To’, la famiglia

Skiathos, estate 2019. La spiaggia di un’isola greca è un luogo sociologicamente magico in cui si sono dati appuntamento commercialisti di Hannover, vecchi marinai di South Hampton, casalinghe di Malmö, librai di Montpellier, impiegati ministeriali di Roma e via così, in un sabba balneare alla Hieronymus Bosch moltiplicato per mille. Chiunque abbia una vena comparatista va a nozze ma si scopre ben presto che ci sono livelli su cui fare confronti non è produttivo: siamo tutti o quasi sovrappeso; mangiamo tutti tzatziki e beviamo tutti birra Mythos (almeno lì);  siamo tutti ugualmente svestiti, anche se meno di una volta dato che, in spiaggia, le donne hanno abbandonato da tempo il topless e gli uomini optano per mutandoni al ginocchio per quelle misteriose inversioni delle tendenze che ha chiamato i passi di gambero della storia. Ma proprio quando l’osservatore comparatista sta per gettare la spugna e concludere che mai come oggi tutto il mondo è paese, ecco la sorpresa: to’, esiste ancora la famiglia! Una bambina bionda e grassoccia sorride in acqua chiamando in inglese il nonno che le aggiusta un complicato salvagente composto da due braccioli più un gonfiabile posteriore, modello forse mutuato dalla Royal Navy di sua Maestà. Poco dopo si aggiunge amorevolmente il padre, un ragazzo biondo con un lungo testo tatuato sulla pancia e un’età alla quale, i nostri giovani, si stanno chiedendo che facoltà scegliere. La nonna osserva sorridendo dal lettino e poi si unisce alla famiglia flottando a lungo sotto costa su una ciambellona gialla a forma di bombolone. 

 

Ma la bambina non è ancora contenta di avere l’attenzione di tutti questi parenti e chiama la mamma, una poco più che ventenne, bionda e in carne, che non esita a raggiungere il gruppetto per completare l’affollato Tondo Doni d’oltre Manica. Tutti sono sereni, sorridenti, disponibili gli uni con gli altri e singolarmente focalizzati sulla piccola, una tre-quattrenne che non potrebbe mai comparire in nessuna pubblicità, singolare ircocervo fra Shirley Temple-riccioli d’oro e Shelley Winters. Non ci sarebbe niente di particolarmente interessante in questa scena di armonia familiare se, in base a una osservazione prolungata, essa non facesse sistema con molte altre analoghe. Nell’ombrellone a destra, un trentenne con la barba da hipster e la sua bellissima e giovanissima compagna si prendono cura di due bimbette, di cui la più piccola ancora non cammina: le portano a fare il bagno tenendole in braccio e parlando loro dolcemente come se l’unico scopo della loro vacanza fosse quello di accudirle al meglio. All’ora di pranzo tirano fuori contenitori di cibo preparato a casa che somministrano alle piccole con pazienza, nella quiete umbratile del loro ombrellone e nessuno grida, nessuno frigna, tutto avviene nel silenzio, fra i sorrisi, con una disponibilità assoluta, da parte degli adulti, del loro tempo. Terzo esempio, una famiglia allargata britannica, composta da una coppia di sessantenni con le due famiglie dei loro figli: quindi cognati, cuginetti di varie età e, udite udite, uno zio con sindrome di Down, sguardo da bambino e tempie grigie, che tutti a turno coinvolgono in conversazioni, giochi in acqua, chiedendogli se ha caldo, se ha fame, aiutandolo a togliersi la maglietta, nella più assoluta concordia e semplicità. I fratelli e cugini di età e generi diversi giocano per ore a bagno senza litigare mai e divertendosi un sacco. Infine, la domenica soprattutto, arrivano i greci locali. Anche i greci mostrano di regola un atteggiamento molto amorevole nei confronti dei loro bambini che trattano come qualcosa di importante e prezioso.

 

 

