La morte non è un’opzione

Per un approccio francese al transumanesimo

Tra Francia e Stati Uniti – lo sappiamo tutti – non corre buon sangue. “La Francia non può essere Francia senza grandeur”, diceva De Gaulle, ed è chiaro che l’universalismo americano è sempre stato scomodo ai francesi, percepito più come una minaccia al suo famoso narcisismo, che come un alleato o un modello a cui allinearsi. Ovviamente, l’antipatia è corrisposta: gli americani considerano i francesi “effemminati e pelandroni, corrotti e sprovvisti di idealismo, troppo teorici, elitisti e collettivisti”, scrive il giornalista Brian Palmer, e il cosiddetto “french bashing” dei giornali anglosassoni nei confronti delle 35 ore lavorative o le feroci critiche allo “Stato assistenziale” francese sono storia recente; ulteriori e costanti motivi di contrasto tra due visioni del mondo che – al netto di eventuali e reciproci complessi di inferiorità – pretendono di essere diverse l’una dall’altra.

 

Non sorprende, quindi, che la mitica Silicon Valley, con le sue aziende multimiliardarie e i suoi visionari geni del web, siano, molto più che in Italia, sotto la lente di ingrandimento dei politici e degli intellettuali d’oltralpe. Simbolo della potenza americana e, nello stesso tempo, tempio del liberalismo turbocapitalista, i giganti californiani del digitale suscitano da una parte l’interesse di chi sogna di recuperare il gap con gli States, dall’altra la preoccupazione del mondo cattolico e dei cosiddetti pensatori antimoderni – da Alain de Benoist a Luc Ferry, fino alla giornalista Natacha Polony –, che si affannano nel mettere in guardia dai pericoli di una supremazia dell’economia e della tecnica – vedi le recenti polemiche relative all’utero in affitto – sull’umano. 

Il “transumanesimo”, che teorizza una nuova umanità evoluta e artificiale permettendo all’essere umano di sbarazzarsi del corpo e della sua caducità, è una delle prospettive più affascinanti a cui lavorano gli scienziati californiani; un argomento che, ovviamente, stuzzica la fantasia degli scrittori. È così fin dai tempi di Frankenstein o – per citare un archetipo francese – dell’Eva futura di Villiers de l’Isle Adam: l’uomo è ossessionato dall’idea di fabbricare se stesso, cioè di diventare Dio. La pubblicazione, negli ultimi mesi, di almeno tre romanzi francesi sull’argomento, potrebbe rappresentare un motivo più che valido per chiedersi se è possibile parlare di un approccio “francese” alle teorie transumaniste. Una lettura – riprendendo i presupposti enunciati in apertura – eventualmente controcorrente rispetto a quella anglosassone.

 

Nel suo ultimo romanzo, Une vie sans fin, pubblicato in Francia lo scorso gennaio, Frédéric Beigbeder – scrittore, regista, critico letterario e icona mediatica – ha deciso di raccontare “il suo viaggio verso l’immortalità in nove tappe”. 

 

 

Come quasi sempre accade nei suoi libri, l’autore parte da un’ossessione personale: “un tempo pensavo alla morte una volta al giorno, da quando ho superato il mezzo secolo, ci penso ogni minuto”. E così, il suo alter ego romanzesco, un conduttore televisivo, promette a sua figlia di dieci anni che farà di tutto per non morire. Indossati i panni un po’ improvvisati del giornalista investigativo, il protagonista passa in rassegna tutti i metodi messi a disposizione dalla scienza per prolungare la vita il più possibile, presumibilmente fino all’immortalità: rigenerazione cellulare, ringiovanimento degli organi interni, inversione dell’invecchiamento, criogenizzazione etc… Ne risulta ciò che l’autore stesso definisce un “roman de science-non-fiction”, un romanzo di non-fantascienza, visto che le interviste ai medici e agli specialisti sono autentiche, così come lo sono gli “esperimenti” a cui il protagonista si sottopone nel corso della sua avventura. Pur non rinunciando al suo punto di vista personale – che, in definitiva, è ciò che più ci interessa – quello di Beigbeder assomiglia a una sorta di manuale che fornisce al lettore che non ne sa nulla un utile bagaglio di conoscenze di base sull’argomento.

