Alfabeto Pasolini

Diario russo. Il virus Z

I simboli fanno parte della nostra comunicazione da sempre, è quasi un’ovvietà ripeterlo, e nell’epoca della comunicazione social, del marketing e del rumore mediatico ancor di più. E forse è proprio per questo che ci interrogano sulla loro pervasività, sulle loro origini, spesso trattandosi di emblemi nati per caso. È successo così anche alla Z, lettera finale dell’alfabeto latino, utilizzata sugli automezzi militari russi per indicare la provenienza dal distretto militare occidentale (zapadnyj in russo), e che ha allarmato i media europei e statunitensi ancor prima dell’inizio della guerra, con domande sul reale significato del simbolo. La propaganda russa ha colto le potenzialità, in un gioco di specchi riflessi, di dare un emblema riconoscibile all’aggressione, e Russia Today ha iniziato a usare la Z per magliette e altri prodotti, in una macabra logica di marketing. E ora la Z è dovunque, viene utilizzata dal principe della menzogna televisiva, Vladimir Soloviov, viene imposta sulle facciate di alcune università nonostante le proteste degli studenti, addirittura appare in alcuni documenti ufficiali: l’amministrazione della regione di Kemerovo, dove si trova uno dei principali bacini carboniferi del pianeta, il Kuzbass, ha deciso di sostituire la з cirillica con la Z, deturpando il nome del luogo in KuZbass, seguita da altre realtà locali. La Z viene usata dagli attivisti, spesso riconducibili all’estrema destra e con l’avallo del Centro E (dipartimento di polizia per la lotta all’estremismo), impegnati nell’imbrattare e devastare porte e automobili di chi si espone contro la guerra.

 

 

La pervasività della Z è moltiplicata dall’effetto mediatico, dal suo essere virale inducendo più che un senso di identificazione in chi, volente o nolente, l’ha adottata, repulsione e orrore tra chi la vede spuntare dovunque, persino sui kuliči, i tradizionali dolci pasquali, nella regione di Kurgan, o in assai tetre coreografie di bambini di scuole e orfanotrofi disposti come la lettera. C’è da dire, è in Italia tra un’area assai confusa che la Z raccoglie consensi, adottata il 25 aprile per augurare la “liberaZione”, offendendo la memoria di chi ha lottato per la libertà, o decantando la poesia della cosiddetta “operazione speciale”, fatta di bombardamenti di case, eccidi contro i civili e soldati di vent’anni senza vita. Qualche giorno fa ricevo un piccolo video girato da T., una talentuosa italianista di un importante ateneo moscovita, accompagnato da due righe dove mi spiegava che aveva dovuto tornare in Russia perché la questura di una provincia italiana non le ha accettato la domanda di permesso di soggiorno.

 

Nel video T. inquadrava la facciata del Teatro Oleg Tabakov, fondato dall’omonimo artista nel 1987, dove troneggia un’enorme Z con i colori del nastro di San Giorgio, decorazione della Prima guerra mondiale riproposta come simbolo della vittoria sovietica in una delle reinterpretazioni postmoderne della storia che tanto piacciono a Putin. Il direttore del teatro, Vladimir Maškov, è un entusiasta sostenitore dell’“operazione speciale”, tanto da partecipare al raduno del 18 marzo e da denunciare la figlia Marija, anch’essa attrice negli Stati Uniti, perché contro la guerra

 

 

C’è però chi dice no, e si fa sentire, ognuno a proprio modo. Il gruppo musicale Bi-2, autore della canzone Polkovniku nikto ne pišet (Nessuno scrive al colonnello), ispirata all’omonimo romanzo di Gabriel Garcia Marquez, inserita nel film di Aleksej Balabanov Brat-2 e diventata colonna sonora per la Russia d’inizio XXI secolo, si è rifiutato di esibirsi a Omsk, perché i proprietari della sala dove si sarebbe dovuto tenere il concerto non hanno voluto rimuovere uno striscione dove c’era scritto Za prezidenta (Per il presidente), con la Z iniziale a sostituire la normale lettera cirillica. Gli studenti dell’Università di architettura degli Urali a Ekaterinburg hanno avviato una petizione per richiedere di togliere la Z dalla facciata dell’istituto, ricevendo in cambio la visita della polizia, convocata dal rettorato. L’ultima lettera dell’alfabeto latino è oggetto anche di meme irridenti, un tentativo di esorcizzarne la presenza, e di metterne comunque in luce l’artificiosità della sua diffusione.

 

Infatti, nonostante i sondaggi (ma, come notato da Aleksandr Etkind, uno dei principali studiosi russi, quanto possono riflettere la realtà in un contesto dove l’autoritarismo è in guerra), non vi è l’entusiasmo del 2014, il cosiddetto “consenso della Crimea” è un ricordo lontano. Quando all’epoca mi trovai a far lezione, nell’ambito di una borsa di ricerca, agli studenti di un ateneo “medio” per dimensioni a Mosca, mi venne rivolta la fatale domanda čej Krym? (Di chi è la Crimea?) Capendo dal tono, alquanto aggressivo, l’antifona, mi lanciai in una lunga spiegazione sia del diritto di autodeterminazione dei popoli che dell’intangibilità dei confini, criticando quanto avvenuto ma in maniera volutamente dialogante. Ma il dialogo non vi fu: era presente un altro docente, che decise di far votare per alzata di mano gli studenti, forse pensando di far vedere a questo “occidentale” la volontà popolare russa.

