La Balena in mostra

29 Novembre 2025

Fin da piccoli l’immaginario della balena ha attraversato i nostri cuori grazie alla lettura di L’avventura di Pinocchio. Storia di un burattino, scritto da Carlo Collodi, pseudonimo del giornalista Carlo Lorenzini, nel 1883. Nel racconto la balena è protagonista, come lo è in Moby Dick che lo scrittore americano Herman Melville scrive nel 1851, poi adattato come sceneggiatura del capolavoro di John Huston, con l’interpretazione magistrale di Gregory Peck. Due libri che hanno segnato l’immaginario di bambini il primo e di adulti il secondo. Quello di Melville è il riferimento culturale della mostra Moby Dick. Storia di un mito dall’antichità all’arte contemporanea, a cura di Ilaria Bonacossa, Marina Avia Estrada della TBA21 Thyssen-Bornemisza Art Contemporary, con Michela Murialdo, in corso al Palazzo Ducale di Genova.

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Subito all’ingresso lo spettatore viene accolto da Ossi, una scultura di Claudia Losi che modella con l’argilla tre costole di un crostaceo unite alla sommità per formare una sorta di rifugio. Nella stessa stanza Emilio Isgrò cancella in Call me Achab le pagine del libro di Melville. In questo modo l’artista lavora sul linguaggio visivo delle pagine per destrutturarlo e formarne uno nuovo scegliendo il nero e il bianco, quest’ultimo disegna frammenti di una balena mentre si immerge. Un’opera fortemente simbolica. A proposito del testo americano, Bonacossa scrive nel catalogo che Moby Dick è “enciclopedico, intimo, un manuale di saperi scelti in maniera indipendente e anticonformista, che non ebbe alcun successo fino al secolo successivo, forse perché troppo moderno, un romanzo capace di attraversare i confini storici e geografici per raccontare i limiti dell’essere umano di fronte all’ignoto”.

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Questo tema ricorre per tutta la mostra, evitando il più popolare romanzo di Collodi, un’assenza poco comprensibile, trasformato in uno sceneggiato per la tv diretto da Luigi Comencini e interpretato da Nino Manfredi (Geppetto) e Gina Lollobrigida (la fata turchina). Moby Dick nelle intenzioni delle curatrici assume un ruolo più politico che fiabesco, perché evoca il rapporto tra uomo e natura, per la caccia alle balene, metafora dell’egoismo di Achab e della prevaricazione umana sugli animali e sul contesto ambientale. In questo discorso sullo sfruttamento a fini commerciali delle balene si sofferma l’opera video Vertigo Sea di John Akomfrah che affronta anche i temi della migrazione e del cambiamento climatico. Qui l’artista utilizza immagini d’archivio, riprese naturalistiche, attraversando il tempo e lo spazio per rivelare il timore e l’orrore della relazione tra il genere umano e l’acqua, dove le balene sono le protagoniste con le loro immersioni ma anche quando vengono trainate sui pescherecci. Una installazione composta da tre schermi che coinvolge sensorialmente lo spettatore immergendolo nell’ambiente marino e portandolo a riflettere sul senso di vivere e occupare il mare con un atteggiamento predatorio.

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Ogni stanza del Ducale affronta un tema diverso ma connesso alla storia scritta da Melville, mediata da una sommatoria di materiali diversi: mappe, dipinti, disegni, giochi, diverse edizioni del libro. Elementi che trovano collocazione nella stanza del collezionista, nonostante un allestimento poco riuscito per l’uso di “gabbie” di legno e rete metallica, scelta ecologica per non usare il plexiglass, ma che impedisce una chiara visione delle opere in esse contenute. Tuttavia, proprio questa stanza è una delle più interessanti, proprio perché vi sono concentrati tanti oggetti diversi a partire dalle stampe di Hokusai, i fumetti dedicati alle balene, il gioco da tavolo Moby Dick, le fotografie e i dipinti. Se da una parte c’è una necessità di prelevare opere dalle collezioni dei musei genovesi pubblici, il Castello d’Albertis Museo delle culture, il Museo di Storia Naturale Giacomo Doria, la Wolfsoniana, il polo di Strada Nuova, il Galata Museo del Mare e il Museo di Arte Contemporanea Villa Croce, dall’altra, non passa inosservato il lavoro di ricerca per individuare altre opere e reperti in istituzioni come l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, il Museo delle Civiltà di Roma, il Museo e Real Bosco di Capodimonte a Napoli, insieme a fondazioni e collezioni private.

