavacciulo, rinato a nuova vita col teatro più di vent’anni fa col nome di Bobò e con quello straordinario spettacolo del 1997 che fu Barboni.   Delbono aveva incontrato Bobò nel manicomio di Aversa in un periodo particolarmente nero della sua vita, di malattia e depressione. Andava in cerca di qualcosa che rompesse le mura del teatro e avvicinasse alla vita, allo strazio e alla gioia dei giorni, delle persone. Più tardi l’artista ligure, inventore di un teatro in cui il corpo si fa poesia e la poesia corpo, avrebbe scritto, come ricorda Roberto Giambrone in uno dei numerosi messaggi di cordoglio apparsi sulla pagina facebook di Delbono: «... ho incontrato alcune persone che vivono l’arte non come "mestiere", ma come esperienza fondamentale per la loro stessa sopravvivenza. Per queste persone l’espressione artistica non è un lavoro, una routine, ma una necessità di vita».    ...

Un crowdfunding per la poesia / Compatto: la voce di Baldini

Quando, negli anni Settanta del secolo scorso, mi capitò di ascoltare per la prima volta una lettura pubblica di Raffaello Baldini (in romagnolo e nella traduzione italiana), fui subito certo di avere di fronte qualcosa di speciale, e non solo per la qualità dei testi. Erano gli anni in cui in Italia fiorivano i festival di poesia; i poeti si trovavano sempre più spesso a dover comunicare da un palco (“dal vivo”, come si dice per la musica) con lettori in carne e ossa, senza la mediazione della pagina scritta. Ho detto dover comunicare non a caso: per molti, questo confronto era – ancor più che un’opportunità per esibirsi e per far conoscere la propria opera – una prova, un cimento al quale era difficile sottrarsi. Non tutti erano preparati ad affrontarlo (e neanche il pubblico). Le difficoltà non nascevano soltanto dai limiti performativi di questo o quell’autore, dalla sua scarsa inclinazione a farsi dicitore, attore-interprete della propria scrittura. L’ostacolo era più profondo: la poesia moderna nasce (in Occidente, è forse il caso di precisarlo) proprio da una sistematica rimozione della teatralità, della voce, della presenza fisica del poeta. Alle radici di questa “...

La forza della memoria / Le pietre di inciampo riguardano tutti?

Noi ebrei siamo convinti di non praticare il culto dei morti, tanto convinti che, per via delle mummie, soprannominammo l’antico Egitto, il potente Impero dei due Regni, “Terra dei morti”. “Polvere sei e polvere ritornerai”, ripetiamo instancabili, ma, in attesa del Messia, professiamo un nostro particolare culto degli antenati, simile peraltro a quello di altre civiltà. I nostri morti riposano nei cimiteri ebraici che, per la loro vetustà, finiscono per sembrare con l’andar del tempo elegantemente trascurati, e si chiamano in ebraico “Case dei vivi”. Non per coincidenza e nemmeno per contrasto esclamiamo nei nostri allegri brindisi conviviali “Ai vivi!”: non ci piacciono la morte e l’oblio. Di recente ho letto, non ricordo più dove, un detto del Talmud: “Si muore veramente quando il proprio nome viene dimenticato”. Per appassionarsi dei nostri cimiteri basta vedere una volta quello del Ghetto di Praga, nel quale i nomi dei defunti restano ricordati da lapidi di pietra fitte fitte e tutte sbilenche quasi fossero mazzi di carte da gioco sparigliate. La religione ebraica non ammette l’incinerazione e l’esumazione.   Le narrazioni bibliche inciampano nei lunghi elenchi di nomi...

1948 - 2018 / Settant'anni di Dichiarazione Universale dei Diritti Umani

La “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” fu proclamata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riunita a Parigi, Palais de Chaillot, il 10-12-1948 da 48 Stati usciti vincitori dalla guerra, nello stesso anno della nostra costituzione repubblicana. La discussione non fu facile. Si accesero discussioni sulle priorità dei principi, quali potevano essere dichiarati “inalienabili” o “universali” o “fondamentali”, se era necessario prospettare un loro fondamento teorico. Nacque il testo che si sviluppò in 30 articoli che delinearono diritti e principi, senza forza di legge ma di monito influente sul loro rispetto. E poi si infittirono studi, approfondimenti che condussero ai Patti internazionali del 1976, strutturati in due articolati, quelli sui “diritti economici, sociali e culturali” e quelli sui “diritti civili e politici”. La Commissione dell’Assemblea Generale lavorò lungamente, e il 16-12-1966 adottò i Patti, ma dovette trascorrere ancora un decennio prima che essi venissero ratificati da un numero sufficiente di stati per la loro entrata in vigore. In effetti occorreva per la loro adesione o ratifica il voto adesivo di almeno 35 stati. E questo avvenne nel 1976. Ogni...

