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Racconto

(398 risultati)

La mostra The Divine Comedy: un viaggio oltre le parole

Qui l'articolo introduttivo della serie: Why Africa?      English Version     Cosa succede durante il processo creativo? In quali modi si srotola il filo che lega un'idea, un riferimento o una suggestione con l'opera finita? La sezione Beyond Words del catalogo di The Divine Comedy: Heaven, Purgatory, and Hell Revisited by Contemporary African Artists, la mostra curata da Simon Njami e giunta in questi giorni alla sua terza tappa presso lo Smithsonian National Museum of African Art di Washington DC, segue questi fili, attraverso il racconto in soggettiva di ciascun artista coinvolto. Ognuno ha scelto una parola importante per descrivere il proprio lavoro e il legame con la Divina Commedia di Dante. Grazia, Esperienza, Speranza, Paura... Le parole riassumono l'idea, lo spunto dal quale nasce il ponte logico ed emozionale tra l'autore e i temi universali dell'opera dantesca. La selezione di immagini, pensieri e parole tratte dal catalogo e gentilmente concessa dai curatori ci permette di entrare in relazione con gli artisti, ascoltarne la voce, le storie e la poetica e avvicinarci all'opera come una tra le possibili...

L'uomo che sussurra alle patate

Commercialista mancato, a mille metri di altezza, sull’Appennino tra Liguria ed Emilia, coltiva trecento varietà per preservarle dall’estinzione. Il suo campo è un catalogo vivente.   Chi è convinto che le patate si assomiglino tutte e che ci sia poco da sapere su una pianta che offre quanto di più semplice e modesto può arrivare dal campo al piatto, si prenda la briga di consultarne il catalogo. Ma per farlo non si accontenti di interrogare internet né si metta a sfogliare le pagine dei trattati che le sono stati dedicati nel corso dei secoli – a partire dalla scoperta del Nuovo Mondo e quindi dall’arrivo in Europa di questa pianta proveniente dalle Ande, venerata dagli Inca, che la chiamavano “papa”. Il fatto che all’inizio la patata si chiamasse “papa” creò qualche imbarazzo quando Filippo II, re di Spagna, decise di omaggiare il pontefice con alcuni esemplari di questa coltivazione che i conquistadores dal Perù avevano a poco a poco diffuso in tutta l’America, dal Pacifico ai Caraibi. Regalare la “papa” al Papa era parso poco conforme al...

Milano (Stazione Centrale)

Agli inizi degli anni cinquanta, all’ultimo piano di un grande palazzo, proprio davanti alla Stazione Centrale di Zurigo, c’era il prestigioso Studio di gra­fica e fotografia Heineger & Müller-Brockmann. Quel luogo era spesso frequentato dal geniale grafi­co Max Huber (1919-1992) che, dal 1940, si era stabi­lito a Milano, dove collaborava con lo Studio Bog­geri (fondato nel 1933: una sorta di Bauhaus italiano), studiando contemporaneamente all’Accademia di Brera, in contatto con Bruno Munari e Albe Steiner. Dopo aver curato la grafica dell’Einaudi e di Borsa­lino, nel 1950 Huber aveva iniziato a lavorare con la Rinascente, per il suo avveniristico Ufficio sviluppo. Dopo aver progettato il loro bel logo si occupò della pubblicità e dell’allestimento delle vetrine. Fu lui a convincere il ventiseienne fotografo polacco-svizze­ro Serge Libiszewski, che lavorava da tre anni nello studio di Zurigo, a trasferirsi a Milano, città allora apertissima a tutte le novità: «Che fai qui a Zurigo? A Milano c’è bisogno di bravi fotografi, in Rinascen­te trovi le porte aperte!...

