Walter Hunt : l’uomo che inventava il futuro

12 Settembre 2026

L’Italia del 1878, ben prima di Las Vegas, ancora di là da venire, aveva scoperto la luce elettrica. In quell’ultimo scorcio di XIX secolo, per celebrare la vittoria della modernità che avanzava, così come le meraviglie della scienza e dell’industria (nell’autunno di quell’anno, al Teatro Dal Verme di Milano, si erano tenute una serie di prove di illuminazione a luce elettrica), un noto coreografo, danzatore, attore e mimo, tale Luigi Manzotti – uno che, secondo i giornali dell’epoca, se lo si incontrava per strada lo si poteva scambiare per un sagrestano, per un droghiere, un sensale, tutto fuorché un artista – pensò bene di mettere in scena, di lì a poco, uno “spettacolo elettrico”: una sorta di omaggio alla prima lampadina a incandescenza che, proprio in quel 1878, il poliedrico inventore Thomas Edison stava perfezionando negli Stati Uniti.

Manzotti – precorrendo gusti e cliché colossal alla Cecil B. De Mille, il “regista monumento” il cui nome è sinonimo di produzioni epiche – studiò una maestosa coreografia che, accompagnata da musiche incalzanti, si snodasse tra fuochi d’artificio e cariche di ballerine-bersagliere che raccontavano e esaltavano le grandi invenzioni dell’epoca: dal battello a vapore di Dionigi Papin, professore all’Università di Marburgo, a cui spetta anche il palmarès per la pentola a pressione, alla pila di Alessandro Volta, al sistema telegrafico elettrico di Samuel Morse, alla lampadina di Thomas Edison, appunto. Praticamente un assaggio di globalizzazione avanti lettera.

Lo spettacolo, battezzato Ballo Excelsior, fu messo in scena a Milano in occasione delle manifestazioni per l’Esposizione Nazionale e debuttò al Teatro alla Scala l’11 gennaio del 1881. Il Corriere della Sera scrisse: «È il paradiso, il trionfo dell’umanità incivilita, una festa del pensiero, ricco e splendido. Lo spettacolo è molto patriottico, tanto che pure la sala è piena di lampadine e bandiere tricolori, si vuole esaltare l’avvento di un mondo in cui regnano modernità e pace». L’incasso di seimila lire fu straordinario per l’epoca; per la cronaca, lo spettacolo restò in cartellone per 103 serate consecutive.

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Il Gran Ballo aveva in sé, allo stato embrionale, tutti i germi del più sfrenato americanismo: voglia di modernità, di progresso, di nuova età dei lumi. Allo stesso tempo metteva a nudo l’innata esterofilia di un’Italia che, intorno a quel 1880 si affacciava sul proscenio internazionale e che tendeva a ispirarsi a più di un modello: il parlamentarismo inglese, il militarismo prussiano, l’accentramento francese.

E se dalla Francia, l’Italia di fine Ottocento importerà modelli di vita borghese (il feuilleton e la moda, il café chantant e la vasca da bagno), dall’America riceverà, col tempo, tecnologia e brevetti: mieti-falciatrici, lega-paglia, fosfati, fertilizzanti, fonografi, ventilatori, macinini elettrici, fornelli, locomotive elettriche, celluloide. E poi: ferri da stiro, serrature Yale, rasoi di sicurezza Gillette, cerniere lampo. Senza dimenticare stilografiche, campanelli elettrici e cartucce metalliche (usate per la prima volta nella guerra di secessione).

Molte di queste voci – sicuramente stilografiche, campanelli e cartucce – portavano la firma di un uomo che in patria non avrebbe mai ottenuto il riconoscimento che aveva inseguito per tutta la vita: Walter Hunt. Quacchero, nato povero nel 1796, quando gli Stati Uniti erano ancora un Paese giovane e in gran parte rurale, morto ancora povero nel 1859, Hunt è stato uno dei più prolifici inventori dell'epopea americana. Ha attraversato la prima metà dell’Ottocento come un uomo costantemente in anticipo sui tempi, creatore fra l’altro della spilla da balia e di una delle prime macchine da cucire. Eppure, oggi quasi nessuno lo ricorda.

