Sette / Diario russo. Good Bye Lenin!

7 Maggio 2022

Quando ho lasciato Pietroburgo per l’ultima volta, diretto al confine con l’Estonia, ho visto dal finestrino dell’autobus la prima statua di Lenin in cui mi ero imbattuto al mio primo soggiorno di studio in Russia, ormai diciassette anni fa. Solo pochi mesi prima era uscito Good Bye Lenin!, film visto e rivisto al cinema e in dvd, e anche a lezione all’università, durante il corso di Storia della Germania. Quando vidi dalla maršrutka, il microautobus allora tanto diffuso come mezzo di trasporto nelle città russe, stagliarsi il profilo bronzeo di Vladimir Il’ič a lato del Moskovskij prospekt, l’emozione fu molto forte, e pensai alla scena in cui Christiane, la madre di Alex interpretata nel film da Katrin Sass, decide di uscire di casa e di fatto sfuggire alla DDR in miniatura costruita dal figlio e vede una enorme statua del rivoluzionario russo portata via da un elicottero. La caduta dell’Urss, in realtà, non ha visto immediatamente in Russia la rimozione delle vestigia e dei simboli del socialismo reale, anche se si iniziò con il rinominare città e strade, con Leningrado tornata a essere Pietroburgo, Sverdlovsk Ekaterinburg e la prospettiva Marx a Mosca spezzettata nelle tre vie storiche che la componevano, Teatral’nyj proezd, Ochotnyj Rjad e Mochovaja ulica. 

 

Moskovskij prospekt, statua Lenin.


Alcune decisioni invece si dimostrarono assurdamente salomoniche, come il mantenimento del nome di Leningradskaja oblast’ e Sverdlovskaja oblast’ per le regioni attorno a Pietroburgo e Ekaterinburg. Ma poi la decomunistizzazione alla russa si bloccò, perché all’entusiasmo seguirono i costi dei cambiamenti toponomastici e altri problemi, considerati ben più impellenti. Anche la rimozione delle statue, avviata in gran stile con la rimozione della statua di Feliks Dzeržinskij dalla omonima piazza alla Lubjanka il 22 agosto 1991 dopo il fallito golpe, si arrestò, lasciando gran parte dei monumenti al proprio posto. Con il recupero da parte di Vladimir Putin della storia imperiale e della reinterpretazione di alcuni momenti del periodo sovietico in chiave nazional-conservatrice, l’approccio verso l’ingombrante lascito statuario e monumentale è stato diversificato.

 

Lo scorso anno sono stato a Velikij Novgorod, città che nella storia russa ha rappresentato una vera possibile alternativa a un percorso autoritario, con le sue tradizioni repubblicane che ne accostavano il sistema di governo più alle città anseatiche (ed era parte dell’Hansa) e a Venezia che a Mosca. Sul piazzale della stazione si staglia una cappella bianca dalla cupola dorata, una di quelle novostrojki (nuove costruzioni) tanto volute dal Patriarcato di Mosca e realizzate con i fondi dei bilanci delle ferrovie statali russe. Davanti alla cappella vi è un busto, con tanto d’elmo, dedicato ad Aleksandr Nevskij, principe di Novgorod e difensore delle terre assoggettate alla città: sotto l’elmo in realtà vi è il sorriso un po’ beffardo di Lenin, con i suoi baffi e il suo pizzetto immortalati nell’iconografia sovietica. Durante le parate per il Giorno della Vittoria, il 9 maggio, il Mausoleo viene opportunamente mascherato da palchi, bandiere e addobbi, eliminando per qualche giorno dalla visuale lo sgradito ospite dalla Piazza Rossa. 

 

Foto stati di Aleksandr Nevskij.


La pessima considerazione di Putin per il leader bolscevico ormai è nota, una specie di Leniniana di segno negativo, dove tutto ciò che in epoca sovietica era considerato come positivo viene ribaltato, deriso e cancellato. Lenin è colpevole, in questa narrazione, di aver causato la sconfitta della Russia nella Prima guerra mondiale, di aver piazzato un ordigno ad orologeria nell’assetto dell’Urss perché avrebbe consentito alle repubbliche nazionali di annettersi territori considerati da Putin “storicamente russi”. Nonostante questo però il Leninopad ucraino, ovvero l’abbattimento dei monumenti a Vladimir Il’ič durante l’EuroMajdan, colpì parecchio l’immaginario delle autorità russe, soprattutto perché si trattava della rimozione non dall’alto, ma da una parte di società, e visto come segnale eloquente contro Mosca. Un Lenin bicefalo, dunque, visto da un lato del confine come nemico della Russia, dall’altro come simbolo d’oppressione. Ma nemmeno la rimozione ucraina ha fermato la destituzione della figura leniniana dai luoghi pubblici, di solito praticata durante i lavori di ristrutturazione delle stazioni delle metropolitane o dei centri cittadini: fino a qualche anno fa i due binari della stazione Teatral’naja della linea verde del metrò moscovita vedevano al centro della parete che li separa un piedistallo con un busto bronzeo di Lenin, di cui ora resta solo un vuoto asettico e marmoreo.

 

Eppure resta una certa immagine, viva nelle generazioni over 45, dove spesso si confonde con il meme e con le canzoncine d’infanzia, da cantare dopo le gite o quando non c’è più nulla da fare. L’estate scorsa, durante una gita in teplochod, i battelli da escursione di produzione sovietica, sul lago Seliger, un’allegra compagnia di donne di mezz’età, all’ennesima bottiglia di šampanskoe rigorosamente dolciastro, iniziò ad intonare I Lenin takoj molodoj (E Lenin, di nuovo giovane), canzone del 1974 dedicata all’Ottobre e usata per la chiusura del XVII congresso del Komsomol’. E, osservando divertiti e anche un po’ imbarazzati queste signore che poco prima si erano cimentate in una versione stonatissima di una hit degli anni Duemila, Otpuskaju (Lascio) di MakSim, con mia moglie ci ricordammo della versione punk dei Graždanskaja Oborona, il gruppo culto della scena alternativa russa e russofona degli anni Ottanta e Novanta incarnato da Egor Letov. 

 

 

Anche in quel caso vi è un altro rimando leniniano, ed è nella canzone simbolo dei GO, come vengono chiamati ancora oggi dai fan, Vse idiot po planu (Tutto va secondo il piano), flusso di coscienza di un giovane sovietico ai tempi della perestrojka che, buttato su una poltrona davanti al televisore, si lascia andare a un vero e proprio flusso di coscienza, dove solo nonno Lenin è stato un buon capo, tutto il resto una merda totale, tutto il resto erano dei nemici e degli imbecilli.

 

Un Lenin diventato invece un fungo, in una trasmissione televisiva lisergica preparata da un altro musicista geniale della scena di Leningrado, Sergej Kurjochin, andata in onda nel 1991 per prendere in giro la marea pseudoscientifica che andava montando: Kurjochin, discutendo in modo serioso con il giornalista Sergej Šolochov, “dimostrò” che il “nonno” di tutti i bambini sovietici assumeva funghi allucinogeni e quindi era diventato egli stesso un fungo allucinogeno, radioattivo per altro. Una desacralizzazione affettuosa che voleva mettere in guardia con gli strumenti dell’assurdo dal diffondersi di teorie strampalate, dalla New Age al complottismo, che iniziavano a sostituire i vecchi dogmi di partito.

Oggi forse per quella storia rappresentata da Lenin è arrivato il punto finale, come sancito dalle dichiarazioni di Putin, ma la Leniniana, di cui anche Venedikt Erofeev si era fatto beffardo cantore, resterà ancora come saga russa. 

 

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