La barba come destino

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"Che guardino pure.." dice Nina, con tutta la spavalderia dei suoi vent'anni, mentre cammina a passo spedito lungo le strade di Dalston in un assolato pomeriggio d'agosto. Del fatto che i pantaloni evanescenti che indossa lascino poco spazio all'immaginazione del codazzo di hipster e di sfaccendati che lambiscono i marciapiedi di Columbia Road, non sembra importarle granché.

 

Nina è un'artista che vive a Londra da parecchi anni; frequenta la scena dell'arte radicale, è amica e collaboratrice di uno dei musicisti più in voga nel panorama underground della città e, per quanto concerne il suo look, la si può ascrivere tranquillamente a quella categoria di ragazze nelle quali la décence des figures tempérait les provocations du costume.

 

Gettare un occhio al modo di vestire e di comportarsi della gente per le strade di una metropoli è sempre un buon viatico per riuscire a cogliere il ritmo del suo respiro; nel caso di Londra, dove la questione è di importanza primaria, studiare lo stile dei suoi abitanti rappresenta una chiave di accesso privilegiata verso la piena comprensione della sua peculiarità.

 

Non è un caso che alcune delle più importanti trasformazioni che la società occidentale ha vissuto nell'ultimo mezzo secolo abbiano avuto origine proprio da questa città: la minigonna di Mary Quant e le t-shirt dei Sex Pistols di Jamie Reed, in bella mostra nella prestigiosa collezione del Victoria and Albert Museum, sono una testimonianza efficace del profondo rispetto e del senso di orgoglio con il quale gli inglesi guardano alla loro storia del costume, persino nelle sue declinazioni più eccentriche e anticonvenzionali.

 

Orgoglio giustificato, del resto: dal cortocircuito tra moda e cultura giovanile che si è innescato a Londra tra gli anni '60 e '70 del '900 è derivato buona parte del nostro attuale stile di vita.

Se si considera la moda (invenzione parigina per eccellenza) nella sua classica accezione di creazione improntata sull'effimero, e la si mette a confronto con le forme culturali prodotte dallo stile londinese, si noterà quanto essa arranchi e perda terreno sul piano dell'incisività storica.

 

Ph Derek Ridgers.

 

A ben guardare, il tanga sbandierato ai quattro venti da Nina non è altro che una stanca riproposizione delle cosce scoperte da Mary Quant cinquant'anni fa; al contrario, i gruppetti di ragazzini in giubbotto di pelle borchiato, t-shirt degli Anti-Nowhere League, Doc Martens e mohawk multicolore, che ancora oggi si possono incrociare camminando lungo Chapel Market, rappresentano un retaggio culturale, un'eredità storica e, nello specifico della realtà britannica, un vero e proprio patrimonio nazionale.

La tradizione cui quei giovani si rifanno è un insieme di segni peculiare, che rimanda a un universo culturale ben codificato e identificabile. La moda, per sua stessa natura, non può che appellarsi alla categoria della nouvauté, pena il suo declassamento allo stato di vuoto cliché; il campo semantico evocato dallo stile di quei ragazzini appartiene invece al novero delle realtà fondanti, cioè a dire delle realtà che producono cultura e identità.

 

Fin qui la teoria, ma basta avvicinarsi un po' per accorgersi che nelle strade di Londra del 2016 c'è qualcosa che non quadra. Il primo problema che si pone è olfattivo: quei giovani punk infatti non puzzano. Il secondo è di sostanza: i loro giubbotti sembrano nuovi di zecca, le acconciature fresche di parrucchiere, e i loro Doc Martens costeranno circa 150 sterline. Per dirla tutta, visti da vicino sembrano vestiti per una festa in maschera, e la loro plastificazione (mi si passi la parola) travalica di gran lunga i termini dell'annosa questione tra punk genuini e posers che ha attraversato, come una piaga, la storia di questa gloriosa sottocultura. Del resto, non è forse vero che da almeno vent'anni il logo dei Misfits campeggia in giro per serate di gala?

 

Come al solito sono in ritardo: svuotata di senso in via definitiva, the joy and hope for an alternative have become its own cliche. Dietro al passo svelto e sicuro di Nina, mi rimetto in cerca di una traccia da cui possa trasparire il prossimo stile londinese.

