1963: il processo di Auschwitz

12 Ottobre 2026

Francoforte Venerdì 20 dicembre 1963. È il giorno in cui ufficialmente inizia il processo a cittadini tedeschi implicati nelle pratiche di sterminio sistematico durante la Seconda guerra mondiale. In particolare il processo, non è ai grandi capi – come avvenuto a Norimberga circa venti anni prima (20 novembre 1945 - 1º ottobre 1946) – bensì è a quelle figure che hanno reso possibile il funzionamento a ritmo industriale di una macchina complessa.

Quel giorno in quell’aula, significativamente la sala plenaria del consiglio comunale non l’aula del palazzo del tribunale, non si prende la parola “in nome dell’umanità” come Giulia Gliozzi ha osservato a proposito di Norimberga. A Francoforte, quel giorno, è una società civile che è convocata per rendere conto di sé.

Tra gli imputati, infatti, nessuno ha avuto una funzione diretta, e nessuno individualmente ha deciso. Ma tutti sono stati parte di un sistema che ha funzionato e che ha prodotto il risultato. In altre parole senza di loro la macchina non avrebbe funzionato. A differenza dell’accusa di omicidio individuale, il ruolo di partecipante laterale, o di concorso per l’avvenimento non è un dato minore e non segna un effetto collaterale. È la condizione che ha consentito che quella macchina produttiva di morte funzionasse. Ovvero che il processo, da progetto, divenisse opera compiuta.

Chi ha consentito quel passaggio o che lentamente si prendesse coscienza di quel percorso da rivisitare e da rimettere al centro non solo per “rendere giustizia”, ma per segnare una crescita di consapevolezza civile, è un magistrato – Fritz Bauer (1903-1968) di cui Ronen Steinke nel suo libro Fritz Bauer e il processo ad Auschwitz (Ronzani Editore, 2026) traccia una biografia molto attenta.

Fritz Bauer è l’icona di una professione e di una sensibilità che si forma nel tempo. Ma non è solo una professione o l’esercizio di una professionalità. È la rappresentazione di che cosa significhi funzione pubblica come atto generatore di coscienza civile.

Del resto, è proprio in conseguenza di quel processo e con il permesso di Fritz Bauer che dà l’autorizzazione a utilizzare alcune informazioni dal processo, che nel 1965 Peter Weiss porterà in scena L’Istruttoria, il testo che consente di entrare dentro l’aula di tribunale, ma soprattutto di dare parole ai molti non detti. Ovvero che quelle parole non restino chiuse in un fascicolo giudiziario o siano esclusiva di chi in quell’aula era presente e ha potuto (e soprattutto: ha voluto) ascoltarle.

In questo senso il libro di Steinke è soprattutto l’indagine sulla genealogia di quel processo, sulle domande e sulle azioni che Fritz Bauer compie, spesso in solitudine, comunque controcorrente in un ambiente che all’indomani del 1945 sceglie in gran parte (come del resto è avvenuto in Italia) la continuità dello Stato, espressione quanto mai precisa, coniata e descritta molti anni fa dallo storico Claudio Pavone (proprio in relazione all’ Italia postfascista).

Dunque consideriamo la scena del processo. Per comprenderla proprio nel suo significato pubblico, l’attenzione di Steinke non si fissa sull’apertura ufficiale (e dunque non vediamo cosa accade il 20 dicembre 1963). Perché quella scena divenga la scena, occorre che ci sia qualcuno che la racconti scenograficamente.

Steinke lo fa attraverso le impressioni di uno scrittore, Horst Krüger, che mette piede nell’aula alla ventesima seduta, giovedì 27 febbraio 1964.

Krüger arriva in quell’aula a seduta iniziata, poco prima che il Presidente ordini una pausa di dieci minuti. Così Steinke descrive ciò che Krüger racconta di quel momento:

circa centoventi persone escono dalla sala; gli uomini accendono sigarette e si radunano in piccoli gruppi. L’impressione è quella dell’intervallo di uno spettacolo teatrale: ci si scambia impressioni, si recuperano i cappotti al guardaroba o si compra una Coca-Cola per qualche spicciolo. A un certo punto Krüger chiede a un amico: ma gli imputati dove sono? Al che questi sorride ironico e risponde: gli imputati sono in mezzo a noi. Quattordici di loro, in parte rilasciati su cauzione, sono a piede libero. Non sono isolati dalla folla, non sono sorvegliati da soldati come i ventiquattro criminali del processo di Norimberga né sono rinchiusi in una teca di vetro come Adolf Eichmann a Gerusalemme: stanno lì, senza dare nell’occhio. Alcuni sono seduti su un grande divano in pelle contro la parete dell’atrio, bevono Coca-Cola e Sinalco, fumano sigarette, hanno l’aspetto di uomini bonari e buontemponi. [pp. 149-150]

Ma quella scena nella biografia di Fritz Bauer aveva avuto altri momenti cardine. Uno simbolicamente di rottura e uno relativo alla storia di una generazione. Steinke descrive entrambi con cura e attenzione.

