Bruno Arpaia e i ragazzi nel mondo che brucia
Bruno Arpaia e i ragazzi nel mondo che brucia
Lo scrive Matteo Meschiari in una delle epigrafi, all’inizio di Il mondo senza inverno: “[…] se il presente è una conseguenza del passato e il futuro è ipotecato, allora non c’è più niente da fare; se invece il presente è un terreno invaso dal futuro catastrofico, allora resta un piccolo margine di azione per contrastarlo” (Geografie del collasso, 2021). Bruno Arpaia comincia da qui a svolgere il filo che aveva lasciato ancora parzialmente raggomitolato alla fine di Qualcosa là fuori (2016).
Nei nove anni che separano quella prova narrativa dal sequel di oggi, uscito ancora per i tipi di Guanda, molto è cambiato, un futuro catastrofico ci ha già invasi, e la strumentazione per uscirne la stiamo ancora cercando. In qualche modo, è il medesimo antefatto da cui parte Nora K. Jemisin in La quinta stagione (2015) quando afferma “Cominciamo dalla fine del mondo, perché no? Chiudiamo la questione e passiamo ad argomenti più interessanti”. La scrittrice afroamericana e uno degli scrittori italiani più cari al pubblico del noir creano la medesima premessa – un disastro ambientale – per imbastire un laboratorio narrativo in cui la scienza è un importante traghetto per parlare di relazioni umane. E c’è indubbiamente una parentela tra questa prova letteraria di Arpaia e tutto un ventaglio di narrazioni di fantascienza distopica – speculative fiction, per chi fatica a pronunciare l’etichetta meno nobile – che a varie riprese si sono occupate del disastro climatico e delle sue conseguenze sull’organizzazione della comunità. In tutta evidenza, il tema contiene una fascinazione narrativa resistente al tempo, da Mary Shelley e il suo viaggiatore solitario tra i ghiacci (The Last Man, 1826) a J.G. Ballard nelle sue narrazioni della catastrofe (Terra bruciata, 1964), e poi da Cormac McCarthy (La strada, 2006) a Margaret Atwood (L’anno del diluvio, 2009), fino al recentissimo L’impulso (Lidia Yuknavitch, 2022), con la sua Statua della libertà sommersa in uno scenario statunitense che probabilmente vedremo a breve. Quel che cambia oggi è che, per quanto costantemente negata, la catastrofe climatica è già qui, la migrazione che ne consegue pure, e noi si continua a far finta di nulla. Forse non è un caso che, a fianco di Arpaia, ci siano già anche diversi scrittori italiani, che si muovono sul confine sottile tra indagine giornalistica – ed è il caso di Tasmania (Paolo Giordano, 2022) e in parte anche di Dopo la pioggia (Chiara Mezzalama, 2021) – e il territorio fertile ma meno frequentato della narrativa di speculazione. L’ultima foresta (2023), di Mauro Garofalo, è per me la prova più riuscita, interessante e letterariamente completa in questo ambito.
I due climate fiction di Bruna Arpaia si affiancano a questo esperimento, inoltrandosi con non poco coraggio (e sapienza) in una sorta di “territorio comanche” della letteratura. Per Arturo Perez Reverte (Territorio comanche, 1994), questa è la denominazione della zona di guerra in cui tu non vedi i cecchini, ma i cecchini vedono te. La definizione si adatta a chi osa in Italia utilizzare gli strumenti di un genere letterario che, per quanto disprezzato in passato, è oggi, per mia ferma convinzione, il vero romanzo sociale. La fantascienza è di fatto un laboratorio progettuale, un contesto che, più o meno dagli anni settanta del ‘900 con maggiore evidenza, ha sollevato questioni legate alla giustizia sociale e ora sta rilevando come essa sia inevitabilmente legata alla giustizia ambientale. Le riflessioni sulla fine dell’Antropocene, spiega Marco Malvestio in Raccontare la fine del mondo (2021), trovano nelle narrazioni di speculative fiction il loro riferimento primario: a leggerle e meditarle forse qualche guaio di oggi si sarebbe potuto evitare.
In Il mondo senza inverno, Arpaia realizza la medesima operazione che lo ha reso un grande scrittore di noir: prende il corredo formulaico di un genere popolare e se ne serve per costruire un apologo intensamente politico sullo stato del vivere comune oggi. Per certi versi, la storia è semplice e collaudata. Al termine della lunghissima, accidentata migrazione descritta in Qualcosa là fuori verso una sperata salvezza nel nord più estremo, il manipolo di sopravvissuti trova un’altra prigione e non il rifugio e il nuovo inizio che era lecito attendersi. Il quadro sembra famigliare: è la storia dei migranti di oggi, e non si fatica a riconoscerla: il sogno che va in pezzi lungo un confine che si trasforma in un meccanismo di filtraggio. Però quella che racconta Arpaia è anche una vicenda diversa per le variabili che vengono inserite nel paesaggio sociale di una Svezia orwelliana e per certo non edenica. Nel 2078, le nuove gerarchie politiche ed economiche intrecciano l’utilizzo sapiente di alcune risorse tecnologiche – per l’approvvigionamento energetico come per la purificazione delle acque – con la semplificazione politica garantita da un sistema di regole rigidissimo. Anche qui, le parole di Arpaia sono arpioni lanciati al presente: non è forse quello che stiamo già sperimentando ora? Non lo conosciamo bene questo irrigidimento normativo che sostituisce la repressione alla formazione? Anche in Il mondo senza inverno, le regole imposte per legge vengono presentate come provvedimenti giusti: è necessario che i cittadini siano divisi in categorie e che a ogni categoria corrisponda un sistema di diritti (pochi) e un luogo fisico in cui vivere (con le risorse energetiche che ne conseguono). Poco importa se chi è in fondo alla scala – i cittadini C come i prolet di George Orwell e i poveri in crescita numerica di oggi – non hanno di che vivere. La pace sociale si ottiene comunque, sebbene a colpi di maglio, simbolico o fattuale.