 

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Nell'ambito della cultura borghese l'adozione di uno stile ha sempre ricoperto un ruolo preponderante nel processo di formazione della propria identità: tramite la scelta di uno specifico codice di abbigliamento e di condotta, i giovani iniziano a operare nel merito del ruolo che andranno a ricoprire nella società del domani.

 

Negli anni '70 del secolo passato, sulla scorta del concetto gramsciano di egemonia culturale, la sociologia inglese elaborò una teoria delle sottoculture giovanili che ne analizzava i modi e le manifestazioni nei termini della tensione dialettica che si veniva a stabilire tra esse e la cultura borghese dominante; inquadrando questa tensione nel campo più ampio della lotta di classe, quella scuola di pensiero si rifaceva alle origini lumpen della maggior parte dei giovani coinvolti nei movimenti sottoculturali dell'epoca, e agli scambi intercorsi tra essi e la numerosa comunità di immigrati giamaicani allora presente in Inghilterra.

 

Un simile approccio rendeva possibile spiegare le ragioni per le quali il potenziale di antagonismo sociale di quei ragazzi si manifestava semplicemente attraverso l'ostentazione di uno stile: un taglio di capelli, una marca di stivali, un modello di scooter potevano essere letti come elementi di rottura nei confronti della società, non soltanto come espressioni di codici di appartenenza e di riconoscibilità.

Nel corso dei decenni successivi, la progressiva assimilazione dei movimenti sottoculturali all'interno della cultura di massa – determinata per buona parte dalla spinta fortemente inclusiva del mercato, ma anche dai profondi cambiamenti della società stessa – ha decretato una stabilizzazione dell'oscillazione dialettica in un senso fortemente normativo: lo stile sottoculturale, che da un lato ha perso buona parte della sua carica sovversiva e dall'altro ha guadagnato terreno sul piano della connotazione identitaria, ha stabilito un criterio di formazione individuale che passa attraverso la scelta di appartenenza a un gruppo.

 

Optare per uno stile piuttosto che per un altro, da un quarto di secolo a questa parte non significa più sottrarsi al gioco delle regole sociali in un'ottica di confronto, quanto piuttosto scegliere la propria collocazione all'interno del corpo sociale stesso: mediante l'adozione di codici e di comportamenti prestabiliti, le pulsioni nichiliste che spesso allignano tra gli impeti della giovinezza vengono moderate, attraverso lo stile, in una forma di antagonismo controllato.

 

Alla luce delle profonde mutazioni che l'universo giovanile occidentale ha attraversato negli anni più recenti – che riflettono quelle di un contesto sociale e mediatico totalmente rinnovato – si può osservare che se la società borghese della seconda metà del XX secolo aveva imparato a produrre anticorpi, la società globalizzata del XXI sembra capace di produrre soltanto tossine.

Negli stessi anni in cui Dick Hebdige studiava i mod, i punk e gli skinhead come portatori di cultura a tutti gli effetti, James G. Ballard, in un'intervista pubblicata su RE/SEARCH, affermava che il futuro dell'Occidente, per come lo immaginava lui, sarebbe stato un futuro essenzialmente noioso, in cui a un regime di conformismo e di consenso totalmente condiviso avrebbero corrisposto improvvise e deflagranti manifestazioni di violenza incontrollata.

 

Questa affermazione evocava una visione del futuro che nascondeva una lettura della realtà britannica degli anni in cui venne formulata – l'epoca in cui prendevano piede, si badi bene, lo stile punk e il tatcherismo. Eppure, qualora si vengano a porre in relazione dinamica alcune manifestazioni dell'immaginario giovanile contemporaneo – che ad un esame superficiale possono apparire tra di loro inconciliabili, ma che viste da vicino svelano legami sotterranei assai profondi – la visione di Ballard sembra tramutarsi, in maniera sorprendente, nella nostra realtà di tutti i giorni.

 

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"Il loro è un problema di identità", afferma Adriano, lo zio di Nina, mentre ci racconta dei coetanei di sua nipote; un rapido sguardo ai gruppetti di ragazzi che stazionano sui London Fields è più che sufficiente per dargli ragione.