Un esempio fra i molti osservati: una giovane donna, che i famigliari chiamano Eleutheria, passa ore in acqua a scarrozzare una piccina, che chiamano Niki, su un canotto a forma di fiore con un tettuccio parasole che le crolla sempre in testa e che Eleutheria, per un numero infinto di volte, le solleva dal capo stando ben attenta però a che la piccola rimanga sufficientemente protetta da sole. Tre altri bambini, due maschietti e una ragazzina, si tuffano gioiosamente attorno al canotto per un tempo interminabile, come i delfini che accompagnano le navi, buttando un po’ di acqua di tanto in tanto nel natante della più piccola perché possa giocare con gli spruzzi. Anche qui divertimento, concordia di tutti con tutti, gioia di stare fra bambini e con i bambini, e zero litigi. Insomma quello che si moltiplica sotto i nostri occhi è lo spettacolo di una famiglia che ancora esiste come esisteva da noi in decenni precedenti a cui è difficile dare un confine ma che i meno giovani riescono a ricordare con sicurezza. E poi arriva la famiglia italiana: madre, padre e due figli, la più grande di dodici-tredici anni, il fratello di nove-dieci. Si piazzano proprio nell’ombrellone accanto per cui è impossibile non sentirne i discorsi. Sono tutti, da subito, coerentemente ingrugniti e qualsiasi interazione è fondata sul conflitto. Madre a figlia: vuoi giocare a palla? Figlia: no. Padre a figlio: metti gli auricolari che disturbi le persone. Madre: ma lascialo fare, il volume è basso. Figlia a madre: insomma togliti di lì che non ho voglia di stare al sole.

 

Madre a figlia (ripetuto): stai zitta. E così via in un affresco che comprende solo irritazione reciproca, mancanza totale di divertimento (la ragazza, già all’ora di pranzo: uffah, andiamo a casa?), discorsi che trovano una composizione collettiva solo se vertono sui giga che rimangono a ciascuno sul rispettivo cellulare. Alla fine, come forma estrema di sopravvivenza, i due adolescenti si ritirano sotto i rispettivi teli da bagno e, in una spiaggia greca gloriosa di sole e di benedizioni antiche, creano la loro personale camera oscura dove fare esattamente quello che fanno tutto il tempo nelle loro camerette di Brembate, cioè guardare i post su Facebook, i filmati su Youtube o le serie per adolescenti su Netflix. E qui l’osservatore, superato lo sconforto antropologico, fa una riflessione: quale madre, quale padre, quale cugino o sorella, possono competere, quanto a interesse, simpatia, glamour, divertimento con i personaggi e gli intrecci creati dalle multinazionali dello spettacolo? È risaputo che ormai le serie sono un affar serio, che muove milioni di dollari e che le case di produzione vanno a caccia dei migliori sceneggiatori a livello mondiale per poi riunirli in panel in cui lavorano insieme, con stadi di elaborazione diversificati e mansioni tecnico-creative così sofisticate da essere difficilmente immaginabili per l’utente comune. Insomma, la produzione seriale contemporanea ha una potenza di fuoco tale che nessuno può resistervi, neanche a Skiathos, neanche di fronte alle sponde del Mediterraneo di chi pensava che fatti non fossimo per viver come bruti. E allora che cosa permette ancora agli “altri” di divertirsi insieme, di portarsi in vacanza lo zio Down, di non sentirsi defraudati dall’happy hour se si passa il proprio tempo a gonfiare improbabili braccioli? L’unica risposta, e a volte quelle semplici non sono per forza sbagliate, sta nel piacere affettivo della cura: cura dell’altro, dono del tempo per l’altro, specie se è piccolo, se è fragile, se non dice le battute brillanti delle sit com ma ci sorride.

 

Perché in Italia la cultura, forse sarebbe meglio dire la sensibilità, per la cura sembra essersi perduta? Eppure il tempo della vacanza dovrebbe essere propizio per ritrovare questa dimensione affettiva, non rutinaria, personale e interpersonale. La riflessione sulla drammatica situazione demografica del Paese dovrebbe forse partire da qui più che da calcoli di tipo economico. Perché mai i giovani italiani dovrebbero far figli se non prendono più nessun gusto a stare con loro? E perché, nel nostro Paese, si è prodotta questa disumanizzazione dei rapporti e si è accampato un po’ dovunque questo regime altamente conflittuale delle interazioni, fin da quelle privatissime all’interno delle famiglie? Siamo talmente immersi in questa cultura del conflitto, dell’indifferenza, dell’egoismo che non ce ne rendiamo nemmeno più conto, ci sembra normale. Ma poi basta uscire da casa nostra e ci accorgiamo, con evidenza fenomenologica, che non è così dappertutto, che in altri paesi europei il tessuto fragile ma fondamentale dell’affetto solidale sembra essersi conservato assai meglio. Passare ore a trascinare un canotto a forma di fiore, con il sorriso sulle labbra perché se ne trae piacere, per alcuni europei è ancora qualcosa di preferibile ai fumi eccitanti e anestetizzanti degli spritz bevuti fin dalle ore del mattino nei bar di tutta la penisola. 

Eleutheria, fra l’altro, vuol dire “libertà” e Niki “vittoria”. Ripartiamo dalle etimologie.

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