Governare l’ingovernabile

Come si governa la complessità? La domanda suona ineludibile in un tempo in cui l’arte del governo appare sempre più catturata da un vortice di forze ingovernabili, in balia di spinte contrapposte e di rovesci repentini. Anche la semplice attività di mappare un territorio, preliminare ad ogni decisione di intervento, per identificarne i nodi sociali, economici e culturali, rilevarne le tendenze, le pieghe, i punti di forza e di debolezza, sembra oggi una sfida impossibile: ogni punto individuato sulla mappa si mostra infatti immediatamente connesso a migliaia di altri punti secondo interazioni imprevedibili che evolvono più velocemente di qualsiasi mappatura. Forse è sempre stato così, sin dai tempi dell’originaria urbanizzazione, delle prime città-stato e degli imperi mesopotamici, non a caso connotati dagli storici con l’epiteto di “società complesse”. Ma nell’attuale epoca di crisi della politica e del simbolico, affievolitosi quel velo di fiducia nella legge umana e nella sua capacità di controllo, l’ingovernabilità si rende visibile in tutta la sua abissale potenza.

 

Con questo tema si confrontano Rocco Ronchi e Bernard Stiegler nel libro L’ingovernabile (Il melangolo, 2019). Il volume presenta i due diversi interventi che gli autori tennero nel 2017 alla prima edizione del Festival Kum!, la rassegna progettata e diretta da Massimo Recalcati. Il sottotitolo che sempre accompagna il festival, Curare, educare, governare, è tratto da una citazione di Freud che rimanda direttamente al tema della complessità. Ormai alla fine di una vita interamente dedicata alla cura, il padre della psicoanalisi annoverava l’arte del governo tra i mestieri impossibili, assieme all’educazione e alla stessa clinica psicoanalitica. Mestieri impossibili, ma necessari. Proprio su questa congiunzione apparentemente paradossale di impossibilità e necessità vertono i due contributi di Rocco Ronchi e Bernard Stiegler, rispettivamente La virtù politica e Differire l’ingovernabile in direzione del negantropocene, con un taglio più teoretico il primo, più sociologico il secondo.

 

Da sempre la nozione di governo rimanda al problema del potere: ma cosa intendiamo con potere? Muove di qui il saggio di Ronchi, che interroga un tema classico della filosofia politica a partire dal senso comune, per poi mostrare come questo sia solo l’esito di una radicata tradizione che ha nella metafisica aristotelica il proprio perno. Nel nostro tradizionale modo di pensare, che cos’è il potere se non l’esercizio di una capacità? Per il senso comune, così come per Aristotele, potere significa poter fare. E, dunque, anche poter non fare. Si ha potere quando ci si trova di fronte a questo bivio. Tale concezione, che ha ispirato la maggior parte delle teorie e delle dottrine politiche, pensa la potenza del potere in modo meramente strumentale, come un mezzo, come qualcosa di cui si dispone. Qualcosa che si ha e non qualcosa che si è. Avere qualcosa significa appunto non esserlo, non coincidervi, dunque esserne a distanza. Ed è proprio la distanza ciò che tradizionalmente caratterizza il sovrano, colui che può decidere in quanto di fronte a questo possibile bilaterale: possibilità di fare e possibilità di non fare. Come se il sovrano occupasse una posizione eccezionale, esterna al mondo. Quella stessa posizione in cui la metafisica tradizionale ha collocato Dio e che la teologia politica, a partire da Carl Schmitt, ha pensato come stato di eccezione. Essere sovrani, in questa prospettiva, vuol dire situarsi in un luogo altro, eccezionale e separato, da cui calare la propria decisione, come il taglio di una spada che scende dal cielo. Un cielo vuoto.

 

Tutt’altra prospettiva è quella che pensa il potere non come una potenza di cui si dispone, ma come una potenza dalla quale si è disposti. Ossia, per dirla con Nietzsche o con Foucault, come un gioco di forze, da cui non si è a distanza ma in cui si è immersi. Che cosa significa governare secondo questa seconda concezione del potere? Non imporre piani alla realtà, ma seguirne i flussi. L’immagine del sovrano non è più quella di una spada che cala dall’alto, ma quella del pilota della nave in un mare in tempesta. È un’immagine che sia Ronchi sia Stiegler ricavano da Platone, per il quale l’arte di governare (il verbo greco è kybernao) rimanda all’arte di timonare (kybernes è il timone della nave).

Se la prima prospettiva ha nella metafisica aristotelica il proprio paradigma, la seconda trova invece un’antica fonte di ispirazione nei megarici, misteriosi seguaci di Socrate a cui dobbiamo l’invenzione di molti dei paradossi discussi nella filosofia greca. Per la scuola megarica, chiarisce Ronchi, essere e potere coincidono. Essere non significa altro che produrre effetti. La potenza del potere è, in questa prospettiva, qualcosa che non può non esercitarsi nel modo in cui accade: non è un possibile bilaterale (possibilità di fare e di non fare), ma potenza di uno solo dei contrari.