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Questo dimostra quanto sia importante fare rete che, una figura come Bonacossa, aveva già attivato nella sua precedente esperienza di curatrice del genovese Museo di Arte Contemporanea di Villa Croce, nato nel 1985 dopo il Castello di Rivoli, primo centro del contemporaneo in Italia. Il percorso espositivo prosegue nell’affastellamento di materiali e installazioni, tra cui spicca il capitolo dedicato alla Bianchezza della Balena, in cui Ismaele riflette sul significato metaforico del bianco e della ricerca dell’infinito che solo in particolari condizioni di luce il mare appare, appunto, bianco in continuità con il cielo. Un bianco che abbaglia, come la nebbia, come la balena. Non è un caso che il bianco sia preso dagli artisti come elemento centrale della loro ricerca, ad esempio nel lavoro di Agostino Bonalumi e nello splendido scheletro di balena, fatto di frammenti ossei, di Pino Pascali. Se il design con la poltrona Moby Dick, progettata da Alberto Rosselli, viene rappresentato, l’architettura è presente unicamente con la tolda della nave Pequod disegnata da Renzo Piano per l’allestimento della pièce teatrale di Vittorio Gassman. L’attore genovese porta in scena il testo di Melville nella piazza delle feste, sotto la tensostruttura progettata da Piano e Peter Rice, in occasione della serata inaugurale dell’esposizione colombiana del 1992. Proprio in quel porto vecchio recuperato dall’amico Piano. Un momento importante per la città che riconquista il suo rapporto ancestrale con il mare, fino ad allora negato dalle attività portuali; un rilancio economico e sociale per Genova. Tuttavia salta all’occhio l’assenza della balena in cemento con la bocca aperta, progettata da Marco Zanuso a Collodi (brevemente citata nel catalogo da Matteo Fochessati), per il parco dedicato a Pinocchio (1956-1972). Una invenzione che l’architetto milanese ha elaborato insieme allo scultore Pietro Consagra, autore delle sculture dei personaggi del libro. Un luogo, alla cui realizzazione partecipano, con le loro opere, anche l’architetto Giovanni Michelucci, lo scultore Emilio Greco, il paesaggista Pietro Porcinai. Così la balena di Zanuso diventa uno spazio in cui adulti e bambini entrano per compiere una esperienza all’interno del ventre dell’animale per poi uscire dalla bocca, come farà Geppetto. Un’altra assenza è la casa Saldarini, dalla forma di balena, realizzata nel 1962 dall’architetto Vittorio Giorgini nel golfo di Baratti. Se si voleva creare una sinestesia delle arti in parte non è riuscito, dimostrando quanto l’architettura in certi ambiti non venga considerata. C’è sempre un sentimento di autonomia dei curatori di arte contemporanea nei confronti dell’architettura per poi “usarla” strumentalmente come, recentemente, ha fatto il direttore di Artissima, Luigi Fassi, nella citazione della Earthship di Buckminster Fuller che, tuttavia, non trova riscontro nelle opere degli artisti in fiera. Tornando alla mostra genovese si rileva la presenza dell’americana Joan Jonas, che già negli anni settanta aveva fatto una performance a Genova, ma in questa occasione ci fa riflettere con Moving Off the Land IV.
 

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“Jonas – scrive la critica Anna Daneri – usa il proprio corpo come supporto e attraverso una serie di movimenti circolari l’alter ego cetaceo, rappresentato da un occhio spiraliforme”. Questo insieme di suggestioni e immaginari ci aiuta a comprendere il rapporto tra noi, il mare e gli esseri viventi che lo abitano, evidenziando la dimensione politica delle scelte curatoriali. Questa mostra proietta Palazzo Ducale come spazio per il contemporaneo al posto della morente Villa Croce, il cui futuro è incerto, e allo stesso dimostra quanto siano piccoli gli ambienti dell’appartamento del doge che la ospita. L’arte contemporanea ha bisogno di spazi diversi, d’altronde si continua a organizzare mostre nei palazzi antichi, piuttosto che costruire architetture contemporanee o riusare spazi industriali inattivi.
Moby Dick. Storia di un mito dall’antichità all’arte contemporanea avrebbe meritato una suddivisione tematica anche negli altri spazi del munizioniere e del sottoporticato, per consentire una migliore percezione delle opere, evitando una densità di opere in spazi ristretti. L’occupazione del Palazzo Ducale, è avvenuto in due occasioni quando si è trattato di mostre enciclopediche. La prima mostra è stata Viaggio in Italia. Un corteo magico dal ‘500 al ‘900, a cura di Giuseppe Marcenaro e Piero Boragina, organizzata per la riunione del G8 nel 2001 che ha portato gli spettatori a seguire il filo dell’esposizione in tutti gli spazi interni. Diverso è per l’altra mostra, Arti e Architettura 1900-2004, curata da Germano Celant con Anna Costantini per Genova capitale europea della cultura. In quella occasione sia gli spazi interni che quelli esterni antistanti il Ducale furono allestiti, ma fu tutta la città ad essere “occupata”, nelle sue piazze, dalle opere degli artisti. Una dimostrazione di potenza culturale che afferma quanto il Ducale possa essere un vero palazzo della cultura. D’altronde, non dobbiamo dimenticare che gran parte della storia dell’arte contemporanea più significativa è passata prima da Genova, basta pensare agli artisti americani (Matta-Clark, Jack Smith, Allan Kaprow, Joan Jonas, John Cage) che prediligevano la Superba.

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