Il podalirio e il nano Morgante

Quando intorno alla metà del 1500 Cosimo I commissionò un ritratto del nano Morgante a Agnolo di Cosimo detto il « Bronzino » nessuno poteva immaginare la bizzarria che il Bronzino stesso avrebbe partorito dalla sua fervida creatività e dal pennello coltivato nella bottega fiorentina del Pontormo. Per intenderci, il nano Morgante non era che il più popolare dei buffoni della corte pittiana di Cosimo e quello quindi che passò alla storia. Altri si erano cimentati nel ritrarre questo buffone di corte amato dal Signore mediceo; tra questi, lo scultore Valerio Cioli che lo scolpì grasso e con addome batraciano seduto come un Bacco su di una testuggine nella fontana del Giardino di Boboli detta appunto “del Bacchino”. Il Vasari stesso, lodando l’arte del Cioli, parla di un’opera invero realistica e ci narra che “mai è stato veduto un altro mostro così ben fatto”. Naturalmente, il Vasari usa un linguaggio oggi inaccettabile, ma mi pare doveroso citarlo proprio per sottolineare come il nano Morgante sia stato un personaggio invero originale in quella corte fiorentina...

Expo e dintorni: Nutrire il pianeta

Andare in giro in città a piedi e usando i mezzi pubblici, con la macchina fotografica appresso. Una reflex digitale che mi hanno prestato. Un obiettivo cui ho tolto il filtro di protezione e il tappo, la uso così, pronta per scattare, ho accettato di lasciare montata la tracolla. Non mi servivo di una reflex da anni (anche se questa è digitale). La sua caratteristica più importante è che guardi attraverso l’obiettivo, per farlo devi mettere la macchina a contatto con il volto, per indirizzare l’occhio nel mirino. Ne segue che ti nascondi la faccia. Per anni ho usato una 6x6 a pozzetto, vuol dire che guardi l’inquadratura dall’alto verso il basso, a una certa distanza. Quando fotografi le persone, sono loro che osservano il volto del fotografo che ha lo sguardo rivolto verso il basso.   Comunque, anche scattare con la reflex può essere piacevole. Il contatto con la strada è importante, pure parlare con le persone, però difficilmente le fotografo. A volte torno in luoghi che ho visto in giorni che non avevo la macchina fotografica con me. Quando ho incontrato questi SUV parcheggiati su un’...

I sogni di Gino Girolomoni

Non un singolo sogno, una stella fissa, o uno stabile punto d’orientamento lungo l’arco di una vita, ma una miriade, una moltitudine scalpitante di sogni luminosi. Mai vissuti in solitudine, se non inizialmente, nel primissimo impeto. I sogni di Gino Girolomoni non sono stati proiezioni individuali o esercizi di affermazione personale, hanno sempre toccato altre vite, hanno fatto comunità. Questo, probabilmente, lo interessava più di ogni altra cosa: la vita insieme, e un modo di stare al mondo. Anche se oggi può risultare difficile dire che cosa gli premesse di più. Per una ragione semplice: non c’era gerarchia nei suoi sogni. Almeno non apparente, non immediatamente identificabile. A chi lo ha conosciuto talvolta può essere parso una fabbrica di progetti dal ritmo convulso, un laboratorio di idee e iniziative cui era difficile stare dietro. E certo è stato anche questo. Gino era sempre una spanna più avanti del punto in cui lo avevi lasciato. Non stava mai fermo. Nella vita, si buttava a perdifiato, come rapito da una forza inquieta. Fino a morire di fatica, credo lo si possa dire.   Sergio Quinzio, il...

Via Boffalora

Questa foto andrebbe a collocarsi dopo la pubblicazione del pezzo Milano zona cinque. In quel testo si può leggere che terminai il rullo di negativo con dei ritratti a un’amica; mentre la prima fotografia fu quella che scattai agli zingari che camminano in fila.   Lei   Non senza una certa confusione e immaginazione posso risalire al giorno imprecisato dello scatto a questa ragazza. Ci trovavamo nello spiazzo antistante alla casa dove abitavo, in via Boffalora. Una strada posta topograficamente tra la Barona, Famagosta e Gratosoglio; l’area periferica che ho percorso negli anni a seguire per scattare le foto di Fotogiornale. È vero che poi mi sono mosso in un raggio leggermente più corto. Mi sorprendo di notare, leggendo ancora il testo di Milano zona cinque, che iniziai questo lavoro fotografico sulla periferia di Milano con il pezzo Roggia Carlesca le cui foto realizzai in realtà nell’agosto 2012: «Ero in giro a cercare altro (le foto del bambino sulla roggia che trovai mesi dopo) e per un centinaio di metri ho seguito questo gruppetto di zingari, finché mi decisi a rubare lo scatto»; ovvero due...

