James Nachtwey. Memoria

“Un uomo si propone il compito di disegnare il mondo. Poco prima di morire, scopre che quel paziente labirinto di linee traccia l’immagine del suo volto”, scriveva J.L. Borges. Cosa si delinea sul volto del fotografo James Nachtwey? Una mappa fatta di dolore, un viaggio senza ritorno nei posti peggiori della Terra. È questa la sua memoria, una linea del tempo infinita su cui si collocano conflitti, guerre e morte: una strada di Kabul invasa dalle macerie, il fantasma di una donna avvolta da un burka, i frantumi dell’11 settembre, il cecchino appostato nella stanza di una casa. E molto altro. C’è qualcosa di crudele nella memoria di Nachtwey. Non vi è traccia di riscatto religioso, politico o storico. Solo disincanto. Essa delinea un percorso dove la storia dell’uomo va disgregandosi anziché costruirsi nel suo cammino. La morte, la violenza e la miseria non smettono di esistere. La storia si fa ancora con le mine antiuomo e i machete. Il fotografo può solo attraversare il mondo facendo esperienza della sua precarietà e di quella della condizione umana: chi muore e chi guarda la morte.

 

James Nachtwey, La torre sud del World Trade Center collassa in seguito allo schianto dell’aereo. USA, New York, 2001, © James Nachtwey/Contrasto.

 

Le sue foto non riguardano solo l’alterità, ovvero ciò che appare nell’immagine, bensì l’identità di chi guarda. O meglio, ciò che ci riguarda. Ognuno di noi può identificarsi nella madre che assiste il figlio morente, o l’empatia dura il tempo di uno sguardo? Che sentimenti ci assalgono: tristezza, ammirazione, rabbia? Quanto ci sentiamo innocenti dinnanzi ad esse? È difficile rispondere. Pare che l’intento del fotografo non sia quello di generare vergogna, rifiuto, senso di colpa, e forse nemmeno un invito alla partecipazione. Ma quello di produrre una riflessione sul potere del nostro sguardo in relazione al suo. La distanza è incolmabile, come la distanza tra noi e le tragedie che vediamo cristallizzate nelle fotografie esposte a Palazzo Reale. Facile vedere, difficile reagire.

La documentazione senza compromessi della sofferenza fisica è difficile da sopportare, bisogna essere come il fotografo per non distogliere lo sguardo dai corpi sfregiati, dalle carestie, dalla violenza. Nessuno vorrebbe vedere le cose mostrate da Nachtwey.

 

James Nachtwey, La battaglia per il controllo di Mostar è avvenuta di casa in casa, di stanza in stanza, tra vicini. Una camera da letto è diventata un campo di battaglia. Bosnia-Erzegovina, Mostar, 1993, © James Nachtwey/Contrasto.

 

Cosa vuole dirci una foto in cui si vede una donna afgana che piange la morte del fratello in un cimitero di Kabul, o quella di un bambino con il volto distorto da un urlo rabbioso, abbandonato sulla rete di un letto in un orfanotrofio rumeno? Se è vero che fare una fotografia significa partecipare della mortalità, della vulnerabilità e della mutabilità di un’altra persona, cosa accade in chi guarda? Da cosa siamo coinvolti? Forse dalla distanza che all’improvviso, come uno squarcio, si materializza fra noi e i volti di coloro che stanno per morire o sono già morti. La consapevolezza della nostra impotenza. Non esiste coincidenza tra il nostro sguardo e quello di Nachtwey, l’esperienza è per noi il vuoto, per lui il senso di ciò che fa. “Io sono un testimone”, afferma il fotografo, “la mia testimonianza sono le mie fotografie. Voglio che siano potenti ed eloquenti, oneste e senza censure”. Ed è vero.

 

James Nachtwey, In una delle prime manifestazioni della seconda Intifada palestinese, i dimostranti lanciano pietre e molotov contro i soldati, che sparano munizioni vere e proiettili di gomma, a volte letali. Cisgiordania, Ramallah, 2000, © James Nachtwey/Contrasto.

 

Chi guarda sperimenta il paradosso di poter essere in luoghi inimmaginabili senza esserci per davvero. E tuttavia non potremo mai coincidere con quello che vediamo per un banalissimo motivo: non lo vogliamo. Empatia e compassione sono per pochi. La fotografia ci mostra la forma di questa inadeguatezza. Noi da una parte, loro dall’altra. E nel mezzo solo qualche immagine, piccole porzioni di reale, pochi istanti. Si potrebbe persino dire che le immagini di Nachtwey sono vuoti che mostrano il nostro vuoto. Specchi senza riflesso. È questo che significa stare davanti al dolore degli altri. È questo il dolore che proviamo davvero. Il dolore per la nostra marginalità, la nostra incapacità, la nostra insignificanza. Anche noi siamo morti perché è morto il nostro coraggio. È questo il vero punto in comune tra noi e le foto di Nachtwey.

 

James Nachtwey, Una madre veglia sul figlio. Sudan, Darfur, 2003, © James Nachtwey/Contrasto.

 

Per il resto possiamo solo guardare. L’atto di conoscere è forse l’ultimo baluardo rimasto contro la morte e l’impotenza, qualcosa che si ignora sino ad un attimo prima e poi viene accolto come proprio. Una luce flebile come la bellezza, che emerge, malgrado tutto, dalle immagini del fotografo americano: la compostezza formale, la perfezione geometrica e grafica, i contrasti di luce che ricordano i quadri di Caravaggio. Una forma di consolazione? No. La semplice constatazione che esiste un profondo divario tra la vita e le sue immagini. Forse si tratta semplicemente di un gesto umano, come un abbraccio, la necessità di qualcosa che ecceda il dolore e la sua brutalità.

Non c’è molto da dire sulla vita di James Nachtwey, se non che è innanzitutto un fotoreporter. Nasce a Syracuse nello stato di New York, nel 1948. Studia storia dell’arte e scienze politiche al Darthmouth College alla fine degli anni Sessanta. La sua decisione di diventare fotografo, ha dichiarato, è stata influenzata dalle foto sui diritti civili e contro la guerra, soprattutto le immagini della guerra in Vietnam. Autodidatta in fotografia, nel 1980 si trasferisce a New York e nel 1981 si reca in Irlanda a documentare gli scioperi della fame dell’I.R.A. Nel 1986 entra alla Magnum e quindici anni dopo fonda, insieme ad altri sei colleghi, una nuova cooperativa di fotografi di nome VII.

Ad oggi non ha smesso di fotografare e di testimoniare.

 

James Nachtwey. Memoria, a cura di James Nachtwey e Roberto Koch, Palazzo Reale a Milano (1/12/2017 - 4/3/2018).

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO