Scianna e la fragilità esistenziale del selfie

Ferdinando Scianna. Lo specchio vuoto (Laterza)

Chiunque ami la fotografia ha formato il suo sguardo con le immagini di Ferdinando Scianna. Scianna è stato il primo italiano ad entrare nell’agenzia Magnum. Di lui, Leonardo Sciascia scrisse: «È il suo fotografare, quasi una rapida, fulminea organizzazione della realtà, una catalizzazione della realtà oggettiva in realtà fotografica: quasi che tutto quello su cui il suo occhio si posa e il suo obiettivo si leva obbedisce proprio in quel momento, né prima né dopo, per istantaneo magnetismo, al suo sentimento, alla sua volontà e – in definitiva – al suo stile».

 

Ferdinando Scianna, Leonardo Sciascia

 

Eppure sono pochi i grandi fotografi che hanno anche scritto molto sulla fotografia e che hanno riflettuto sul suo linguaggio. C’è chi fa foto e chi scrive di fotografia, così come c’è chi fa cinema e chi ne scrive, chi suona e chi fa il musicologo. Il confine fra l’artista e il critico, non solo in fotografia, è molto discusso e lo scambio dei ruoli poco praticato e spesso deludente. Quando questo scambio di ruoli e di casacche avviene, è più facile che un artista scriva anche riflessioni notevoli sul linguaggio che usa piuttosto che il contrario. I critici cinematografici sono spesso dei pessimi registi, tranne nei casi di Godard, Truffaut e la prima ondata della nouvelle vague. Roland Barthes e Susan Sontag ci hanno lasciato saggi fondamentali sulla fotografia ma non verranno ricordati per le fotografie scattate in privato. La sensibilità nel guardare il mondo, nel comporre musica o immaginare un film è diversa dalla sensibilità analitica di chi guarda le opere fatte dagli altri.

 

Nel caso di Scianna, le due sensibilità si sovrappongono spesso, perché fin dall’inizio è sia fotografo che scrittore cresciuto in un mondo di scrittori. Ed è per questo motivo che un libro come Lo Specchio vuoto. Fotografia, identità e memoria, appena uscito per Laterza, è interessante: perché è scritto da un fotografo-scrittore, un uomo dotato di uno sguardo doppio sulla fotografia come linguaggio: sentiamo scorrere la voce del fotografo che si guarda da fuori e prova a capire, come uno spettatore curioso, perché la fotografia è così importante nelle nostre vite. La sua non è la voce formale del critico che si rifà alla tradizione per leggere la fotografia, ma la voce di un fotografo sinceramente appassionato a risolvere il mistero della fotografia attraverso il suo sguardo e la sua esperienza personale. E improvvisamente ci troviamo ad essere d’accordo con lui quando mette in discussione Roland Barthes e la sua idea che la fotografia ci dice soprattutto “ciò che è stato”. No, sostiene Scianna, la fotografia ci dice piuttosto “ciò che non è più”. Trovarsi di fronte a un’immagine di tuo padre, di una persona cara morta, ma anche di una persona viva che ti ha tradito, che hai perduto, ti ribadisce, “in una sorta di lancinante presente, che ciò non è più. Non ti consola” (p. 23). La fotografia non ferma il tempo, anche se apparentemente è nata per questo.

 

Ferdinando Scianna, Lo specchio vuoto, Laterza

 

Scianna ripercorre la storia della fotografia attraverso gli assi della memoria, dell’identità e del rapporto col proprio corpo. Leggendo il libro ho trovato una risonanza, una corrispondenza probabilmente non voluta, tra due tipi di ritratti di cui parla Scianna: i ritratti dei morti e i selfie. Scianna ci ricorda come l’arrivo della fotografia abbia trasformato i cimiteri in un formidabile archivio di volti. Fino a un certo momento della storia, gli uomini comuni venivano sepolti in terra consacrata nei recinti delle chiese, mentre i ricchi e i nobili finivano in magnifiche tombe all’interno delle chiese, dove la loro memoria poteva venir conservata e tramandata. I corpi degli uomini comuni non avevano importanza. Non c’era segno che potesse ricordarne i luoghi di sepoltura e l’identità. La fotografia restituisce ai corpi, a tutti i corpi, anche a quelli dei poveri, un’identità, un volto collegato a un nome, una memoria da conservare. Anche in questo caso, la fotografia è stato un grande strumento di democratizzazione. Come dice Scianna, “non è certo una piramide, o un’illustre tomba etrusca, ma è pur sempre una piccola sfida all’eternità. (…) anche dopo la morte, attraverso il conquistato diritto all’immagine, ognuno rivendica la propria individuale e irriducibile identità”. Ecco, questa frase, “il conquistato diritto all’immagine”, mi ha fatto scattare un’associazione inedita. Cos’altro è il selfie se non “un conquistato diritto all’immagine” dei vivi? Se il cimitero è una galleria di immagini dei nostri copri da morti, Instagram e i social media sono gallerie dei nostri corpi da vivi. Il cortocircuito tra social media (possibilità di condivisione, di pubblicizzazione) e tecnologia fotografica (smartphone dotati di occhio) ha esteso il “diritto all’immagine” a tutti i comuni mortali, dalla diva della tv al ragazzino delle periferie.