 

Il panorama di barbe incolte e di ciuffi curatissimi, di biciclette a scatto fisso, di cestini di lamponi biologici e di birre artigianali che si presenta ai nostri occhi, rimanda immediatamente allo stile hipster che ha imperversato negli ultimi dieci anni tra i giovani bianchi della classe media di mezzo mondo; com'è noto, nel suo bisogno sostanziale di rifarsi a dei modelli del passato riesumati nelle loro forme materiali più superficiali e consumistiche, questo stile ha costruito una visione del mondo in cui alla tipica sete di utopia della gioventù si è sostituito un quieto vivere fatto di salutismo, retromania, gentrificazione e applicazioni per lo smartphone.

 

Ph Derek Ridgers.

 

A dispetto delle peggiori distopie messe in scena dagli scrittori di fantascienza che leggevo da ragazzo, l'idea di una società in cui i giovani avrebbero adottato come stile di vita il consumismo più sfrenato accompagnato da una sistematica fuga nel passato – determinata, con ogni probabilità, da un vero e proprio terrore del futuro – non mi sarebbe mai passata per la testa.

 

Se i giovani rappresentano infatti la speranza nel futuro, che razza di società potrà mai svilupparsi da una generazione che spende il fiore dei suoi anni a rifugiarsi nella visione di una presunta purezza del passato che si traduce, spesso e volentieri, in un esercizio di recupero dei suoi più infimi rimasugli?

Persino la rilettura ossessiva di tali dettagli in chiave social-mediatica e ipertecnologica, in luogo di consentire qualche sbirciatina sul domani, sembra svuotare di senso le potenzialità rivoluzionarie che giacciono nascoste sotto la patina scintillante delle nuove tecnologie informatiche.

 

Nel 1995, quando io e Adriano, appena ventenni, ci incontrammo a Londra e diventammo amici, nei mercatini di Bricklane non si vendevano cibo etnico e t-shirt serigrafate, ma rottami; la nostra generazione, cui è toccato varcare la linea d'ombra della gioventù sul confine di due epoche, ha iniziato a immaginare il proprio futuro proprio a partire da quei rottami, che ai nostri occhi rappresentavano le macerie di un mondo in via di sparizione.

 

Ultima decade di un millennio, illuminata appena dalla luce fredda della Rete che premeva sull'orizzonte, gli anni '90 sono stati un'epoca di frontiera: se l'impressione era quella di vivere in una palude, dentro alla quale gli stili e le tendenze dei decenni precedenti si rimestavano e tornavano a galla a seconda delle cicliche esigenze del mercato, un buon margine di sperimentazione si ritagliava il suo spazio all'interno di zone circoscritte nelle quali era possibile produrre consapevolezza e spirito critico.

 

Il futuro, che avevamo imparato a immaginare grazie ad autori quali Tamburini, Ballard, Gibson, Dick, Burroughs, Cronenberg, Otomo, Tsukamoto, non appariva certo meno spaventoso di quello che è possibile prefigurare al giorno d'oggi; i segnali che annunciavano il fallimento prossimo venturo dell'ideologia del pensiero unico erano già parte della nostra quotidianità: la guerra bruciava nel cuore dell'Europa, i movimenti migratori divenivano di massa, i telegiornali erano pieni di notizie di sgozzamenti e decapitazioni provenienti dal Nordafrica.

 

La fiducia nella capacità analitica sviluppata grazie alle buone letture, che ci avrebbe dovuto mettere nella condizione di poter dominare la paura del futuro, era a quei tempi inalienabile: all'inizio del 2001, quando venne lanciata Wikipedia, salutammo l'evento come il segnale di una nuova era, di un nuovo Secolo dei Lumi, in cui il sapere sarebbe stato alla portata di chiunque e lo spirito della ragione avrebbe trionfato sulle spinte oscurantiste che stavano iniziando ad agitarsi per il mondo; pochi mesi dopo, la sporca faccenda del G8 di Genova e l'attacco alle Twin Towers ci riportarono con i piedi per terra, ma lavorando sulla strategia mediatica che si mise subito in moto dietro quei tragici eventi, li riuscimmo in qualche modo a decifrare.

 

Trascorsi quindici anni, mentre passeggiamo per i quartieri alla moda di una delle principali metropoli occidentali, alla vista di questi giovani la cui anima, come diceva Ballard nell'intervista citata qui sopra, sembra "rivestita di moquette", la nostra capacità di interpretazione del reale inizia seriamente a vacillare.

