La musica di Komitas e l'Armenia

A Yerevan si festeggiano i 150 anni dalla nascita di Komitas e gli sono dedicati concerti ovunque. Ho sentito la sua musica per la prima volta a Tbilisi una decina di anni fa e per una serie di coincidenze fortunate riuscimmo a portare a Venezia lo stesso quartetto qualche anno dopo, a Ca’ Rezzonico. Padre Komitas era un orfano (di madre a un anno, di padre a 11), che venne affidato presto alla chiesa Armena ad Echmiadzin, la città sacra della chiesa Armena. Lì vicino il re Tiridate era stato toccato da Gregorio l’armeno (l’illuminatore) che in questo modo aveva invertito la trasformazione del sovrano in cinghiale, iniziata dopo che aveva violentato alcune monache sfuggite a Diocleziano (la storia è ben descritta dallo storico Agatangelo, che parla di 40 suore, di cui Gayane la badessa e Hripsime sono quelle che vengono notate dal re e rifiutano la sua violenta voglia di possederle. Il re ordina allora che vengano torturate e uccise). Iniziò così la storia della chiesa Armena, con il primo Re cristiano convertito.

Komitas, il cui vero nome era Soghomon Gevorki Soghomonyan mentre Komitas Vardapet è il nome che assume quando diviene sacerdote, si fece notare per la bella voce, studiò anche a Berlino dove prese un dottorato in musicologia, in quella che oggi è la Humboldt, quindi tornò in Armenia e raccolse una grande quantità di canzoni popolari, come faceva in quegli anni anche Béla Bartók. Un bellissimo museo, curato con grande intelligenza da Vartan Karapetian, racconta la storia di questo personaggio straordinario. Grande trascrittore ma anche gradissimo musicista per conto proprio, ha scritto per pianoforte, pianoforte e voce, coro. Non so quanto di popolare sopravviva effettivamente nelle sue composizioni che sono spesso lievi, articolate e oscure. Si sente molto chiaramente, soprattutto nelle trascrizioni per quartetto o per orchestra, la sapienza musicale di chi ha studiato in Germania all’inizio del secolo. Sia quando scrive musica liturgica che nella musica profana ha una cifra precisa, malinconica, diretta. 

 

Dopo essere tornato in Armenia si trasferisce a Istanbul dove mette insieme un coro di 300 elementi. Siamo nel 1910. A questo punto i giovani turchi, fallito il progetto di democratizzazione, hanno già iniziato da un anno la persecuzione degli armeni. Anche Komitas viene deportato (il 24 aprile viene arrestato. Il 25 mattina deportato alla prigione di Çankiri, il 9 maggio viene graziato, il 10 maggio rientra a Istanbul); viene salvato da due principi che non trovando più il proprio insegnante di musica, lo fanno cercare e lo ritrovano un paio di settimane dopo; intervengono anche due influenti scrittori turchi Emin Yurdakul Mehmet e Halide Edip Hanim oltre ai diplomatici americani; quelli europei, essendo ormai in guerra con l’impero ottomano, erano stati ritirati. Dietro le quinte però si muove anche il Principe Abdülmecid Efendi, pittore e presidente della società artistica. 

Tragicamente segnato dal genocidio armeno, Komitas vivrà ancora una ventina d’anni ma senza più parlare, secondo alcuni per una malattia psichiatrica, per altri invece semplicemente per un voto del silenzio. Ha scritto magnificamente anche per una mezza soprano di cui era innamorato e amante, Marguerite Babayan, che lo convincerà a non lasciare la chiesa. Muore nel ’35, a Parigi. 

 

Quello che oggi colpisce della musica di Komitas è che non è nata per intrattenere. Questa è la traccia fondamentale che resta della tradizione popolare in cui si immerse, e fa venire in mente quanto dice Montale in qualche intervista e nella breve poesia dedicata ad Asor Rosa. La poesia, e così la musica e in genere l’arte, non ha un scopo.  Semplicemente è. Come gli ossi di seppia che si raccolgono in spiaggia. Oppure non è, non è nulla. E così i nostri sentimenti e le nostre idee. Per questo l’atteggiamento ideologico di fronte all’arte, che questa debba servire un fine più ampio, che sia socialista o cristiano fa poca differenza, o quello commerciale, che cerca di realizzare il proprio valore nel successo, sono spesso mistificanti. Una canzoncina di bambini è una cosa, parla magari del canto di un uccello o di un gioco, così come il lamento di un amante tradito, ma non è possibile far esistere qualcosa per servire un fine che non sia qualcosa che esiste in sé.

Questo non significa l’arte per l’arte, non giustifica ripiegamenti estetizzanti su se stessi, ma piuttosto umilmente l’arte, che come tante altre cose semplicemente è nel mondo. Dove venti contrastanti, rivoluzioni, guerre, improvvisi sradicamenti, ma anche la primavera e i giovani innamorati, semplicemente ci sono.

 

Il genocidio è al centro della percezione che gli armeni hanno della propria identità politica, e separa le generazioni. Da un lato, come sanno tutti i lettori di Primo Levi, è ineludibile. La memoria dell’offesa è simmetrica al negazionismo. Ai miei studenti lo spiego in questo modo: se durante un esame io do un pugno a uno di loro e loro chiedono aiuto, è importante che vengano creduti. Immaginiamo che qualcuno da fuori dall’aula entri e chieda cos’è successo. Il mio studente denuncia il pugno e io nego che sia accaduto. A questo punto non è più il pugno, che non può essere disfatto, a contare. Piuttosto è il loro racconto e la relazione tra noi. Se io dico: nulla, questo studente stava facendo un brutto esame e si è inventato questa storia del pugno per mettermi nei guai e uscirne, i futuri rapporti di questo studente con me saranno segnati dalla paura. E anche quelli degli altri studenti che non sapendo se io sia davvero il tipo che dà pugni agli studenti quando vengono a ricevimento. La negazione dell’offesa diventa il nodo della nostra relazione. Questo è stato anche il nodo della vicenda di Brett Kavenaugh l’anno scorso. Un giudice sospettato di violenza sessuale mette chi gli è di fronte per essere giudicato in una posizione impossibile.

