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Racconto

(383 risultati)

Dalla morte della signorina nessuno si è più occupato di questa casa

Dalla morte della signorina nessuno si è più occupato di questa casa, nessuno tra i suoi parenti – gli stessi che ora stanno freneticamente cercando di vendere tutto ciò che la casa contiene – ha pensato di venire a dare un’occhiata, di far prendere aria alle stanze, di mettere in moto l’automobile parcheggiata nel cortiletto davanti alla porta d’ingresso. Per anni hanno lasciato che la casa implodesse in se stessa, che si afflosciasse, autofagica, abbandonata, dispettosa. Il risultato, nel momento in cui noi entriamo per la prima volta, è un rudere vuoto, divorato dalla muffa e da ragnatele enormi e senza ragni. Nelle stanze superiori i mobili, venduti per primi subito dopo il consenso del notaio, hanno lasciato le loro sagome alle pareti. A una prima occhiata ricordano le Delocazioni di Claudio Parmiggiani, quegli interventi ambientali in cui l’artista rimuove i mobili e gli oggetti presenti in una stanza lasciando sui muri la traccia del posto che occupavano. Qui, però, non c’è nessuna intenzione artistica, e quello che toglie il fiato non è una qualità estetica in queste stanze ma...

Kathmandu–Addis Abeba, via Dubai

Ricordo il mio primo volo dal Golfo – dal Bahrein, per la precisione – a Kathmandu: ero l’unica donna in mezzo a uno stuolo di giovani uomini nepalesi, stanchi, sporchi, avvolti in coperte e pieni di borse e pacchi dalle forme curiose. Avevo un’idea confusa del paese verso cui stavo andando e solo mesi dopo avrei saputo pienamente apprezzare l’oscuro cartello appeso nella toilette dell’aereo che invitava al corretto uso del WC: NON ACCUCCIATEVI IN PIEDI SULLA TAVOLA MA SEDETEVI SOPRA. Credevo però di sapere a chi appartenessero quei volti giovani e stanchi: ecco gli schiavi degli anni Duemila, mi dicevo, la forza-lavoro globale del capitalismo avanzato, i dannati della terra. Non avevo mai visto il loro paese, ma pensavo all’effetto che i grattacieli e le spaventevoli autostrade a quattro corsie delle capitali del Golfo dovevano avere su chi aveva trascorso la propria vita in zone rurali, e non aveva – per esempio – mai utilizzato un WC.     Anni dopo, lo scorso novembre, raggiungo esausta l’aeroporto Tribuvhan di Kathmandu e mi metto in fila dietro alla ormai solita lunga coda di uomini. I pi...

La vita a volte è sopportabile. Ritratto ironico di Wisława Szymborska

Pubblichiamo un estratto di La vita a volte è sopportabile. Ritratto ironico di Wisława Szymborska, libro + dvd, scritto da Katarzyna Kolenda-Zaleska, regista del Film.       Ho conosciuto Wisława Szymborska in viaggio. Ci siamo incontrate a Palermo e in seguito abbiamo visitato splendidi angoli di Sicilia, colline toscane assolate, misteriose falesie in Irlanda, stradine strette a Amsterdam, piazzette a Bologna, Padova, Ravenna e in molte altre cittadine italiane. Ci siamo viste spesso anche a Cracovia, sua e mia città natale. Ricordo Szymborska come un’infaticabile cacciatrice di cose belle o insolite che si entusiasmava per ogni nuova scoperta. Quei viaggi assieme hanno cambiato sia me sia il mio modo di guardare il mondo, perché grazie a lei ho potuto vedere sotto un’altra luce molti luoghi che già conoscevo, e imparare a goderne in tutt’altro modo.   Wisława Szymborska amava il caffè nero, non troppo forte e con una gran quantità di acqua. “Caffè lungo”, insomma. Con il caffè, necessariamente, una sigaretta. Ma il caffè non si può bere così,...