Busto Arsizio

Alla città di Busto Arsizio mi lega il ricordo del liceo, che ho frequentato agli inizi degli anni settanta, e di un monumento chiamato “Tre culi” a causa di tre figure nude sospese a mezz’aria con le terga rivolte ai passanti su un lato della piazza. L’iscrizione alla base spiega che il monumento è dedicato alla memoria dei caduti, ma il deplorevole titolo assegnato dai Bustocchi ha la meglio sull’iscrizione: le tre figure in bronzo, ahimè, non richiamano alla mente il sacrificio per la patria dei nostri caduti.   In strada   Spesso ignoriamo quale sia il potere delle parole sulle immagini, cosa che i cardinali del seicento invece non ignoravano affatto. Altre figure nude, o quasi. La nudità non è quella imbarazzante dei “Tre culi” ma quella raffinata della coppia Apollo e Daphne scolpita da Gian Lorenzo Bernini per il cardinale Scipione Borghese. In seguito a una critica sulla sconveniente presenza di quest’opera sensuale e pagana in casa di un cardinale, Maffeo Barberini compone un distico da incidere sulla base del gruppo marmoreo: “Quisquis amans sequitur fugitivae gaudia...

Expo e dintorni: RHO FIERA EXPO MI

Ho comprato un biglietto delle linee S (Suburbane) di Trenord per Rho Fiera Expo. Costo del biglietto 2,20 euro; al ritorno col metrò ho pagato 2,50. Ero partito dalla stazione di Porta Garibaldi.   Operaio   Certo il metrò è più comodo e veloce e si evince facilmente dai trenta centesimi in più che fanno pagare, ma è arrivando alla stazione di Rho Fiera Expo con il Passante e linee ferroviarie di superficie che mi rendo conto del gran lavoro edilizio che c’è in atto. Da semplice osservatore e frequentatore di bar (per bere il caffè), direi che c’è del ritardo sulla consegna dei lavori alla città e ai visitatori. Scendendo dal treno ho raggiunto il sottopassaggio che collega tutto: la fiera, il metrò e di nuovo la linea S e il centro. In effetti, è bello grande. Ciò che ho colto maggiormente stavolta non si può fotografare: i rumori delle seghe circolari dei carpentieri, il pulviscolo che si sviluppa e certi odori forti di solventi. Tanti operai con accenti del sud e del nord. Linguaggi tecnici su fili elettrici che portano corrente a sistemi. Ingegneri e...

Expo e dintorni: Controcampo Expo

In un articolo di Repubblica del 13 maggio 2012 leggo: «L’anno scorso era rifugio di rom, nel 2015 potrebbe diventare il nuovo polo cittadino del cibo, una grande piazza coperta dove produttori e consumatori si incontrano secondo la filosofia del chilometro zero per abbattere i costi di distribuzione».   Di fatto tre giorni fa nel fondo del paiolo erano rimaste della polenta abbastanza ben conservata, una forchetta e mezzo guscio d’uovo, e la cenere ancora chiara e soffice lasciava credere a un fuoco spentosi da non tanto tempo. Mi trovavo nei pressi del “Palazzo di cristallo” costruito nel 1933 dall’Innocenti a Lambrate, in via Rubattino, a due passi dal fiume Lambro. In questo stesso complesso industriale si produceva la Lambretta.   A due mesi e dieci giorni dall’apertura ufficiale di Expo 2015, mi si è chiesto di fotografare un controcampo di questo evento. Così dal centro ho raggiunto la periferia della città, è lì che riesco a riordinare le idee. Poi, camminare con la macchina fotografica fa il resto.   Ero arrivato nel cuore dell’Ortica. Volevo trovare un’...