 

Dev'esserci stato un momento in cui i giovani della classe media occidentale hanno smesso di immaginare il futuro e hanno deciso di relegarsi volontariamente nelle vetrine di questo museo a cielo aperto, di questa sorta di isola felice, dalla quale gli stranieri e i morti di fame malvestiti e costretti a farsi la barba tutti i giorni per andare a lavorare sono stati allontanati con la forza, e in cui la vita scorre tranquilla tra librerie d'arte, ristoranti vegani e negozietti che mettono in vendita, a prezzi esorbitanti, mercanzia vintage di ogni genere.

 

Visti da una certa distanza – stesi sul prato a torso nudo ma col cappello di lana in testa, circondati dai loro gadget preferiti e con le barbe fieramente esposte al sole – questi ragazzi sembrano contenti; eppure, a guardarli bene, hanno tutta l'aria di annoiarsi parecchio.

 

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Sì, avevo sbagliato, avevo sbagliato in tutti i sensi. Mi sveglio di soprassalto, tentando di uscire da un sogno in cui visitavamo la mostra sui Jam alla Somerset House. La stanza è ancora avvolta nell'odore del fumo di sigaretta: ieri notte, esausti per i postumi del viaggio e per il ritmo incalzante della nostra flânerie londinese, io e Barbara ci siamo ritrovati nel bel mezzo di un'accesa discussione che, dopo una lunga deriva, è finita per arenarsi sulle mitiche spiagge dell'isola dei Lumi.

 

Una bellissima ragazza somala, in procinto di trasferirsi a Nairobi per lavoro, continuava a ripetere che sarebbe ora di finirla con questa storia dei valori universali, che quel che conta è l'interesse particolare, e che i suoi cultural heritage studies lo avrebbero dimostrato, una volta che si fosse ritrovata sul campo. "Sono tutti indottrinati, è la fine!" esclamava Adriano. Con la testa ancora avvolta nelle tenebre del sogno, mi alzo dal letto e scivolo dentro la cucina, tentando di fare meno rumore possibile.

 

Ph Derek Ridgers.

 

Adriano è già lì, in piedi davanti al fornello, che prepara la colazione per la sua amica: succo d'arancia, yogurt, avocado e uova scadute da una settimana.

 

"He tried to poison me!" ride lei, mezz'ora dopo, mentre fugge come il vento verso il centro.

"Deve andare a comprarsi un velo integrale per il Kenya." dice Adriano, con tono grave.

 

Un po' di etnografia urbana è quel che ci vuole per rimettersi in sesto. Riprendiamo la pista, facendo attenzione a non cadere nel sortilegio delle catene-di-negozi-tutti-uguali che l'altro giorno ci ha sospinto fin sotto The Shards senza che ce ne rendessimo conto.

 

La teoria vuole che se Babilonia brucia di noia, i segni e le tracce vadano cercati dentro al ghetto – che a Londra però sembra essere sparito: in sette giorni di osservazione partecipe, avrò incrociato sì e no due giamaicani. "Più giù, più a est.." dice Adriano.

 

Alla fine è la Circle a decidere per noi, e ci spara come proiettili in direzione di South Kensington.

Barbara propone il V&A; io non sono pronto per un'altra collezione, ma è l'unico passatempo gratuito che ci riservi la città: considerate le nostre magre sostanze, ce lo faremo andar bene. Sul treno, lame di luce estiva tagliano gli occhi di una ragazza col niqab. Mentre usciamo dalla stazione, io e Barbara discutiamo di quel look così inquietante. "Se una persona girasse vestita in quel modo in Italia verrebbe arrestata dopo trenta secondi." dico io; dalle nostre parti, in effetti, non si sta tanto a badare alle esigenze del particolare. 

 

Affamati, constatiamo amaramente che il delizioso bistrot libanese che avevamo scoperto il giorno prima nel cuore di Soho è in realtà uno degli anelli della magica catena del consumo di massa che ci accompagnerà fin dentro l'aeroporto di Gatwick. 