La modella

Udine –  Treviso, ore 11.07 (andata) Treviso –  Udine, ore 18.36 (ritorno)   In treno ho annotato, schizzato, rubato discorsi e scattato foto agli ambienti, più che agli umani, sempre con la tensione e l’imbarazzo di essere scoperta. Non ho mai chiesto a nessuno di posare per un disegno.   Oggi salgo di fretta, senza il tempo di prendere un giornale o una bottiglietta d’acqua e senza la sicurezza di aver preparato bene la borsa. Passo almeno una quindicina di minuti a controllare, foglio per foglio, che non manchi nulla per l’appuntamento di lavoro del pomeriggio. Sopita l’ansia, mi rilasso e chiudo gli occhi. Quando li riapro ho l’impressione che tutto il treno mi abbia imitato. E rimango incantata dalla visione di una donna robusta e bella. Riposa rilassata, la posizione della testa e delle mani ricordano un quadro del Veronese, La visione di Sant’Elena, anche l’espressione del volto è uguale al dipinto. Cerco di scattare qualche foto per annotare la splendida coincidenza, ma il mio progetto viene bruscamente cancellato dalla fermata alla stazione di Casarsa. La mia Sant’Elena si...

Rainer W. Fassbinder: l'uomo e il bambino

Pochi, perfino tra i cinéphiles, sanno che a Roma vive una Fassbinder. Ha lavorato per tutta la vita in Vaticano, occupandosi di miniature medievali, dopo essersi laureata in Storia dell’arte a Friburgo. È la zia del grande regista tedesco, la zia “giovane”, l’ultima sorella del padre, Helmuth. Oggi Elisabeth ha novant’anni ed è nata anche lei in maggio, come il nipote. Una volta al mese va alla Casa internazionale delle Donne dove si riunisce con le sue amiche di lingua tedesca per un periodico scambio di opinioni su ciò che accade nel mondo: «Abbiamo anche festeggiato la caduta di Berlusconi con lo champagne», dice ridendo.     È qui che la raggiungo per sapere del suo rapporto con il genio della famiglia, Rainer Werner Fassbinder. Il quale, mi racconta, quando aveva 17 anni, chiese a tutti i parenti se potevano dargli qualcosa per girare il suo primo film: «Io non avevo un soldo, non potevo aiutarlo, ma la cosa grave fu che nessuno gli diede retta, nemmeno il padre lo finanziò. A quell’epoca il costo del materiale per fare un film era cento volte quello di oggi. Lui si offese molto».   Il mancato appoggio della famiglia, per fortuna, non fermò Fassbinder, che...

Minusio (Bellinzona, Lugano). Frammenti d’arcadia

La teleferica nella vetrina di Franz Carl Weber e «L’Innovazione», Scacciapensieri e le patatine Zweifel paprika: il Canton Ticino, per noi che abitiamo negli immediati dintorni, è sempre stato un’arcadia. Eppure non è, come forse vorremmo, un luogo fuori dalla storia. Anzi, le cronache degli ultimi tempi sollevano preoccupazione e un po’ di stupore. Area povera, di civiltà contadina fino a una generazione fa, è diventata in cinquant’anni una delle zone più ricche del mondo occidentale. Forse la “mutazione antropologica” è avvenuta in maniera dolce, ma l’innocenza, semmai sia esistita, si è persa per strada. Per capire come è successo mi sono rivolto a tre personalità del Cantone che hanno vissuto la trasformazione da punti di vista differenti. Comincio la mia ricognizione con un linguista. Lo spunto me lo offre, alla dogana di Ponte Chiasso, la parola “vignetta” che in Italia ha un significato diverso.     Minusio-Locarno   L’amico ritrovato Bruno Segre mi mette sulle tracce di Sandro Bianconi, raccontandomi degli anni della...

Expo e dintorni: la pizza Carla

Expo e dintorni: la pizza Carla   Il primo giro con macchina fotografica in mano per esplorare la vasta tematica dell’Expo non mi portò a fare nessuno scatto, anche chi va in giro a fotografare a un certo punto si ferma per mangiare. Credo che entrai in questa pizzeria relazionandola, almeno per mia familiarità e provenienza, con il Cluster Bio-Mediterraneo. Uno dei nove padiglioni in cui i Paesi (leggo dalla nota di Expo) sono stati raggruppati non secondo criteri geografici, ma secondo identità tematiche e filiere alimentari. Essendo nato più o meno al centro di questo bacino babelico che è il Mediterraneo, in Sicilia, e sapendo che la Regione Siciliana è Official Partner di Expo, decido di cominciare il reportage da qui. Ormai ero pervaso da un sano appetito, avevo camminato parecchio, così proseguii le mie riflessioni sull’evento di fronte una pizza e al pizzaiolo che mi dà le spalle.   La pizza Carla: Pomodoro, mozzarella, scamorza, radicchio. Mi commuove leggere nomi e condimenti delle cinquantacinque pizze e tre calzoni disponibili alla pizzeria d’asporto dove oggi che sono in giro a...