Moto per luogo. Promemoria Auschwitz

Mi sento più consapevole, minuscola ma allo stesso tempo capace di tanto, vuota.   Osserva, dietro c'è la vita. Prendete ottocento ragazzi, ottocento adolescenti, accompagnateli in un'esperienza immersiva il cui culmine è il luogo di memoria più visto e raccontato del nostro tempo, Auschwitz. Se, nel farlo, riuscirete ad ascoltare il vostro silenzio e a lasciare spazio alle loro parole, sarete stati utili a loro e a voi stessi: uscirete da un viaggio di memoria diversi da come eravate quando l'avete iniziato.     Noi proviamo a farlo da diversi anni, ormai: strutturiamo percorsi di conoscenza dell'uomo nel tempo per accompagnare studenti da tutta Italia in un viaggio a cui abbiamo dato il nome di Promemoria Auschwitz, che quest'anno – tra il 16 e il 22 febbraio – ha visto la partecipazione di questi ottocento ragazzi. È un viaggio di memoria in un luogo della nostra storia, ed è al Brennero che comincia, quando tanti piccoli gruppi, provenienti da luoghi diversi e lontani tra loro, salgono su un treno e formano una comunità disposta a condividere un'esperienza di rara...

edu.org.com.biz

A Londra, mia figlia ha iniziato scuola a 4 anni. È un anno di prescuola, ma già lasciando l’asilo e entrando nel complesso scolastico in cui farà le elementari – forse perché il gruppo, parte del gruppo in questa città in cui la mobilità fisica è altissima, rimanga lo stesso per tutto il ciclo. Già in uniforme, aspetto un po’ tradizionale – il che non sorprende in questa città così globale nel suo respiro, multietnica nelle sue stratificazioni comunitarie, britannica nella sua forma –, e un po’ democratico, il che sorprende di più, o lascia perplessi, se si pensa che sono gli istituti scolastici stessi a essere disposti lungo una scala gerarchica di classe sociale, di modo che se l’uniforme di una data scuola mette i suoi allievi sullo stesso piano, li mette pure al di sopra o al di sotto di un’altra scuola con un’altra uniforme, un po’ come divisa e gradi militari.   Di recente un giornalista ticinese mi diceva che in Svizzera da quando i dirigenti di banca non rivestono più alte cariche nell’esercito i rapporti tra le...

Viaggio fuori dallo spazio-tempo

Vorrei stare da solo, a Bellinzona. E come si fa? A Bellinzona sono nato, a Bellinzona vivo, e non ho più nella memoria le prime passeggiate, le sconfitte e le scoperte, le fughe, il rischio del ritorno. Tutto è na­scosto sotto una piacevole coperta di abitudini. Ma per parlare di una città, dicono le guide più avvedute, devi starci da solo per un po’. Non basta esserci cre­sciuto, devi essere in grado di tornarci come nuovo. Potrei camminare con gli occhi bendati. Potrei farlo dopo un’immensa nevicata, di quelle che ridise­gnano le città, oppure potrei scegliere una via dove non sono mai passato. Perché a pensarci bene qua e là ci sono cortili o stradine che non ho mai voluto percorrere, e che potrebbero nascondere qualunque cosa. Sotto la coperta di abitudini, forse barando un poco, mi sono conservato qualche pezzo di mistero.   Non basta. Ciò che voglio offrire ai lettori di questa guida è l’ignoto, sì, ma non come evento ca­suale. L’ignoto che mi interessa è quello che sta lì ad aspettarti come un cane sdraiato sullo zerbino. Vo­glio crearmi,...

Mimosa e mimose

Non si capisce cosa ci sia da festeggiare. Ti regalano il rametto giallo d’ordinanza e il giorno dopo te lo ritrovi rinsecchito nel vaso. Spreco di mimose, di retorica, di sentimentalismo. Lasciamo le mimose sugli alberi e le donne a cavarsela da se stesse, come sempre. Quelle partigiane e comuniste che, a Roma nel 1946, pensarono di caratterizzare la celebrazione dell’8 marzo con un fiore (come il garofano rosso per il primo maggio), scelsero la mimosa perché diffusa e facilmente reperibile nel Lazio, per nulla costosa e già fiorita alla fine dell’inverno. Ma, a distanza, tale scelta allora felice oggi non le rende un gran servizio. Tanto sono gioiosi i ciuffi che ricadono soffici dagli alberi nelle regioni più meridiane – lì ti sorprendono sopra un muro d’orto o al giro di gomito d’un vicolo – tanto fanno venire l’itterizia l’8 di marzo: sventolati come trofei da giovinette che manco sanno perché li tengono in mano, venduti a peso d’oro ad ogni crocicchio. Dovremmo scrollare di dosso alla mimosa l’inflazione consumistica da festa della donna (con dolce e cocktail a seguire),...

