Cecil Beaton, curioso snob
Cecil Beaton (1904-1980) è noto soprattutto per essere stato uno dei grandi fotografi di ritratti, forse il più noto, del XX secolo, ma ha anche vinto un premio Oscar come costumista per Gigi (1958) di Vincent Minnelli e un altro per scene e costumi di My fair lady (1964) di George Cukor. A queste eccelse capacità estetiche che hanno l’origine nel rimpianto del mondo di Edoardo VII (1901-1910), la belle époque anglosassone, che si specchia nel cinema di Hollywood e delle sue infinite suggestioni, si devono aggiungere le qualità della scrittura in cui registra, attraverso i diari, gli accadimenti di una vita straordinaria in cui sembra aver conosciuto tutti e essere stato sempre al posto giusto nel momento giusto. Da una vasta messe di diari, sei volumi apparsi tra il 1961 e il 1978, Laura Grandi ha tradotto e curato con competenza e passione, Molto dipende dal futuro. Diari 1922-1974 (Neri Pozza, 2025). Il mondo anglosassone ha avuto e continua ad avere una grande tradizione diaristica e di scrittura autobiografica dai tempi di Samuel Pepys: è per così dire una scrittura privata in pubblico in cui gli assi portanti di una civiltà (politica, cultura, sommovimenti sociali) vengono declinati secondo una commedia umana in cui pettegolezzo, tocco umoristico, osservazione di luoghi e persone ne costituiscono il codice.
Beaton, proveniente da una famiglia della middle class di Londra, una carriera nel mondo della City interrotta sul nascere, ha dalla sua una enorme curiosità che lo spinge a buttarsi in ogni situazione, e, almeno all’inizio, a sgomitare per assicurarsi un posto in prima fila a un ballo in maschera, alle prime teatrali, alle feste che la nobiltà e i nuovi magnati organizzano in giro per il mondo.
Naturalmente è un perfetto snob, che sa registrare con un’occhiata la provenienza di chi ha di fronte, ma è proprio la curiosità che lo spinge a raggiungere nel 1926 Venezia dove è introdotto nel bel mondo internazionale d’entre deux guerres, a ricevere la protezione di Edith Sitwell (l’autrice di English Eccentrics) che gli mette a disposizione la sua vastissima rete di rapporti, ad attraversare l’Atlantico nel 1928 e a cominciare a lavorare per «Vogue».
Beaton è una figura cerniera del mondo anglosassone: definisce il glamour delle star hollywoodiane, il mito della loro inaccessibilità (bisognerebbe rileggere i romanzi di Nathaniel West, La signorina Cuorinfranti e Il giorno della locusta, per misurare gli effetti pervasivi del divismo made in Hollywood) e le fotografie della famiglia reale inglese che vengono invece avvicinati ai comuni mortali nelle foto di Beaton.
Il fotografo inglese naturalmente segue da vicino il più grande scandalo degli anni Trenta: la rinuncia al trono di Edoardo VIII per sposare Wallys Simpson, semplice cittadina americana peraltro già divorziata, dipinta dalla stampa internazionale come avventuriera senza scrupoli, mentre Beaton è più clemente nel giudicarla. È più severo verso l’altezzoso sovrano che reincontrerà in vecchiaia, amichevole nel rievocare i “vecchi tempi”, ma ormai è troppo tardi.
Nel frattempo la Gran Bretagna si è opposta con estrema fermezza alla Germania di Hitler – molto belle le pagine su Churchill, vecchio leone che personalmente vive al di sopra delle regole ma che ha saputo galvanizzare un popolo facendo leva sui valori fondanti di una civiltà – e, dopo la guerra, ha perso un Impero.
Beaton, da bravo nazionalista (right or wrong is my country), fa la sua parte: fotografa per conto del ministero dell’Informazione Londra sotto le bombe – ne viene fuori un libro con lo storico dell’arte John Pope Hennessy – e poi gira per parecchi fronti di guerra in giro per il mondo al servizio dell’esercito, dovendo anche modificare il suo modo di fotografare, che derivava dal ritratto pittorico, e che ora diventa più immediato e di documentazione.