Amore di sabato pomeriggio

Sbirciare nel carrello degli altri, in fila alla cassa del supermercato, è sempre un’esperienza altamente edificante. Ammazza la noia, scatena l’immaginazione. C’è chi lo fa per mestiere, chi da dilettante in cerca di curiosità. Ma arriva il momento in cui ciò che più o meno distrattamente percepiamo s’impone allo sguardo. Di modo che l’insieme di oggetti che là si trovano accostati, pazientemente pronti per essere pagati, fa indiscutibile sistema. Sollecita fantasie, testimonia stili di vita, indica forme d’etica sociale che brulicano nel contemporaneo.   Mi mandano questa foto scattata segretamente, un sabato pomeriggio, in un mall lussemburghese. Vale a dire dappertutto. Due oggetti che incorniciano una vicenda già scritta, non per questo realizzata, ma ancora da vivere. Una sceneggiatura stereotipa. Un frame da intelligenza artificiale. Un destino segnato. Se c’è qualcuno che ancora dubita che un’immagine possa raccontare una storia, con questa è servito.   Di che storia si tratta? Un tizio (tralasciamo l’abbigliamento, che di per sé dice gi...

Elleboro: follia di carnevale

Andar per fiori nel bosco d’inverno? Si può. Si può, nel cuore del gennaio fino al febbraio inoltrato, raccogliere mazzolini di ellebori per i vasi di casa, estensioni mentali della passeggiata, delle sue grazie umide e dei sentori muschiati: là ho raccolto quello soffuso di rosa, questo occhieggiava candido sotto le foglie del castagno cavo, quest’altro tutto coccole verdi mi aspettava dietro il masso venato di chiaro.   Sfidano neve e gelo, gli ellebori. Insinuano vigorosi i rizomi nel sottobosco ricco di humus, presidiando le prode ombreggiate e ben drenate. Tra le cupe foglie basali, palmate e dal margine dentato, purissime tremano le corolle dell’Helleborus niger: per lo più solitarie, aprono sugli scapi nudi, brevi e grassocci, i cinque tepali coronati di stami gialli e, in maturità, viranti al rosa. Più insolite quelle tutte acerbe, vitaminiche, dell’Helleborus viridis. Di un simile color acido, vegetale, ma più vistose sugli alti steli, dondolano in grappolo le sottanine orlate di porpora dell’Helleborus foetidus, che fetido non è, e meglio ricorda i ranuncoli della famiglia d...

L'era glaciale dei grandi editori. Livio Garzanti

Sembra trascorso molto tempo (un’era geologica) da quando l’editoria era in mano agli editori (anche se etimologicamente tra i due termini non sembrano esserci contraddizioni). Al proposito intervenendo a un incontro di Nazione indiana sostenni, suscitando un po’ di ilarità nei presenti, che se era vero che gli editori erano al più scomparsi, noi editor (guadagnando una coerenza etimologica recente, prima eravamo redattori) ci ritrovavamo, al contrario, onnipresenti, nel Grand tour fine Novecento delle case editrici. In parte, non posso negare, vivevamo l’epoca d’oro della fine della schiavitù, in parte eravamo consapevoli di star per entrare nei gironi semi infernali del valzer delle Proprietà. Uscivamo intimoriti, almeno i più, dallo sguardo raggelante degli Editori: Livio Garzanti certo, teorico dell’Amore freddo, Giulio Einaudi ancor più glaciale, la pupilla azzurrognola limpida di un perfetto Husky). Stavamo per metterci alla prova, allievi più volte rinnegati e poi talvolta riabilitati, di quei Grandi. Snob tutti e due (inconsapevolmente parlavano con un tono nasale, e spesso sprezzante),...