 

 

È qui in gioco quella potenza che Aristotele relega al mondo della natura (il fuoco non può che scaldare) e che la celebre favola della rana e dello scorpione illustra in modo esemplare (lo scorpione non può che pungere). Infatti, punta a morte la rana che lo sta trasportando sull’altra sponda, cosa risponde lo scorpione interrogato sulle ragioni del folle gesto? “È la mia natura!”. Come a dire: non posso non essere ciò che sono. Se il confronto dialettico tra i due animali parlanti mette in scena l’origine del politico – c’è politica laddove c’è linguaggio, e dunque promessa, patto, contratto sociale – lo scioglimento della vicenda mette a nudo l’illusione su cui esso si fonda. È l’illusione della parola umana, al di sotto della quale continua a operare la natura secondo la propria potenza, così come pensata dai megarici. La nostra civiltà, costruita sulla prima concezione del potere e della politica, ha ideato città possibili, utopiche, razionali, costellando la propria storia di costituzioni, rivoluzioni e restaurazioni. Grandi visioni e grandi progetti calati dall’alto e prontamente scombussolati dal mare della potenza e dai suoi flussi imprevisti.

Dunque, governare una società complessa è possibile? No, risponde Ronchi, se con governare s’intende l’esercizio di una capacità e con potere l’azione di un sovrano che dà forma alle cose.

 

Eppure, osserva l’autore, governare è necessario. Sicché l’arte del governo viene a trovarsi in quella congiunzione apparentemente paradossale che lega impossibile e necessario: governare significa non poter non fare ciò che non si può fare. Ed è in questa congiuntura di impossibilità e necessità che risiede, da ultimo, la virtù del politico. Se la sua azione è sempre obbligata, il vincolo è il suo elemento, l’attrito che lo fa volare.

Non dissimile è la prospettiva adottata da Bernard Stiegler, calata nel contesto storico-sociale dei grandi centri urbani contemporanei, delle reti digitali e dei flussi di algoritmi. Per affrontare i problemi della (in)governabilità generati da fenomeni attuali quali smart cities, roboluzione e data economy, il saggio di Stiegler prende le mosse dall’antropocene, ripercorrendo con lucida sintesi un lungo percorso di ricerca approfondito in libri precedenti, solo alcuni dei quali editi in Italia (si vedano ad esempio gli articoli di Ugo Morelli e Tiziano Bonini su Doppiozero). Per comprendere l’era geologica in cui ci troviamo da circa 250 anni, ossia da quando l’azione umana ha segnato irreversibilmente l’ecosistema, è necessario risalire al neolitico, ai primi insediamenti e alle diverse forme di scrittura (prima ideografica, poi alfabetica, infine cibernetica) che lasciano tracce sul territorio e lo conformano alle proprie esigenze.

 

Tali tracce vanno intese, in continuità con l’evoluzione biologica, come exosomatizzazioni, ossia come il prodotto di un processo, tipicamente umano, che genera organi esterni (dai primi strumenti litici sino alle città moderne e alle attuali reti informatiche). Questo proliferare ha subito un’impennata negli ultimi due secoli e si trova oggi di fronte a un’ulteriore svolta: la scrittura digitale porta infatti a un’automatizzazione generalizzata e deterritorializzata che frammenta i legami sociali e distrugge il sapere, sia nella sua accezione intellettuale (capacità critica), sia in quella più tecnica (saper-fare). L’iperdivisione del lavoro, la nuova proletarizzazione prodotta dalla data economy e la “stupidità funzionale” delle cities supposte smart ne sono gli effetti più immediatamente visibili.

 

Lontano dai toni apocalittici di chi scorge nella tecnologia la fine dell’uomo, mostrando anzi come quest’ultimo sia il risultato evolutivo proprio della tecnica, in cammino sulla terra da molto prima di lui, Stiegler concentra lo sguardo sul compito che ci attende: governare l’ingovernabile. Come? Differendolo. C’è, in questo differire, un’eco della différance di Derrida: si tratta di mantenere il timone della nave spostando più in là l’irriducibile entropia che abita il mondo. Di nuovo, per dirla con Ronchi, trasformare il vincolo in una chance. E se il vincolo è qui l’inevitabile processo di automatizzazione algoritmica, si tratta di domare gli algoritmi e piegarli per riterritorializzare in modo consapevole, creando un “patto territoriale di cooperazione” che dia luogo a un’exosomatizzazione deliberata, appropriata e prescritta dagli attori del territorio. Di fronte allo scatenamento di irresponsabilità che la roboluzione porta con sé, è cioè necessario rispondere con un incremento di ragione e di responsabilità: la vita sociale e civica deve darsi delle infrastrutture e delle reti di comunicazione volte a disautomatizzare, ripristinando la deliberazione laddove vige l’automatismo.

 

Se rimarrà deluso chi si aspetta risposte facili e immediate, va detto che l’orizzonte qui delineato da Stiegler nasce da un’esperienza sul campo, quella del Plaine commune (la struttura intercomunale francese, creata nel quadro territoriale della città metropolitana di Parigi) e sempre lì trova concrete applicazioni e possibilità di sperimentazione. Nella Prefazione Recalcati ricorda che non vi è in psicoanalisi una terapia universale, dovendo la cura sempre declinarsi al singolare. Allo stesso modo, in ambito amministrativo, non vi è ricetta standardizzata o criterio astratto che possa prescindere dalle peculiari esigenze di un territorio e dalla sua unicità. Contro ogni velleità sovranista, che pensa di governare predisponendo piani ideali e sventolando facili soluzioni, il libro di Ronchi e Stiegler traccia la via di un impegno necessario: confrontarsi con l’ingovernabile.

 

Rocco Ronchi e Bernard Stiegler, L’ingovernabile, Il melangolo, 2019.

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