Il filo rosso dei diari è la relazione con Greta Garbo, la grande attrice svedese che lasciò il cinema nel 1941 e, nonostante varie occasioni, non tornò più sul grande schermo. Sono pagine a volte affascianti, ma che suonano un po’ false: la loro è una relazione non consumata, un po’ per l’omosessualità di Beaton (che diviene più esplicita, anche se mai dichiarata, a partire dagli anni Sessanta), un po’ per la presenza di un misterioso “piccolo uomo” (George Schlee), consulente finanziario dell’attrice e che ne condiziona ogni scelta di vita, compresa la possibilità dell’attrice di sposare il fotografo. Ma sarà vero? Beaton comunque, a Hollywood conosce ed è conosciuto da tutti: indimenticabile un weekend a San Simeon, la residenza di W.R. Hearst, il Citizen Kane di Orson Welles, l’amicizia con Fred Astaire e la sorella Adele, i rapporti con la legione inglese emigrata sulle sponde del Pacifico i cui ultimi e più illustri rappresentanti sono Christopher Isherwood e David Hockney (che Beaton nota e apprezza giovanissimo in Inghilterra).
La capitale culturale del mondo è, almeno fino alla metà degli anni Cinquanta, Parigi: qui Beaton frequenta e fotografa Picasso e Cocteau, Gertrude Stein e Alice B. Toklas, è molto amico dell’indimenticabile coppia Diana e Duff Cooper, primo ambasciatore britannico a Londra dopo la guerra, in un’epoca in cui salgono le quotazioni di Sartre e Jean Genet. La Gran Bretagna del dopoguerra è una nazione in declino, Beaton cerca di passare molto tempo in campagna, ma è il fotografo ufficiale del matrimonio e dell’incoronazione di Elisabetta II, del battesimo dei vari figli. Ce l’ha fatta, è ormai un personaggio pubblico. I primi rapporti con il cinema, col produttore di origine ungherese Alexander Korda, sono disastrosi (sembra La violetta del Prater di Isherwood), così come l’approccio col teatro come autore. Altalenanti i rapporti con gli scrittori: ammira Noël Coward, prodigo di consigli, rispetta Somerset Maugham, detesta, ricambiato, Evelyn Waugh. Ora è in grado di dettare i cambiamenti dell’estetica internazionale, di suggerire il “nuovo chic” di cui Audrey Hepburn è la perfetta incarnazione, ma non gli sfuggono gli ultimi bagliori di Coco Chanel, insopportabile ma leggendaria, e di Karen Blixen, la quintessenza di un modo di stare al mondo che scompare con lei. Stringe grande amicizia con Truman Capote che, negli anni Cinquanta, sembra il nuovo astro della letteratura mondiale, con cui trascorre vacanze nelle isole o lungo le coste del Mediterraneo, ancora un paradiso incontaminato. A volte sembra prigioniero del mondo di bellezza che crea attorno a sé, ma poi da buon britannico è un uomo pragmatico, che sa che il successo si misura (anche) dal denaro, anche se poi bisogna avere cura di non mostrarlo troppo. Gli Oscar per My fair lady lo rendono un arbitrer elegantiarum cosmopolita. Chiede a Francis Bacon di fargli un ritratto, è tra i primi ad accorgersi del talento di Rudolf Nureyev (da ragazzo era rimasto molto impressionato dalla novità dei balletti russi di Diaghilev), fino a conoscere i Rolling Stone in Marocco e a provare LSD. All’epoca ha un giovane fidanzato americano che lo stimola a restare al corrente, a vivere in pieno l’epoca kennedyana (Jackie naturalmente gli piace) e la jet society in cui si aggira come una leggenda vivente ma mai mummificata, troppo curioso perché “molto dipendeva dal futuro”.