 

Opera di Mariam Harutyunyan.


Ma il genocidio armeno separa anche le generazioni. I giovani non vogliono sentirsi vittime della storia. Perché inevitabilmente, dove non si ottiene giustizia, si imposta la propria esistenza come una vita oppressa da una negazione. I rapporti con la Turchia, che ha chiuso i confini, il senso di essere circondati e minacciati, alla fine la stessa verità storica, per quanto accuratamente documentata, diviene un peso che a vent’anni gli studenti non vogliono mettersi sulle spalle. Sanno già tutti e comunque di essere un’isola di cristianità tra popolazioni musulmane; sono difficili i rapporti anche a nord, con i georgiani, che hanno un’altra varietà di cristianesimo. Una guida mi ha raccontato una barzelletta che sintetizza queste difficili vicinanze: un bambino chiede al nonno perché gli armeni non hanno mandato un uomo sulla luna? Il nonno risponde: se lo facessero i georgiani creperebbero di invidia, e se i georgiani crepassero di invidia gli armeni creperebbero di gioia, e alla fine gli azeri avrebbero tutta la terra. 

Questo senso di essere un territorio e un’identità contesa segna l’Armenia come forse segnava anche gli stati europei prima dell’Europa. Vicini ostili minacciano la tua esistenza e quindi ci si afferma per differenza, raccontando se stessi a partire dalla condizione di vittima, o comunque rimarcando un lungo contenzioso e perché si è dalla parte della ragione. Un po’ come se raccontando i rapporti con i francesi i ragazzi italiani oggi partissero da Campoformio e avessero bene impresso i diversi motivi di rivalsa che abbiamo nei loro confronti. E così per austriaci, tedeschi, americani e via dicendo.  A questo punto non è più tanto importante la verità storica, nessuno mette in dubbio la veridicità storica delle morti dell’inizio del secolo scorso, ma che vengano assunte come fondamento di una identità nazionale.

 

Questo è un altro dei fatti interessanti in questa parte del mondo dove trent’anni fa è crollata l’URSS (al referendum per l’indipendenza ci fu il 99,51% dei voti per l’indipendenza, con un’affluenza del 95,05%). Soprattutto per noi europei e europeisti, che cerchiamo di attenuare i tratti dell’identità nazionale. Ci si sente un po’ in un mondo in cui i sovranisti hanno vinto. Identità religiosa che si identifica con identità politica, frontiere chiuse, una serie di rivendicazioni che quasi certamente dall’altra parte, in Azerbaijan o Turchia o Iran, troverebbero simmetriche rivendicazioni. 

 

Viaggiando poi sugli altipiani meravigliosi dell’Armenia centrale, dove per millenni i mercanti segnavano tante vie della seta, ci si chiede che senso abbia per gli umani qualunque ricerca di identità. Se non siamo come il cielo e le aquile, i fiumi e le mandrie di bestiame, quel che è reale, come nelle arie popolari trascritte da Komitas, o quelle che magari ha creato lui, non è affatto una cultura nazionale ma piuttosto un tratto di umanità che, certo, ha sue caratteristiche anche locali, ma la cui esistenza non è definita da questo. Questione di prospettiva: ci dobbiamo chiedere se la differenza tra una lingua e un’altra non sia importante quanto la sua vicinanza, e il modo in cui le storie dei popoli si mescolano, si intrecciano, tra migrazioni e contaminazioni. Come al contrario nel tentativo di caratterizzare musica e letteratura come qualcosa di nazionale ci sia sempre un aspetto consolatorio e mistificante, quasi che ritagliandosi un pezzetto, un ambito, sia più possibile fare una carriera accademica o letteraria o musicale. Perché in questo modo i politici potranno fare appello alla nostra fondamentale mancanza di cittadinanza, al fatto che nessuno ha alcun diritto di essere qui piuttosto che lì, e la fortuna di essere nati lontani dalla guerra o da una siccità non è che un caso, che non ci distingue dagli altri animali, non ci rende migliori di nulla e nessuno.

 

È questo che pensavano i monaci che si rinchiudevano nei monasteri scavati nella roccia di Geghard  o Tatev? Sono chiese molto separate dalle comunità che hanno attorno, con una vocazione monastica simile a quella ortodossa. Anche l’arte con cui sono costruite, non pare ricadere nella società che le circonda e non pare nutrirsi di questa. Se Tiziano e Tintoretto dipingono dentro e fuori dalle chiese, santi e madonne ma anche politici e amanti, nelle chiese armene si sente la fortissima tensione all’isolamento, quasi una contrapposizione al mondo che gli è all’esterno. Un cristianesimo in cui il sacrificio dell’uomo è il dialogo con Dio, mentre per noi fa parte di una conversazione più aperta, che assorbe mitologie precedenti che restano parallele e forse sfrangiano la purezza teologica, ma rendono anche le figure della narrazione, non solo dei vangeli ma più in generale di quel che forse è cristiano e forse no, diffusa e impura. 

Una delle ragioni per cui la musica di Komitas è così seducente è proprio perché intreccia una forte tensione privata e singolare verso Dio a una curiosità commossa per i tanti luoghi, dai canti dei bambini ai grandi e piccoli amori degli adulti, in cui le cose si svolgono e sono reali.

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