Considero prima quello di rottura su cui Steinke, opportunamente, costruisce il primo capitolo del libro [pp. 11-22]; successivamente considero gli elementi che disegnano un percorso che è certamente molto personale, ma che è anche ascrivibile a una storia di generazione.

Maggio 1960. Un uomo di notte entra nella procura generale di Francoforte; arriva alla stanza di Fritz Bauer. Sul tavolo c’è un fascicolo, bianco, in bella vista. Il fascicolo contiene tutte le informazioni che Bauer ha iniziato a raccogliere sistematicamente dal 1957 su Adolf Eichmann e la sua condizione di vita a Buenos Aires, nonché la rete di protezione e di silenzio che ne garantisce la libertà. L’uomo che entra si chiama Michael Maor, ha 27 anni, ed è un uomo del Mossad. Il suo incarico è fotografare il fascicolo che si trova sul tavolo.

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Fritz Bauer - Wikimedia Commons.

Il fascicolo di Eichmann, il cui contenuto passa quella notte nelle mani del Mossad, – scrive Steinke – non è stato lasciato per caso in bella vista sulla scrivania: è stato Fritz Bauer in persona a far entrare di nascosto il visitatore notturno. Si tratta più di una consegna silenziosa che di un’effrazione, tanto discreta che nessuno lo viene a sapere, nemmeno la più stretta cerchia di giuristi intorno a Bauer. [p. 13]

Perché Fritz Bauer compie questo gesto? La matrice di quell’atto è nella biografia politica e culturale di Bauer, e Steinke la ricostruisce con attenzione nel corso del libro: giovane avvocato e giurista nella Germania della Repubblica di Weimar negli anni della sua crisi e poi nel tempo dell’ascesa al potere e della costruzione del regime totalitario in Germania; poi esponente di un’area resistenziale che prima limitatamente in Germania e poi soprattutto in Danimarca e in Svezia si muove avendo ben presente le scelte e i percorsi che nello stesso tempo caratterizzano l’azione politica del giovane Willy Brand con cui tra 1943 e 1945 collabora alla formazione d un’opposizione unitaria a Stoccolma (con Brandt fonda e dirige nel gennaio 1945 il periodico “Sozialistische Tribüne” (che uscirà fino alla metà del 1946, che nel primo numero pubblica un intervento di Ignazio Silone sulla verità riprendendo il tema proposto nel suo Fontamara); infine il ritorno complicato nella Germania postnazista, caratterizzato dalla profonda insoddisfazione con cui un paese complessivamente si rifiuta di fare i conti con il proprio passato (a dispetto di una vulgata odierna che lo accredita invece come volto a non nascondere niente).

Quella scelta nella primavera 1961 si colloca in questo percorso che Steinke suddivide in tre momenti distinti.

Il primo momento è costituito dalla rapida ricostruzione del contesto e della personalità della famiglia di Bauer [pp. 23-41]. Una famiglia ebraica sostanzialmente orgogliosamente tedesca (la famiglia, originaria di Tubinga, al momento della sua nascita vive a Stoccarda) espressione di una borghesia commerciale ebraica che nella storia della sua identità tedesca vede rispecchiare la propria emancipazione secondo un profilo che è proprio del mondo ebraico-tedesco integrato nel tempo della Germania guglielmina (la famiglia Scholem ha una storia simile).

Il secondo momento è costituito sia dalla sua scelta professionale di giudice; poi dalla sua esperienza concentrazionaria tra 1933 e 1935, infine la sua esperienza di fuoriuscito fino al suo rientro in Germania nel 1949 [pp. 43-103].

Queste tre diverse fasi sono destinate, in maniera distinta, a dare forma a vari aspetti della sua personalità professionale e culturale. La prima lo rende sensibile all’antisemitismo e al nazionalismo discriminativo su cui si fonda il senso comune del «bravo cittadino tedesco» ligio e fedele al sistema politico; della seconda conserva il ricordo della dinamica di mobilitazione e di obbedienza, comunque di conformismo, della società civile e degli apparati volti al controllo e al “rispetto della legge”; del terzo deriva, più che la memoria dei conflitti interni all’opposizione e alle molte anime del fuoriuscitismo antinazista, la necessità di ripensare complessivamente gli apparati sociali ed economici una volta che sia stata abbattuta la dittatura, come scrive tra 1947 e 1948, alla vigilia del suo rientro in Germania [p. 95 e sgg.].

Il precipitato di questa convinzione si misura con le inerzie di una trasformazione mancata. Il segno di quella non volontà che riconosce nel senso comune della Germania post-1945, Bauer lo misura nel processo che nel 1952 lo contrappone a Otto Ernst Remer.

