La città degli orti

Milano appare una città a più dimensioni tra loro incongruenti: decentemente integrata nel suo ristretto territorio comunale, lacerata nella cintura metropolitana denominata oggi Grande Milano. La diversità amministrativa che distingue Milano da altri grandi centri urbani, e in primo luogo da Roma, potrebbe mascherare, a uno sguardo disattento, la sostanziale analogia che invece la accomuna al resto delle cosiddette città globali: la progressiva dualizzazione del territorio urbano. Fenomeno ancor più controverso se relazionato a un contesto metropolitano soggetto ad un prolungato periodo di crescita economica, sostenuta oltretutto da una narrazione pubblica volta a magnificarne le sorti. Milano, insomma, non è solamente in controtendenza rispetto al resto del paese: è divenuta a sua volta un brand. Il lato oscuro di questo brand si è incaricato di mostrarlo la pandemia, travolgendo un servizio sanitario nel frattempo privatizzato nelle strutture e soprattutto nelle logiche aziendali. Per cogliere gli elementi di continuità e di distinzione che alimentano la morfologia urbana del capoluogo lombardo, occorre allora più che altrove un approccio transcalare, capace di muoversi e di unire differenti grandezze geografiche, territoriali, amministrative e sociali. Un metodo di lavoro simile è usato da due diverse ricerche promosse dal Dipartimento di Architettura e Studi urbani del Politecnico di Milano, all’interno del programma Lacittàintorno della Fondazione Cariplo. Si tratta di La città degli orti e Periferie del cambiamento (Quodlibet 2020), lavori costitutivamente multidisciplinari e a dichiarata vocazione progettuale: le ricerche ambiscono a intervenire direttamente nella pianificazione urbanistica, pensandosi come strumenti di ricerca e insieme di intervento nel più vasto ambito della rigenerazione urbana.

 

Concetto polisemico e scivoloso, che negli ultimi due decenni si è tradotto il più delle volte in operazioni di gentrificazione della città consolidata, da un lato, e in rammodernamenti estetici della periferia disintegrata, dall’altro. Giocare col termine rigenerazione, insomma, comporta un elevato rischio di compromissione o, in questo caso, di azzardo: risemantizzare un lemma giornalisticamente alla moda ma guardato con sospetto dalle scienze urbane. 

 

La lettura incrociata di questi due libri rilancia il senso della complessità urbana. La dinamica degli orti urbani si è caratterizzata, in questo decennio, per la sua notevole trasversalità geografica: isole di verde adibite all’autoproduzione alimentare possono ritrovarsi in ogni contesto, dalla città compatta ai margini della proteiforme periferia. E le «traiettorie di rigenerazione» della periferia milanese considerate nella ricerca affrontano questa evoluzione urbana in tre diversi quartieri, simbolo di tre diverse scalarità urbane: via Padova, Corvetto e quartiere Adriano. Tre gradienti diversi di marginalità: dal più integrato con la città consolidata (via Padova), al più distante, sia in termini geografici che sociali, il quartiere Adriano. Eppure una lettura integrata di questo tipo pone più di una problematica d’indagine e interpretativa: definendo questi tre territori come “periferie”, senza ulteriori specificazioni e anzi omologandoli attraverso l’uso del concetto pass partout, si contribuisce paradossalmente a sfocare la natura delle trasformazioni sociali e urbane avvenute in questo ventennio abbondante. Se via Padova è uguale al quartiere Adriano, accomunati ambedue dalla qualifica di “periferia” nonostante la differente collocazione morfologica, quali caratteri decisivi contraddistinguono allora la città consolidata dalla “anti-città” divenuta nel frattempo la periferia, enorme conglomerato di urbanità diffusa ma non per questo pienamente cittadina? E quali le differenze con Corvetto, quartiere di case popolari dalla morfologia sociale tutto sommato omogenea? Si tratta chiaramente di un problema interpretativo, relativo cioè al valore che il concetto di periferia è andato assumendo da qualche tempo a questa parte, diverso, a volte opposto, a quello della città moderna. Il rischio è quello di fraintendere il mutamento della città nel suo complesso. 

