Il memoriale portatile

Superata la soglia dei 100.000 morti per Covid, nei giorni scorsi alcuni giornali nazionali, riprendendo quanto già proposto per analoghe ragioni da testate illustri come il New York Times, hanno pubblicato pagine e pagine di piccole fotografie dei defunti con tanto di nomi e cognomi. Una specie di catalogo illustrato delle vittime del virus, il cui effetto, apparentemente incoerente, era duplice: da una parte ricordare la realtà concreta, l’individualità esistenziale delle vittime della pandemia: amici, parenti, colleghi, vicini di casa, conoscenti o sconosciuti, ciascuno con vita, desideri e affetti che, a causa di un avversario invisibile e spietato, si sono dissolti; dall’altra parte, il fatto stesso di riprodurne a decine le fattezze in quei piccoli ritratti a metà fra un documento di identità e un selfie dava un effetto di cupa smisuratezza. Da un lato insomma la qualità, dall’altro la quantità; la cui apparente discrepanza si concilia in un messaggio neanche tanto implicito: è accaduto a tanta gente comune, poteva – e può ancora – accadere anche a noi.  

 

Da dove proviene questo dispositivo retorico? e come funziona? 

La questione è relativamente nota. In un libro uscito qualche anno fa per Bompiani, Paesaggi della memoria, la semiologa Patrizia Violi ha ricostruito la storia e la geografia dei monumenti ai caduti, non senza precisazioni e distinguo, tra volontà testimoniali e spettacolarizzazione del dolore, evocazioni dell’assenza e museificazione dei traumi. Analogamente, lo storico Keith Lowe, in un libro dal titolo imbarazzante, Prigionieri della storia (tradotto in Italia da Utet), dedica un grande spazio ai numerosi memoriali di guerra sparsi per il mondo, mostrandone tutta l’ambiguità: liberandoci dalla tirannia del tempo, ci consegnano talvolta alle segregazioni della storia (Nietzsche docet). Sembra insomma che, se già dai tempi delle guerre napoleoniche ai soldati caduti in battaglia si cercava di serbare una qualche individualità iscrivendone sul marmo i nomi e le date di nascita e morte, il primo caso di sacrario corredato da fotografie sia quello che ancora si vede nella piazza del Nettuno di Bologna.

 

 

Circa duemila immagini di membri della Resistenza assassinati giusto in quel luogo, raccolte a poco a poco dalla popolazione locale e lì affisse per attivarne la memoria. Non dunque un monumento voluto dalle istituzioni ma un sacrario nato, per così dire, dal basso, dove non sono presenti soltanto le immagini dei combattenti ma anche quelle di tutti coloro i quali furono coinvolti nella lotta partigiana, dai ragazzini colpevoli d’esser passati da lì per caso alle donne anziane che portavano cibo ai soldati. “Il sacrario – scrive Lowe – rappresenta l’esperienza partigiana nella sua totalità”, ed è l’esito di “un gesto che tutti facciamo, ma in privato, magari nel nostro soggiorno: esporre i ritratti di coloro che più amiamo. Questi siamo noi, dice. Queste persone sono la nostra famiglia”.  

 

L’uso di fotografie nei memorial, secondo Violi, si diffonde grosso modo negli anni 70, per quel che riguarda le vittime dell’Olocausto, con chiaro intento testimoniale. E si diffonde un po’ dovunque in Europa. Diverso il caso dell’America Latina, dove le immagini presenti nei memorial dedicati alle vittime delle dittature cilene e argentine hanno una funzione, come dire, metaforica: ridanno volto ai desaparecidos. In Cambogia, invece, a essere esposte a Tuol Sleng, il museo del genocidio operato dai khmer rossi, sono le stesse foto segnaletiche scattate dagli aguzzini di Pol Pot. Con effetto devastante. 

Tornando a Bologna, sappiamo che accanto al monumento riguardante la Resistenza è stata poi esposta una targa con tutti i nomi di chi perse la vita nella strage neofascista alla stazione del 2 agosto 1980. Osservati l’uno accanto all’altro i due memorial stridono non poco, indicando, per Lowe, “uno spostamento nell’asse della memoria cittadina”. Se nel primo caso infatti si tratta di commemorare degli eroi, nel secondo sono piuttosto delle vittime a essere rievocate. Differenza che però, passando il tempo e cambiando la sensibilità sociale, è destinata è indebolirsi. Ancora Lowe: “il confine tra eroismo e vittimismo non sembra più così netto. L’insensata violenza degli anni Ottanta si riflette nell’altrettanto insensata violenza degli anni della guerra, e perfino i partigiani cominciano a somigliare meno a degli eroi e più a dei martiri”.

 

Viene da chiedersi, allora, di che natura siano le fotografie proposte dai nostri giornali per ricordare i morti di Covid e, con essi, il loro altissimo numero. Ritratti di vittime? Sicuramente. Immagini di eroi? Non possiamo dirlo, se non con grande approssimazione. Si tratta piuttosto, con buona probabilità, di immagini che, fitte fitte una accanto all’altra, parlano di vittime che si apprestano a divenire eroi e, parallelamente, di eroi che si trasformano in martiri. La solita identità liquida della contemporaneità. Il solito vivere negli interstizi che caratterizza il nostro presente.

Quel che questo dispositivo grafico, volente o nolente, finisce per significare, però, è la trita idea mediatica per la quale l’attuale pandemia è da intendersi – e viversi – entro un immaginario sostanzialmente bellico: siamo in guerra, e tutte quelle là sono persone cadute in battaglia, oppure vittime di una guerra che, da tempo, tende a coinvolgere anche i civili. Interpretazione a dir poco problematica, ancora tutta da discutere. Nel frattempo, abbiamo di che rallegrarci per l’invenzione di un nuovo artefatto comunicativo di grandissimo impatto emozionale: il memoriale portatile. Tornerà, statene certi.

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