raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Il Dinosauro Nero (e altri animali)

Howard Finster era un ministro battista e un pittore folk, nato, vissuto e morto in Georgia, Stati Uniti. Era convinto di essere ispirato da Dio e dipinse qualcosa come 46.000 opere etichettate oggi come outsider art, o naïf, o visionary art. Nel 1961 acquistò quattro acri di terreno a Pennville, nella contea di Chattooga, dove cominciò a costruire un “parco artistico” che era una specie di Wunderkammer diffusa, il Plant Farm Museum. Dopo aver smesso di predicare, nel 1965, Dio gli chiese di fare 5000 dipinti, e Finster, numerandoli uno dopo l’altro, ne realizzò 5000 in vent’anni. Nel 1989 però erano già 10.000, e da lì continuò fino alla morte, che arrivò nel 2001. Se i R.E.M e i Talking Heads non avessero usato i suoi quadri per le copertine dei loro album probabilmente non lo conosceremmo. E sarebbe un peccato. La sua opera-mondo è un patrimonio immenso per chiunque voglia intraprendere un viaggio vertiginoso nelle geografie del sogno e della visione. Le sue città, i suoi panorami preistorici, i suoi ritratti, il suo bestiario sono tutto ciò che si può sbirciare da uno Stargate. Con un seme di lucidità che ti inchioda mettendo in discussione il tuo adesso-qui, Finster ti apparecchia davanti uno specchio-caleidoscopio, e l’ultima cosa che pensi di lui è “follia”. Invece pensi subito a “cosmografia”, “mitopoiesi”, a “William Blake del back yard”. Tutte le sue opere sono insomma delle soglie sull’onirico ma da qualche giorno, dall’inizio della Quarantena, sono ossessionato dalla numero 13.479, una tavola di compensato sagomata lungo la linea cervicodorsale di un triceratopo nero, stellato, tra alberi primitivi che somigliano a foglie lanceolate, e che marcia su una specie di Paradiso con la sua brava Gerusalemme celeste. Tornerò su di lui alla fine.

 


Charlotte Beradt ha raccolto dal 1933 al 1939 i sogni fatti dai Tedeschi nel Terzo Reich, in un libro ora ristampato da Meltemi con prefazione di Reinhardt Kosellek e postfazione di Bruno Bettelheim, Il Terzo Reich dei sogni. Questi sogni non rivelano i sintomi di una patologia personale ma «sembrano registrare con la minuzia di un sismografo gli effetti causati dagli avvenimenti politici esterni all’interno delle persone». Sono le tracce lasciate dal regime totalitario sull’inconscio della gente ma, ossessive e ripetute, sono soprattutto delle immagini-agenti, delle nanotecnologie invasive che operano dall’interno per una riprogrammazione alienante della persona. Immagini per svuotare, insomma, e per colonizzare e (ri)educare immaginario e immaginazione. Ora, nei sogni raccolti dalla Beradt colpisce l’assenza di animali. Ci si aspetterebbe il contrario. Ci si aspetterebbe che il sogno di una donna che viene arrestata e portata via legata al guinzaglio del suo cane, o quello di un’altra donna che viene inseguita da un accalappiacani, vengano declinati in mille metamorfosi avvilenti, in cui la persona è umiliata e ridotta all’esecrato sub-animale di cui farneticava Himmler. Ma niente. Solo uno. Quello di una ragazza che pur essendo ariana aveva il naso arcuato e in sogno viaggiava sempre con i documenti che avrebbero dovuto provare la sua origine “pura” e quindi scagionarla dal sospetto di essere ebrea. Quelle carte, nei sogni, vengono regolarmente perse o sottratte o confiscate, come in un caso in cui la ragazza è ulteriormente derubata: «improvvisamente vedo il mio cane, ma non vivo, vedo solo la sagoma, come fosse un fantasma. Pure lui mi hanno preso, dunque, l’unico residuo dei tempi passati, quando ero serena, piena di gioia di vivere».

 

 