16 marzo 1941 - 26 novembre 2018 / Bertolucci prima e dopo la rivoluzione

Nel secondo film di Bernardo Bertolucci, Prima della rivoluzione (1964), il protagonista Fabrizio (Francesco Barilli) discute di cinema con un sodale (Gianni Amico): Howard Hawks, Alain Resnais, Nicholas Ray, Il grande sonno, il Rossellini di Viaggio in Italia, senza il quale «non si può mica vivere!». Il cinema, che è «un fatto di stile»; e lo stile, che «è un fatto morale: 360 gradi di carrello, 360 gradi di moralità». Il dialogo è uno dei momenti cardine della cinefilia italiana degli anni Sessanta: chiunque abbia frequentato intorno a quegli anni le salette d’essai, saprebbe recitarlo a memoria, come un decalogo minimo di ogni “mangiatore di film” degno di questo nome. E magari rimarrebbe stupito nello scoprire che l’intero scambio di battute nacque in sala di doppiaggio, all’ultimo momento, sostituendo una discussione sul rapporto fra intellettuali e Partito comunista e un invito a risentirsi per telefono.   Una sostituzione esemplare. L’opera di Bernardo Bertolucci, scomparso ieri a 77 anni, non ha sempre oscillato fra questi due poli? Da una parte il dandyismo cinefilo, il feticcio, il desiderio (sessuale: Bertolucci ha spesso dato l’impressione di “fare l’...

Addii (1952-2018) / Eimuntas Nekrosius, la vita in palcoscenico

La prima volta che ho visto uno spettacolo di Nekrosius non mi sono reso conto di stare vedendo uno spettacolo di Nekrosius. 1989, Teatro Festival Parma, una rassegna che ha rivelato tanto teatro straniero. È annunciato uno Zio Vanja in russo, o forse in lituano, senza traduzione. Inizia alle 22, dura quattro ore. Mi dico: provo a vederne un po’… Lo spettacolo mi ipnotizza. Ricordo il ritmo da vaudeville, come lo voleva Cechov, insieme ridicolo e tragico. Servi clown. Attori di grande presenza, che comunicavano perfino in una lingua sconosciuta. Colpi di pistola, che annunciavano quello della scena madre… Un Cechov che negava la tradizione naturalistica raccontando la fine di un mondo… Dovetti correre a prendere il treno prima della fine. Con rimpianto.   Ho scoperto molto dopo che l’autore di quella meravigliosa esperienza che svolgeva la pagina di Cechov in vita, paradossale, grottesca, dolorosa, era Eimuntas Nekrosius, regista nato nel 1952, vissuto prima nella vecchia Unione Sovietica poi nella Lituania libera, morto una fredda mattina del novembre 2018. In quel 1989, nel bel festival composto con passione di viaggiatore e di esploratore di territori sconosciuti da...

L’ascesa dell’economia intangibile / Quando il capitalismo è senza capitali

La ricchezza non è più prodotta solo dalle fabbriche, dagli oleodotti o nei megastore che vendono Tv di cinquanta pollici. La ricchezza è prodotta dalla nostra connessione alle piattaforme come Facebook. Un caso esemplare del capitalismo senza capitali tangibili dove la forza lavoro è valorizzata senza essere ricompensata con un centesimo. Capitalismo senza capitale. L’ascesa dell’economia intangibile, di Jonathan Haskel e Stian Westlake (Franco Angeli): inchiesta sulla trasformazione del capitalismo globale.   La ricchezza non è più prodotta solo dalle fabbriche, dagli oleodotti o nei megastore che vendono Tv di cinquanta pollici. La ricchezza è prodotta da chi è interconnesso a una piattaforma – digitale e materiale, immateriale e logistica (i due aspetti sono inseparabili). Sempre, 24 ore su 24, sette giorni su sette, produciamo un valore. Siamo all’oscuro di quanto valore produciamo perché la nostra forza lavoro è occultata e la sua assenza è stata colmata ricorrendo alla finzione di un capitale che produce anche il suo antagonista: la forza lavoro. E, sicuramente, chi ne beneficia, non ce lo dirà mai e estrarrà gratuitamente questo valore per moltiplicarlo per cento o...