Della sua storia, e soprattutto della sua sfortuna, si è occupata Eleonora Marangoni, che in L’imperdibile (Feltrinelli) – Premio Viareggio-Rèpaci 2026 per la narrativa – ha seguito le tracce di Hunt lungo le strade d’America, restituendo il ritratto di un uomo che, in un modo o nell’altro, si è sempre lasciato scivolare tra le dita le proprie geniali invenzioni.

Più che procedere secondo le convenzioni del romanzo classico, la ricostruzione di Marangoni sembra avere il ritmo e lo sguardo di un docu-film d’autore, in cui, come in un montaggio cinematografico, il passato, il racconto della vita di Hunt, si alterna e si lega al viaggio fisico dell’autrice attraverso gli Stati Uniti alla ricerca di documenti, luoghi, archivi e ricordi di testimoni lontani. Un mondo ricostruito, quasi per via antropologica, fatto di vita familiare e di impegni quotidiani, di miseria e di brevetti contesi.

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L’America che si arrangia

Walter Hunt appartiene a quella particolare fauna dell’America della prima rivoluzione industriale composta da artigiani e tecnici improvvisati, visionari e uomini capaci di passare con sorprendente naturalezza dal banco di lavoro a un’intuizione destinata a cambiare la vita quotidiana di milioni di persone. Ma, più ancora, è figlio di un’America che aveva fatto della capacità di arrangiarsi una necessità prima ancora che una virtù. L’America della frontiera era un Paese sterminato, in continua espansione, dove spesso bisognava sapersela cavare da soli: riparare un attrezzo, costruire una macchina, escogitare una soluzione quando quella disponibile non funzionava. L’inventore nasceva quasi spontaneamente da questa necessità quotidiana di arrangiarsi.

Del resto, l’archetipo era già lì, alle origini della nazione, e aveva il volto di Benjamin Franklin: stampatore, editore, scienziato, inventore, l’uomo del parafulmine e delle lenti bifocali, ma soprattutto l’incarnazione di un sapere che non separava la teoria dalla pratica. Da quella stessa tradizione escono, nell’Ottocento, figure come Samuel Colt, che trasforma un’idea meccanica in una delle armi più celebri della storia americana, Horace Smith e Daniel B. Wesson, artefici e inventori prima ancora che fondatori di un’industria, e, qualche decennio più tardi, Orville e Wilbur Wright, due fratelli che gestiscono un negozio di biciclette a Dayton, nell’Ohio, e finiscono per insegnare agli uomini a volare. Storie diverse, ma accomunate dalla stessa convinzione: che un problema possa essere risolto costruendo qualcosa che prima non esisteva.

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Hunt è parte di questa stirpe. Con una differenza fondamentale: mentre altri riescono a trasformare le proprie intuizioni in imprese, brevetti e fortune, lui sembra condannato a lasciarsi sfuggire tutto. Inventa, brevetta, vende, rinuncia, ricomincia. E quasi ogni volta qualcun altro riesce a fare, con le sue idee, quello che a lui è sempre mancato: trasformarle in denaro e in successo.

Il suo catalogo personale si allarga in ogni direzione possibile: una campana azionata col piede per i cocchieri di New York, un affilacoltelli da cucina con tanto di protezione per la mano, un calamaio con un piccolo galleggiante di sughero che chiude da solo l’apertura del tubo, una barca capace di rompere il ghiaccio dei fiumi in inverno, un fucile a ripetizione che diventerà, per vie traverse, l’antenato del Winchester. Perfino un copricolletto di camicia usa e getta, in carta, che dopo la sua morte si venderà a centinaia di migliaia di pezzi l’anno – un successo commerciale che Hunt non farà in tempo a vedere. Un elenco, seppure parziale, delle sue invenzioni si può trovare sul sito dello Smithsonian.

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Una su un migliaio

L’ufficio brevetti di Washington, a quell’epoca, era forse il miglior punto d’osservazione per capire da dove spuntassero tutti quegli inventori. La scrittrice inglese Frances Trollope, in viaggio negli Stati Uniti tra il 1827 e il 1831, lo descrive così nel suo reportage Le maniere degli americani (riproposto da La Torre Nera, 2020): «L’ufficio è una curiosa testimonianza della fertile mente umana. Vi è conservato un numero enorme di modelli di tutte le invenzioni meccaniche che sono state prodotte nell’Unione. Chiesi all’impiegato che ce le mostrava in che proporzioni fossero utilizzate, e lui rispose “una su un migliaio”. Ci spiegò che le invenzioni arrivavano principalmente da meccanici e agricoltori che abitavano in remote parti del Paese, i quali provavano a costruire macchinari che li avrebbero aiutati a “cavarsela” senza dover farsi spedire da migliaia di miglia l’attrezzo di cui avevano bisogno. Se il macchinario funzionava, si inorgoglivano della propria opera al punto di portarla a Washington per farla brevettare».