Mortara o morte: in Lomellina

Approfittando degli ultimi tepori dell'autunno e senza tanto tempo a disposizione, ho puntato verso la Lomellina. Per strada mi son tolto la curiosità di una breve visita ad Abbiategrasso, con un centro ricco di chiese, palazzotti ed ex conventi, e che ha il respiro della Lombardia bianca e operosa, un luogo perfetto per l’happy ending dei Promessi sposi, se Renzo non avesse dovuto varcare il Ticino. Qui è chiamato “il fiume” per antonomasia e bisogna superarne le infide correnti per giungere finalmente in Lomellina. Cosa ha di speciale questa terra? Direi niente. Il suo fascino è nell'assenza di dramma. Non ho sostato a Vigevano, città in forma di piazza, preferendo raggiungere Mortara che, secondo l’Ariosto, prende il nome da un eccidio di Longobardi. Sono anni che voglio venirci, anche se non so bene il perché: direi forse per la mancanza di obblighi turistici che in Italia impongono sempre il present’arm. La cittadina non delude la mancanza di aspettative: è mezzogiorno e non c'è in giro quasi nessuno. Un compito, a dire il vero, c’è: qui si viene a comprare il salame d...

La caponata, Masterchef ed Expo

Ci sono dei piatti che non si possono apprezzare appena cucinati. Bisogna aspettare che si freddino. Che “riposino”. Solo così saranno in grado di “esprimersi” al meglio. E noi di capirli fino in fondo. La caponata siciliana è uno di quelli. Chissà che non abbia senso allora tornare sulle questioni che la riguardano, come quella della pubblicità del dado Star che qualche settimana fa ha infiammato il web e non solo. L’idea della campagna pubblicitaria era molto semplice: una serie di spot, ognuno dei quali incentrato sul piatto tipico di una regione italiana, in cui si mostrava il ruolo chiave che giocava il prodotto. Niente grandi chef o ristoranti stellati: in scena doveva andare la tradizione, dunque la gente comune, la cucina di casa. Ovviamente tutto “tipicizzato” il più possibile, grazie alle inquadrature di famosi monumenti e agli accenti dialettali marcati al limite della caricatura. L’immancabile testimonial doveva essere qualcuno che fosse a metà fra questi due mondi, fra la casa e la cucina. E allora ecco Tiziana Stefanelli, vincitrice della seconda edizione di Masterchef. Lei che...

E quindi entrammo a riveder le stelle

Nelle rare domeniche in cui mia madre riusciva a portarmi ai Giardini pubblici, andavamo al Museo di storia naturale che dà su corso Venezia oppure allo zoo che si trovava dalla parte opposta del parco, accanto alla grande fontana davanti a Palazzo Dugnani, ma, non saprei dire perché, al Planetario mai. Erano gli “anni di piombo” e, smog a parte, l’atmosfera a Milano era pesante. A ripensarli adesso sembrano uno di quei diorami che si possono ancora vedere nelle sale del museo: l’Homo sapiens sapiens con le basette alla mascella, i pantaloni a zampa e il borsello in spalla; sullo sfondo, corso Vittorio Emanuele con il Duomo insudiciato e le auto che intasano la piazza. Da allora l’atmosfera cittadina si è decisamente alleggerita ma questo non ha inciso sulla visibilità: oggi come ieri, alzando gli occhi al cielo, da Milano le stelle si vedono ben poco. Non c’è di che stupirsene. Sorprende però scoprire come se ne lamentasse già ai primi dell’Ottocento Stefano Carlini, direttore dell’Osservatorio astronomico di Brera: Tròpa lüs. Inquinamento luminoso. E troppi fumi....