Teheran, 15 dicembre 1941 – Roma, 9 novembre 2018 / Bijan Zarmandili e il suo Iran

La prima domanda che ho fatto a Bijan Zarmandili al caffè di un bar in campo Santa Maria Formosa, mezz’ora dopo il suo arrivo col treno, è stata di chi fossero gli occhi di Parviz. La sua risposta fu silenziosa, un sorriso rapido e nostalgico. Alcune sue domande e alcune sue risposte erano così.  Bijan ci ha lasciati ieri, restano gli occhi di Parviz, vivissimi. Bijan Zarmandili era uno scrittore e un giornalista con uno sguardo attento sulla guerra ma anche sulla pace: un autore che nei suoi romanzi ha narrato i conflitti da dentro, dal punto di vista dei singoli protagonisti della storia, e nei suoi articoli ha sempre guardato alla politica mediorientale e alla Storia. Nato a Teheran ed esiliato a Roma negli anni ’60, la sua firma ci ha accompagnato per molti anni nei giornali del gruppo Espresso-Repubblica e nei romanzi usciti per Feltrinelli, Cooper e Nottetempo. Un punto di vista importante sulla letteratura che nasce da temi come i conflitti interni o tra paesi: perché spesso ha indagato e scandagliato gli animi a cui è negata la pace. Bijan era anche un appassionato delle storie d’amore, ogni suo romanzo ne contiene una se non di più; storie di amore ma anche di...

La biografia di Kershaw riletta oggi / Hitler torna?

Continua il nostro speciale Ritorno al futuro. L'idea è quella di rileggere libri del passato che offrano una prospettiva capace di illuminare il momento che viviamo oggi.  Per leggere gli altri contributi cliccare sul nome dello speciale a sinistra sopra il titolo in questa stessa pagina.   Si ripeterà? Questa estate ho preso in mano un libro che desideravo leggere da tempo. S’intitola Hitler ed è stato scritto da quello che è il maggior storico del Führer, Ian Kershaw, un signore inglese oggi di 76 anni, che lo ha pubblicato in due volumi nel 1998. Due anni fa è uscita l’edizione ridotta in 1673 pagine presso Bompiani (mancano circa 600 pagine di note), che mi ero affrettato ad acquistare. Stava sullo scaffale accanto ad altre biografie del Führer in attesa del momento adatto per leggerlo. Questo momento, ahimè, è venuto.   Ho cominciato la lettura durante il mese di agosto e non ho smesso sino all’inizio di settembre. Si tratta di un libro notevole. Hitler è scritto in modo scorrevole e insieme denso, un viaggio nel passato vivendo giorno per giorno la vicenda dell’uomo che ha precipitato la Germania e l’Europa nella maggior catastrofe della sua storia. Leggerlo...

22 maggio 1924 - 1 ottobre 2018 / Charles Aznavour l'istrione

All’inizio degli anni ’60, tra i 45 giri di mio cugino più grande c’erano Elvis Presley, Fred Buscaglione e i primi successi dei Beatles. Ma uno dei dischi che ascoltavamo di più era La mamma, di Charles Aznavour, un pezzo ipermelodico e strappalacrime (ripreso da noi da Modugno). Quando si racconta la storia della musica pop, si è portati inevitabilmente a schematizzarla, come nei libri di scuola: prima c’è la Rivoluzione francese, poi viene Napoleone, poi la Restaurazione, etc. Prima c’è il progressive rock, poi invece trionfa il punk…  In realtà, quello che a noi può sembrare a distanza di anni un drastico e definitivo cambio della guardia nelle mode e nei gusti musicali è qualcosa di molto più complesso e sfumato. Nella musica pop, come in ogni altro ambito, il vecchio e il nuovo convivono a lungo. Negli anni di She Loves You e di Paint It Black, il “vecchio” Aznavour (classe 1924) resisteva, e ad ascoltarlo erano anche quei giovani che in teoria avrebbero dovuto snobbarlo come un residuo del passato.   Il personaggio era giusto l’opposto degli idoli pop del momento: ultraquarantenne, stempiato con riportini, basso di statura, atteggiamento da teatrante, voce...