 

 

Il metodo di lavoro e la prospettiva evocata sin dall’inizio dei suddetti lavori appaiono, però, persuasivi. È esplicita l’esigenza di con-ricerca tra osservatori e abitanti, tra studiosi e residenti, volta da un lato a penetrare la realtà urbana in profondità senza fermarsi alla superficie e all’ovvio disciplinare, dall’altro ad attivare la partecipazione degli abitanti, co-protagonisti della ricerca in corso. La prospettiva, poi, è quella di travalicare i limiti della mera osservazione accademica, volgendosi immediatamente in strumento di pianificazione urbana volto al miglioramento delle condizioni di vita di chi abita la città e soprattutto le sue periferie. Se l’impianto è dunque pienamente in linea con le migliori esperienze conoscitive (per ciò che riguarda le scienze sociali), le soluzioni proposte rimangono, in qualche modo inevitabilmente (sembrerebbe costituire il limite di ogni osservazione strettamente specialistica), imbrigliate in una logica difensiva: mitigare gli effetti di sconvolgimenti sociali che si ripercuotono e ridisegnano la città e la sua periferia. Vasto problema, si direbbe, e per di più di annoso: come intervenire localmente riguardo a problematiche di fatto globali, e in ogni caso sovra-metropolitane? Il limite è quello di rassegnarsi alla resilienza (altro termine problematico), ovvero escogitare vie d’adattamento alla condizione di marginalità cittadina.

 

Chiaramente non è l’obiettivo dichiarato di ricerche come queste, cionondimeno ne rimane l’ombra sullo sfondo. L’esempio lo offre proprio la questione degli orti urbani. Pratica secolare, e che però lungo il Novecento e fino ad oggi è traslata di significato: da necessità alimentare, dettata dalla penuria economica, a pratica alternativa correlata alle maggiori capacità reddituali dei novelli coltivatori urbani, sintomaticamente individuati come gruppo sociale tutto sommato omogeneo, maschio e pensionato; infine, ulteriore metamorfosi, gli orti urbani divengono agenti di trasformazione e di miglioramento del paesaggio cittadino, sottratto dunque alle logiche informali che lo innervavano per divenire strumento di politica urbanistica di qualità. Un caso emblematico di sussunzione pubblica di pratiche informali sottratte alla regolazione commerciale e/o amministrativa. Non a caso, il carattere nuovo assegnato alla pratica dell’orto urbano discende dalle migliori esperienze nord europee sino a giungere alle sponde della metropoli mediterranea, ridisegnando e umanizzando lembi di città fra i più vari. L’orto urbano non colma unicamente un vuoto dislocando in città porzioni di campagna inerente alla metropoli: sempre più spesso si presenta come soluzione volta alla riqualificazione di aree dismesse, abbandonate o degradate, alternativa alla nuova edificazione o alla superfetazione di parchetti urbani privi di reale significato, appiccicati alla città costruita come “toppa morale” più che inseriti in un disegno complessivo di qualificazione territoriale.

 

L’orto urbano diviene così, effettivamente, una risorsa alternativa, a patto di integrarla in una visione di città complessiva, che non sfrutta l’ennesima novità (sostenuta da una narrazione accattivante ma interessata) per rigenerare il quartiere in senso gentrificatorio, come è avvenuto negli ultimi anni con una certa street art, ma aggiorna e “popolarizza” una pratica potenzialmente edificante (e realmente rigenerativa laddove effettivamente funzionante, come nei molti esempi riportati nel testo). 

La città che prende forma da ricerche di simile taglio è sicuramente più “complicata” di quella osservata dalle riduzioni disciplinari che, di volta in volta, settorializzano le dinamiche urbane invece di metterle in relazione. Intervenendo su di un fatto sociale in perenne mutamento, risentono di questo stesso movimento, che impedisce qualsiasi definizione stabile. Eppure prima o poi dovremmo arrivare a definire una terminologia di massima condivisa scientificamente. Come giustamente si domanda il lavoro di ricerca sulle periferie, queste sono un problema “spaziale” o sociale? Perché a seconda dell’orientamento prevalente, la determinata definizione di periferia può assumere un significato piuttosto che un altro, sovente alternativo e inconciliabile, confondendo i piani di ragionamento e le idee. Di questa confusione rischiano di essere vittima involontaria anche lavori come questi. 

 

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