 

 

Il risultato fu scontato: trenta e oltre mani si alzarono per dar vita a un plebiscito in miniatura, sotto il ghigno soddisfatto del collega. Una situazione diversa dalla discussione avuta a lezione a fine febbraio di quest’anno quando, in un clima aperto e senza nessuna limitazione, i miei studenti hanno espresso le proprie preoccupazioni per quel che accadeva, spesso intrecciato alle loro vite: chi ha parenti in Ucraina, chi ha origini ucraine, chi temeva per il proprio futuro e chi semplicemente era ed è contrario alla guerra perché è ingiusta. Un mio ormai ex studente, M., stagista alla Novaya Gazeta di Dmitry Muratov, è attivo su Telegram con un suo canale, sfidando anche quell’amministrazione dell’ateneo che ha invitato alla delazione studenti e insegnanti: a lui ho scritto quando mi è successo di dover andar via.

 

Dar idea di questo risulta sempre più difficile nel dibattito italiano, troppo segnato da una riduzione a uso interno della tragedia che si consuma a qualche migliaio di chilometri da noi. Partecipo spesso a trasmissioni, evitando di andare lì dove la rissa è assicurata, e qualche volta capita di dover comunque far i conti con le percezioni proclamate come verità rivelate. Qualche giorno fa, in un dibattito alla fin fine interessante e corretto, un ex corrispondente di guerra, specializzato in conflitti in Africa, ha provato a usarmi come sponda. A sua detta, in Ucraina orientale ci sono i russi, e l’ucraino differisce dal russo solo per la lettera ï; da questo deriva l’inesistenza di una distinta identità ucraina perché dei suoi amici di Donetsk, incontrati in Africa alcuni anni fa, gli avevano detto di essere russi.

 

 

Gli ho risposto, che in realtà se si prende in considerazione il dato linguistico, la stragrande maggioranza della popolazione ucraina è bilingue; se si prende la questione "identitaria", esiste anche chi si definisce russo/russofono di Ucraina e però non si identifica né con Putin né con la Federazione Russa (e figuriamoci oggi, l’aggressione militare causa una ridefinizione ancor più radicale della propria identità). Poi l'ucraino non differisce dal russo per la ï, è una lingua con una sua storia, una sua letteratura, una sua vita a sé stante dal russo, e non è nemmeno mutualmente intelligibile con esso: esiste una “lingua di passaggio”, il suržik, che mescola, in quantità diverse da regione a regione, russo e ucraino.

 

Le argomentazioni degli amici lasciano il tempo che trova, ma quel che dovrebbe farci riflettere sono le posizioni di negazione dell’esistente, di disumanizzazione dell’altro, di semplificazione rozza e brutale fatte nei salotti televisivi e nei collegamenti da casa, senza nemmeno la giustificazione di essere in guerra. Vi è chi  sbraita contro i "confini artificiali" delle repubbliche sovietiche, altri che negano l'esistenza di una lingua ucraina, alcuni parlano dello "scontro di civiltà", solo perché in alcune regioni dell'Ucraina si parla russo, di fatto adottando i punti di vista dei vari regimi ultranazionalisti di ogni epoca, per i quali gli sloveni sono italiani slavizzati, i curdi sono turchi di montagna, e così via; alla fine riducono storie assai complesse a quel che si ricordano della carnevalata padana di fine anni Novanta. Alla fine non criticano nemmeno cosa sia accaduto in Ucraina, non ne criticano il governo, gli atti o che: semplicemente ritengono che l'Ucraina non esista. Fanno il paio con chi mette in un unico, pericoloso, insieme scrittori russi dell’Ottocento e Putin, i balletti russi e i missili, spesso arrivando all’assurdo di escludere oppositori del Cremlino da eventi culturali solo in quanto russi. 

 

 

Qualche osservatore dell’ultima ora, distratto dalla propria tuttologia onnisciente e superficiale, mi ha scritto qualche giorno fa di esser cambiato, per via delle mie vicende personali. Mi chiedo se possa però esser possibile, anche senza aver legami e affetti, disumanizzare in nome della geopolitica o dell’economicismo assolutizzati intere storie, passare sopra, sulla base di informazioni raccattate da siti alquanto schierati, all’umanità. Questo meccanismo mi inquieta, perché si accompagna alla leggerezza con cui si parla dell’opzione nucleare come una possibilità reale, come se la distruzione del mondo fosse, come diciamo in napoletano, “cosa ‘e niente”. E ci ho pensato quando ho accompagnato mia figlia per il suo primo giorno di scuola qui in Italia, in una classe elementare che l’ha accolta alzandosi e applaudendola, coinvolgendola in ogni cosa che fa. Una bimba ucraina ora è seduta con lei allo stesso banco, è nata in Italia ma avrà sicuramente parenti in fuga dall’orrore. Forse sembrerà melenso, forse sembrerà condizionato dagli affetti, ma non è importante: quelle bambine e quei bambini che oggi accolgono chi fugge dalla guerra e dai regimi probabilmente non se ne rendono conto ma, nelle loro azioni semplici, sono la speranza di poter superare anche queste tragedie.

 

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