Giancarlo Lunati, un manager

Tra Croce e Olivetti

Giancarlo Lunati accoglieva il visitatore nel salotto della sua abitazione milanese dalle parti del Tribunale mostrandogli le foto di Benedetto Croce e Adriano Olivetti, insieme a una targa che celebrava la tiratura record raggiunta da «Il Sole 24 ore» negli anni della sua gestione. Tre simboli a ricordare le principali tappe di una vita ricca di impegni professionali e di occasioni culturali. Dichiarava che «un manager deve avere curiosità intellettuali, deve cercare di non essere mai troppo settoriale». Una certa bruschezza monferrina (era nato a Rivarone nel 1928) lo induceva ad andare al nocciolo delle questioni che riguardavano il suo passato olivettiano, affermando che quello che aveva da dire lo aveva scritto in Con Adriano Olivetti alle elezioni del 1958. Come dargli torto? Nella ricca memorialistica olivettiana, un filone forse non ancora estinto, il libretto di Lunati ha il pregio di fondere riflessione e ricordo, oltre al fatto di essere stato scritto in un periodo, gli anni Ottanta, in cui il mito di Adriano Olivetti era in una fase declinante e andavano spegnendosi gli echi di una stagione irripetibile.

 

Lunati arriva in Olivetti nel 1955, ma ha già percorso un cursus honorum di tutto rispetto: una laurea in filosofia a Pavia (dove ha come maestri Enzo Paci, Gustavo Bontadini, Ludovico Geymonat) nel 1951 gli apre le porte dell’Istituto Italiano di Studi Storici di Napoli. Il padrone di casa, l’anzianissimo Benedetto Croce, un “monumento” nel ricordo di Lunati, lo accoglie porgendogli la tesi pavese sul giovane Hegel tutta postillata, e così lo incita: «Continuate ad essere critici, voi giovani, solo così si può andare avanti, altrimenti non c’è progresso». Qui, in un ambiente molto stimolante, conosce e intesse rapporti con le giovani promesse della storiografia e della filosofia italiana: Gennaro Sasso, Rosario Romeo, Giuseppe Giarrizzo, Raffaello Franchini, Francesco “Chinchino” Compagna, Vittorio de Caprariis. Qui incontra anche colei che diventerà sua moglie, Maria Pia Figurelli, allieva di Amedeo Maiuri e tra le frequentatrici di Palazzo Filomarino, sede dell’Istituto, nonché abitazione di don Benedetto. Conclude il ciclo di studi a Pisa, perfezionandosi con Delio Cantimori. Nel frattempo ha cominciato a collaborare a «Lo Spettatore italiano», la bella rivista a metà tra cultura e società fondata da Elena Croce e da Raimondo Craveri e finanziata principalmente da Raffaele Mattioli, che Lunati aveva conosciuto in veste di promotore dell’Istituto napoletano. È proprio un articolo sui nascenti problemi della partitocrazia a richiamare l’attenzione di Olivetti che vuole conoscerne l’autore. Dopo un colloquio, Lunati è subito assunto e, come da prassi olivettiana, compie una rapida formazione attraverso i vari settori dell’azienda e la partecipazione a un’estemporanea Scuola quadri del Movimento Comunità animata a Ivrea da Umberto Serafini. Sono passati dieci anni dalla fine della guerra e Adriano Olivetti è nel pieno del suo slancio creativo: le macchine per scrivere sono ormai diffuse in tutto il mondo, i negozi Olivetti diventano gli ambasciatori di un nuovo stile italiano, Ivrea è luogo di pellegrinaggio di industriali, politici, intellettuali che vengono a osservare i segreti del welfare olivettiano e scorgono in una cittadina di 20.000 abitanti della provincia piemontese i primi segni della nostra affluent society.

 

Il 1955 è anche l’anno in cui l’Italia finalmente si accorge della straordinaria avventura olivettiana. In viaggio per il Belpaese per conto della Rai, Guido Piovene giunge a Ivrea nel mese di gennaio. Le antenne sensibili dello scrittore vicentino captano con buona esattezza, oltre alle esperienze, le intenzioni di Olivetti. In giro per l’azienda Piovene nota «un certo estetismo industriale, una preziosità novecentista nell’architettura, negli uffici». Ivrea vive in quegli anni una irripetibile stagione culturale, ispirata da Geno Pampaloni e alimentata tra gli altri da Libero Bigiaretti, Luciano Codignola e con significative incursioni, come organizzatore di mostre, da Giovanni Testori. È in quel torno di tempo che nasce il mito della Olivetti.

