I gatti di Bohumil Hrabal

Gioca molto sul doppio piano realtà/immaginazione, materia/visione, gatti veri/gatti inventati, questo libro/ballata Io e i miei gatti di Bohumil Hrabal (Guanda, 16.00 euro, pag. 170, titolo originale Autičko). Da una parte lo scrittore, dall'altra una quantità di gatti. Gatti che continuano a riprodursi, proliferare, mettendo in crisi la moglie. “Cosa faremo con tutti questi gatti?”, sospira, piange, si angoscia, lei, come in un ritornello ossessivo e preoccupatissimo, lungo tutto il testo. Già, cosa ne sarà di questi gatti.

Dapprima, c'è una casa. Fuori Praga, a Kersko, in mezzo ai boschi, in un luogo che gli amici di Hrabal immaginano idilliaco, acquistata da Hrabal nel 1965 per andare a scrivere nel fine settimana. Ci sono una stufa, un letto caldo, ciotole di latte. E tanti, bellissimi, pelosetti irresistibili a cui lo scrittore, ricambiato, tributa parole d'amore puro, canti estatici, dichiarazioni poetiche, fusa. Le parole sono dolcissime; cuccioletti dai calzini bianchi, affetto che fluisce, felicità domestica. I micini sono “i nostri figli”, i gatti sempre stupendi. Lo scrittore tuffa il viso nel loro manto soffice, li usa come impacchi caldi per curare vari malanni, applicandoseli in testa o sulla pancia, sulla fronte per lenire le sbronze, ne ammira le capriole e buffonate varie messe in scena per trattenere la coppia in campagna. Ma quando arriva il momento di andare via, i gatti si intristiscono, si preparano all'addio ore prima, si fanno mansueti. La stufa verrà spenta, lui tornerà in città col cuore pesante e il pensiero alle bestioline rimaste sole e tutti saranno più tristi.

 

Da questo avvio pieno di amore e tenerezze, tutto sentimentale, scaturiscono varie domande. Questi gatti, così presenti e amati, sono gatti veri o sono lì pronti a farsi metafora di qualcosa, qualcuno? Sono i suoi libri, le sue idee? O sono le donne che ha amato? O sono gli amici, le persone vicine, gli affetti in generale, in cui, all'amore profondo e idealizzato, fa da contraltare la quotidianità, con le separazioni, gli addii, i tradimenti, la sospensione di cure e attenzioni, il peso della responsabilità, il rimorso, le partenze e la fine? Sono mici in carne ed ossa, certo, ma anche rappresentazioni di impegni, angosce, rapporti?

O sono gatti veri e basta, una colonia felina in procinto di formarsi, un'accumulazione seriale, una collezione, una specie di allevamento? Siamo lì, pagina dopo pagina, a chiedercelo. E a un certo punto l'idillio volge al nero. E ci piomba nell'incubo.

 

È sempre esistito un problema di controllo delle nascite dei gattini e, prima della sterilizzazione dal veterinario, come si risolveva? La risposta a questa ultima domanda la conosciamo e, a un certo punto, crudele, ineludibile, arriva nel racconto sotto forma di sacco marrone. Un sacco che una veggente, tale Marenka, ha lasciato in dono assieme a due profezie: la prima, che il protagonista sarebbe diventato un giorno scrittore; la seconda, che si sarebbe ritrovato in una situazione tale da impiccarsi al salice accanto al ruscello... Ed è vicino a quel salice, vicino a quel ruscello che sorgerà un cimitero di gatti.

 

 

Ma cosa stiamo leggendo? Un racconto dell'orrore? Un racconto realistico? Come si trasformano i dolci mici in spietati assassini di uccelli, in persecutori di coniglietti, in gatte rissose che non risparmiano colpi a nessuno, in giudici sdegnosi del proprietario che un tempo li aveva accolti con tanto amore e poi all'improvviso non ha esitato a cederli, allontanarli, a cui ha ammazzato i figliolini senza pietà? Cosa sono questi massacri? Perché Hrabal ci parla di mucche mandate al macello, di cigni intrappolati nel ghiaccio? Come si diventa assassini? È pensabile accostare una storia di gattini eliminati alle persone uccise in guerra? Che razza di storia diventa mai?