Parole Jelinek. Patria

Cara E., mi chiedi di scrivere qualcosa sul concetto di Patria e sulle possibilità di rappresentazione. Ti ho detto che non ero sicuro che sarei riuscito a produrre un testo davvero pubblicabile ma che ci avrei provato, ed eccomi qua... Lascerò da parte per il momento E.J. e cercherò di partire dal concetto in questione. Patria-Vaterland dunque.   Qualche mese fa è morto mio padre. Sono stato con lui fino a quando il suo corpo non era freddo (quel corpo a termine, di cui tutti siamo provvisti e nel quale si vede più che in ogni altra cosa il passare del tempo. Corpo scandaloso, non sempre bello, ma allo stesso tempo sede di tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione per scoprire il mondo). Ora mio padre non c’è più, se non nella mia memoria o nelle cose in cui io e i miei fratelli gli assomigliamo. Non ho scelto io di nascere suo figlio, né lui ha voluto proprio me, nel senso di quel me che sono diventato (anche se poi è stato orgoglioso di me).   Konrad Waas (*1935 - †2014) con Tobia Waas (*2005)   Per gran parte della vita sono stato un perfetto sconosciuto per mio padre, e...

Dalla morte della signorina nessuno si è più occupato di questa casa

Dalla morte della signorina nessuno si è più occupato di questa casa, nessuno tra i suoi parenti – gli stessi che ora stanno freneticamente cercando di vendere tutto ciò che la casa contiene – ha pensato di venire a dare un’occhiata, di far prendere aria alle stanze, di mettere in moto l’automobile parcheggiata nel cortiletto davanti alla porta d’ingresso. Per anni hanno lasciato che la casa implodesse in se stessa, che si afflosciasse, autofagica, abbandonata, dispettosa. Il risultato, nel momento in cui noi entriamo per la prima volta, è un rudere vuoto, divorato dalla muffa e da ragnatele enormi e senza ragni. Nelle stanze superiori i mobili, venduti per primi subito dopo il consenso del notaio, hanno lasciato le loro sagome alle pareti. A una prima occhiata ricordano le Delocazioni di Claudio Parmiggiani, quegli interventi ambientali in cui l’artista rimuove i mobili e gli oggetti presenti in una stanza lasciando sui muri la traccia del posto che occupavano. Qui, però, non c’è nessuna intenzione artistica, e quello che toglie il fiato non è una qualità estetica in queste stanze ma...

Kathmandu–Addis Abeba, via Dubai

Ricordo il mio primo volo dal Golfo – dal Bahrein, per la precisione – a Kathmandu: ero l’unica donna in mezzo a uno stuolo di giovani uomini nepalesi, stanchi, sporchi, avvolti in coperte e pieni di borse e pacchi dalle forme curiose. Avevo un’idea confusa del paese verso cui stavo andando e solo mesi dopo avrei saputo pienamente apprezzare l’oscuro cartello appeso nella toilette dell’aereo che invitava al corretto uso del WC: NON ACCUCCIATEVI IN PIEDI SULLA TAVOLA MA SEDETEVI SOPRA. Credevo però di sapere a chi appartenessero quei volti giovani e stanchi: ecco gli schiavi degli anni Duemila, mi dicevo, la forza-lavoro globale del capitalismo avanzato, i dannati della terra. Non avevo mai visto il loro paese, ma pensavo all’effetto che i grattacieli e le spaventevoli autostrade a quattro corsie delle capitali del Golfo dovevano avere su chi aveva trascorso la propria vita in zone rurali, e non aveva – per esempio – mai utilizzato un WC.     Anni dopo, lo scorso novembre, raggiungo esausta l’aeroporto Tribuvhan di Kathmandu e mi metto in fila dietro alla ormai solita lunga coda di uomini. I pi...