 

Verso la fine del suo viaggio, che comincia dalla consapevolezza di non voler morire (il capitolo “La mort n’est pas une option”, La morte non è un’opzione) e termina con il Superuomo di nietzschiana memoria (“Uberman”) – ovvero una razza superiore biologicamente aumentata, che, come ricorda lo stesso autore, altro non è che la realizzazione del sogno eugenetico dei nazisti – si affronta inevitabilmente il tema del transumanesimo. Il protagonista del romanzo ha già adottato la “dieta Saldmann”, sequenziato il suo DNA, congelato le sue cellule staminali, fatto una trasfusione di sangue con il laser e preso informazioni sul trapianto di organi umani cresciuti negli animali e sulla creazione ex novo di organi con una stampante 3D, mostrandoci tutte le meraviglie della tecnologia contemporanea. Ora si trova all’Health Nucleus di San Diego, in California, ed è pronto a compiere un passo ulteriore: sbarazzarsi del corpo e abbattere la barriera tra l’umano e il digitale. “Se siamo capaci di immagazzinare un film in digitale nel DNA di un batterio vivente – questo l’assunto di partenza del transumanesimo –, allora è possibile anche integrare tutta l’informazione del nostro cervello in un DNA per poi scaricarlo su un hard disc molto potente”. O sul cloud. A questo punto, non resta che connettere il cervello digitale a un robot che “non avrà la mia pelle, ma avrà il mio senso dell’umorismo, la mia memoria, la mia stupidità, le mie attitudini, le mie opinioni, le mie convinzioni, il mio stile, costantemente attualizzati”. 

 

Dopo aver perso la sua famiglia – che aspettava invano il suo ritorno nei Paesi Baschi – a causa di quello che, pagina dopo pagina, diventa un autentico delirio di onnipotenza, il nostro eroe perde anche la vita a causa di un’epatite contratta in seguito a una trasfusione di sangue giovane – quello che l’autore definisce come una sorta di “vampirismo del XXI secolo”. La citazione di Montaigne all’inizio del capitolo avrebbe dovuto metterci in guardia: “Talvolta la fuga dalla morte fa sì che corriamo tra le sue braccia”. Così, grazie al “brain uploading” che aveva effettuato, il protagonista può finalmente sperimentare la vita dopo la morte e ne deduce che “la morte è triste, ma la non-morte è ancora peggio”. Scrive l’autore: “Pessoa si è sbagliato quando ha detto “la vita non mi basta”. Oh sì che la vita basta. La vita basta ampiamente, parola di un morto”.

In definitiva, l’eroe autofinzionale di Beigbeder è solo un egocentrico, un invasato la cui curiosità per i progressi della scienza è direttamente proporzionale all’egoismo. È questo il messaggio dell’autore, che, non a caso, conclude il romanzo con il suo ritorno alla casa in campagna – nella vita vera Beigbeder ha lasciato Parigi e il suo impiego in tv per trasferirsi nei Paesi Baschi – e ai suoi affetti, più umani che mai, mentre tutto il suo delirio post mortem, alla fine, non risulta essere nient’altro che un brutto sogno.

 

Se Beigbeder riduce l’ampiezza della critica alla “hybris tecno-messianica” tipica della Silicon Valley affidandola al nombrilismo del suo alter ego letterario, nel caso del romanzo di Pierre Ducrozet L’invention des corps e del romanzo di François-Régis de Guenyveau Un dissident, la presa di posizione nei confronti delle nuove tecnologie è molto più esplicita e severa – dipenderà anche dall’età anagrafica degli autori, nati entrambi negli anni `80?