Cantù. Il complesso di Galliano

Le immediate adiacenze delle stazioni ferroviarie, non solo i binari morti, ma il prolungamento nel territorio circostante, specie nelle piccole città e nei paesini; i margini dove la vegetazione cresce rigogliosa, tropicale, fino a ricoprire tutto: palizzate, recinzioni, terrapieni e ogni fazzoletto di terreno vago; i vagoni e le motrici parcheggiati su qualche binario e lasciati lì a disfarsi lentamente, sbriciolati dal tempo e dalla ruggine; le casematte sfondate, senza porte né finestre e solo residui di tetto, pannelli di eternit, tegole a chiazze che ancora resistono sulle travi spezzate delle capriate; i magazzini e i depositi vuoti, abbandonati da decenni, dai serramenti gonfi di umidità, deformati e semidivelti, con quasi tutti i vetri rotti, anche quelli più alti, irraggiungibili, non si sa perché né da chi (o basta il tempo, e così poco, a distruggere anche i vetri?); e poi le pareti di verde, quasi gallerie senza volte, che accompagnano l'uscita dalle stazioni, finché la città e la campagna si aprono, e, con essi, il cielo.     E poi, più avanti, altri casermoni, magazzini,...

Basaglia, storia di una rivoluzione contro le masse

La "Repubblica dei Matti" di John Foot racconta l'impresa di Franco Basaglia e di tutte le persone con cui ha combattuto, interagito, litigato, collaborato nelle fasi della sua formazione. Una formazione che sembra un romanzo, comincia prima della nascita e non termina dopo la morte. Come il Napoleone a cavallo di Hegel – cavallo che, in questo caso, sarebbe matto e si chiamerebbe Marco – Basaglia è stato lo spirito del mondo psichiatrico, la sua antitesi, che ha subito prodotto sintesi: Gorizia. Il testo di Foot torna sulla questione “antipsichiatria”, in particolare sull'idea “la malattia mentale non esiste”. Penso che la questione “malattia mentale” sia, in primo luogo, linguistica. Chi pone la questione “malattia mentale”, a cinquant’anni di distanza da quel dibattito, si trova stritolato nella dimensione neo pubblicitaria e neo liberale. Non riesce a distinguere più il significato. Chi dice “la malattia mentale non esiste” è il DSM-5 – l'ultima versione internazionale del manuale psichiatrico, su cui siamo più volte intervenuti a doppiozero....

Philippe Rahm. Atmosfere Costruite

Pensavamo di essere nipoti di Duchamp, e scopriamo che in realtà siamo i discendenti di Claude Monet Philippe Rahm   La prima volta che ho incontrato il lavoro di Philippe Rahm era il 2002. Ero incinta e non sarei potuta entrare nel Padiglione svizzero della Biennale di Architettura di Venezia. Il titolo dell’installazione era Hormonorium ed era proibito l’accesso alle gestanti e ai malati di cuore per via di un espediente “a rischio”: l’ipo-ossigenazione dell’aria all’interno del Padiglione. Rahm, e il suo socio Décosterd, avevano provato a ricostruire in piena laguna l’esperienza dell’alta quota alpina. Attraverso una riduzione dell’ossigeno nell’aria e un fenomeno di abbagliamento dal basso, tipico delle distese innevate, il dispositivo alterava il sistema endocrino e neurovegetativo. Il primo artificio produceva ipossia e maggiore produzione di endorfine; il secondo causava una radiazione invertita e conseguente riduzione nella secrezione della melatonina. L’avevano battezzata “architettura fisiologica” e avrebbe dovuto prendere spazio tra il corpo e il luogo, in quell...

Ponte Chiasso

Quel confine che separa Chiasso da Ponte Chiasso, ovvero dall’estremo dei quartieri comaschi, pur nella sua natura di linea di poche centinaia di metri – uno starsi vicino nello sfioramento appena accennato – è sempre più l’equivalente di un fossato, che sembra progettato da uno staff di etnologi. Sì perché, anche se la popolazione di Chiasso è in gran parte italiana di nascita o di origine, da qualche anno lì, nell’aria, si respira un clima, per così dire, più europeo, accompagnato a un senso di geometrico ordine, a un gusto per uno stile di vita più regolare ma non uggioso.   Dogana, ph. Giovanna Silva   La Chiasso della metafora di Arbasino – quella del confine dietro l’angolo, dell’estero sotto casa, a portata di tutti – probabilmente non esiste più. La cittadina si è sganciata da quell’immagine di “Italia-non Italia” che aveva conservato almeno fino a vent’anni fa, come dimostra la via principale, corso San Gottardo, risistemata e chiusa al traffico. I negozi da dogana, quelli della cioccolata, degli orologi e...