 

Una storia anche processuale, ci dice il bravissimo traduttore Giuseppe Dierna nella postfazione intitolata “Dei delitti e delle pene: su Hrabal, i gatti e altri tradimenti”. Ci dice, Dierna, di tenere a mente quello che Hrabal dichiara nell'intervista-prologo a questo racconto, quando parla di “autenticità” di ciò che scrive e del suo partire da quel “qualcosa di autentico” (un avvenimento, un'esperienza) ma fermentato dal “lievito di una fantasia che vada a precisarne meglio i contorni”.

È un gioco continuo tra autobiografia e mistificazione, un salto dalla materialità delle pappe, dei bocconcini per gatti, alla letteratura. E dunque all'immortalità.

Sempre nella postfazione, Dierna ci racconta dei gatti veri di Hrabal – Pepito, Neretto, Cassius, Et'an ecc – e dei gatti che “hanno dato spettacolo” sulle pagine degli scrittori (il Gatto con gli stivali, il Signor Gatto di Gianni Rodari, Behemoth di Bulgakov, Bebert di Céline).

 

Il binomio scrittura-gatti è antico e il catalogo è lungo. Anzi, i cataloghi. In rete se ne trovano diversi (e in rete, sui siti di gatti, fioriscono vere e proprie epopee attorno a “characters” felini narrati dal basso, di strada, che personalmente seguo con grande passione, aggiornati dai proprietari in diversi registri e stili, in forma autobiografica o dialogica, con foto o senza, i gatti sono motori di fusa e di storie: tragiche, avventurose, comiche, ce n'è per tutti i gusti); in libreria si trovano raccolte di brani dedicati da scrittori e scrittrici ai gatti, raccolte di lettere dirette agli amati felini, poesie. In questo catalogo, Hrabal ha un posto d'onore.

Di nuovo Dierna, sulla Stampa, racconta che dopo la morte dello scrittore è nato nella regione un commercio di kitch felino con statuette di gatti in ceramica vendute in suo ricordo e, alla fermata dell'autobus da cui scendeva per andare alla sua casetta, sono state poste due statue di gatti.

 

In Paure totali (E/O, 1996), altro testo autobiografico, Hrabal dichiarava “E in genere, soltanto adesso, quasi al crepuscolo della mia vita, sto constatando che i gatti però non sono affatto i gattini su cui si sono scritti libri e fotoromanzi, che dieci gatti come questi, in un terreno del bosco così piccolo, riescono a non fare la commedia, ma a rappresentare sulla scena dei miei occhi e del mio cervello sempre ben disposto verso i gatti, un dramma, una tragedia (…) e i gatti capo soffiano e anche di giorno fanno delle facce terribili, come le maschere cinesi del male... e poi si scuotono dalla parte opposta... solamente i gattini, terrorizzati da tutto questo, si rannicchiamo l'uno addosso all'altro, e neppure tutti, anche i gattini si odiano, anche loro si soffiano...”.

 

Non è affatto un racconto di gattini da fotoromanzo o da scatola di cioccolatini, appunto, questo Autičko (il titolo è il nome di una delle gatte, una delle tante, visto che dopo un po' si confondono, sovrappongono, in una spirale gattesca un po' allucinata). È un racconto eccentrico, sia nelle narrazioni “feline da scrittori” (che immaginiamo piene di mistero inteso come eleganza, ipnotismo, sacralità, ammirazione, silenzio, fluidità), sia nella produzione di Hrabal (“anomalo” secondo Dierna). Eccentrico ma, per paradosso e ironia (e di ironia ce n'è tanta) con una sua forza capace di attirarti al centro della sua scrittura, a volerne sapere di più, a voler lasciarsi coinvolgere dai suoi libri più autobiografici in cui ricorrono molto i gatti, e di lì, per chi non lo avesse ancora fatto, passare a conoscerne i romanzi, i testi famosissimi, i treni strettamente sorvegliati, le solitudini troppo rumorose, i re d'Inghilterra serviti dai piccoli camerieri, la Praga d'oro. Gatti come accompagnatori nell'opera dello scrittore Hrabal, protagonisti, compagni di vita e di scrittura. Gatte, gattini.

Che ne faremo, di tutti questi gatti? Li leggeremo.

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