Questi due romanzi hanno non pochi elementi in comune, a tal punto da poterne dedurre una struttura-tipo del romanzo transumanista. Da una parte c’è un guru, un visionario posseduto da un’ambizione che sconfina nel delirio e dotato di risorse finanziarie illimitate per realizzare il suo progetto per il futuro dell’umanità. In altri termini: l’antagonista. Dall’altra c’è il giovane geek che si ritrova suo malgrado a far parte dell’ingranaggio e alla fine – nel momento in cui si rende conto delle sue aberrazioni – decide di sabotarlo. 

Nel libro di Guenyveau – lo si capisce fin dal titolo –, tale personaggio è il protagonista assoluto dell’intreccio ed è incarnato da Christian, un ragazzo nato in un piccolo paese di provincia da genitori tanto borghesi quanto freddi e insignificanti, che cresce a pane e matematica, non ha amici e figuriamoci la fidanzata. Grazie a uno zio, Stanislas, proprietario di Trans K, una società pioniera nel mercato dell’uomo aumentato, andrà a lavorare negli Stati Uniti, in un laboratorio nascosto tra gli alberi di una foresta secolare. Come da copione, questo control freak che legge la vita come se fosse un’equazione matematica si renderà conto che Stan non lavora “per il bene dell’umanità”, come volevano fargli credere, e che la scienza è sì bella e necessaria, ma che talvolta deve lasciare spazio al mistero e alla fede. 

 

 

L’eroe di Ducrozet, invece, è un giovane professore d’informatica messicano sopravvissuto al famoso massacro di Iguala del 2014, durante il quale la polizia prelevò 43 studenti che si stavano recando a una manifestazione e li affidò ai criminali di un cartello della droga che li uccise e poi li bruciò in una discarica. Anche lui finisce nelle mani di un orco: Peter Hayes, giovane imprenditore rock’n’roll ossessionato dall’eliminazione della morte e dalla rigenerazione degli organi grazie alle cellule staminali, che non lo sfrutta per le sue competenze informatiche, ma come cavia per il trapianto di organi. Proprio come Stanistas, Peter si ispira agli attuali boss della Silicon Valley: Serguey Brin (Google), Raymond Kurzweil (Google) e Elon Musk (Tesla). Ma non è tutto. Ciò che caratterizza il romanzo di Ducrozet (Prix de Flore 2017) e che lo distingue dai precedenti, è il lavoro che l’autore ha fatto sulla forma: “Ho immaginato [...] un romanzo senza baricentro, fatto di pieghe e di passaggi, di rimandi, di ipertesti, in grado di riprodurre il mondo contemporaneo, utilizzando Internet come contenuto e come forma”. Autentico “World Wild Novel”, romanzo-mondo o meglio romanzo-mappamondo, nel suo libro Ducrozet prende per mano il lettore portandolo dappertutto – Messico, USA, Canada, Hong Kong, Parigi –, e varia i registri stilistici – realistico quando rievoca il massacro di Iguala, fantascientifico quando descrive l’isola futurista ideata da Hayes, sentimentale quando l’amore di Adèle salverà la vita del protagonista - alla ricerca della propria utopia: “rallentare i giorni, domare lo spazio”.

Per quanto i due romanzi si differenzino per abilità narrative e ambizione autoriale – quello di Guenyveau è un tipico romanzo di formazione, mentre quello di Ducrozet ha un respiro più globale sul tema del transumanesimo, più simile alla satira totalitaria del Cerchio di Dave Eggers – entrambi si strutturano attorno all’asse che, in ultima istanza, vede contrapposte due famiglie politiche: da una parte l’impero neoliberista dei cattivi, quello dei fautori del transumanesimo, dall’altra le cellule di resistenza rappresentate dai giovani hacker informatici, incarnazione di una sorta di anarchismo conservatore ed ecologista. 

 

Potrebbe essere davvero questo – volendo estendere il perimetro dei casi letterari francesi e considerandoli un potenziale modello narrativo – il punto di vista politico-filosofico della vecchia Europa sullo sviluppo tecnologico e sulle teorie transumaniste made in USA? O dobbiamo pensare che quello dei francesi sia solo il risultato di un naturale istinto di protezione nei confronti della loro fin troppo bistrattata grandeur?

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