Un cane fantasma, l’ombra di un cane rapito dal sistema. E tornano allora in mente le parole di John Berger sulla marginalizzazione e scomparsa degli animali dalla vita quotidiana: «in un mondo governato dalla logica capitalistica, la perdita storica di cui gli zoo sono testimonianza è ormai irreparabile». Mancano gli animali, con il grumo di echi notturni e di simboli inconsci che ci aiutavano a dialogare con noi stessi. Secondo Berger è adesso la vita invisibile degli animali a essere rappresentata in alta definizione, una vita troppo veloce o troppo piccola o troppo lontana per essere colta dall’occhio umano: ancora fantasmi. In una fotografia del National Geographic contiamo i peli statici della criniera del leone, ma il suo odore che attorciglia lo stomaco è sostituito dal racconto di una selvatichezza patinata, estinta. L’animale non terrorizza più, non ci sono più tiranni a portata di mano, lo spauracchio del terrorismo non funziona più come un tempo, dov’è dunque il terrore come arma di persuasione? In assenza del Terrore dei terrori, del Felino dei felini che divorava gli Australopitechi nella savana (che erano noi prima di noi), ci siamo fatti bastare terrori minori, quello di essere poveri, grassi, malati, il terrore dello straniero, della crisi, del colesterolo, della solitudine. Ma adesso, finalmente, è arrivato quello globale, il Virus, mentre imperterriti continuiamo a produrre milioni di morti animali nella filiera del cibo che ha generato il disastro. E poi zoo, documentari, cartoni animati, milioni di peluche che mostrano l’uomo incapsulato in un’altra specie, rêveries cinematografiche, letterarie. Mentre gli animali reali, quelli della zoonosi, quelli della zoologia cognitiva che ci racconta chi siamo, sono scomparsi, occultati, trasformati in fotogrammi estatici.

 

L’eclissi dell’animalità è la primavera silenziosa della nostra assenza. E le tracce di questa lacuna afona sono tutte là, e sono tracce di resa, e sono tracce (anche) di resistenza. Charlotte Beradt spiega bene come certe immagini diurne entrino nei sogni notturni e aiutino il regime ad arrivare dove non potrebbe arrivare mai, cioè nella vita privata di tutti. Allora quali immagini e quali sogni circolano oggi, in questi giorni, che siamo esposti per la prima volta a un Evento X degno di Contagion di Soderbergh? Cambia l’eccezione, l’apparato resta lo stesso: didattica iconica, sospensione diegetica delle libertà, estenuazione della merce che diventa “merce finale”, il lavoro, quello “leggero”, quello virtuale, da remoto, quello quasi improduttivo ma che libera (ARBEIT MACHT FREI) perché lavorare stanca, e nel sonno, quello reale, quello metaforico, ci si espone definitivamente al controllo. È nel sonno che entrano gli agenti di ristrutturazione, i funzionari che ci rendono estranei alla nostra stessa esistenza. Scollegati da un’attività onirica personale siamo immersi in un onirismo collettivo in cui sogniamo a occhi aperti le immagini che produciamo, le sogniamo perché le produciamo, le produciamo perché le sogniamo. I sogni sono fuori, e la Rete sovraccarica è il diario notturno in cui li annotiamo, in cui ci liberiamo della fatica di immaginare in solitudine, di immaginare cose troppo personali, troppo plurali, troppo inappropriate. Un grande abbandono estatico al sonno totalitario, in cui sogniamo noi stessi come sogni altrui. Ma c’è un ma: nei sogni entrano ancora gli animali, come la farfalla disegnata da una bambina ebrea su un pezzetto di carta, prima delle fiamme.

 

 

 

Ora, dopo l’11 settembre qualcuno si è messo a studiare i sogni degli Americani. Quello che si è notato è che il trauma e la fonte di stress sono entrati nei sogni a gamba tesa, non necessariamente come azioni o scenari direttamente collegati al disastro (grattacieli, aeroplani, attacchi), ma nel modo stesso di sognare. Quello che è cambiato è stato insomma il rafforzarsi di immagini centrali, quelle che ci accompagnano dopo, da svegli, un po’ come quando guardiamo direttamente una lampadina e continuiamo a vederla a palpebre chiuse. In altre parole, immagini più vivide, più intense, quelle che in modo assurdo ci ricorderemo per anni. E adesso, con Covid-19? Adesso sta già accadendo. La gente lo sta già notando, i sogni cambiano, e varrebbe la pena cominciare a registrare tutto, rozzamente, intuitivamente, in attesa dell’analisi. Un po’ come il progetto DRAUMAR lanciato in queste ore dal blog collettivo La Grande Estinzione, una specie di “capsula dei sogni” per aiutare le persone a fare i conti con il trauma che è entrato già nei nostri sonni. Quindi collassi, animali, incubi. Bisogna accompagnare l’analisi con la visione, ormai. Qualcuno ricorderà allora le bellissime rappresentazioni della dea Nut nell’Antico Egitto, una donna a quattro zampe arcuata sul mondo, la pelle maculata di stelle. Il Dinosauro Nero di Finster è qualcosa di molto simile. Ma non è questo che mi ossessiona. Quello che mi ossessiona è che è la cosa più vicina a un’immagine inconscia del Contagio, un grosso rettile primitivo entrato nel salotto della nonna, un grumo oscuro che sovrasta le nostre vite ben apparecchiate, confortevoli. E adesso? Come entrerà nei nostri sogni? Come ci cambierà?

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO