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Bondage Christo

Non c'è oggetto, struttura, elemento naturale che Christo non abbia impacchettato. Dai primi anni '60 è tutto un avvolgere telefoni, poltrone, riviste, motociclette servendosi di polietilene trasparente; tutto un imballare automobili, bottiglie di champagne, tavolini, donne, ritratti (della moglie Jeanne-Claude, con la quale lavora in perfetta simbiosi). Senza dimenticare le sculture. C'è una bella foto che lo ritrae giovane e occhialuto, intento ad avvolgere una statua nel giardino di Villa Borghese. È il 1963. 

Diciamo Christo, ma sono in due: lui e la moglie. E in due iniziano anche a prendere di mira gli alberi. Impacchettano anche quelli. Siamo nel 1966. Andranno avanti fino al 1998.

 

Che cosa nasconde questa urgenza quasi catastale che li rende simili a strambi impiegati intenti a smistare pacchi regalo nell'ufficio oggetti smarriti? A chi sono destinati questi arnesi avvolti e stretti in corde? Sembrano stare lì in giacenza, nel deposito di qualche collezionista, o nei sotterranei di qualche museo. E invece no, l'incartocciare, le corde al limite del bondage, fanno proprio parte dell'opera, anzi è proprio questo gesto inaugurale di occultamento a renderle tali. Tanto che viene da chiedersi cosa si nasconda sotto. Questo gesto insomma non fa altro che accentuare il carattere ambivalente della nostra percezione: ci muoviamo tra il vedere e il non vedere. 

 

 

Quando Christo e Jeanne-Claude inizieranno a muoversi realizzando sculture su campo espanso, lavorando sul paesaggio e le architetture, questa frizione percettiva risulterà ancora più accentuata. “En plein air” fanno i fenomeni. Impacchettano monumenti, musei, una vallata nel Colorado (Valley Curtain, 1970-72), perfino un tratto di mare a Newport, Rhode Island (Ocean Front, 1974). Prima avevano impacchettato due chilometri e mezzo di costa australiana, per 244 metri di ampiezza, 85 di altezza, per un totale di un milione di metri quadrati di tessuto agricolo anti erosione (Wrapped Coast, 1968-69). È la stessa percezione del paesaggio a cambiare. E guardando le foto ti viene per un attimo l'angoscia o la curiosità di sapere se qualcosa o qualcuno possa essere rimasto lì sotto. Un po' come nella prima sequenza di City Lights di Chaplin; si inaugura una statua con tanto di cerimonia, discorso e alte personalità, si toglie il velo che la ricopre, e finisce che lì sotto ci trovi infilato un vagabondo intento a farsi una sonora ronfata. Qualche clochard sarà mai rimasto intrappolato sotto il telo con il quale, nel 1985, hanno avvolto il Pont Neuf a Parigi? E sarà accaduta la medesima cosa con il Reichtag a Berlino? Come Fantozzi, qualche sottoposto sarà rimasto imprigionato lì dentro?

 

Sono idee folli che richiedono tempo. Il progetto del Reichstag viene portato avanti tra il 1971 e il 1995, mentre per il Pont Neuf, tra progetto ed esecuzione passano solo dieci anni. Cosa accade in questo lasso di tempo? È tutto un rimuginare, tirare linee, bighellonare in situ, cercare fondi, schematizzare e, soprattutto, è tutto uno spigolare, smussare, risolvere problemi di ordine burocratico: ogni volta li aspetta un avventuroso tour de force fatto di permessi, attese in anticamere, puntare piedi davanti alle porte della legge. Ci vuole calma zen. Ci vuole eloquenza e decorum per delineare i progetti, per essere presi sul serio, nella speranza che chi si trova davanti a loro non scoppi in una fragorosa risata. Vai a spiegare a qualche autorità che hai intenzione di srotolare e fissare una recinzione di 39 chilometri per cinque metri di altezza tra le contee di Sonoma e Marin, in California. Sanno farlo. Running Fence (1972-76), una sorta di parodia della Grande Muraglia, ha richiesto 42 mesi di sforzi, 18 udienze pubbliche, tre sessioni presso la Corte Suprema della California, un rapporto di 450 pagine sull'impatto ambientale e l'uso temporaneo di colline, cielo e oceano nei pressi di Bodega Bay. Tanto che questi documenti diventano parte integrante dell'opera realizzata: ne scandiscono il processo. 

 

Nel 1983 hanno circondato undici isole nella zona di Biscayne Bay, Florida, con tessuto di polipropilene rosa. Tra il 1977-78 hanno realizzato il lavoro più vicino ai Floating Piers posti sul lago d'Iseo. Si tratta di Wrapped Walk Ways, quattro chilometri di sentiero, nel Jacob Loose Park di Kansas City, ricoperto di tessuto di nylon giallo. Solo che oggi, al posto del terreno, ci spostiamo sull'acqua. Non è cosa da poco.

 

Bulgaro di nascita, Christo è giunto a New York nel 1964. Vedendo lo skyline dalla nave ha immediatamente pensato di impacchettarne i grattacieli. Poi il progetto si è arenato, dopo quattro anni di trattative. Avrebbe impacchettato l'Allied Chemical Tower, cioè One Times Square il grattacielo che ospitava il New York Times. Un'altra follia. Tanto che a volte mi chiedo che cosa potrebbe mai pensare un marziano che osservi dallo spazio tutto questo. Forse penserebbe che Christo un po' gli somiglia. Giusto per un attimo, prima di dirigersi altrove.

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03 Luglio 2016