La vita a volte è sopportabile. Ritratto ironico di Wisława Szymborska

Pubblichiamo un estratto di La vita a volte è sopportabile. Ritratto ironico di Wisława Szymborska, libro + dvd, scritto da Katarzyna Kolenda-Zaleska, regista del Film.       Ho conosciuto Wisława Szymborska in viaggio. Ci siamo incontrate a Palermo e in seguito abbiamo visitato splendidi angoli di Sicilia, colline toscane assolate, misteriose falesie in Irlanda, stradine strette a Amsterdam, piazzette a Bologna, Padova, Ravenna e in molte altre cittadine italiane. Ci siamo viste spesso anche a Cracovia, sua e mia città natale. Ricordo Szymborska come un’infaticabile cacciatrice di cose belle o insolite che si entusiasmava per ogni nuova scoperta. Quei viaggi assieme hanno cambiato sia me sia il mio modo di guardare il mondo, perché grazie a lei ho potuto vedere sotto un’altra luce molti luoghi che già conoscevo, e imparare a goderne in tutt’altro modo.   Wisława Szymborska amava il caffè nero, non troppo forte e con una gran quantità di acqua. “Caffè lungo”, insomma. Con il caffè, necessariamente, una sigaretta. Ma il caffè non si può bere così,...

La modella

Udine –  Treviso, ore 11.07 (andata) Treviso –  Udine, ore 18.36 (ritorno)   In treno ho annotato, schizzato, rubato discorsi e scattato foto agli ambienti, più che agli umani, sempre con la tensione e l’imbarazzo di essere scoperta. Non ho mai chiesto a nessuno di posare per un disegno.   Oggi salgo di fretta, senza il tempo di prendere un giornale o una bottiglietta d’acqua e senza la sicurezza di aver preparato bene la borsa. Passo almeno una quindicina di minuti a controllare, foglio per foglio, che non manchi nulla per l’appuntamento di lavoro del pomeriggio. Sopita l’ansia, mi rilasso e chiudo gli occhi. Quando li riapro ho l’impressione che tutto il treno mi abbia imitato. E rimango incantata dalla visione di una donna robusta e bella. Riposa rilassata, la posizione della testa e delle mani ricordano un quadro del Veronese, La visione di Sant’Elena, anche l’espressione del volto è uguale al dipinto. Cerco di scattare qualche foto per annotare la splendida coincidenza, ma il mio progetto viene bruscamente cancellato dalla fermata alla stazione di Casarsa. La mia Sant’Elena si...

Rainer W. Fassbinder: l'uomo e il bambino

Pochi, perfino tra i cinéphiles, sanno che a Roma vive una Fassbinder. Ha lavorato per tutta la vita in Vaticano, occupandosi di miniature medievali, dopo essersi laureata in Storia dell’arte a Friburgo. È la zia del grande regista tedesco, la zia “giovane”, l’ultima sorella del padre, Helmuth. Oggi Elisabeth ha novant’anni ed è nata anche lei in maggio, come il nipote. Una volta al mese va alla Casa internazionale delle Donne dove si riunisce con le sue amiche di lingua tedesca per un periodico scambio di opinioni su ciò che accade nel mondo: «Abbiamo anche festeggiato la caduta di Berlusconi con lo champagne», dice ridendo.     È qui che la raggiungo per sapere del suo rapporto con il genio della famiglia, Rainer Werner Fassbinder. Il quale, mi racconta, quando aveva 17 anni, chiese a tutti i parenti se potevano dargli qualcosa per girare il suo primo film: «Io non avevo un soldo, non potevo aiutarlo, ma la cosa grave fu che nessuno gli diede retta, nemmeno il padre lo finanziò. A quell’epoca il costo del materiale per fare un film era cento volte quello di oggi. Lui si offese molto».   Il mancato appoggio della famiglia, per fortuna, non fermò Fassbinder, che...

Minusio (Bellinzona, Lugano). Frammenti d’arcadia

La teleferica nella vetrina di Franz Carl Weber e «L’Innovazione», Scacciapensieri e le patatine Zweifel paprika: il Canton Ticino, per noi che abitiamo negli immediati dintorni, è sempre stato un’arcadia. Eppure non è, come forse vorremmo, un luogo fuori dalla storia. Anzi, le cronache degli ultimi tempi sollevano preoccupazione e un po’ di stupore. Area povera, di civiltà contadina fino a una generazione fa, è diventata in cinquant’anni una delle zone più ricche del mondo occidentale. Forse la “mutazione antropologica” è avvenuta in maniera dolce, ma l’innocenza, semmai sia esistita, si è persa per strada. Per capire come è successo mi sono rivolto a tre personalità del Cantone che hanno vissuto la trasformazione da punti di vista differenti. Comincio la mia ricognizione con un linguista. Lo spunto me lo offre, alla dogana di Ponte Chiasso, la parola “vignetta” che in Italia ha un significato diverso.     Minusio-Locarno   L’amico ritrovato Bruno Segre mi mette sulle tracce di Sandro Bianconi, raccontandomi degli anni della...

