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Hwang Sŏk-Yŏng, Tutte le cose della nostra vita

Nella Corea post-industrializzazione c’è una categoria di persone che vivono ai margini della nuova ricchezza che coinvolge il paese; sono poveri che hanno trovato il modo di sostenersi lavorando ai piedi di una discarica ironicamente denominata Isola Fiorita: sono donne, uomini, anziani ma anche bambini che ogni giorno selezionano le enormi quantità di rifiuti prodotti dal resto della città alla ricerca di qualcosa di valore da poter poi usare come merce di scambio. Non escono quasi mai da Isola Fiorita: il loro odore penetrante li identifica subito come abitanti della discarica, e come tali non sono bene accetti in città.

 

A Isola Fiorita le regole che tengono insieme la vita comunitaria sono come sospese, o comunque possiedono una validità molto relativa: i bambini vanno a scuola quando ne hanno voglia, i nuclei familiari si formano e si disfano con una certa facilità, gli individui si prendono delle libertà che nel mondo sovrastante non gli sarebbero concesse: in questo romanzo di  Hwang Sŏk-Yŏng, Tutte le cose della nostra vita, domina una dicotomia basso-alto e dentro-fuori che manifesta il lato infero dello sviluppo economico e dell’esclusione di una consistente fetta di popolazione dal nuovo benessere. Al tempo stesso, questo rovesciamento delle regole ha poco di felice non solo per gli adulti, che non intravedono possibilità di fuoriuscita da questo piccolo inferno, ma anche per i bambini, che spesso nei mondi rovesciati intravedono barlumi di felicità oltre che infinite possibilità di gioco. 

 

In Tutte le cose della nostra vita (Einaudi, traduzione di Andrea De Benedittis), di Hwang Sŏk-Yŏng, da alcuni definito come il più importante scrittore asiatico (spesso associato al Premio Nobel Ishiguro come emblema di una fioritura della narrativa asiatica, anche se nel caso di Hwang Sŏk-Yŏng i riferimenti che mi vengono in mente sono soprattutto cinematografici, da Bong Joon-ho a Kim Ki-duk) protagonisti sono due bambini. Avrebbero un nome, ma non gli piace usarlo: nel loro mondo tutti usano dei nomignoli, perciò loro sono per tutti Occhiapalla e Pelatino. Il padre di Occhiapalla è sparito da un giorno all’altro senza un’apparente ragione, mentre la madre si è trasferita nella discarica e ha intrapreso una relazione con il padre di Pelatino, un uomo violento che gestisce quella sezione di Isola Fiorita.

 

 

Il villaggio dei lavoratori della discarica si presenta come una distesa di baracche in mezzo alle quali ogni tanto spunta un falò o scoppia una rissa causata dall’alcol; Occhiapalla lo descrive come un mondo a parte rispetto alla città conosciuta, un oltre-lo-specchio in cui i rifiuti hanno assunto proporzioni epiche: “Eppure, proprio come capita in un sogno, Occhiapalla e la mamma erano finiti in un buco, in un pozzo oppure in una vecchia porta e, attraversandoli, in un attimo si erano ritrovati in un mondo strano e misterioso che non aveva nulla a che vedere con quello in cui vivono gli altri. Occhiapalla non riusciva a credere quanti oggetti venissero prodotti e venissero comprati da persone più o meno abbienti. Poi erano posseduti, mangiati, indossati, usati e in ultimo, una volta buttati via, confluivano tutti, inesorabilmente, verso quella discarica”.

 

I due bambini però hanno un segreto. Sanno che dietro l’Isola Fiorita che vedono adesso, così degradata, si nasconde un’Isola Fiorita del passato. Ne sono testimonianza dei bagliori blu che si muovono lentamente nel buio; prima pochi, poi, aguzzando lo sguardo, è possibile vederli tutti insieme seguire il corso del fiume. Sono i membri fantasma della famiglia Kim, che incuranti del presente continuano nel loro mondo parallelo a coltivare i terreni che gli appartenevano in passato e a mangiare la gelatina di grano saraceno che gli procurano i vivi e che dovrebbe assicurargli un supplemento di sopravvivenza. Loro sono, da sempre, i padroni misconosciuti della discarica, e sono sicuri che prima o poi le cose torneranno com’erano.

 

Questo romanzo in cui la fabula appare tanto più potente rispetto a una scrittura apparentemente dimessa e sottotono si chiude con un incendio, un disastro non sappiamo quanto catartico. Uno dei bambini muore; per l’altro intravediamo una tenue possibilità di cambiare il suo destino, ma è la presenza dei fantasmi che continuano a coltivare una terra infetta che sembra dettare a Hwang Sŏk-Yŏng questo finale, che sembra contenere una promessa di rigenerazione: “Quella miriade di case, di edifici e di macchine, i sobborghi, i centri delle grandi città, i lungofiumi, i ponti in ferro, le luci elettriche, i rumori assordanti, il vomito degli ubriachi, le discariche, gli oggetti buttati via, la polvere, il fumo, l’odore di marcio e tutte le sostanze tossiche. Tutte queste cose insieme sono il frutto delle persone che vivono in questo mondo. Eppure, com’è sempre stato, dei nuovi fiori faranno capolino dalle ceneri di un campo arso, tremeranno al vento, e nuove foglie cresceranno sopra i rami bruciati e tra loro nuovi germogli di miscanto sbocceranno. Sbocceranno ancora. Come hanno sempre fatto”.

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