Alta Leventina. La roccia e il ferro

Venticinque, forse trent’anni più tardi: un collega, insegnante di disegno, riordina un’antica aula, svuota qualche armadio, getta cartacce. E trova un mio modestissimo disegno a carboncino, fatto proprio lì, tanti anni prima, quando ero un ragazzo, durante lunghe ore di scuola. Un ragazzo: a cui avevano spiegato con grande chiarezza che il disegno non faceva per lui, bisogna anche dire; un ragazzo – e, prima, un bambino – assolutamente negato in disegno.   E allora, da dove saltava fuori, quel foglio A4 granulato con le sue immagini? Da una parte, in basso a sinistra, la facciata di una basilica, tronfia, imponente e geometrica, poggiata sul suolo sabbioso. A destra, sopra un alto promontorio roccioso, una croce, alta nel cielo del foglio. Basilica e croce dovevano essere reminiscenze di qualche pagina del Vangelo, confuse metafore. Ma le rocce, quel groviglio di rocce: da dove venivano? Quale paesaggio le aveva ispirate?   Le rocce, in quegli anni, cominciavano ad apparire un po’ prima di Biasca, sul versante destro della Riviera, per chi stava salendo in treno verso nord. Io lo facevo ogni estate, quel viaggio: da...

Lettera a un/a giovane insegnante 7

Al volgere di una tornata di immissioni in ruolo, un po' per gioco e un po' no, mi erano stati chiesti dei consigli. Naturalmente, mi sono schernito. Poi ho pensato a quello che avrei voluto sapere quando non ancora trentenne ho iniziato a insegnare e che ho scoperto in classe, nel decennio successivo e confrontandomi con altre esperienze. Il gioco mi ha preso la mano e ne è venuto fuori una autoriflessione da condividere in alcuni punti. Se ne possono aggiungere altri, chiaro. Pensavo, con tutta la distanza autoironica del caso, alle lettere di un Rilke più stralunato, invece è risultata la voce di un Wittgenstein più nevrotico, con tutta la distanza autoironica del caso. L'importante è avere buoni modelli. Con tutta la distanza autoironica del caso. In più: sono consapevole che la condizione del giovane insegnante sia in realtà abbastanza rara, e quando c'è è precarizzata e soggetta a malus di varia natura che qui non trovano posto. Il testo è rivolto a chi è già dall'altra parte del deserto. Ma da chi come me è considerato troppo critico e apocalittico queste righe...

Profumo di lago

Il mese di settembre del ’39 a Lugano, per chi non se lo ricordasse, era mite, assolato e però un po’ triste, ma non più di quanto non accada a tutti i laghi del mondo agli inizi di ogni autunno del mondo. Ma come non dire subito dell’odore di lago, anzi del profumo sottile che porta dentro di sé l’umido e le vite che ci stanno dentro. Uno strano, dolce, profumo, di quelli che non si smette di avvertire mai, anzi di sentire fin dentro i polmoni, vicino all’anima, perché non è un aroma mummificato da boccetta, ma esala da condizioni che mutano in continuazione: il mattino, la pioggia, il sole, il vento, la notte, un branco di pesciolini, le foglie morte che si sparpagliano sull’acqua, le alghe subito sotto il lungolago… Immerse in quell’effluvio, si parano dinnanzi alla distesa delle acque le case, la lunga fila di case, erte e strette per non perdere spazio, con le facciate assolate dello stesso colore del lago. Ci sono ogni tanto dei vicoli che spezzano la parata di palazzi, vicoli bui, che forse si addentrano nella città vecchia – ah!, tutto molto italiano, molto abituale, come a...