Expo e dintorni: la pizza Carla

Expo e dintorni: la pizza Carla   Il primo giro con macchina fotografica in mano per esplorare la vasta tematica dell’Expo non mi portò a fare nessuno scatto, anche chi va in giro a fotografare a un certo punto si ferma per mangiare. Credo che entrai in questa pizzeria relazionandola, almeno per mia familiarità e provenienza, con il Cluster Bio-Mediterraneo. Uno dei nove padiglioni in cui i Paesi (leggo dalla nota di Expo) sono stati raggruppati non secondo criteri geografici, ma secondo identità tematiche e filiere alimentari. Essendo nato più o meno al centro di questo bacino babelico che è il Mediterraneo, in Sicilia, e sapendo che la Regione Siciliana è Official Partner di Expo, decido di cominciare il reportage da qui. Ormai ero pervaso da un sano appetito, avevo camminato parecchio, così proseguii le mie riflessioni sull’evento di fronte una pizza e al pizzaiolo che mi dà le spalle.   La pizza Carla: Pomodoro, mozzarella, scamorza, radicchio. Mi commuove leggere nomi e condimenti delle cinquantacinque pizze e tre calzoni disponibili alla pizzeria d’asporto dove oggi che sono in giro a...

Amore di sabato pomeriggio

Sbirciare nel carrello degli altri, in fila alla cassa del supermercato, è sempre un’esperienza altamente edificante. Ammazza la noia, scatena l’immaginazione. C’è chi lo fa per mestiere, chi da dilettante in cerca di curiosità. Ma arriva il momento in cui ciò che più o meno distrattamente percepiamo s’impone allo sguardo. Di modo che l’insieme di oggetti che là si trovano accostati, pazientemente pronti per essere pagati, fa indiscutibile sistema. Sollecita fantasie, testimonia stili di vita, indica forme d’etica sociale che brulicano nel contemporaneo.   Mi mandano questa foto scattata segretamente, un sabato pomeriggio, in un mall lussemburghese. Vale a dire dappertutto. Due oggetti che incorniciano una vicenda già scritta, non per questo realizzata, ma ancora da vivere. Una sceneggiatura stereotipa. Un frame da intelligenza artificiale. Un destino segnato. Se c’è qualcuno che ancora dubita che un’immagine possa raccontare una storia, con questa è servito.   Di che storia si tratta? Un tizio (tralasciamo l’abbigliamento, che di per sé dice gi...

Elleboro: follia di carnevale

Andar per fiori nel bosco d’inverno? Si può. Si può, nel cuore del gennaio fino al febbraio inoltrato, raccogliere mazzolini di ellebori per i vasi di casa, estensioni mentali della passeggiata, delle sue grazie umide e dei sentori muschiati: là ho raccolto quello soffuso di rosa, questo occhieggiava candido sotto le foglie del castagno cavo, quest’altro tutto coccole verdi mi aspettava dietro il masso venato di chiaro.   Sfidano neve e gelo, gli ellebori. Insinuano vigorosi i rizomi nel sottobosco ricco di humus, presidiando le prode ombreggiate e ben drenate. Tra le cupe foglie basali, palmate e dal margine dentato, purissime tremano le corolle dell’Helleborus niger: per lo più solitarie, aprono sugli scapi nudi, brevi e grassocci, i cinque tepali coronati di stami gialli e, in maturità, viranti al rosa. Più insolite quelle tutte acerbe, vitaminiche, dell’Helleborus viridis. Di un simile color acido, vegetale, ma più vistose sugli alti steli, dondolano in grappolo le sottanine orlate di porpora dell’Helleborus foetidus, che fetido non è, e meglio ricorda i ranuncoli della famiglia d...