In questi ultimi anni mi è capitato di intervistare alcuni dei collaboratori di Adriano Olivetti. In tutti è indelebile il ricordo del primo incontro, una conversazione in cui Adriano si informava sugli ultimi libri letti o sulle radici famigliari, per risalire all’ambiente sociale in cui chi gli stava davanti era cresciuto, per coglierne le inclinazioni più che le competenze. Molti hanno ricordato l’azzurro chiarissimo dei suoi occhi, la sua gentilezza e la sua determinazione. Con un disegno che andava modellando giorno per giorno Olivetti stava reclutando una nuova classe dirigente sia nel lavoro più direttamente aziendale sia nelle attività sociali e culturali, oltreché nella costruzione di una via italiana all’estetica della modernità. Per la Olivetti di Adriano lavorarono Franco Momigliano e Luciana Nissim, Franco Fortini, Geno Pampaloni, Carlo Doglio, Giorgio Soavi, Egidio Bonfante, Libero Bigiaretti, Marcello Nizzoli, Luciano Codignola, Paolo Volponi e la futura moglie Giovina, Riccardo Musatti, Giovanni Giudici, Ettore Sottsass, Giovanni Pintori, Cesare Musatti, Francesco Novara, Ottiero Ottieri, Franco Ferrarotti, Gian Antonio Brioschi, Luciano Gallino, Gianluigi Gabetti, Nerio Nesi, Massimo Fichera, Roberto Guiducci, Muzio Mazzocchi Alemanni, Franco Tatò, Guido Rossi, Giuseppe Motta, Furio Colombo, Rigo Innocenti; per le Edizioni di Comunità e per la rivista «Comunità» responsabile era Renzo Zorzi e con lui c’erano Luciana e Marisa Bulgheroni, Mauro Calamandrei; per le architetture, i negozi e gli allestimenti furono chiamati a collaborare, alcuni già dall’anteguerra, BBPR, Franco Albini, Luigi Cosenza, Luigi Figini e Mario Pollini, Carlo Scarpa, Ignazio Gardella, Leo Lionni, Mario Ridolfi, Eduardo Vittoria, Emilio Aventino Tarpino, Marco Zanuso; per le attività sociali, più o meno direttamente finanziate da Olivetti: Annamaria Levi, Angela Zucconi, Friedrich Friedmann, Magda da Passano, Albino e Leonardo Sacco, Francesco Gnecchi Ruscone. È un elenco impressionante quanto incompleto, che tralascia le attività legate all’urbanistica o alle riviste di ispirazione olivettiana come «Metron», «Zodiac», la stessa «Urbanistica». Un coagulo di personalità diversissime, dalle provenienze sociali e culturali tra le più disparate. L’embrione di una futura classe dirigente, unita dalla personalità di Olivetti che era soprattutto alla ricerca di homines novi, la generazione nata intorno agli anni Venti, per costruire “un mondo che nasce”, per citare il titolo del primo editoriale della rivista «Comunità» (1946).

 

«Attorno a lui si era addensata un’atmosfera chiacchierona, tra il pettegolezzo e le indiscrezioni. C’era chi sapeva di più e chi era ansioso di sapere. Un sistema che si regge sul progetto è tutto sbilanciato in avanti e le domande perciò fioriscono spontanee, inevitabili. I tecnici della fabbrica temevano gli intellettuali, questi sottovalutavano i tecnici (...) Comune a tutti era quel contagio del gusto a immaginare il nuovo e la voglia di fare». Lunati cerca il tratto comune di un progetto tanto ambizioso quanto isolato nell’Italia degli anni Cinquanta e deve risalire alla persona di Adriano: «Come credere che uno stesso uomo, tanto concreto nella sua principale attività, fosse un visionario nelle altre?». Pur sfiorato dall’idea di utopia – una facile etichetta che isolerà l’esperimento olivettiano negli anni che seguono la morte di Adriano – Lunati intravede un collegamento tra azienda e attività culturali, tra i pioneristici servizi sociali e l’urbanistica, tra l’estetica della modernità e una formidabile rete commerciale che induce a nuovi consumi e conclude: «Potrei dire in definitiva che l’elemento unificante, che guidava i suoi progetti e le sue decisioni era lo spirito religioso». Interessante anche il parallelo che Lunati istituisce tra il pensiero crociano e quello di Olivetti. Croce, ancora negli anni Cinquanta, era il punto di riferimento, seppur molto messo in discussione, dell’intera cultura italiana. Anche nella biblioteca di Olivetti si trovano molti volumi di Croce. Lunati mette in evidenza come negli ultimi anni di vita, alle classiche quattro categorie (estetica, logica, economia, etica) che reggevano il suo sistema di pensiero, il vecchio Croce avesse aggiunto la “vitalità”, anche per provare a non smarrirsi nell’eclisse della razionalità che la seconda guerra mondiale aveva provocato. Olivetti, da parte sua, in una discussione con Lunati affermò che la quinta categoria era l’amore. «L’amore come voglia di vivere, come apertura continua verso gli altri, come dovere di progettare la nuova società nell’interesse generale». Insomma, si potrebbe concludere, una forma di autobiografia attraverso il pensiero.