 

Ci accomodiamo comunque, un po' delusi, tra la piccola folla di ricche famiglie mediorientali che si prendono una pausa dal tipico shopping compulsivo dei loro pellegrinaggi in Occidente – o si tratta piuttosto di residenti del quartiere, scesi di casa giusto per fare uno spuntino?

 

Nel museo, un enorme carillon di foggia indiana mostra una tigre nell'atto di sbranare un soldato inglese in uniforme coloniale; lo stile espressionista della realizzazione conferisce un tono quasi comico all'atroce messa in scena e una nota spiega che il meccanismo a manovella posto sul fianco della fiera serve a riprodurre le urla del soldato straziato: pagherei oro per poterlo fare, ma per mia sfortuna il V&A non è un museo interattivo.

 

Più tardi, nella luce del crepuscolo, gruppetti di donne completamente velate si aggirano come fantasmi tra le boutique più esclusive, tra i caffè alla moda, nei ristoranti di lusso. Scendiamo sottoterra e il volto di un ragazzo, dell'apparente età di diciotto anni, esplode sul muro giusto di fronte alla banchina dove ci mettiamo ad aspettare il nostro treno. È scomparso da mesi, e la sua faccia ora è stampata su uno di quei manifesti che in Inghilterra si usa affiggere nei luoghi pubblici per spargere la voce e raccogliere notizie. "Sarà in Siria a farsi crescere la barba?" mi domando, tentando di decifrare il suo sguardo inespressivo.

 

Il treno si arresta stridendo lungo la banchina, cancellando il viso del ragazzo perduto: si aprono le porte, e la traccia evanescente che sto seguendo dal momento in cui ho rimesso piede a Londra prende corpo all'improvviso, nella forma di un'immagine che affiora dal recente passato. Sono a Romainville, periferia est di Parigi, e il futuro mi svela per un istante uno dei suoi volti nascosti: una gang di ragazzini meno reale della sostanza di cui sono fatti i sogni, il cui stile – un miscuglio di elementi tradizionali e contemporanei – mette in scena un sistema di segni coerente e dotato di una forte connotazione identitaria.

 

Nell'accostamento in apparenza casuale, ma in effetti studiato sin nei minimi dettagli, di sneakers e barbe lunghe, di bmx e djellaba, di felpe col cappuccio e copricapi tradizionali, quei ragazzi realizzano una sintesi stilistica che esprime dinamismo e operatività e che sembra in grado di ricondurre la peculiare urgenza giovanile del "qui e ora" a un intento programmatico di intervento sul piano della realtà.

 

La visione scivola verso la coda dell'occhio, va a sfumare e poi svanisce, mentre le porte del vagone si richiudono alle mie spalle. Ora sono nell'area imbarchi di Gatwick. Barbara mi sta parlando, ma io non riesco ad ascoltarla; sono troppo preso dal controllare se per caso il ragazzo perduto di South Kensington abbia deciso di intervenire sulla realtà venendo a farsi saltare in aria proprio all'interno del nostro bistrot preferito. Mi sforzo di riflettere sul fatto che ho troppa fantasia e che è il condizionamento mediatico che mi spinge a vedere terroristi dappertutto, ma una volta superato il gate e la paura dell'attacco, ora mi aspettano quelle del decollo e dell'atterraggio: per tentare di distrarmi trascorro il volo a riordinare i pensieri e le impressioni.

 

Globalizzazione, relativismo e terrore generalizzato erano fenomeni prevedibili, il naturale corollario di un esperimento dissennato di darwinismo sociale, concepito da un ricercatore annoiato che tenesse un pollice in permanenza sul pulsante dell'avanti-veloce. Ma come la mettiamo con i ragazzi perduti?

 

Mentre l'aereo plana lentamente nell'afa estiva della notte romana, penso alla speranza nel futuro che essi dovrebbero rappresentare che si va diluendo sempre di più nella pappa indifferenziata di un conformismo che non lascia speranze. Smarrita in una foresta di tradizioni ammuffite, specchio di un'utopia posticcia che rimanda immagini di frustrazione e di violenza fine a se stessa, oppure intrappolata nell'incantesimo del consumo, nell'eterno presente del riciclaggio del passato, la nuova generazione non lascia presagire molto di buono per il futuro.

 

Il medioevo come prospettiva o la nostalgia come orizzonte: in un caso e nell'altro, la barba come destino.

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