 

Quando scattiamo un selfie stiamo affermando questo diritto ad avere anche noi un’immagine che ci rappresenti, senza più un mediatore (un fotografo) che decide chi è giusto fotografare e chi non ha niente da offrire alla macchina fotografica. In questo senso, il selfie è un’altra tappa del noto processo della disintermediazione operata dai nuovi media. È questa personale lettura che mi fa divergere da Scianna quando nell’ultimo capitolo affronta i selfie con uno sguardo meno indulgente e meno curioso di quello finora dedicato al resto delle forme del linguaggio fotografico. Nel titolo del capitolo sui selfie che dà il titolo al libro – Lo specchio vuoto – Scianna raccoglie tutto il suo scetticismo verso questa nuova (vecchia) forma di raccontare se stessi, soffermandosi soprattutto sulla natura narcisista del selfie, che dal mio piccolo punto di vista, è l’aspetto meno interessante del fenomeno. “Vivere come se. Sfuggire alla depressione attraverso continue iniezioni di narcisismo”, così Scianna descrive i selfie. Se questo può essere vero per i depressi veri o per i narcisisti di natura che fanno un uso smodato, quasi patologico della tecnologia, non credo però sia davvero il punto d’osservazione migliore per descrivere i selfie. Il punto d’osservazione più interessante personalmente mi pare proprio quel “diritto all’immagine di sé” che Scianna aveva individuato così bene nelle foto dei morti.

 

selfie, James Franco

James Franco

 

Fotografare se stessi, per dirla con Foucault, è una “tecnologia del sé” che ci permette di indagare noi stessi, le trasformazioni del nostro corpo e della nostra identità in transito perenne, alla ricerca dell'immortalità, della perfezione o della saggezza. Foucault ha messo in evidenza come nella cultura greco-romana la conoscenza di sé era una conseguenza del prendersi cura di se stessi. Epicurei e Stoici raccomandavano l'esame di coscienza come forma di purificazione dell'anima attraverso la memoria. Stoici ed epicurei si “ritiravano in se stessi” a fine giornata per scoprire non le proprie colpe e le proprie mancanze, ma per ricordarsi cosa avrebbero voluto fare e perché non l'avevano fatto. Seneca raccomandava la cura di sé e l'esame di coscienza – non come fecero poi i cristiani, per andare alla ricerca delle colpe e delle cattive intenzioni – ma come pratica per “amministrare” se stessi, riequilibrare la bilancia tra quello che avremmo voluto essere e quello che siamo realmente. I selfie sono tecnologie attraverso le quali ci prendiamo cura di noi stessi e dimostriamo amore verso noi stessi. Quando però questo amore è eccessivo, diventa facilmente narcisismo, che è il lato oscuro del selfie, per il quale è così tanto disprezzato. Ma come al solito, odiamo lo strumento e non chi lo usa narcisisticamente. Quando la condivisione dell'immagine di sé sui social media diventa eccessiva, la dimensione riflessiva del selfie come cura di sé si trasforma in self-branding e oversharing, cioè in eccesso di pubblicizzazione del sé e in costante ricerca del consenso.

 

 

I selfie sono davvero degli specchi vuoti oppure il tenero tentativo di noi comuni mortali di dare una risposta quotidiana – spesso goffa, sgranata e sgraziata (ma è proprio questo il fascino) – al mistero del nostro corpo che corre veloce verso l’invecchiamento? I selfie appartengono secondo me alla grande famiglia della fotografia privata e amatoriale. Recentemente stiamo rivalutando i film di famiglia, nascono archivi per la conservazione dei film di famiglia, si digitalizzano super8 e vhs privati e si aprono al pubblico (un esempio ne è Homemovies.it), si celebrano registi dimenticati come l’ungherese Peter Forgacs, eppure si disprezza il selfie come il figlio avvelenato della contemporaneità. Non è forse il selfie un’altra tappa di questo tentativo molto umano di fermare un attimo felice, da soli o con dei nostri amici, così come accadeva con i film di famiglia? Certo, direte, la differenza è che i film di famiglia nascevano per essere tenuti per sé e i selfie nascono per essere condivisi. È una differenza importante, ma alla radice c’è sempre la stessa immagine amatoriale, privata, che non vuole essere condivisa con il mondo intero ma con una versione allargata della mia famiglia e del mio spazio privato, ovvero i miei amici di Facebook.

 

Quando è il primo ministro a farsi un selfie e condividerlo per dimostrare di essere al passo coi tempi lo specchio che ha di fronte, chi scatta è probabilmente vuoto davvero, ma quando siamo noi mortali, uomini sconosciuti ai più, che ci scattiamo un selfie per condividerlo con i nostri trenta-quaranta amici su Facebook, lo specchio rimanda il goffo tentativo di auto-rappresentarci, di darci un’immagine che speriamo duri più a lungo possibile, in grado, comescrive Scianna “di sfidare l’eternità”. Più che tradire il nostro narcisismo, quell’immagine tradisce la nostra fragilità e la nostra ricerca costante di identità, che poi è il grande tema raccontato in maniera così originale da Scianna in tutto il suo libro.

 

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Tiziano Bonini ha scritto per Doppiozero Books:

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