Arpaia si inoltra anche in un interessante ragionamento sull’intelligenza artificiale. Essa è l’equivalente di un potere anonimo e inconoscibile, inattaccabile perché non visto e non ben delineato. Con qualche semplificazione, la storia affronta un preciso timore che ci appartiene: che la macchina che controlliamo finisca per controllare noi. Il tema non è nuovissimo nel genere fantascienza e neanche nelle riflessioni teoriche che a esso si agganciano. Dal Manifesto cyborg, di Donna Haraway (1985), molta acqua è passata sotto i ponti, sia in termini di speculazione filosofica che nelle narrazioni connesse. Nel frattempo, i ragionamenti intorno alle conseguenze di una collaborazione tra cibernetica e organismi si sono infiltrati nel vivere quotidiano. Con buona ragione, Arpaia introduce senza esagerare la questione scientifica e si concentra sul “fattore umano” ovvero su chi, tra gli umani, è in grado di violare il sistema e di mostrarne le lacune e i pezzi mancanti.
In questo, Arpaia ci stupisce, rovesciando il concetto che siano gli uomini adulti a occuparsi efficacemente di tecnologia informatica. Non funziona così in Il mondo senza inverno. In una società regolata dall’intelligenza artificiale e dove non esiste intimità, la presidente è donna e il genio informatico che viola il sistema è una ragazzina, Verena, seguita da Miguel, che è poco più di un bambino. E poi c’è Marina, la Ugm (Umana geneticamente modificata: la classe più alta in questa società), che ha abbandonato i suoi pari per schierarsi con i ribelli e animare la resistenza. Marina è l’equivalente di una mezzosangue: nata povera, figlia di una cameriera che è stata pagata per metterla al mondo e regalarla ai suoi padroni, manipolata geneticamente quando era ancora un feto e infine resa superumana da un chip impiantato nel cervello quando aveva dieci o undici anni. “Fatto, era una Ugm – scrive Arpaia. – Bastava essere immensamente ricchi”. Torna a prendere forma, quindi, la rivolta di Calibano, che da Miranda, nella Tempesta shakespeariana, ha imparato a parlare e ora può usare quella lingua per maledire i suoi padroni. Marina conosce il linguaggio e gli strumenti del potere, dunque possiede le doti necessarie per organizzare una rivolta. E lo fa: usa quello che ha imparato per rovinare i suoi padroni.
La variabile impazzita è, appunto, la nuova catastrofe climatica. In un mondo devastato dalla siccità, lo scoppio di un incendio che non si riesce a spegnere fa saltare tutte le sicurezze sociali, mette in crisi governo e resistenza e produce uno scenario di guerra al quale siamo più che abituati. In fuga tra pick up in fiamme, strade devastate dai bombardamenti dei droni, calcinacci e gente che urla, i protagonisti sembrano le vittime civili nelle guerre di oggi. Marta e Ahmed, gli incolpevoli adulti “genitoriali”, traghettano verso una salvezza possibile un manipolo di giovani resistenti che oscillano tra entusiasmo e disperazione.
Questo è forse il nodo per me più importante del romanzo. Erik e Sara, Élodie e Verena, e infine il più piccolo, Miguel, sono raccontati con una sapiente leggerezza difficile da incontrare. E c’è soprattutto nel personaggio di Sara una consapevolezza profonda della condizione delle persone giovani oggi. Mi è sembrato di riconoscere una prospettiva che è anche la mia. Per intenderci, qualche anno fa, mi sono sorpresa a rendermi conto che, nel mio mestiere di insegnante, ripetevo il consueto, devastante mantra degli adulti: fuori di qui, non c’è niente per voi. Ho impiegato tempo a capire che uccidere la speranza è sbagliato, e anche pensare, da adulti, di sapere sempre come andrà a finire. Arpaia trasforma questa considerazione in narrazione: si fa da parte, ascolta, lascia ai ragazzi il loro tempo. In Il mondo senza inverno, Sara è arrabbiata finché accetta di piegarsi all’idea di un futuro chiuso e inospitale. Ci vuol poco in realtà per cambiare questa prospettiva, e lo fa un Ahmed ormai anziano quando reagisce alle parole sconsolate della ragazza e la spinge – lei e gli altri – a non arrendersi. “Non dovete cadere in questa trappole – dice. – Credere che il futuro sia predeterminato”. L’autosabotaggio, suggerisce Arpaia, è figlio di una generazione che non ha saputo creare prospettive, e allora bisogna che le persone giovani se le creino da sole. E che gli adulti che hanno fatto la loro vita e le loro scelte, si mettano da parte, come fanno Ahmed e Marta. Forse farebbe bene la generazione che ha combinato questo disastro a imitarli: non siamo noi la speranza, ma potremmo, come Ahmed e Marta, almeno sostenerla.
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