24 novembre 1930 - 20 settembre 2018 / La Inge. Coloratissima.

Inge Feltrinelli è stata forse l'ultima regina dell'editoria internazionale.   In Italia ha sostenuto con straordinaria vitalità, lucidità ed energia lo sviluppo della casa editrice e soprattutto della catena di librerie che si era trovata a dover governare in un momento difficilissimo, dopo la tragica morte di Giangiacomo Feltrinelli sotto il traliccio di Segrate nel 1972, con il loro figlio Carlo ancora ragazzino.   La biografia – ma era già leggenda – la vuole bambina, Inge Schoental, figlia di padre ebreo, che sopravvive nella Germania nazista. Poi è la giovane, bella e talentuosa fotografa che diventa amica dei grandi scrittori del momento. Alla fine degli anni Cinquanta è la compagna di Giangiacomo, geniale e inquieto, ricchissimo e comunistissimo, quando diventa l'editore del momento con la pubblicazione di due best seller mondiali come Il Gattopardo e Il dottor Zivago, ma irritando molto il PCI, che fino a quel momento aveva sostenuto e finanziato.   Negli ultimi decenni era 'la Inge', leader di una delle imprese culturali più innovative di un paese arretrato, in grado di superare le crisi dell'economia e dell'editoria, pubblicando Premi Nobel (solo per fare...

24 agosto 1927 - 13 settembre 2018 / Guido Ceronetti e il ponte Morandi

Ho conosciuto Guido Ceronetti solo nelle pagine dei suoi libri, sfiorandone la conoscenza personale solo una volta nel 2013 a Finalborgo, in provincia di Savona, dove era premiato come “Inquieto dell’anno”. Quella volta ero arrivato inopinatamente in ritardo, confondendo  l’ora dell’evento,  L’ho conosciuto dunque solo attraverso la sue parole e le sue idee - taglienti, talvolta dissacranti, spesso folgoranti e  mai banali -  come moltissimi. Moltissimi certo, ma mai abbastanza verrebbe  da pensare se si è anche solo poco che meno attenti osservatori della vita sociale come della cronaca politica attuale, specie se guardata  il 14 settembre 2018 da un angolo della Liguria di ponente, ad un mese esatto dal crollo del ponte Morandi di Genova.   Mi accorgo solo oggi come tra le tante parole dette nell’immediato e nei giorni successivi, siamo restati  tutti orfani delle sue e come queste sarebbero state certamente tra le più illuminate, tra le più preziose. Sì illuminate, nonostante il suo proverbiale pessimismo, perché se c’è sempre luce nella comprensione,  Ceronetti era maestro nel far comprendere non tanto con la razionalità ma con le...

Logos o mythos? / Eilenberger e la filosofia in Germania

La filosofia di lingua tedesca è molto cambiata nell'ambito degli ultimi due decenni: da una parte la filosofia accademica universitaria; dall'altra, la filosofia «popolare» che incide su un folto pubblico con la sua presenza mediale. Diversamente che in Italia però, i due campi sono occupati da personaggi differenti. In Italia partecipano ai festival filosofici, sempre più diffusi da un ventennio a questa parte, gli stessi personaggi che esercitano la loro professione di docenti nelle università. Le medesime persone, in Italia, occupano anche le pedane mediatiche. Ma soprattutto, i pensatori accademici vengono, sempre in Italia, proposti, se magari non perfettamente recepiti e compresi, anche al pubblico generico televisivo. Non tutti allo stesso modo: alcuni hanno la brandina su cui dormire dietro le quinte dello studio, tanto la loro presenza è assidua; altri ci capitano di rado (le donne per esempio), ma non è questo il punto. In Germania è stato così ancora per Habermas, Popper o Jaspers: i loro libri trovavano grossa attenzione ovunque, le loro teorie venivano assorbite ed elaborate da un pubblico non necessariamente specialistico. Oggi invece le direzioni sono diverse. Da...