 

Olivetti è oggi un simbolo di quelle minoranze virtuose che sono state una riserva di moralità, di esempio e d’azione, in tanti momenti difficili della storia del nostro Paese, ma è al tempo stesso un’eccezione: attraverso L’ordine politico delle Comunità formalizzò l’idea di società che aveva in mente e utilizzò i vasti ma non infiniti mezzi che aveva a disposizione per realizzarla. Lunati, che fu tra i pochi a leggere quel libro, commentò: «Mai un ideologo s’era azzardato a essere così puntuale nello stabilire i modi organizzativi di una società».

 

Gli anni tra il 1945 e il 1960 sono turbinosi per Adriano Olivetti: una nuova organizzazione territoriale attraverso il decentramento amministrativo, la partecipazione dei lavoratori al capitale aziendale, una rappresentanza sindacale concertata con la proprietà, l’appoggio al Movimento Federalista Europeo con un’idea di Europa che si costruisce dal basso, sono solo alcune delle idee più innovative che portò avanti in anni in cui la guerra fredda divideva il mondo e l’Italia in due blocchi. Idee che nascevano anche dalla constatazione che la società Olivetti aveva a quel punto nel Canavese un ruolo politico: la formazione professionale, il welfare aziendale che si riverberava sul territorio (servizi, asili, trasporti), la crescita culturale dei più giovani che avveniva attraverso le iniziative della Olivetti. Consapevole di una fin eccessiva dipendenza del territorio della azienda, Adriano Olivetti fondò l’IRUR (Istituto per il Rinnovamento Urbano e Rurale) per promuovere iniziative che nascessero al di fuori della Olivetti, tanto più che a quel punto esisteva anche una presenza politica di Olivetti nel Canavese attraverso il Movimento Comunità.

 

Fondato da Adriano nel 1949, nei primi anni di vita si dibatté tra l’essere un movimento politico o prepolitico, un luogo di elaborazione di pensieri, ma già nelle elezioni del 1953 il Movimento Comunità scese in campo a fianco di un gruppo di padri nobili (Parri, Lussu, Garosci) del disciolto Partito d’Azione che fondarono l’effimero Partito di Unità Popolare per non far passare la cosiddetta “legge truffa” (premio di maggioranza al partito che prendeva più voti). Una battaglia contro la DC che ebbe esiti elettorali modesti con l’eccezione del Canavese, dove Adriano Olivetti si spese in prima persona con una candidatura di bandiera al Senato che raccolse comunque molti voti.

 