Ma proprio mentre quelle invenzioni si moltiplicavano, il mondo dei brevetti cominciava in America a trasformarsi in un campo di battaglia legale tanto quanto tecnico. A ogni nuova registrazione poteva corrispondere una disputa sulla paternità: chi aveva avuto per primo una certa idea, chi l’aveva trasformata in un oggetto funzionante, chi poteva rivendicarne i diritti.

È il caso, tra i più noti, delle lunghe battaglie che accompagnano proprio la nascita dell’industria della macchina da cucire, e che vedono contrapporsi inventori come Elias Howe e Isaac Singer – e, sullo sfondo, lo stesso Walter Hunt, che una macchina da cucire l’aveva costruita per primo, già negli anni Trenta dell’Ottocento, anticipando alcune delle soluzioni destinate a imporsi in seguito. Il fatto è che non l’aveva brevettata. Perché?

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A questo proposito, le motivazioni, i “si dice”, si accavallano. Sarà perché Hunt era preso da altri affari, da altre invenzioni impellenti, sarà perché non aveva il denaro necessario per completare la documentazione del brevetto. O forse, più semplicemente, sarà perché era cresciuto nella tradizione quacchera, dove l’operosità non era separabile dalla responsabilità verso gli altri – un’educazione che lo rendeva permeabile alle preoccupazioni di moglie e figlia, che di cucito vivevano anch’esse, e che nella nuova macchina intravedevano una minaccia al proprio lavoro e a quello di numerose altre sarte.

Un timore che pochi anni prima, in Francia, aveva già avuto un precedente drammatico, quello del sarto Barthélemy Thimonnier, inventore di una macchina che, sullo stesso principio dell’uncinetto, annodava il filo in modo che la cucitura non si sfilasse. Thimonnier si era salvato a mala pena da una folla di colleghi inferociti che, convinti che quella diavoleria li avrebbe lasciati senza lavoro, avevano assaltato e distrutto la sua fabbrica. E non era nemmeno la prima volta che accadeva in Francia: già nel 1707 i barcaioli del fiume Fulda avevano distrutto il battello a vapore di Denis Papin, per la stessa paura di restare senza lavoro.

Libera nos a labore

La vicenda francese non spiega necessariamente la scelta di Hunt, ma rende più comprensibile il dilemma che aveva davanti: che cosa accade quando un’invenzione destinata a semplificare il lavoro rischia, almeno nell’immediato, di togliere il lavoro a chi lo svolge? È una domanda che, quasi due secoli dopo, torna nelle discussioni sull’intelligenza artificiale: cambia la macchina, ma non il timore di chi si chiede se il progresso tecnico, mentre promette di liberarci dal lavoro, non finisca per liberarsi di noi. Dentro la storia di Hunt c’è oltretutto una contraddizione: com’è stato possibile che un uomo capace di immaginare il futuro non abbia saputo trovare un posto nel futuro che aveva contribuito a costruire?

In America, annota Marangoni «se sei un genio, prima o poi diventi milionario – altrimenti sei solo un eccentrico con troppi grilli per la testa, di cui restano solo gli aneddoti che l’ufficio del turismo della tua città natale tiene pronti per non farsi cogliere impreparato. Se, come ha scritto qualcuno, la definizione di stupidità è fare e rifare la stessa cosa aspettandosi risultati diversi, allora Walter Hunt è stato tra gli uomini più stupidi che abbiano mai abitato questo pianeta. Ma è davvero così? E i geni, anche loro non sono come gli innamorati e i pazzi: non fanno e rifanno forse lo stesso gesto, ogni volta lo stesso, dieci, cento, mille volte, finché non c’è più tempo, né per loro né per nessun altro, finché non si accorgono di aver sacrificato, in nome di quel gesto, una vita intera?».

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