Possiamo sintetizzare la scena così: da una parte dunque l’ebreo tedesco, prima internato nei campi, poi esule, poi tornato; dall’altra il maggiore e comandante che comandava il reggimento di guardia a Berlino nei giorni dell’attentato a Hitler (20 luglio 1944) che protegge gli uomini del regime (Goebbels in testa) da eventuali attacchi. Dunque da una parte la Germania perseguitata dal nazismo, dall’altra la Germania orgogliosa della sua fedeltà alla Germania, qualunque sia il suo governo e per questo volta a condannare gli attentatori del 20 luglio come traditori della patria. “Il tribunale – scrive Strinke – è quindi chiamato a discutere se (la convinzione? L’affermazione? che) gli attentatori del 20 luglio 1944 furono dei traditori (come sostiene Remer, confortato da un’opinione pubblica che gli dà ragione), corrisponda o meno alla verità: è questa la questione centrale” [pp. 114-115].

La sentenza non deciderà sostanzialmente, ma quello che inizia a cambiare è un sentimento nell’opinione pubblica: “prima dell’inizio del processo, solo il 38% dei tedeschi approvava le azioni dei militanti della Resistenza; alla fine di quell’anno, turbolento sotto il profilo della memoria storica e iniziato proprio in quell’aula di tribunale di Braunschweig, la percentuale e già salita al 58%”. [p. 116].

Ma ancora non c’è la disponibilità ad aprire un percorso di autoriflessione.

Quel percorso di autoriflessione è segnato dalla requisitoria che Bauer pronuncia contro Remer. La questione, dice Bauer, non è aver tradito la patria, ma cogliere il valore civile della disobbedienza. Categoria che Bauer svolge a tre livelli nella sua requisitoria. Nell’ordine:

il primo: la disobbedienza a leggi disumane è propria della cristianità;

il secondo: la disobbedienza al tiranno ha un carattere patriottico;

il terzo: l’opposizione a un tiranno è qualcosa di profondamente radicato nella tradizione tedesca.

Su questo terzo punto – il diritto di resistenza al tiranno da parte del popolo – la citazione che utilizza Bauer è quanto mai tagliata sul suo pubblico. La riprende infatti dal Guglielmo Tell di Schiller, laddove dice: “No, anche il potere del tiranno ha un limite. Quando l’oppresso non trova giustizia quaggiù, quando il peso diventa insopportabile, allora stende la mano al cielo e si riprende i suoi eterni diritti che stan sospesi lassù inalienabili e incorruttibili come le stelle. Le cose tornano allora allo stato di natura e l’uomo sta di fronte all’uomo; da ultimo, se null’altro rimane, gli resta la sua spada... Noi dobbiamo difendere il supremo dei beni contro la prepotenza” [Guglielmo Tell, p. 40].

Che questa arringa abbia il suo effetto sulla sentenza che condanna Remer è probabile, ma è molto più significativo il processo che Bauer avvia. Fare i conti col passato non può essere delegato a una funzione riparativa del diritto. Questo può tornare ad affermarsi se e solo se produce un percorso di carattere rigenerativo, ovvero se abbandona il concetto di giustizia come riparazione del torto subito e avvia un processo di rifondazione del patto pubblico.

Per farlo non si tratta solo di riconoscere la necessità di questo percorso, ma di fondarne la legittimità prendendo la misura di che cosa hanno significato in termini di violazione del diritto il sopruso e la violenza precedentemente esercitati e rivolti contro altri.

Tutto il percorso che si avvia a Francoforte nell’inverno 1963-1964 da cui siamo partiti ha fondamento solo se mette sul tavolo una scommessa che non affida il futuro a una sentenza, ma se fa di quel percorso che produce una sentenza, un momento costruttivo di etica pubblica che implica, appunto, fare un bilancio di ciò che è accaduto in precedenza.

Quel percorso tuttavia se anche caratterizza una svolta nella generazione postbellica che negli anni’60 chiede di fare i conti per davvero con ciò che il nazismo era stato, non implica e non significa che siano abbattute le resistenze a promuovere quel processo non solo genericamente nella società civile, ma anche più specificamente nel mondo della giustizia all’interno del quale Fritz Bauer si trova ad operare e dove anche la mutazione di quella domanda di fare i conti per davvero e radicalmente con il passato, rimane marginale o non modifica sostanzialmente una convinzione diffusa.

Detto diversamente: quella continuità dello Stato da cui aveva preso le mosse e fondato l’indifferenza post 1945, pur ridiscussa, non è radicalmente rimossa. E infatti Bauer negli anni successivi (fino alla morte) continua nei fatti a rimanere solo, o a rappresentare una minoranza [p. 201 e sgg.]. La continuità dello Stato non è solo una storia italiana.

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