Como. Looking for Giuseppe Terragni

Le città non sono musei, c’è poco da fare. E meno male, viene da aggiungere. Sono organismi complessi, mutevoli, palinsesti su cui gli abitanti scrivono e cancellano segni di continuo. Anche per questo l’architettura è un’arte ibrida, sporcata con la vita quotidiana. È vero, molti architetti hanno segnato il volto di una città, e una persona, per fare un esempio, se volesse conoscere Palladio dovrebbe, soprattutto, girare per Vicenza. Ma le sue opere non sono di certo disposte una dietro l’altra, seguendo un ordine cronologico, così come appunto in un museo. Penso a tutto questo mentre faccio la mia ennesima capatina a Como. Da Milano è poca roba col treno. In fondo è un viaggio che molte persone per lavoro fanno tutti i santi giorni della settimana. Ma per me venire a Como è sempre una specie di regalo, di piccola vacanza a portata di mano. Ci venivo da bambino con i miei genitori, quelle domeniche mordi e fuggi viaggiando sui treni delle Ferrovie Nord, ci sono tornato da studente d’architettura, ci vengo ora con le mie figlie. E non c’è volta che non provi a fare il mio...

I miei premi letterari

Io i premi già lo so che non li vinco: partecipo perché, come diceva Bernhard, «se qualcuno offre del denaro vuol dire che ne ha, ed è giusto alleggerirlo». E dunque partecipo, anzi partecipiamo: in tanti, sempre, perché i bandi girano con mesi di anticipo nei blog, specie quelli di poesia che inspiegabilmente sono premi ricchi. In proporzione, almeno, rispetto al fatto che quando pubblichi un libro di poesia quasi quasi te lo devi pagare tu, cioè corre comunque l’obbligo di acquistarne delle copie, altrimenti l’editore come fa. Non hanno mai soldi per niente, gli editori di poesia, e sembra ti abbiano già fatto questo gran favore a pubblicarti, ma poi se ne vergognano, i libri non circolano, ne stampano quattro.   Comunque bando alle nequizie del sistema («odio tutti gli editori e tutte le case editrici e tutti i libri»: sempre Bernhard): torniamo alla breve storia dei miei premi. Il primo premio di poesia che ho vinto in vita mia non l’ho vinto. Erano gli anni del mio rapporto con l’autore cui avrei di lì a poco dedicato una monografia. Lo incontravo spesso, ci davamo convegno...

Lo spirito di Paraloup

Nel luglio del 2011 qualche centinaia di persone risaliva il sentiero verso Paraloup, nelle Alpi di Cuneo, per assistere a una tre giorni che aveva per tema il "ritorno ai luoghi abbandonati". Il posto era quanto mai pertinente: lì Nuto Revelli raggiunse un gruppo di compagni che avevano costituito la prima banda di partigiani nell’inverno 1943-44. Per onorare la memoria di Nuto, che ha raccontato in opere ormai classiche un trapasso di civiltà e la fine di un mondo, gli eredi decisero di destinare le migliori energie della costituenda Fondazione per far rivivere Paraloup, oggi un progetto pilota che ha recuperato le antiche baite, offre un servizio di pernottamento e di ristoro e ha avviato attività economiche che consentano di dare una prospettiva di lungo periodo al progetto.   Paraloup   In quei giorni dell'estate del 2011, salirono in montagna persone diversissime come il regista Franco Piavoli, Vito Teti, massimo studioso di questi temi, il 'paesologo' Franco Arminio, il cantastorie di Matera Roberto Linzalone, insieme ad agronomi dell'Università di Torino, gruppi di aquilani che combattevano contro la...

La Cresta dell’onda di Thomas Pynchon

La cresta dell’onda (Bleeding Edge) di Thomas Pynchon (Einaudi, 2014, trad. Massimo Bocchiola) restituisce al lettore la varietà dei consumi culturali, l’incontrollabilità della tecnologia e l’ambiguità della rete che contraddistinguono la società contemporanea: i videogiochi, le simulazioni del reale, le serie tv, il cinema, ma anche le spinose questioni riguardo alla democratizzazione o controllo del cyberspazio. Se tuttavia questo romanzo tradisce le aspettative dei lettori più affezionati, soprattutto per l’assenza di un impianto narrativo centrifugo, al tempo stesso aggiorna quelli che sono i temi tradizionali dell’immaginario pynchoniano, rapportandoli alle trame della società dell’informazione globale. Pynchon, infatti, predilige l’uso di un plot lineare organizzato in capitoli brevi e retto da dialoghi serrati per rappresentare stilisticamente le modalità comunicative e narrative del medium internet, rispettivamente organizzate sulle micronarrazioni dei social media e sulla linearità della fiction seriale per il web (web serie). Questa pertinenza formale tra scrittura e...