Una seconda occasione di impegno diretto furono le elezioni amministrative del 1956: il piano urbanistico lungamente studiato da Olivetti e dai suoi collaboratori fu bocciato dal consiglio comunale di Ivrea. Adriano lo prese quasi come un affronto personale dopo l’enorme investimento che aveva fatto per il Canavese. Si candidò a sindaco di Ivrea. Vinse a mani basse e formò una giunta monocolore comunitaria. I troppi impegni lo costrinsero a dimettersi l’anno successivo, ma nel frattempo la situazione politica internazionale stava cambiando: il rapporto Kruscëv chiudeva la prima fase della guerra fredda e apriva degli spiragli anche nella politica italiana con l’allontanamento del PSI dall’orbita del PCI (l’incontro di Pralognan nell’agosto 1956 tra Nenni e Saragat) e il lentissimo avvio della stagione che portò alla nascita del centrosinistra nel 1963. Le elezioni politiche del 1958 furono la prima occasione per scalfire il predominio democristiano e Olivetti pensò che ci fosse uno spazio politico per il Movimento Comunità. Più che il modesto risultato elettorale, con il solo Olivetti eletto deputato con i voti del fedele Canavese, è più interessante ricostruire, attraverso la testimonianza di Lunati, il dibattito interno tra gli intellettuali olivettiani. Olivetti lasciava libertà di coscienza ai suoi collaboratori ed era intervenuto solo in un paio di casi: quando nel 1948, dopo l’attentato a Togliatti, il giovane Franco Fortini incitò gli abitanti di Ivrea alla rivoluzione e, nel 1956, con l’allontanamento di Luciana Nissim (e di conseguenza del marito Franco Momigliano) per un’eccessiva intromissione nell’attività sindacale dell’azienda. C’è da aggiungere che Fortini e Momigliano restarono nell’orbita olivettiana e la Nissim intraprese l’attività di psicanalista. In azienda convivevano ex azionisti (la maggioranza), simpatizzanti per il PSI o per il PCI e persino qualche anarchico (Doglio, Ugo Fedeli). Solo alcuni avevano scelto di seguire Olivetti nelle attività del Movimento Comunità. Pesava lo scetticismo di un capo d’azienda alla testa di un partito politico, per quanto dissimile da tutti gli altri, anche se c’erano naturalmente discussioni negli orientamenti del Movimento tra i suoi iscritti (che potevano conservare la tessera di un altro partito). Quando nel 1957 Adriano, dopo un dibattito interno abbastanza acceso e sofferto, decise che il Movimento Comunità si sarebbe presentato alle elezioni politiche dell’anno successivo, aveva dalla sua i collaboratori che provenivano dal Partito d’Azione e dal suo quotidiano «Italia Libera» che più volte aveva aiutato personalmente: Pampaloni, Zorzi, Riccardo Musatti, Fichera e Motta. Seguì un periodo in cui si tastarono possibili alleanze: con i movimenti autonomisti regionali, con il Partito dei Contadini (con i quali poi il Movimento Comunità si apparentò), ma anche con alcune correnti del PSI o col PSDI. Olivetti conosceva tutta la vecchia guardia dell’antifascismo, era stato tra coloro che avevano messo in salvo Filippo Turati all’avvento del fascismo. Alleanze erano quindi possibili, ma ricorda Lunati che Saragat fu molto sbrigativo: «Adriano lo conosco meglio di voi. Lui vuole fare tutto da solo, e finirà con l’andare da solo; non illudetevi!». E in effetti così fu. Il Movimento Comunità concentrò gli sforzi nelle aree dove aveva un certo seguito, oltre al Canavese, Torino, Milano (con la candidatura di Alberto Mondadori), Terracina, la Basilicata, Genova e Napoli, dove toccò a Lunati organizzare la macchina elettorale.

 

La seconda parte del libretto rievoca con brio alcuni episodi della campagna elettorale e il prevedibile insuccesso, nonostante la presenza a Pozzuoli della nuova e bellissima fabbrica Olivetti. Non erano nuove soltanto le idee, ma «Adriano Olivetti parlava e scriveva in modo diverso, era un uomo come non se n’erano mai visti, con quei capelli chiari, gli occhi da pastore d’anime, la voce ferma ma un po’ cadenzata come quella di un predicatore». Olivetti svolse l’attività di deputato per meno di un anno, lasciando poi il posto a Franco Ferrarotti, il primo dei non eletti, sia perché constatò la scarsa incisi- vità dell’azione del Parlamento, sia perché voleva riprendere in mano le redini dell’azienda, dopo che l’insuccesso politico aveva ringalluzzito gli avversari interni (in particolare il cognato Arrigo Olivetti).

 

Lunati poi percorse una lunga carriera all’interno della Olivetti – è ritratto con un po’ di perfidia da Paolo Volponi in Le mosche del capitale (1989), dove è facilmente riconoscibile come Lanuti – ma la morte di Adriano e i funerali nell’Ivrea impavesata nei giorni del suo celebre carnevale chiusero un’epoca: «Molti nostri sogni furono sepolti nella terra umida quel primo di marzo freddo e piovoso». Gli anni Sessanta cominciavano senza Adriano Olivetti.

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